Archivi del mese: settembre 2011

I have a dream, David Bidussa

Titolo: I have a dream 
Sottotitolo: ..e ho scoperto che di sogni ne ho anche io 

Martin Luther King 

Amici miei, vi dico che, anche se dovrete affrontare le difficoltà di oggi e di domani, io ho sempre davanti a me un sogno. E’ un sogno profondamente radicato nel sogno americano, che un giorno questa nazione si leverà in piedi e vivrà fino in fondo il senso delle sue convinzioni: noi riteniamo ovvia questa verità, che tutti tutti gli uomini sono creati uguali

Winston Churchill 

Di questo sono assolutamente certo, che se mettiamo il passato contro il presente finiremo col perdere il futuro.

Nelson Mandela 

Ho combattuto contro la dominazione bianca e ho combattuto contro la dominazione nera. Ho accarezzato l’ideale di una società democratica e libera in cui tutte le persone vivano insieme in armonia e con pari opportunità.
E’ un ideale, per il quale spero di vivere e che spero di raggiungere. Ma, se sarà necessario, è un ideale per il quale sono pronto a morire.

Papa Giovanni XXIII 

Tornando a casa, troverete i bambini. Date loro una carezza e dite: <<Questa è la carezza del Papa>>.

John Fitzgerald Kennedy 

La libertà è indivisibile, e quando un uomo è assoggettato, allora nessuno è libero

Anwar Al – Sadat 

Qualsiasi vita perduta in guerra è una vita umana, sia essa araba o israeliana. Una moglie che diventa vedova è un essere umano privato di una vita felice con la propria famiglia, araba o israeliana che sia. I bambini innocenti, sottratti alle cure e alla compassione dei genitori, sono orfani di tutti noi. Tutti, sia che vivano in terra araba o israeliana.

Vàclav Havel 

Ebbene, la prima cosa che vi sto raccomandando è il coraggio di essere pazzi. Pazzi nel miglior senso della parola. Proviamo ad essere pazzi e a pretendere in tutta serietà di mutare quel che si definisce immutabile!

A volte dovremmo affinare l’udito, o aguzzare la vista, al cospetto di certe parole. Le parole sono importanti. A volte sono fondamentali e segnano svolte epocali, a volte sono personali, e causano terremoti nelle vite di tutti i giorni. Sono così belle, le parole. Ricche di significato, di iniziativa, di capacità.
Sanno trasmettere i sogni e, diciamocelo, una vita senza sogni ha smesso di essere vita per perdere significanza.

Questa raccolta dei discorsi che hanno cambiato la storia mi ha aperto gli occhi su quanto sia necessario lottare e abbandonare le posizioni qualunquiste per affermare se stessi. Rinascerò un’altra volta per abbattere il mio personale muro di Berlino.

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Ehi, prof!, Frank McCourt

Titolo: Ehi, prof! 
Sottotitolo: I libri non sono oggetti. I libri hanno l’anima.

Caro Frank, è ormai la terza volta che ti scrivo, ti do del tu perché ti conosco da quando eri un moccioso e vivevi a Limerick, e anche se sei morto professore a New York, io ti ricordo così, come quell’infelice infante irlandese e cattolico.
Siccome ormai abbiamo la confidenza adatta, e non mi piacerebbe essere disonesta nei tuoi confronti, te lo devo dire, ho pianto per le prime trenta pagine di questo ultimo libro. Ho pianto per quell’ultimo, anche se stavi scrivendo della tua a dir poco verosimile esperienza con l’insegnamento; onestamente credo sia da pochi riuscire a far piangere per la commozione mentre si stanno raccontando degli episodi che farebbero ridere anche il mio tutor di privato che è sempre stizzito per via del fatto che non muoiono i docenti e non si becca la cattedra. Separarmi dalle tue parole è stata una scelta per me dolorosa, ma dovuta e di coraggio, di bisogno sopratutto, perché volevo sentirmi dire da te che nella vita bisogna farsi spazio, che della vita bisogna saper apprezzare con un sorriso anche quelle situazioni in cui uno ha voglia solo di rinchiudersi in un bunker e sperare che i Maya o chi per loro c’avesse visto bene.

