Ehi, prof!, Frank McCourt

Titolo: Ehi, prof! 
Sottotitolo: I libri non sono oggetti. I libri hanno l’anima.

Caro Frank, è ormai la terza volta che ti scrivo, ti do del tu perché ti conosco da quando eri un moccioso e vivevi a Limerick, e anche se sei morto professore a New York, io ti ricordo così, come quell’infelice infante irlandese e cattolico.
Siccome ormai abbiamo la confidenza adatta, e non mi piacerebbe essere disonesta nei tuoi confronti, te lo devo dire, ho pianto per le prime trenta pagine di questo ultimo libro. Ho pianto per quell’ultimo, anche se stavi scrivendo della tua a dir poco verosimile esperienza con l’insegnamento; onestamente credo sia da pochi riuscire a far piangere per la commozione mentre si stanno raccontando degli episodi che farebbero ridere anche il mio tutor di privato che è sempre stizzito per via del fatto che non muoiono i docenti e non si becca la cattedra. Separarmi dalle tue parole è stata una scelta per me dolorosa, ma dovuta e di coraggio, di bisogno sopratutto, perché volevo sentirmi dire da te che nella vita bisogna farsi spazio, che della vita bisogna saper apprezzare con un sorriso anche quelle situazioni in cui uno ha voglia solo di rinchiudersi in un bunker e sperare che i Maya o chi per loro c’avesse visto bene.

Non te lo dico, anzi, sì te lo dico, a costo di essere banalmente ripetitiva o insulsa: darei tutto ciò che ho per poter tornare indietro nel tempo, iscrivermi al Liceo Stuyvesant di New York e assistere alle tue lezioni di scrittura creativa.
Non tanto per l’insegnamento della scrittura creativa, dato che non ne sapevi granché, quanto per l’insegnamento di vita che m’avresti detto facendomi vedere che a volte bisogna imparare a scherzarci su, anche quando fa più male. Sorrido ad uno schermo di computer a pensare a te in cattedra, sprovveduto, infilato a forza nel ruolo di insegnante, che cercavi più di apprendere che di insegnare, che non esaurivi mai la curiosità e leggevi come leggo io, Fitzgerald come se fosse un diamante, non uno semplice scrittore.

Forse son troppo di parte, forse dovrei scriverti due note di rimprovero sul fatto che bevessi troppo, e che predicassi bene e razzolassi male, ma tutto ciò che vedo tra le tue parole, che son l’unico elemento che ho per poterti conoscere, è un’anima bella innamorata della speranza. Un po’ come io non sono, un po’ come io vorrei essere.

Ho letto le ultime venti pagine con una lentezza quasi stoica, con una ripugnanza per la fine che mi addolorava passo passo, parola dopo parola perché sapevo che ogni parola era una in meno verso la conclusione delle tue memorie. In generale sono abbastanza pettegola, e quando scopro un autore nuovo la prima cosa che voglio sapere era se fosse sposato/poligamo/single, se avesse vissuto scandali e tutte le cose da classici rotocalchi rosa.
Ma la tua vita l’ho letta in queste tre puntate perché dalla prima riga della prima pagina delle Ceneri di Angela sapevo – anche se tu non lo sai -, che questi libri li avevi scritti per me, affinché io imparassi. E quindi, svestitami dei panni della pettegola, ho indossato quelli della sensibilità così che ogni tua singola parola mi ha trapassata da lato a lato lasciandomi un segno, un segno che fosse una risata della grossa viste certe cagate che hai combinato, un segno che fosse un insegnamento visto certe vite che hai vissuto, che fosse un sostegno, visto che mi sei più di quanto siano molti altri.

Siccome poi odio essere sentimentale, lo sono stata abbastanza, e voglio che tutti ti odino, così che nessuno compri i tuoi libri e si legga le cose che hai scritto a me, io ti saluto Frank.

…Grazie

Luana

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