Archivi del mese: ottobre 2011

Lord Jim, Joseph Conrad

Titolo: Lord Jim
Titolo originale: Lord Jim
Autore: Joseph Conrad
Edizione: Bur Classici
Anno di pubblicazione: 1900
Numero pagine: 432
-> Consigliato: sì

 

 

“Se n’era andato. La notte lo aveva inghiottito. Mi rimase negli occhi l’immagine di lui, di un uomo impacciato, sconfitto, finito. Era terribile. Udii il sordo cricchiare della ghiaia sotto le sue scarpe. Stava correndo. Stava correndo, vi dico, e non sapeva nemmeno lui dove era diretto. E non aveva ancora compiuto ventiquattro anni.”

Ho iniziato a leggere Lord Jim il giorno stesso in cui ho terminato Moby Dick e debbo dire che la linea di continuità tra i due romanzi continua ad apparirmi sorprendente. Entrambi romanzi di mare, entrambi universi maschili il cui valore fondante è la solidarietà tra uomini che esercitano la stessa professione, entrambi grandiose tragedie umane mascherate da libri d’avventura.
Il signor Joseph Conrad scrisse questo romanzo tra il settembre del 1899 e il luglio del 1900. Sulla stessa scrivania, sotto il cerchio opaco dalla lampada, giaceva un altro suo libretto, forse il più famoso, forse uno tra i più grandi della modernità. Lord Jim e Cuore di tenebra sono fratelli di sangue, nati sulla stessa scrivania e nelle stesse ore dalla mente di quello strano uomo approdato alla scrittura dopo una lunga vita piena d’avventure. Il mare, le lussureggianti foreste vergini, i corpi seminudi degli indigeni sono una parte così originale della sua produzione che quasi quasi viene l’istinto di accostarlo ai romanzieri americani, piuttosto che alla pacata narrativa europea. Ma Conrad americano non era e non era neanche inglese, sebbene sia l’inglese la lingua in cui scrive. Conrad era polacco e l’inglese era la sua terza lingua dopo polacco e francese. Il che è esattamente la stessa cosa che pretendere che io scriva un libro in russo.
Il nodo centrale di Lord Jim è molto semplice e sintetizzabile in 3 domande:
– Chi è Jim?
– Perché si comporta così?
– È possibile capire chi Jim sia e perché si comporti così?

Chi è Jim?

– Come si chiama? Jim! Jim! È un nome che, così da solo, non significa proprio nulla.
– Qui lo chiamano Tuan Jim, – disse Cornelius con disprezzo. – Sarebbe come a dire: Lord Jim.

Jim è un ragazzo che non ha ancora compiuto ventiquattro anni. Figlio di un rispettabile pastore inglese, ha scelto di condurre una vita di mare, per inseguire i propri sogni di grandezza. Il suo animo è intriso di ogni valore positivo che voi vogliate concedergli: è coraggioso, è generoso, vorrebbe diventare capitano e guidare la propria nave in oneste imprese, essere un modello, essere rispettato e amato dal proprio equipaggio. Disprezza ogni individuo ignobile che il Fato mette sul suo cammino, ama con altrettanto fervore le anime grandi. È ingenuo, è avventato, di facili innamoramenti e facili timori, ma cerca di mantenersi saldo, perché sa che solo con l’esercizio della costanza e del dovere potrà raggiungere i propri obiettivi. È gentile d’aspetto, è vigoroso, è intelligente. È la persona migliore cui possiate pensare e, contrariamente alle nostre aspettative di lettore, la sua perfezione non lo rende antipatico neanche un po’. Jim è semplicemente la cosa migliore che si possa essere alla sua età, gode del rispetto e dell’ammirazione di ogni persona che venga a contatto con lui, è la giovinezza alla massima potenza.
Ma poi Jim cade. Nella sua corazza di invulnerabilità si apre una piccola crepa, e Jim commette qualcosa che non riuscirà mai a perdonarsi. Nel momento del pericolo, sopraffatto dalla forza della propria immaginazione, che lo spinge a concepire indicibili orrori, Jim abbandona al loro destino la propria nave e gli uomini posti sotto la sua protezione. Jim salta dalla nave. È perduto per sempre.

Perché Jim si comporta così?

“C’era della solennità, nelle sue parole, ma anche una sfumatura di ridicolo; poiché sempre appaiono solenni e ad un tempo ridicole le lotte intime di un individuo che cerchi di salvare dal fuoco l’idea che egli si è fatto della propria identità morale.”

È proprio a questo punto della vicenda che noi incrociamo gli occhi di Jim per la prima volta, quegli occhi blu di una profondità insondabile. Jim è posto sotto processo per l’atto di aver abbandonato la nave alla deriva. I suoi compagni di fuga si sono dileguati. La nave, che sembrava sul punto di affondare, è rimasta miracolosamente a galla ed è stata rimorchiata incolume dopo qualche giorno. Ora tutte le Indie Orientali sanno dell’atto ignobile compiuto dal nostro così caro ragazzo.
Lo sa anche Marlow, solido e navigato capitano, ed è attraverso gli occhi di Marlow che noi guardiamo Jim. Marlow, per chi non lo sapesse, è lo stesso simpatico narratore di Cuore di tenebra, che giaceva sulla stessa scrivania giusto un po’ più a destra. Al nostro Marlow non manca una certa dose di auto-ironia, tanto che si sente portato ad esclamare:

“Credo proprio, cari amici, che ognuno abbia il suo angelo custode, se mi concedete che ognuno ha pure il suo demone familiare. […] È proprio qui, vicino a me, e, poiché è maligno, non si lascia sfuggire occasione per mettermi in mezzo a quel genere di cose. Quali cose? chiederete voi. Quel genere di cose, quel cumulo di circostanze che per vie traverse, inattese, veramente diaboliche, mi fa sempre imbattere in uomini affranti, sfiniti, vinti, per Giove!, che subito, non appena mi vedono, si credono in dovere di sciogliere la lingua e farmi le loro infernali confidenze.”

