La signora Dalloway, Virginia Woolf


Voto: *****

Ed erano felici insieme? chiese Sally (lei era immensamente felice); perché, ammise, non sapeva nulla di loro, erano solo congetture le sue, come capita, perché – che cosa si conosce della gente, anche della gente con cui si vive tutti i giorni? domandò. Non siamo tutti prigionieri? Aveva letto una commedia meravigliosa dove c’era un uomo che scriveva sui muri della prigione; e lei aveva capito che era così la vita – si scrive sui muri della prigione. 

Quel che in genere si dice di questo libro è che scorre. I flussi dei pensieri dei personaggi si rincorrono lungo le pagine: ora si inabissano fino a sfiorare il letto del fiume, ora risalgono in superficie e si fanno solleticare dal vento. Eppure, se cerco di fissare “La signora Dalloway” in un’immagine, penso a una fotografia. L’obiettivo è puntato su un muro che forse all’inizio è stato bianco, ma ora è coperto di parole sovrapposte, scritte da mani diverse, con diversi colori. E su questo sfondo è incollata una serpentina di Polaroid scattate in sequenza, quelle che evidenziano i piccoli movimenti che in un solo secondo possono cambiare l’intera espressione del viso: una fossetta che si forma sulla guancia, lo sguardo che si perde altrove, un improvviso rannuvolamento delle sopracciglia. Il soggetto delle istantanee varia: prima l’occhio è fermo su Clarissa Dalloway, la segue per la strada, incrocia Septimus che guarda con stupore l’auto di una celebrità, e come un cane curioso inizia a seguire quest’uomo strano che ha deciso di morire, per poi seguirne un altro, e un altro. La collana di tasselli riunisce così diverse persone, annodate da conoscenze comuni e dal Tempo che passa inesorabile nel canto del Big Ben.

Virginia Woolf fa questo: prende l’ordinario e ci incolla davanti uno “stra”. Se cercate di raccontare la trama al vostro amico che vi chiede incuriosito di che tratti, vi sentirete degli imbecilli. Sarà forse esaltante quanto raccontargli che la mattina siete passati a comprare i ravioli al negozio della pasta fresca. Ma il fatto è proprio questo: è di questo che il libro tratta. C’è Clarissa che va a comprare i fiori per la sua festa, ci siete voi che comprate i vostri ravioli. Lei lo fa perché, a dispetto della vecchiaia che avanza, è ancora una donna che ha bisogno di esternare il suo amore per la vita; voi lo fate perché vostro padre ama il sapore degli spinaci del ripieno, e la domenica mattina è piacevole condividere quel sapore a tavola e vedere che il vostro genitore, magari torvo il resto del tempo, sorride. Troppo ordinario? Poco interessante? Può darsi, ma non è questa la vita?

La potenza delle parole di Virginia Woolf è straordinaria. I suoi periodi spesso si stiracchiano anche lungo una pagina intera, non amano lasciarsi fermare troppo dai punti fermi lungo la strada. Meglio lasciarli correre, sfogare. Ma questa è la realtà della nostra mente, è di questo che sono fatti i nostri secondi: pensieri, anche i più frivoli e riprovevoli. Il tempo è tale perché noi possiamo pesarlo, nel momento in cui gli diamo la nostra forma. Se non potessimo farlo, saremmo morti, e non ci sarebbero feste, fiori, crisi, ravioli.

Le stelle sono cinque, ma avrei voluto metterne dieci. Virginia attraverso la nuvola di personaggi di questo romanzo dà voce ai miei pensieri, a quelli di mia madre, del mio vicino, della gente che passa accanto a me per la strada. Una poetica così consolante sbaraglia qualsiasi stella: rimane lì, insieme all’affetto che senti nel guardare il libro ormai chiuso sullo scaffale.

Elisa Lai

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