Misery, Stephen King

Misera me, Misery tutti

Comincerò col dire che questo libro è stata una delle letture più stimolanti di tutto l’anno. E questo a dispetto della didascalia in copertina, secondo la quale avrei dovuto leggere “un capolavoro dell’horror, un incubo raccapricciante etc”. Non credo che mi sarei sentita stimolata o anche solo interessata se il buon King mi avesse propinato una roba simile.

Tutto ha inizio quando Paul Sheldon, scrittore celebre per aver dato vita alla saga di Misery, rimane coinvolto in un incidente stradale. Lo soccorre Annie Wilkes, la sua Ammiratrice Numero Uno, che ahimè lo riconosce ed, entusiasta, decide di portarselo a casa ed accudirlo come se fosse un pettirosso. E tutto andrebbe per il meglio – o almeno credo che tutto si sarebbe risolto bene – se a questo punto ad Annie non capitasse per le mani “Il figlio di Misery”, l’ultimo libro di Paul, l’ultimo della saga di Misery, quello in cui Misery – avvenimento alquanto urcoso – muore di parto.

Perché Misery muore? Sono cose che capitano, dice Paul, la gente muore, nella vita reale come nei libri. Ma Annie non è dello stesso avviso:

« Nel mio lavoro ho visto morire decine di persone, anzi, ne ho viste morire centinaia, a ben pensarci. Certe volte se ne vanno urlando e certe volte se ne vanno nel sonno, escono di scena come dici tu, certo. Ma i personaggi di una storia non possono uscirsene di scena! Dio ci prende quando Lui stabilisce che l’ora è giunta e uno scrittore è Dio per i personaggi della sua storia, lui li crea come Dio ha creato noi e nessuno può chiamare Dio in giudizio perché si giustifichi, sicuro, si capisce, ma quanto a Misery ho qualcosa da dirti, sporca burba, ti dirò che si dia il caso che Dio abbia un paio di gambe rotte e Dio si trovi in casa mia a mangiare il mio cibo… e… »

Annie ha ragione, ha tutte le ragioni del mondo. La morte di Misery non è stata un avvenimento casuale. La morte di Misery è stata la volontà del Dio-scrittore Paul Sheldon. Perché la verità è che Paul odia Misery. Paul odia Misery perché è un personaggio privo di spessore, Paul odia Misery perché tutti amano Misery, Paul odia Misery perché i critici e i lettori vedono solo Misery e ignorano la sua altra produzione, quella che lui considera seria, quella che Paul considera il suo lavoro vero. « Lui era Paul Sheldon e scriveva romanzi di due tipi, quelli che contano e i bestseller. »

Io capisco Paul. Lo capisco quando faccio leggere un racconto alla mamma e lei mi dice, “ma era tanto bello anche quello che hai scritto l’anno scorso”. I lettori non capiscono che “l’anno scorso” è il Demonio, “l’anno scorso” è un mostro che abbiamo già sconfitto, è il passato, è la vergogna da nascondere. Rispetto all’anno scorso noi ci siamo evoluti, la nostra scrittura ha subito dei cambiamenti decisivi. E quando questo non viene riconosciuto, scatta l’odio, per l’anno scorso e per i nostri lettori.

Ma capisco anche Annie, Annie a cui la vita pare una storia a puntate, Annie che non la fa finita solo perché c’è ancora un episodio da guardare e c’è ancora un libro di Misery da leggere. Misery rappresenta per Annie molto più di quanto rappresenti per Paul. E forse qualsiasi libro, un libro o un personaggio che sentiamo davvero vicini, possono essere più nostri di quanto lo siano per lo scrittore che li ha generati. Perché assumono dei valori che lui non gli aveva dato, e si riscrivono in noi che li leggiamo.

È a questo punto che Annie impone a Paul di resuscitare Misery. Dovrà resuscitarla in un altro libro, che scriverà chiuso in quella stanza della sua casa, sulla sedia a rotelle, con le gambe spezzate, drogato di codeina per sopportare il dolore, con una macchina da scrivere da cui manca la “n”.

E Paul scrive. Scrive la cosa migliore che abbia mai scritto. Il contributo di Annie è decisivo alla stesura di questo nuovo romanzo, perché Annie sarà pure una pazza, ma non è certo una stupida. Annie non conosce i meccanismi della letteratura, non sa cosa sia un deus ex machina, non sa che differenza ci sia tra “avere un’idea” e “farsi venire un’idea” e non sa distinguere un romanzo di spessore da un romanzo commerciale, ma è il meccanismo propulsore che sta dietro tutto il romanzo. “Il ritorno di Misery” permette a Paul di restare in vita, perché Annie non lo ucciderà finché non avrà saputo come va a finire la storia. Paul diventa quindi la Sherazade di Annie, come diventa Sherazade per se stesso. Perché se è vero che quel romanzo pospone la sua morte, è anche vero che Paul si sente già morto, non si sente più umano, non ha più una dignità.  Scrivere, ritornare a scrivere, è la sua unica salvezza, dimenticare la condizione presente e affogare il dolore altrove, sublimare quel dolore, cercare il buco nella pagina.

« Perché gli scrittori si ricordano tutto, Paul. Specialmente quello che fa male. Denuda uno scrittore, indicagli tutte le sue cicatrici e saprà raccontarti la storia di ciascuna di esse, anche della più piccola. E dalle più grandi avrai romanzi, non amnesie. Un briciolo di talento è un buon sostegno, se si vuol diventare scrittori, ma l’unico autentico requisito è la capacità di ricordare la storia di ciascuna cicatrice. L’arte consiste nella perseveranza del ricordo. »

Qualche cenno merita la figura di Annie, davvero incisiva e ben strutturata. Annie è affetta da gravi turbe psichiche, e King non ce ne fa mistero. Quanto queste turbe siano gravi, lo scopriremo nel corso della narrazione. Nella sua follia, Annie è guidata da una lucida filosofia di vita, che riassumeremo in tre assunti:

« Noi crediamo di sapere tante cose, mentre in realtà non ne sappiamo più di un topo in trappola… un topo con la schiena spezzata che crede di avere ancora voglia di vivere. […] Vado a prendere il fucile, Paul, che ne dici? Forse l’altro mondo è migliore di questo. Per i topi e anche per le persone… Non che ci sia una gran differenza fra i due. »

« Annie li aveva uccisi perché… “Perché erano topi in trappola”, bisbigliò. Poverini. Povere bestioline. Ma sicuro, così era andata. Secondo la visione del mondo di Annie, le persone che lo popolavano erano suddivise in tre gruppi: rompiscatole, povere bestioline… e Annie. »

« Il depresso si uccide. Lo psicotico, nutrito dalle tossine del proprio io, s’impone di dispensare piaceri a tutti coloro che gli sono vicini, e se li porta con sé. »

Lascio a voi trarre qualche considerazione.

È un grande dispiacere dover concludere questa recensione, ma se scrivessi di più poi nessuno la leggerebbe e non è a questo che servono le recensioni. In realtà il romanzo meriterebbe di essere analizzato molto più a fondo. Tutte le considerazioni sul mestiere dello scrittore, sulla creazione di un romanzo, sul rapporto amore-odio tra Paul ed Annie, il parallelismo tra Il ritorno di Misery e la segregazione di Paul, lo stile di King, che rompe con i canoni tradizionali. Vorrei scrivere un saggio, potrei scrivere un saggio. Ma non ora, non qui. Da sporca burba quale sono, ho già approfittato abbastanza del vostro tempo.

Chiara Pagliochini

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