Come si può non comprendere il povero Marlow, anima semplice e generosa, cui nel giro di pochi anni sono capitati a portata d’orecchio due tipetti destabilizzanti come Kurtz e Jim? A me fa tutto sommato tenerezza.
Ma c’è anche da dire che Marlow in un certo senso se le cerca, un po’ per curiosità morbosa di quel “cuore di tenebra” che muove le azioni umane, un po’ perché pensa che indagare quel cuore di tenebra sia come tenere in mano le chiavi di un forziere e che dentro quel forziere sia contenuta una preziosa verità. Marlow non guarda a Kurtz e a Jim soltanto come individui, ma soprattutto come simboli, e sta qui il suo demone personale. Marlow vuole rispondere a una domanda, la stessa che l’uomo si pone dai tempi di Sofocle, dai tempi di Shakespeare. Esiste un ordine precostituito delle cose? L’uomo organizza la sua esistenza entro una serie di regole e di istituzioni. C’è il re, c’è il codice della marina. Questi ordini sono solidi ed immutabili. Ma cosa succede quando un uomo, un singolo, li mette in crisi? Quando un uomo come Macbeth uccide il re, quando un uomo come Jim salta dalla nave? Vuole forse dire che questi sistemi non sono poi così sacri? Vuol dire che non esiste un codice morale? Vuol dire che non si deve rispondere ad altro che alle leggi della propria anima e del proprio cuore? E dove la legge morale imposta coincide con la legge morale dell’individuo?

Marlow rimane molto colpito dalla giovinezza e dalla grandezza d’animo di Jim. Ne rimane colpito al punto di volerlo studiare. Ne rimane colpito al punto di volerlo aiutare. “Io ero il solo diaframma fra lui e il cupo oceano”, ci dice.
Marlow aiuterà Jim materialmente, ma soprattutto gli offrirà infinite occasioni di riscatto, perché Jim necessita di infinite occasioni in cui esercitare la sua grandezza morale, infinite occasioni onorevoli che cancellino dalla sua coscienza quell’unica azione disonorevole. Jim non riesce a perdonarsi, non riesce ad accettare di aver rinnegato con una sola azione il sogno di una vita, non riesce a guardare negli occhi le persone sapendo che essi sanno quale è stato il suo peccato. Ogni sguardo lo intende come uno sguardo di rimprovero. Ogni parola lasciata cadere come una sferzata per la sua viltà. Ogni mano che si tende per stringere la sua la sente tentennare come se fosse disgustata. Jim è come uno che abbia un cartellino appeso in fronte, un cartellino che assomiglia alla A scarlatta del romanzo omonimo, ma non la A ricamata di Hester, bensì quella marchiata a viva carne su Arthur Dimmesdale. Marlow intuisce che c’è un solo modo per aiutarlo. Mandarlo lontano, lontano, mandare Jim lontano dove nessuno lo conosca, dove nessuno sappia che cos’è essere uomini d’onore e cosa sia la moralità per gli uomini bianchi. Ed è così che Jim finisce a Patusan, un’isoletta della Malesia, tra i selvaggi (vi ricorda qualcosa?). Jim finisce in un luogo che più in basso di così non si può cadere. Si può soltanto risalire. E tornare a brillare di quella giovinezza rapinosa che è la sua forza.

È possibile capire chi Jim sia e perché si comporti così?

Per aiutare Jim, Marlow si fa a sua volta aiutare da un amico di vecchia data, Stein, commerciante tedesco e collezionista di farfalle. Marlow si reca da Stein per avere consiglio riguardo al caso di Jim e la loro conversazione esordisce così:

– Ho appena finito di descrivere questo rarissimo esemplare… Bah! E lei, che novità mi racconta?
– A dire il vero, Stein, sono qui proprio per descriverle un esemplare almeno altrettanto raro…
– Una farfalla?
– Oh! Nulla di altrettanto perfetto. Si tratta di un uomo!
– Ach, so! – mormorò Stein, mentre il sorriso gli si spegneva lentamente sulle labbra. Poi, dopo avermi fissato in silenzio per qualche istante, disse con lentezza: – Ebbene, sono un uomo anch’io, dopotutto.