Non te lo dico, anzi, sì te lo dico, a costo di essere banalmente ripetitiva o insulsa: darei tutto ciò che ho per poter tornare indietro nel tempo, iscrivermi al Liceo Stuyvesant di New York e assistere alle tue lezioni di scrittura creativa.
Non tanto per l’insegnamento della scrittura creativa, dato che non ne sapevi granché, quanto per l’insegnamento di vita che m’avresti detto facendomi vedere che a volte bisogna imparare a scherzarci su, anche quando fa più male. Sorrido ad uno schermo di computer a pensare a te in cattedra, sprovveduto, infilato a forza nel ruolo di insegnante, che cercavi più di apprendere che di insegnare, che non esaurivi mai la curiosità e leggevi come leggo io, Fitzgerald come se fosse un diamante, non uno semplice scrittore.

Forse son troppo di parte, forse dovrei scriverti due note di rimprovero sul fatto che bevessi troppo, e che predicassi bene e razzolassi male, ma tutto ciò che vedo tra le tue parole, che son l’unico elemento che ho per poterti conoscere, è un’anima bella innamorata della speranza. Un po’ come io non sono, un po’ come io vorrei essere.

Ho letto le ultime venti pagine con una lentezza quasi stoica, con una ripugnanza per la fine che mi addolorava passo passo, parola dopo parola perché sapevo che ogni parola era una in meno verso la conclusione delle tue memorie. In generale sono abbastanza pettegola, e quando scopro un autore nuovo la prima cosa che voglio sapere era se fosse sposato/poligamo/single, se avesse vissuto scandali e tutte le cose da classici rotocalchi rosa.
Ma la tua vita l’ho letta in queste tre puntate perché dalla prima riga della prima pagina delle Ceneri di Angela sapevo – anche se tu non lo sai -, che questi libri li avevi scritti per me, affinché io imparassi. E quindi, svestitami dei panni della pettegola, ho indossato quelli della sensibilità così che ogni tua singola parola mi ha trapassata da lato a lato lasciandomi un segno, un segno che fosse una risata della grossa viste certe cagate che hai combinato, un segno che fosse un insegnamento visto certe vite che hai vissuto, che fosse un sostegno, visto che mi sei più di quanto siano molti altri.

Siccome poi odio essere sentimentale, lo sono stata abbastanza, e voglio che tutti ti odino, così che nessuno compri i tuoi libri e si legga le cose che hai scritto a me, io ti saluto Frank.

…Grazie

Luana


Primo Club del libro di Poesia

Ha una sua solitudine lo spazio,
solitudine il mare
e solitudine la morte – eppure
tutte queste son folla
in confronto a quel punto più profondo,
segretezza polare
che è un’anima al cospetto di se stessa.
(Emily Dickinson)

Siete dei lettori onnivori, desiderosi di spaziare dalla narrativa alla saggistica per approdare, poi, alla poesia?  Siete dei lettori ansiosi di parlare con qualcuno dei versi che più vi hanno scosso il cuore? Siete dei lettori che amano la sperimentazione, e desiderano sondare il fondale del Mar dei Poeti, scovando quelli più affini alla vostra sensibilità? Allora questo Club fa per voi!

Dopo il Club del libro di Narrativa, attracca al molo della pagina “Un buon libro, un ottimo amico” il nuovo, nuovissimo Club del libro di Poesia. La modalità di partecipazione è simile a quella prevista per la narrativa: ci saranno delle gare di citazioni e i vincitori potranno proporre un titolo di una raccolta poetica che parteciperà all’estrazione finale. La gara sarà basata su citazioni in versi e, come al solito, la citazione che raccoglierà più “mi piace” sarà la vincitrice. Verranno svolte cinque gare, poi si procederà all’estrazione.

