Grandi speranze, Charles Dickens

Titolo: Grandi speranze
Titolo originale: Great Expectations
Autore: Charles Dickens
Anno di pubblicazione: 1860
Edizione: Newton Compton Editori – Remainders
Costo: 2.5€
Numero pagine: 382
-> Consigliato:  Più sì che no, ma anche il no ha la sua componente

Sì, mi è piaciuto;
guardi, l’ho divorato;
però no, basta, non ne desidero altro, grazie mille. 

Con il mio primo e speranzoso Charles Dickens è andata così, che me lo sono divorata pagina dopo pagina in un batter d’occhio nonostante la pessima edizione Newton Compton cheerascrittatuttacosì, però chiusa pagina 380 mi son sentita piena, non troppo soddisfatta e felice e contenta di allontanarmi verso altri porti letterari.
Per farvi capire meglio.. avete presente quando avete una voglia matta di andare dal cinese, poi ci andate, vi riempite come dei matti, mangiando anche piatti che non sono buoni come sempre, che quando li finite dite, basta cinese per un bel po’?
Ecco, io mi sono sentita così. Insomma, volevo leggere Dickens da immemore tempo, ho iniziato a leggerlo, ad apprezzarlo, ma non ad amarlo, e, una volta, finita la lettura ho detto ‘Finalmente. Posso leggere altro’. Orrenda sensazione da lettrice-non-soddisfatta che aveva riposto troppe speranze e, nel desiderio di leggerne addirittura di ‘grandi’, ha capito che c’è stato e c’è assai di meglio da leggere.

Forse il problema è che sono una gran pettegola.
Insomma, se Dickens voleva denunciare socialmente la figura dell’arrampicatore che:
a) abbandona il nucleo familiare sicuro e stabile dopo aver visto scintillare il denaro
b) comprende che il denaro non da affetto e, udite udite, sembra non credibile, ma è vero, non fa la felicità
c) torna al punto di partenza
e l’ha fatto bene come Gesù di Nazareth che se ne andava scalzo a raccontare la storia del figliol prodigo, lanciando un messaggio forte, chiaro e, sopratutto attuale…
…io nel frattempo non aspettavo altro che il momento in cui il protagonista si sarebbe o no accoppiato con la senza-cuore di turno che appariva e scompariva consentendomi di leggere 50 pagine di seguito solo per cercare il suo fatidico nome – Estella – per scoprire poi che il tutto durava due dialoghi, uno schiaffo morale, e due lacrime.

Charles Dickens è uno scrittore di quelli bravi, ma bravi, che forse a volte son talmente bravi che ti metti in testa che leggere un loro libro e ‘piacerlo’ sia quasi un diritto, e che dire ‘no, non mi è piaciuto’ ti renda colpevole e criminale alla Corte dei Lettori Intransigenti che dichiarano l’incostituzionalità del tuo giudizio.
Corte dei Lettori mi dichiaro colpevole, ma non ci posso far nulla se questo libro non m’ha spaccato il cuore in due, non mi ha fatta arrabbiare, non è entrato nei miei sogni notturni; non credo che sia colpa di Charles, e tanto meno colpa mia che ho letto il libro con impegno e con ottime prospettive di lettura. Semplicemente l’autore ed io non siamo fatti l’uno per l’altra se i nostri appuntamenti saranno sempre così tiepidi, e mai focosi come sono quelli che mi hanno concesso i suoi contemporanei Balzac e Dumas.
Intelligente, un uomo acuto, un osservatore e un descrittore infallibile, Dickens; ma non l’uomo della mia vita.

A Charles Dickens bisogna però riconoscere la capacità di essere attuale pur essendo ormai passato a miglior vita; di giovani di ‘grandi speranze’ è pieno il mondo, di personaggi che ripudiano le proprie origini pur di aspirare a qualcosa di migliore che poi non si sa mai cosa sia è pieno il mondo. Mentre servirebbero persone più riconoscenti e capaci di rimboccarsi le maniche. Ma siccome io non sono una che può dare lezioni, andate a scuola da Dickens e leggetevi le sue Grandi speranze. 

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