Credo che Stein sia la vera voce filosofica del romanzo, e credo anche che sia un po’ Shakespeare, un piccolo Shakespeare delle Indie Orientali che colleziona farfalle. È Stein a diagnosticare con precisione la malattia di Jim:“Comprendo perfettamente. – disse. – è un romantico.”
Ma come si cura un romantico? Sappiamo curare la febbre, sappiamo curare il morbillo. Ma chi è malato dei propri sogni, come si cura? Stein accosta Jim ad Amleto (e noi scopriremo più tardi che tra gli oggetti di Jim c’è una collezione delle opere complete di Shakespeare). Ma se il problema di Amleto era “essere o non essere?”, il problema di Jim è invece “come essere?”. Non c’è niente da fare, sostiene Stein. Non ci si cura dai propri sogni, tutto ciò che si può fare è cedere all’elemento distruggitore. “Un uomo che si lascia afferrare dai vortici di un sogno è come un uomo che cada in mare. Se cerca di risalire alla superficie lottando contro l’elemento che lo tiene prigioniero, come fa la gente inesperta, affoga, nicht wahr! No, no! Non così si deve fare! Ci si può salvare soltanto sottomettendoci all’elemento stesso, accettandone la legge…” “Bisogna affidarsi all’elemento distruggitore. Questa è l’unica via… Seguire il sogno… abbandonarsi al sogno… e ancora seguirlo… ewig… usque ad finem”.
Insieme Marlow e Stein converranno di spedire Jim a Patusan, il più lontano avamposto della civiltà, in qualità di agente commerciale. E qui comincia la seconda parte della sua storia.

A Patusan Jim riesce finalmente a mettere in atto tutto ciò che la sua anima era in potenza. Jim viene accolto come una sorta di divinità e di capo tra i selvaggi, salvandoli dallo strapotere del rajah e dei predoni, tanto da guadagnarsi l’appellativo di Lord. A Patusan nessuno lo conosce, nessuno può rimproverargli nulla. Là la sua parola è legge, ma sempre egli agisce per il bene di quella gente, che da subito diventa la sua gente. Jim non è Kurtz, non ha l’animo del colonialista, non accetterebbe mai sacrifici umani. Jim è proprio un bravo ragazzo. “Egli è uno di noi”, non si stanca di ripetere Marlow.
A Patusan Jim troverà anche l’amore di Gioia, giovane e fragile donna di sangue misto, che egli considera come il suo gioiello, tanto che nelle terre lontane si parla di lui come di un uomo che abbia trovato un grande tesoro, forse una grossa pietra verde, che porta sempre sepolta nel petto.
La vita di gloria, di avventura, di coraggio, la vita di romanzo che Jim da sempre sognava è finalmente la sua vita. Ma non per molto.

Tre anni dura il Paradiso per Jim, tre anni durante i quali nessun uomo bianco viene a turbare la sua pace e a riportargli davanti agli occhi fantasmi che egli crede di essersi lasciato alle spalle. Ma poi l’uomo bianco torna a disturbarlo, a rinfacciargli di nuovo quel crimine di gioventù che Jim ancora non si perdona. Arriva sotto le spoglie di Brown il Gentiluomo, un pirata, un assassino, il peggiore della sua specie. I due avversari si confrontano sulle due sponde di un fiume , “separati soltanto da uno stretto rio fangoso ma ognuno al polo opposto di quella concezione della vita che abbraccia tutto il genere umano”.
Brown è approdato a Patusan per caso con la sua masnada di disperati, per depredare l’isola e mettere qualcosa sotto i denti, ma gli indigeni, ormai forti del coraggio infuso loro da Jim, hanno respinto il suo attacco, costringendolo a riparare su un’improvvisata collinetta fortificata. Brown guarda negli occhi quell’uomo bianco, quell’anima bianca che è Jim, e lo disprezza, perché non lo capisce. Non capisce cosa l’abbia spinto ad arrivare fin laggiù, ma intuisce che dentro di lui deve pur esserci una zona buia. E fa leva sulla sua percezione per avere la meglio.
Di fronte alle insinuazioni di Brown tutte le certezze conquistate da Jim capitolano. Di fronte a una frase come questa, e per giunta pronunciata da un pirata e un assassino, è facile capire come Jim si senta morire: “Non sono di quelli che si sottraggono alle proprie responsabilità, io. Io e i miei uomini siamo tutti nella stessa barca e se devo affondare… ebbene! Voglio affondare con loro! Non sono tipo io da lasciarli così nei pasticci”.
Tutto sembrava finito, e invece niente è finito. E Jim ha di fronte un’altra occasione di tentennamento. Cosa farà, stavolta? Salterà ancora? O rimarrà saldo sulla tolda della nave, fedele alla propria natura e ai propri sogni?

Lord Jim è un grande romanzo perché è un romanzo che non offre risposte. Né Marlow né Gioia né Stein né Brown sanno capire Jim, non fino in fondo, perché nessuno capisce nessuno, e “nessun uomo è un’isola” è una favoletta per balordi. Jim è un’isola in un arcipelago di isole tutte con le proprie complessità, i propri sogni, i propri rimorsi. Capirsi è impossibile. Si può solo raccontare la verità parziale che si è intuita, e Marlow,Gioia, Stein, Brown, mille altri personaggi fanno questo. Chi è Jim? Un pazzo! Un romantico! Un vile! Un egoista! Un traditore!
Jim è un uomo, è un ragazzo, è “uno di noi”.

 

Chiara Pagliochini


Bookcrossing!