Tenete pronte le vostre cartuccere di versi, e vincano i migliori!


La guerra della fine del mondo, Mario Vargas Llosa

Titolo: La guerra della fine del mondo 
Sottotitolo: Di come mi venne la morbosa curiosità di scoprire cosa danno da mangiare agli autori latinoamericani affinché scrivano in maniera così eccellente 

Nel caso in cui scienziati, astrofisici, filosofi e quant’altro si stiano ancora interrogando sull’esistenza dell’infinito, oggi vi dichiaro ufficialmente che la sottoscritta me medesima proveniente da un paesino del Nord Sardegna, residente nella bellissima città di Cagliari, ha trovato la risposta: sì, l’infinito esiste , ma c’è di più, molto di più. L’infinito ha addirittura un nome, e quel nome è Mario Vargas Llosa .

Esistono due momenti fondamentali nella conoscenza delle persone, quando si prova un abito nuovo, quando si legge un libro, il ‘pre’ e il ‘post’. Il mio ‘pre’ di ‘La guerra della fine del mondo’ è un misero compianto in onore dei miei occhi astigmatici alla vista dei caratteri di quest’edizione Einaudi che sembra fatta apposta per dispetto. Il mio ‘post’ de ‘La guerra della fine del mondo’ è lo spaesamento totale per aver letto un capolavoro senza se, né ma, che, a ragion veduta, avrei letto anche se fosse stato scritto con la grafia del medico che mi fa le ricette.
Quando la sostanza supera la forma, persino quella di Einaudi.

Nel 1860 in Brasile ci mettono la Repubblica, proprio si consultano tra pochi, prendono e ce la infilano così a casaccio, ma diamine, non c’erano mai andati questi dal pediatra o era il mio pediatra anormale? Il medico in questione – che annunciò che sarei stata robusta ed alta, ed ora che sono alta 160cm e peso 50kg vorrei dirgli di lucidare meglio la palla di cristallo in cui guardava il mio pediatrico futuro – per registrare la mia capacità logica mi faceva infilare delle forme in delle sagome corrispondenti. Se vedevo un quadrato lo infilavo in una sagoma quadrata, non lo infilavo nella sagoma esagonale; il presidente Floriano dal mio pediatra non c’era andato, perché altrimenti avrebbe saputo che ad infilare la forma Repubblica in una sagoma a forma di Brasile, qualche problemino l’avrebbe ottenuto. Il problemino assunse il nome di Canudos , una cifra di 30.000 civili morti e tre spedizioni militari .

Mario Vargas Llosa invece dal mio pediatra c’era andato eccome, perché ha preso la forma ‘storia’ e l’ha consegnata direttamente alla sagoma spettante, coloro che hanno scritto la storia; non sono i grandi capi di Stato a parlare, o perlomeno non sempre, perché questo premio Nobel al quale vorrei stringere la mano ha restituito la Storia ai legittimi proprietari, agli umili cittadini, ai punti di vista più ignorati, eppure più profondi ed immersi nelle vicende di cui si descrive. Con una nota di folklore che pervade la narrazione per tutte le 588 pagine, il lettore si avvicina con occhi profani a mirare un episodio della storia brasiliana a me completamente sconosciuto prima della lettura, ma fondamentale per comprendere come ogni cambiamento debba essere accompagnato da comprensione, da istruzione e consenso valido. Quando invece sono l’ignoranza, la superstizione, il fanatismo a fare da padroni della scena, è difficile che la razionalità prenda il sopravvento per far comprendere a dei rozzi contadini che una nuova forma politica ha dei vantaggi (nel caso in cui li abbia) rispetto alla vecchia.

Se poi metti Antonio il Consigliere a pascolare per il sertao in cerca di anime di peccatori volenterose di redimersi, allora scatta il guaio e per quei rozzi contadini, quelle donne senza istruzione, quei banditi senza arte né parte, troveranno nella religione, nella fede, la via di fuga per salvarsi quando il Signore, alla fine del mondo, giudicherà. Poiché è noto che Dio non fosse un grande Repubblicano, ma che fosse anch’egli un monarchico, allora questi 30.000 cristiani cui vengono raccontate balle creano la colonia di Canudos. Provate voi a dargli torto a questi qua.
Hanno vissuto sotto la monarchia che dava loro del lavoro.
Hanno creduto in Dio e Dio ha sempre mostrato di essere capace di perdonargli (anche nel caso in cui abbiano ucciso/violentato/rapito/devastato).
E adesso arrivano questi repubblicani che vogliono smontare il sistema, unire i cittadini in matrimonio civile, fare il censimento.
Il censimento? Questo orrendo mostro.

Ecco perché è fondamentale studiare la storia, ecco perché è fondamentale imparare a leggere e a scrivere, ad avere un’opinione, è fondamentale informarsi, attivarsi. Perché altrimenti si finisce ammazzati come a Canudos dove l’ignoranza ha relegato i più poveri, gli abbietti, coloro che sono stati messi da parte dal potere, ma che sono i principali ingranaggi di quest’ultimo.

Magistrale, imponente, ieratico è il ritratto che Vargas Llosa ci restituisce della guerra; una guerra che dissangua, che disanima e disarma, che toglie il pudore, che crea nuovi vincoli spezzandone altri, che porta alla fame e alla sete in nome del fanatismo, della cecità con cui nei secoli dei secoli gli uomini si sono nutriti pur di non pensare, di non vedere. Che differenza fa morire ammazzati per Dio o per la Repubblica? Non si sta comunque morendo? Non c’è alcuna divergenza tra i due tipi di morti, ma l’elemento in comune della necessità di sbaragliare pregiudizi, preconcetti, cattiva istruzione affinché ogni umano possa produrre le idee che ci sono necessarie per vivere.

Altrettanto imponente è il ritratto di ogni personaggio che tutto è, tranne che un personaggio librario, perché quelli che popolano questo romanzo sono uomini e donne in carne ed ossa che ti si presentano davanti con il loro onore del sertao, col loro bisogno di mangiare, di pregare con il Consigliere, o di inneggiare alla Repubblica. Ognuno porta con sé la sua storia e vive in funzione di quella, per onorarla, in questo grande dipinto che è stato la guerra di Canudos.

Di questo romanzo in cui ogni singolo dettaglio assume l’imponenza del capolavoro, non posso far altro che raccomandarvi la lettura, per capire che Canudos non è un episodio isolato, ma è l’esempio di quello che succede quando l’ignoranza attecchisce là dove dovrebbe crescere l’informazione genuina.

 

Luana


Misery, Stephen King

Misera me, Misery tutti

Comincerò col dire che questo libro è stata una delle letture più stimolanti di tutto l’anno. E questo a dispetto della didascalia in copertina, secondo la quale avrei dovuto leggere “un capolavoro dell’horror, un incubo raccapricciante etc”. Non credo che mi sarei sentita stimolata o anche solo interessata se il buon King mi avesse propinato una roba simile.

Tutto ha inizio quando Paul Sheldon, scrittore celebre per aver dato vita alla saga di Misery, rimane coinvolto in un incidente stradale. Lo soccorre Annie Wilkes, la sua Ammiratrice Numero Uno, che ahimè lo riconosce ed, entusiasta, decide di portarselo a casa ed accudirlo come se fosse un pettirosso. E tutto andrebbe per il meglio – o almeno credo che tutto si sarebbe risolto bene – se a questo punto ad Annie non capitasse per le mani “Il figlio di Misery”, l’ultimo libro di Paul, l’ultimo della saga di Misery, quello in cui Misery – avvenimento alquanto urcoso – muore di parto.