In ogni casa, inutile negarlo, c’è un angolo dove rimangono i libri dimenticati, quelli letti ma poco amati. Questa proposta parte dal presupposto che, essendo le persone tutte diverse, quelli stessi libri che ci hanno entusiasmato poco, possano essere per altri fonte di magia e emozioni nuove.
L’idea è dunque quella di dare in adozione i libri meno amati, e addottare i libri altrui.
In sostanza, si tratta del tanto discusso bookcrossing, lo scambio di libri utile per il cervello, il cuore e il portafoglio.
Ovviamente ci sono delle regole da seguire per far si che tutti possano usufruirne nel migliore dei modi;

  1.  è un libero scambio, non un mercatino. I libri non sono in vendita, sono adottabili, quindi le uniche spese da sostenere per l’ adozione sono quelle (eventuali) di spedizione;
  2.  i libri adottabili sono buoni libri, tenuti in buone condizioni a cui si vuole regalare un altra vita, non dei brandelli di carta muffita pronti per il macero. Pertanto ogni libro adottabile     dovrà essere provvisto di foto,  informazioni essenziali(autore, genere, due parole sulla storia) e note su eventuali difetti;
  3. non esistono limitazioni di genere;
  4. per poter adottare un libro, bisogna avere dei libri da dare in adozione. Questo per evitare i ” furbi ” di turno che,purtroppo, esistono sempre;
  5. ogni libro adottabile sarà inserito nella cartella apposita del gruppo ” un buon libro, un ottimo amico ”, e la richiesta di adozione verrà fatta dal richiedente al proprietario del libro privatamente;
  6. non appena il libro verrà adottato, il fatto dovrà essere segnalato sotto la foto del libro, così da evitare confusioni;
  7.  in caso di adozione a distanza ( ad esempio, il proprietario a Sassari e il richiedente di Verona) l’ ex-proprietario si premurerà di spedire il pacco, e il nuovo proprietario di pagare le spese;
  8.  l’ adozione di un libro è un metodo per contrastare il costo della carta stampata: si salvaguardia l’ ambiente, il portafoglio, e si fa felici se stessi e gli altri!
  9. sarebbe veramente il massimo, aggiungere al libro adottato un piccolo pensiero personale, magari l’ indicazione di un altro libro che vi è piaciuto molto, potrebbe lasciare un segno anche su qualcun’ altro!
Arianna Madrau

Esempio di libri che aspettano di essere adottati;

Post Scriptum:

Per qualsiasi informazione riguardante l’iniziativa scrivete a arianna.madrau@facebook.com
Mentre, per aggiungere le vostre foto all’album ‘Vorrei dare in adozione’ che verrà appositamente creato su ‘Un buon libro, un ottimo amico’ scrivete a luana_cau@hotmail.it allegando le foto e la descrizione dei libri

 


La porta, Magda Szabó

Titolo: La porta
Titolo originale: Az ajtó
Autrice: Magda Szabó
Data di pubblicazione: 1987
Edizione: Einaudi
Numero pagine: 252
Costo: 11€
-> Consigliato:  Assolutamente sì

 

Quando l’umanità andrà a spasso tra le stelle, nessuno ricorderà più quel pianeta lontano, quel barbaro asilo infantile dove abbiamo combattuto così tante misere battaglie, pubbliche e private, per conquistare una tazza di cioccolata, ma anche allora sarà impossibile accomodare il destino degli esseri umani che non trovano posto nella vita degli altri.

Sicuramente avrete preso fra le mani questo libro attratti dalla trama vagamente misteriosa annunciata dalla quarta di copertina: una scrittrice, la sua donna delle pulizie scontrosa e instancabile che non lascia varcare la porta di casa sua a nessuno, un mistero da scoprire. Ingredienti appetitosi. Il titolo aggiunge enfasi all’ignoto: la porta, quella precisa e specifica porta che nasconde chissà quale segreto, non una a caso fra l’infinita stirpe delle porte, una speciale, distinguibile dalle altre relegate nel cimitero dell’ordinario. I capitoli vi accompagneranno lungo il tragitto verso quel mistero, e voi continuerete a osservare gli eventi con occhio rapito ma non potrete fare a meno di continuare a fissare lo sguardo su quella porta, come se fosse il centro dell’universo, semplicemente perché nasconde qualcosa, e attende di essere aperta, spiata, di rivelarsi in un sussurro e poi svanire con la chiusura del libro. Sazi, conoscerete finalmente il segreto e potrete continuare felici la vostra esistenza facendo i preziosi con chi ancora il libro non l’ha letto e vi chiede indizi, come chi ha già visto un film e ne conosce tutti i colpi di scena.
Scordatevi una lettura di così lieve impatto. Dietro quella porta c’è un’ascia, ed è rivolta contro di voi.

La porta di Emerenc non è solo la sua porta. Vi accorgerete con il cuore a pezzi che quel pezzo di legno speciale non è altro che l’uscio di tutti coloro che passeggiano sulla terra accanto a voi, che siano oggetto dei vostri pensieri quotidiani o meno. Tutti noi abbiamo una porta personale: bella, rispettabile, deteriorata, rosa dai tarli. Lasciamo varcare la soglia solo a chi riteniamo degno della nostra considerazione oppure a chiunque possa consegnarci un po’ di attenzione, perché la solitudine si deposita rapidamente sui mobili, e tenere ordine all’interno è un compito gravoso per sbrigarsela da soli. A volte l’ingresso degli estranei avrà un effetto benefico, altre volte devasterà il vostro nido come il più potente dei terremoti. Altre volte sarete voi a varcare l’uscio altrui, osserverete con sdegno qualche rotolo di polvere in bella vista o ammirerete lo splendore della pianta sul davanzale, quella che voi non riuscite mai a tenere in vita a casa vostra.