Perché Misery muore? Sono cose che capitano, dice Paul, la gente muore, nella vita reale come nei libri. Ma Annie non è dello stesso avviso:

« Nel mio lavoro ho visto morire decine di persone, anzi, ne ho viste morire centinaia, a ben pensarci. Certe volte se ne vanno urlando e certe volte se ne vanno nel sonno, escono di scena come dici tu, certo. Ma i personaggi di una storia non possono uscirsene di scena! Dio ci prende quando Lui stabilisce che l’ora è giunta e uno scrittore è Dio per i personaggi della sua storia, lui li crea come Dio ha creato noi e nessuno può chiamare Dio in giudizio perché si giustifichi, sicuro, si capisce, ma quanto a Misery ho qualcosa da dirti, sporca burba, ti dirò che si dia il caso che Dio abbia un paio di gambe rotte e Dio si trovi in casa mia a mangiare il mio cibo… e… »

Annie ha ragione, ha tutte le ragioni del mondo. La morte di Misery non è stata un avvenimento casuale. La morte di Misery è stata la volontà del Dio-scrittore Paul Sheldon. Perché la verità è che Paul odia Misery. Paul odia Misery perché è un personaggio privo di spessore, Paul odia Misery perché tutti amano Misery, Paul odia Misery perché i critici e i lettori vedono solo Misery e ignorano la sua altra produzione, quella che lui considera seria, quella che Paul considera il suo lavoro vero. « Lui era Paul Sheldon e scriveva romanzi di due tipi, quelli che contano e i bestseller. »

Io capisco Paul. Lo capisco quando faccio leggere un racconto alla mamma e lei mi dice, “ma era tanto bello anche quello che hai scritto l’anno scorso”. I lettori non capiscono che “l’anno scorso” è il Demonio, “l’anno scorso” è un mostro che abbiamo già sconfitto, è il passato, è la vergogna da nascondere. Rispetto all’anno scorso noi ci siamo evoluti, la nostra scrittura ha subito dei cambiamenti decisivi. E quando questo non viene riconosciuto, scatta l’odio, per l’anno scorso e per i nostri lettori.

Ma capisco anche Annie, Annie a cui la vita pare una storia a puntate, Annie che non la fa finita solo perché c’è ancora un episodio da guardare e c’è ancora un libro di Misery da leggere. Misery rappresenta per Annie molto più di quanto rappresenti per Paul. E forse qualsiasi libro, un libro o un personaggio che sentiamo davvero vicini, possono essere più nostri di quanto lo siano per lo scrittore che li ha generati. Perché assumono dei valori che lui non gli aveva dato, e si riscrivono in noi che li leggiamo.

È a questo punto che Annie impone a Paul di resuscitare Misery. Dovrà resuscitarla in un altro libro, che scriverà chiuso in quella stanza della sua casa, sulla sedia a rotelle, con le gambe spezzate, drogato di codeina per sopportare il dolore, con una macchina da scrivere da cui manca la “n”.

E Paul scrive. Scrive la cosa migliore che abbia mai scritto. Il contributo di Annie è decisivo alla stesura di questo nuovo romanzo, perché Annie sarà pure una pazza, ma non è certo una stupida. Annie non conosce i meccanismi della letteratura, non sa cosa sia un deus ex machina, non sa che differenza ci sia tra “avere un’idea” e “farsi venire un’idea” e non sa distinguere un romanzo di spessore da un romanzo commerciale, ma è il meccanismo propulsore che sta dietro tutto il romanzo. “Il ritorno di Misery” permette a Paul di restare in vita, perché Annie non lo ucciderà finché non avrà saputo come va a finire la storia. Paul diventa quindi la Sherazade di Annie, come diventa Sherazade per se stesso. Perché se è vero che quel romanzo pospone la sua morte, è anche vero che Paul si sente già morto, non si sente più umano, non ha più una dignità.  Scrivere, ritornare a scrivere, è la sua unica salvezza, dimenticare la condizione presente e affogare il dolore altrove, sublimare quel dolore, cercare il buco nella pagina.

« Perché gli scrittori si ricordano tutto, Paul. Specialmente quello che fa male. Denuda uno scrittore, indicagli tutte le sue cicatrici e saprà raccontarti la storia di ciascuna di esse, anche della più piccola. E dalle più grandi avrai romanzi, non amnesie. Un briciolo di talento è un buon sostegno, se si vuol diventare scrittori, ma l’unico autentico requisito è la capacità di ricordare la storia di ciascuna cicatrice. L’arte consiste nella perseveranza del ricordo. »

Qualche cenno merita la figura di Annie, davvero incisiva e ben strutturata. Annie è affetta da gravi turbe psichiche, e King non ce ne fa mistero. Quanto queste turbe siano gravi, lo scopriremo nel corso della narrazione. Nella sua follia, Annie è guidata da una lucida filosofia di vita, che riassumeremo in tre assunti:

« Noi crediamo di sapere tante cose, mentre in realtà non ne sappiamo più di un topo in trappola… un topo con la schiena spezzata che crede di avere ancora voglia di vivere. […] Vado a prendere il fucile, Paul, che ne dici? Forse l’altro mondo è migliore di questo. Per i topi e anche per le persone… Non che ci sia una gran differenza fra i due. »

« Annie li aveva uccisi perché… “Perché erano topi in trappola”, bisbigliò. Poverini. Povere bestioline. Ma sicuro, così era andata. Secondo la visione del mondo di Annie, le persone che lo popolavano erano suddivise in tre gruppi: rompiscatole, povere bestioline… e Annie. »

« Il depresso si uccide. Lo psicotico, nutrito dalle tossine del proprio io, s’impone di dispensare piaceri a tutti coloro che gli sono vicini, e se li porta con sé. »

Lascio a voi trarre qualche considerazione.

È un grande dispiacere dover concludere questa recensione, ma se scrivessi di più poi nessuno la leggerebbe e non è a questo che servono le recensioni. In realtà il romanzo meriterebbe di essere analizzato molto più a fondo. Tutte le considerazioni sul mestiere dello scrittore, sulla creazione di un romanzo, sul rapporto amore-odio tra Paul ed Annie, il parallelismo tra Il ritorno di Misery e la segregazione di Paul, lo stile di King, che rompe con i canoni tradizionali. Vorrei scrivere un saggio, potrei scrivere un saggio. Ma non ora, non qui. Da sporca burba quale sono, ho già approfittato abbastanza del vostro tempo.

Chiara Pagliochini


Il ritorno del Club del libro

Cari lettori e cari lettrici, questo sarà un post di risposta alla vostra esortazione ad un ritorno al Club del libro versione ‘la scelta dei lettori’. Da Settembre partirà infatti l’iniziativa Club del libro Nobel consistente nella lettura mensile di un premio Nobel, percorso a ritroso dal 2010 al primo anno in cui il celebre premio venne assegnato, il 1901. A tal proposito, vi ricordo il nostro appuntamento del 29 Settembre:

https://www.facebook.com/event.php?eid=207684939270946

Tuttavia, di questo evento si è parlato più e più volte, e insomma, chi c’è, bene, chi non c’è si perderà una discussione che – ci scommetto – assumerà toni focosi e regalerà punti di vista disparati in merito a quel capolavoro che è ‘La guerra della fine del mondo’; l’oggetto di questo post – come da introduzione – è tutt’altro.  In più e più post – e devo ammettere, con grande piacere – ho letto la vostra richiesta di tornare al nostro modus operandi solito, ossia di incontrarci una o addirittura due volte al mese per discutere di un libro scelto in base alle acclamazioni della vox populi. Incontrarci è un termine che perde il suo meraviglioso connotato umano, dato la sterilità del ritrovamento on-line, ma tutti i partecipanti al Club hanno sempre reso vive e vivaci le nostre discussioni purtroppo contenute dentro ad uno schermo virtuale.

Come potrei non accontentare i meravigliosi lettori e le meravigliose lettrici di ‘Un buon libro, un ottimo amico’?