Questo libro vi dà la possibilità di vivere le vostre relazioni con gli altri con un occhio più consapevole. E di vergognarvi di voi stessi, anche se la vostra faccia – o porta, che sia – è riconosciuta dal mondo intero come rispettabile e ammirevole. E’ come un galateo che spunta dalla vostra borsa dopo che avete visitato l’ultima casa, e vi mostra con disappunto che siete stati inopportuni e selvaggi come vandali in terra straniera. Emerenc è quella che si definirebbe una vecchia bisbetica, solo una vecchia, e probabilmente ne avrete individuate diverse nel corso delle vostre passeggiate per le strade del mondo. Dopo aver letto questo libro non riuscirete ad usare l’articolo indeterminativo in modo così indiscriminato. Che la grammatica si metta l’anima in pace. La porta di Emerenc è quella che fino a poco tempo fa avreste definito UNA porta e bollato con un “mah, niente di speciale” prima di immergervi nuovamente nella vostra vita, nei vostri affari, all’insegna del “che me n’importa”. Dopo Emerenc, non potrete più farlo, perché il sogno che tormenta Magda sarà il vostro, e il viso della vecchia vi si parerà davanti ogni volta che cercherete di porre l’inutile davanti all’essenziale, semplicemente perché l’inutile vi riguarda e l’essenziale comporta una spesa di energie, tempo, vita per qualcun’altro, chiunque esso sia.
O, per lo meno, il suo viso vi si parerà davanti finché la filosofia del “chi me lo fa fare” non ritornerà roboante nella vostra vita, e non tornerete inconsapevolmente sui passi di Magda, di Sutu, di tutti quelli che sono troppo occupati a vivere i propri sogni e sopravvivere per tendere una mano a chi, sfortunatamente, resta indietro.

Elisa Lai


Neve, Orhan Pamuk

Titolo: Neve
Titolo originale: Kar
Autore: Orhan Pamuk
Edizione: Einaudi
Numero pagine: 468
-> Consigliato: sì 

 

Se pensate a come si dice neve in arabo, Kar, capire perché Pamuk abbia ambientato questo romanzo a Kars non vi verrà affatto difficile. Come la neve che scende imperterrita e blocca le strade di Kars, città al confine della
Turchia, ma in realtà, se vogliamo, ai confini del mondo,così i pregiudizi corrodono il pensiero dell’uomo bloccando il processo.

Se poi a Pamuk quest’assonanza Kar-Kars manco gli era venuta in mente, mi scuso solennemente col premio Nobel, ma prendo comunque le mosse da questa mia idea associativa per spiegarvi cosa sia stataper me questa lettura di esperienza.
Ho visto lo chador in molte parti dell’Europa, ho visto il burka sopratutto per le strade dell’Egitto, ma ho visto anche
‘su muccaloru’ nelle teste delle donne sarde dei paesi dell’interno, ma non solo.

Quando si è iniziato a parlare di ‘chador’, di ‘velo’ nelle scuole, tutti sembravano avere un’opinione, tutti sembravano volerla dire, o meglio urlare, perché il canone
di voce obbligatorio delle faziose conversazioni talk-show sembra ormai diventato quello delle urla, eppure nessuno ha chiesto mai alle dirette interessate.
Ora, lasciando da parte le donne sarde che a me hanno sempre fatto apparire lo chador un dato abbastanza irrilevante per via dell’abitudine, se prendiamo in considerazione le donne turche che coprono la testa, che coprono i capelli, in particolare le donne turche di Kars che si suicidavano perché da Ataturk veniva il divieto dell’utilizzo del velo nelle scuole e in luogo pubblico, dobbiamo aprire gli occhi ad un dato rilevante:
che mai nessuna donna col velo di Kars è mai stata interpellata sull’argomento. Ne hanno parlato persino le parlamentari italiane, e con ciò ho detto tutto. Ma le donne di Kars non ne hanno parlato, e non perché morte eh, ma perché nemmeno quando erano in vita nessuno mai si è preso la briga di interpellarle.

Il nostro problema, con nostro intendo ‘di noi occidentali’ è quello di filtrare qualsiasi prospettiva ci venga proposta con il prisma occidentale, che ha dato per scontato la propria superiorità e l’altrui inferiorità.
Se leggete ‘Neve’ vi troverete ad essere uno schifo perché purtroppo sarete Ka, volenti o nolenti, sarete il borghese occidentale, anche se nel suo caso esiste l’aggravante della provenienza turca, e valuterete tutto ciò che di orientale e islamico accade etichettandolo come ‘sbagliato’. E se per una volta ci mettessimo dall’altra parte dello specchio? Non per dare un assenso che non sia nato da vera condivisione di idee, ma semplicemente per dare uno sguardo libero da viste che i millenni hanno fatto per noi e da cui non siamo in grado di disfarci?
Io sono contraria al velo che copra integralmente i connotati visuali di una persona per motivi di semplice ordine pubblico,
ma perché invece gli orientali non potrebbero essere giustamente contrari alle Veline che vanno in tv a far vedere tette e culi che vengono poi emulate da ragazzine che per soldi si fanno profanare nei giardinetti della scuola così da poter comprare le Hogan, l’i-phone o il BlackBerry?

Insomma, sono abbastanza arrabbiata. Non con voi eh, e nemmeno con Pamuk, che scrive da Dio. Sono arrabbiata abbastanza con me stessa per essere sempre stata così occidentale, e così poco intelligente nel valutare situazioni che accadevano sia nella nostra cara Europa sia in quell’Oriente delle Mille e una guerra.
Al di là dello stile, della trama, dell’amore, della poesia, dell’intreccio, della sapienza di un autore con i controcoglioni,scusate l’immagine poco pudica, ma era quella più efficace, il motivo per cui voglio consigliarvi Pamuk è il seguente:
perché vi insegna a ragionare.
Se prima prendevate una mela in mano e iniziavate a mangiare da un lato qualsiasi, dopo Pamuk valutate la mela per capire bene da dove iniziare a mangiare con maggior rendimento del frutto.
Va bene la metafora faceva schifo, ma era solo per trasmettervi ciò che è stato per me Pamuk.
Pamuk per me è stato una nuova finestra sull’Oriente, ma anche una finestra sulla necessità che ho di imparare bene e meglio
di qualsiasi cosa io voglia parlare, prima di dire baggianate becere, occidentali e superflue.

Insomma, dopo la mia recensione dubito che comprerete ‘Neve’, per fortuna Pamuk ha agenti letterari che lo sanno pubblicizzare meglio di me, di una cosa son sicura, che avete capito che sono arrabbiata, ma magari è solo per il ciclo.
A presto Orhan, e grazie per gli insegnamenti (e per l’arrabbiatura, che magari è solo per il ciclo, bho).


Trilogia della frontiera, Cormac McCarthy

Titolo:  Trilogia della frontiera
Titolo originale: The border trilogy
Autore:  Cormac McCarthy
Data di pubblicazione: 1994
Edizione: Einaudi Tascabili
Numero pagine: 374
Costo: 12.00 €
-> Consigliato: Sì.

So già in partenza che questo articolo sarà troppo di parte. Amare o non amare un libro è un fattore soggettivo, ma succede anche di non amare libri che reputiamo comunque opere di grande valore. Bene, direi che si può anche cominciare. Mettetevi comodi, magari con una cioccolata calda e fumante davanti a voi, perché sarà un viaggio piuttosto lungo. Spero di introdurvi  delicatamente. Spero che di raccontarvelo come è giusto che vada raccontato.

 

Dubito possa servire a qualcosa premettere che McCarthy è considerato da gran parte della critica il più grande scrittore americano vivente. Sopra a Roth, De Lillo e Thomas Pynchon. Non avendo io letto gli altri tre, non posso fare un paragone. Passiamo quindi ai fatti. McCarthy è nato nel ’33, vive isolato a El Paso (un po’ alla Salinger, ma anche il collega Pynchon non scherza con la privacy) e ha una moglie e un figlio di pochi anni, John. I giornalisti vengono invitati a giocare a biliardo, ma nessuna intervista viene mai concessa. È uno scrittore d’altri tempi, il nostro Cormac. Scrive con un inglese del ‘600, prosa densa e lapidaria e uso sconcertante delle metafore. Se si pensa che un anno l’Accademia Svedese ha dato il Nobel a Dario Fo, allora c’è da sghignazzare. Niente contro Fo, solo che il Nobel per la letteratura dev’essere un Nobel per la letteratura. Non per qualcos’altro. E McCarthy è uno scrittore che, ancora in vita, viene già annoverato fra i classici.

 

La Trilogia della Frontiera è la sua opera di cui intendo parlare. Composta da Cavalli selvaggi, Oltre il confine e Città della pianuraè sicuramente uno di quei tentativi tipici dell’uomo nella sua arroganza di rendersi immortale con le parole. L’unica differenza è che McCarthy non aveva affatto quest’intenzione. Lui s’è messo lì e ha pensato la sua storia e poi l’ha scritta. E ringraziamolo all’infinito per averlo fatto.

 

Cavalli selvaggi è il libro più giovane. Non solo in senso cronologico, ma in senso letterale. Non è un libro immaturo, ma non c’è la consapevolezza degli ultimi due. È un libro selvaggio, anche se il titolo originale è All the pretty horses. È un romanzo dove la natura esplode ad ogni riga, dove i personaggi sono costretti a combattere con la natura e al tempo stesso farsela amica. È il romanzo dell’amore, dell’ingiustizia e dell’incomprensione del Messico come paese a sé stante, diverso da tutto il mondo. Ma anche romanzo della crescita, della maturazione, dei sensi di colpa. Ed è importante per capire fino a che punto il protagonista, John Grady Cole, potrà spingersi. Perché noi lo ritroveremo nell’ultimo romanzo e non sapremo quale sarà il punto di non ritorno, consci però che dovrà esserci per forza. A un certo punto del libro, un personaggio dice che il Messico è diverso. Che il Messico non è come l’America. È un tema molto ricorrente nei tre libri. Il Messico è un mondo a parte, affascinante e pericoloso, un mondo pulsante e vivo che attira coloro che vogliono ripartire da zero. Fare tabula rasa. Tracciare una riga nel passato. Ma John Grady la riga non l’ha tracciata abbastanza spessa. Il bello di McCarthy è che lui non ci dice mai i pensieri dei personaggi. È una cosa io per esempio non riesco a evitare quando scrivo. Lui invece lo fa tranquillamente. Traspare tutto dai dialoghi e dai gesti, anche da un “sì” o un “no” e il più piccolo movimento. Questo significa saper usare le parole. Ogni pagina sembra una pennellata che colora la storia di un fascino indiscutibile, oscuro, misterioso. Le pagine sulle cavalcate notturne di John e Alejandra sono pura poesia, altissima letteratura, e c’è poco altro da dire. Così come il tragico destino di Blevins, si potrà capire il valore dell’adolescenza negli aspetti più drammatici.