Vi devo comunicare delle novità. Ritorna, a pieno titolo, la Gara delle citazioni, ossia una ‘gara’ che di gara ha ben poco, in cui i volontari partecipanti postano delle citazioni che vengono votate attraverso il tasto ‘mi piace’ (in alcuni casi può essere utile). A vincere la gara di citazioni saranno le 5 citazioni più votate che daranno ai vincitori la possibilità di proporre i titoli per il Club del libro ‘la scelta dei lettori’. Ma – e qui arriva la novità – non si tratta di titoli a caso. Per rendere il Club più entusiasmante, avvincente e colmo di nuovi spunti culturali e personali, Elisa ed io abbiamo selezionato i 20 titoli.  Si tratta di 10 titoli contemporanei (5 autrici e 5 autori) e 10 titoli classici (5 autrici e 5 autori).
La scelta non è stata del tutto arbitraria, ma diamo spazio ai veri protagonisti, ecco a voi, i 2o titoli.

5 autori maschi  – Classici:

  1. Balzac – Le illusioni perdute
  2. Dostoevskij – Memorie dal sottosuolo
  3. Dickens – Grandi speranze
  4. Fogazzaro – Malombra
  5. Tarchetti – Fosca

5 autrici femmine – Classici:  

  1. Shelley – Frankenstein
  2. Bronte – Jane Eyre
  3. Woolf – Al faro
  4. Wharton – L’età dell’innocenza
  5. Banti – Artemisia

5 autori maschi – Contemporanei:

  1. Calvino – Il barone rampante
  2. Rushdie – I figli della mezzanotte
  3. Pavese – Paesi tuoi
  4. Moore – Un lavoro sporco
  5. Irving – Preghiera per un amico

5 autrici femmine – Contemporanei:

  1. Wolf – Il cielo diviso
  2. Smith – Della bellezza
  3. Morante – L’isola di Arturo
  4. Fallaci – Penelope alla guerra
  5. Murgia – Il mondo deve sapere

La scelta non è stata facile e tanto meno arbitraria, ci siamo basate su consigli di lettori e lettrici che hanno alle spalle una carriera assai più solida della nostra, consigli dei nostri professori. E’ stato fondamentale per noi valorizzare gli autori e le autrici italiane, ma non abbiamo dimenticato di spaziare negli altri paesi.
La ricerca delle cinque opere classiche femminili è stata la più complicata. Non riuscivamo a trovare una grande quantità di titoli tra i quali scegliere, complice probabilmente il fatto che fino ai primi del Novecento le donne scrittrici pubblicavano le loro opere sotto pseudonimo maschile per poter ottenere la pubblicazione o, quantomeno, un po’ di attenzione sul campo editoriale.  Il primo pensiero è andato a Mary Shelley con il suo “Frankenstein”, seguita da “Jane Eyre” di Charlotte Brontë (che ai suoi esordi pubblicò sotto lo pseudonimo di Curton Bell, insieme alle sorelle) e da “Gita al faro” di Virginia Woolf.  Scavando tra i consigli letterari dell’ormai noto professore di Luana abbiamo poi trovato “Artemisia” di Anna Banti e “L’età dell’innocenza” di Edith Wharton. A questo proposito, cogliamo l’occasione per chiedervi aiuto. Se siete lettori meno smemorati di noi, più esperti del periodo in questione, non esitate a segnalarci altri titoli: li terremo in considerazione per la prossima lista.

Le scelte per quanto riguarda gli autori maschi invece sono state assai più facili, l’Ottocento e il Novecento sono ricchi di nomi imponenti di scrittori dalla penna talmente prolifica che i titoli saltavano fuori facilmente.

Vi ripeto le istruzioni per il Club:

  • partecipazione alla Gara di citazioni che si svolgerà con previo avvertimento
  • a vincere saranno i 5 partecipanti che abbiano raccolto più voti
  • i 5 partecipanti sceglieranno un titolo a testa tra i 20 titoli
  • il titolo sarà estratto tra i 5 proposti

La lista potrà essere integrata e cambiata, ma ripeto, è fondamentale garantire titoli solidi e che ci consentano una discussione costruttiva.
Non vedo l’ora di leggere i vostri commenti in merito, le vostre (son sicura che ci saranno critiche) e le vostre (spero che ci siano) approvazioni.