 

Oltre il confine è il mio preferito. Parlarne non è facile. È immenso, e si potrebbe finire qui. La prima parte racconta di un gioco di sguardi tra un ragazzo e una lupa, un gioco di sguardi che dura decine di pagine e lascia senza fiato. Forse le più belle pagine mai scritte sul rapporto uomo-natura. E anche le più tristi. Il fatto è che McCarthy proprio non fa sconti. Non ti viene mai da pensare: ora al protagonista andrà bene, ora sarà felice perché se lo merita. La vita non è così. E questi libri sono la vita e la storia di tutti noi, come fossimo un unico organismo. Oltre il confine ha il potere di farti sentire affine a tutta l’umanità. Affine al tuo nemico, affine a chi abita dall’altra parte del globo. Nella seconda, nella terza e nella quarta parte del romanzo, Billy Parham intraprende un viaggio che lo porterà ad attraversare il confine tra America e Messico ben tre volte, per tre ragioni diverse. E come dirà nell’ultimo libro della trilogia, nessuna delle tre volte è tornato con quello che cercava quando è partito. Perché il Messico è diverso. Tragico e senza speranza, ricco di racconti nel racconto e di testimonianze di vita da parte di gente vecchia, stanca, ma pur sempre disponibile ad accogliere qualcuno in casa e dargli da mangiare nonostante si viva di stenti. Perché, ci tocca dirlo ancora una volta, il Messico è diverso. In Oltre il confine la natura è ancora più viva, più presente, ma non per questo meno spietata; anzi, probabilmente lo è ancora di più. E la drammaticità delle scelte dei personaggi si riversa completamente sulle loro sorti. Un libro dove la luce non c’è, dove non c’è mai stata. Perché basta un attimo per cambiare la vita di Billy quando il ragazzo realizza di aver catturato una lupa. Dovrebbe spararle o andare ad avvisa il padre. E invece la libera e decide di riportarla al suo paese d’origine. Una scelta definitiva. E McCarthy ci dice, più o meno a pagina trenta: “non avrebbe più rivisto i suoi genitori”. Ci fa chiedere se noi abbiamo mai provato a cambiare la nostra vita.

 

Città della pianura ha una struttura diversa, ma era lo scopo di McCarthy scriverlo come l’ha scritto. Molto dialogato, molto statico per buona parte della narrazione. John Grady Cole e Billy Parham lavorano nello stesso ranch e ascoltano sotto le stelle i racconti dei vecchi tempi. In questi racconti la ricorrenza è che in Messico nessuno aveva niente, nessuno aveva mai avuto niente e mai avrebbe avuto qualcosa, ma, anche così, la sola possibilità che ti chiudessero la porta in faccia era impensabile. Ed èin Messico, che John Grady s’innamora per la seconda volta. L’amore lo porterà al limite, fino a scontrarsi col protettore di lei, Eduardo, in un duello epico ed emblematico, manifesto di un paese che se non ci sei nato, non lo puoi capire. Perché quando senti per la prima volta una canzone messicana pensi di aver capito tutto, quando ne hai sentite più di cento ti rendi conto di non aver capito niente, fosse anche la stessa canzone ripetuta per cento volte. Ho ritrovato Billy, ho ritrovato il suo carattere protettivo, sincero, affettuoso. E il finale mi ha devastato proprio per questo. McCarthy se ne frega dell’opinione di coloro che leggeranno ciò che scrive. E ciò che scrive è verità pura e semplice. Non c’è altro. Tu vieni messo di fronte a parole che non sono parole ma pugni nello stomaco. Vieni messo di fronte a tragedie umane di portata inarrivabile. Per questo mi sono ritrovato a piangere in classe, alla fine. Perché non ce la facevo. Non ce la facevo a sopportare tutto quel dolore, tutta quella tristezza. È deprimente. Ma è anche bellissima.

 

La Trilogia presa nel suo insieme è maestosa, imponente. È capace di farti credere che nient’altro possa superarla in grandezza. Io sono sempre pronto a essere smentito, ma qualcosa mi dice che non sarà così. McCarthy ha fatto centro. Ha raccontato la vita dell’uomo e l’ha racchiusa in tante storie che alla fine sono un’unica storia. La stessa, identica storia per tutti noi. È come se avesse detto «Io ho scritto questa cosa e ve l’ho fatta leggere, ma state attenti che sto parlando non solo del Messico e dell’America degli anni ’40 e ’50. Sto parlando anche di voi. Soprattutto di voi».

 

Marco Tamborrino 


Come un romanzo, Daniel Pennac

Titolo:  Come un romanzo
Titolo originale: Comme un roman
Autore:  Daniel Pennac
Data di pubblicazione: 1992
Edizione: Universale Economica Feltrinelli
Numero pagine: 139
Costo: 6.5€
-> Consigliato: Sì!

Se alla domanda ‘perché vorresti suggerire ad altri di leggere’, come me, non avete idea di cosa rispondere e piazzate un muso similbaccalà leggete Come un romanzo .
E, se alla domanda ‘perché a 20 anni, prima di uscire il Sabato sera, stai a casa a divorare nel senso letterale del termine pagine e pagine di lettura’ sino ad ora non avevo saputo rispondere concretamente, adesso so rispondere dicendo così Come un romanzo .
Si tratta di un misterioso oggetto blu con scritte gialle, lungo 139 pagine, pochine, il tanto giusto da innamorarsene, che assume il nome di libro e che, se mi guardo intorno e perlustro con lo sguardo gli oggetti di questa stanza, rappresenta il regalo più bello che potrei fare ad una persona che amo.
Ad una persona che amo, io vorrei insegnare ad amare la lettura, non obbligare ad amare la lettura, almeno provare ad insegnarglielo con la pazienza, il gusto, la caparbietà, magari a volte anche un po’ la sbruffoneria che una lettrice che su 20 anni, legge ormai da 15 anni ha un po’ il diritto e il dovere di avere.
Insomma, ho sempre pensato queste cose, ma non le avevo mai pensate lucidamente come Pennac mi ha insegnato, e mi viene da chiedermi perché accidenti non ci siano più professori come lui e meno professori di quelli che leggono un libro perché ci si devono laureare sopra e insegnano un libro perché devono rispettare il programma.
Se sto scrivendo un commento ad un libro a mezzanotte di Sabato sera poco prima di uscire non è perché sono secchiona, e nemmeno perché sono matta, o antisociale o chissà qual altra malformazione spiritica si immagina possano avere i lettori;
sono qui a scrivere perché sono follemente innamorata, non solo del mio bel fidanzato in carne ed ossa, ma anche delle parole nei libri, delle emozioni nelle parole, delle grandezze nelle emozioni, e dei brividi nelle grandezze che solo alcuni autori – quelli che ci suonano le corde dell’anima – ci sanno restituire.
Sono innamorata anche di Heatcliff, di Gatsby e di Frank McCourt, sono innamorata della pagina iniziale, e di quella finale, di quella del centro e della paura di leggere una schifezza, ma anche della paura che un libro finisca troppo in fretta.
Insomma, nella mia vita lettura ed amore infinito se ne vanno a spasso insieme in un connubio di libertà espressiva che difficilmente potrei o vorrei imporre, e che non mi è stato imposto, ma che mi sono ricercata e al quale ho sempre anelato per non sentirmi limitata.
Perché leggere mette le ali.
Adesso vi starete chiedendo ‘ma che c**** sta dicendo? questo qui non dovrebbe essere un commento a Come un romanzo di Pennac?’
Lo è, più che un commento, è una conseguenza , una necessità di trasmettere ciò che Pennac mi ha insegnato, ossia ad aprire il rubinetto delle ‘emozioni da lettura’ che poi sono le emozioni da vita e io adesso voglio cospargere il mondo di questo imperante bisogno di trasmissione.
Ma mi prendo anche il mio diritto di tacere perché a volte, le pagine più taciute, son quelle che ci hanno colpiti, e affondati. Così, dando al mondo la forma come di.. come di.. come di.. un romanzo, apro il mio animo alla missione di aiutare a spiegare le ali della lettura a chi sia interessato, e mi prendo il dovere di chiudere la boccaccia di fronte a chi di leggere non vuol saperne.
E, aggiungerei io, peggio per lui. 

Se questa copertina blu non figura nella vostra libreria, sul vostro comodino, sulla vostra lavatrice se siete lettori-da-cagata, andate ad acquistarlo. Vi farà venir voglia di salire su un monte e di urlare al mondo:
IO
AMO
LEGGERE!


I dieci libri migliori di sempre

Sembra facile, ma è tutt’altro che così. Anzi, è quasi impossibile. Un lettore vero alla domanda ‘Quali sono i tuoi libri preferiti?’ risponderà con imbarazzo, con un’espressione ebete e balbettante. La verità è che sono tanti i libri che ci lasciano indifferenti, ma i libri che ci cambiano la vita sono infiniti. I libri che abbiamo preferito nell’infanzia vengono soppiantati da quelli che abbiamo preferito nell’adolescenza e così via, in una catena di umori e fasi di crescita che ci porta a rispondere un giorno in un modo, quello dopo in un modo del tutto diverso. Eppure, tutti abbiamo i libri del cuore, quelli che ci fa male dimenticare, quelli di cui siamo gelosi o di cui ci sentiamo gli unici lettori scelti appositamente dall’autore. E così – con lamentele annesse – siamo comunque riusciti a stabilire i dieci titoli che abbiamo preferito.

1. Il ritratto di Dorian Gray – Oscar Wilde

2. La casa degli spiriti – Isabel Allende

3. Oceano Mare – Alessandro Baricco

4. Cime Tempestose – Emily Brontë

5. Jane Eyre – Charlotte Brontë

6. Cent’anni di solitudine – Gabriel García Márquez

7. L’insostenibile leggerezza dell’essere – Milan Kundera

 

8. Il piccolo principe – Antoine de Saint-Exupéry

9. L’ombra del vento – Carlos Ruiz Zafón

 10. 1984 – George Orwell

A voi i commenti.
Luana

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