Luana ed Elisa 


La signora Dalloway, Virginia Woolf


Voto: *****

Ed erano felici insieme? chiese Sally (lei era immensamente felice); perché, ammise, non sapeva nulla di loro, erano solo congetture le sue, come capita, perché – che cosa si conosce della gente, anche della gente con cui si vive tutti i giorni? domandò. Non siamo tutti prigionieri? Aveva letto una commedia meravigliosa dove c’era un uomo che scriveva sui muri della prigione; e lei aveva capito che era così la vita – si scrive sui muri della prigione. 

Quel che in genere si dice di questo libro è che scorre. I flussi dei pensieri dei personaggi si rincorrono lungo le pagine: ora si inabissano fino a sfiorare il letto del fiume, ora risalgono in superficie e si fanno solleticare dal vento. Eppure, se cerco di fissare “La signora Dalloway” in un’immagine, penso a una fotografia. L’obiettivo è puntato su un muro che forse all’inizio è stato bianco, ma ora è coperto di parole sovrapposte, scritte da mani diverse, con diversi colori. E su questo sfondo è incollata una serpentina di Polaroid scattate in sequenza, quelle che evidenziano i piccoli movimenti che in un solo secondo possono cambiare l’intera espressione del viso: una fossetta che si forma sulla guancia, lo sguardo che si perde altrove, un improvviso rannuvolamento delle sopracciglia. Il soggetto delle istantanee varia: prima l’occhio è fermo su Clarissa Dalloway, la segue per la strada, incrocia Septimus che guarda con stupore l’auto di una celebrità, e come un cane curioso inizia a seguire quest’uomo strano che ha deciso di morire, per poi seguirne un altro, e un altro. La collana di tasselli riunisce così diverse persone, annodate da conoscenze comuni e dal Tempo che passa inesorabile nel canto del Big Ben.

Virginia Woolf fa questo: prende l’ordinario e ci incolla davanti uno “stra”. Se cercate di raccontare la trama al vostro amico che vi chiede incuriosito di che tratti, vi sentirete degli imbecilli. Sarà forse esaltante quanto raccontargli che la mattina siete passati a comprare i ravioli al negozio della pasta fresca. Ma il fatto è proprio questo: è di questo che il libro tratta. C’è Clarissa che va a comprare i fiori per la sua festa, ci siete voi che comprate i vostri ravioli. Lei lo fa perché, a dispetto della vecchiaia che avanza, è ancora una donna che ha bisogno di esternare il suo amore per la vita; voi lo fate perché vostro padre ama il sapore degli spinaci del ripieno, e la domenica mattina è piacevole condividere quel sapore a tavola e vedere che il vostro genitore, magari torvo il resto del tempo, sorride. Troppo ordinario? Poco interessante? Può darsi, ma non è questa la vita?

La potenza delle parole di Virginia Woolf è straordinaria. I suoi periodi spesso si stiracchiano anche lungo una pagina intera, non amano lasciarsi fermare troppo dai punti fermi lungo la strada. Meglio lasciarli correre, sfogare. Ma questa è la realtà della nostra mente, è di questo che sono fatti i nostri secondi: pensieri, anche i più frivoli e riprovevoli. Il tempo è tale perché noi possiamo pesarlo, nel momento in cui gli diamo la nostra forma. Se non potessimo farlo, saremmo morti, e non ci sarebbero feste, fiori, crisi, ravioli.

Le stelle sono cinque, ma avrei voluto metterne dieci. Virginia attraverso la nuvola di personaggi di questo romanzo dà voce ai miei pensieri, a quelli di mia madre, del mio vicino, della gente che passa accanto a me per la strada. Una poetica così consolante sbaraglia qualsiasi stella: rimane lì, insieme all’affetto che senti nel guardare il libro ormai chiuso sullo scaffale.

Elisa Lai


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