L’invenzione di Morel, Adolfo Bioy Casares

Titolo: L’invenzione di Morel
Titolo originale: La invención de Morel
Autrice: Adolfo Bioy Casares
Anno di pubblicazione: 1941
Edizione: Tascabili Bompiani
Pagine: 146
Costo: 6,90 €
-> Consigliato: Di cuore.

 

“Non fu come se non mi avesse sentito, come se non mi avesse visto; ma come se le sue orecchie non servissero a sentire, i suoi occhi non servissero a vedere.”

Certe volte abbiamo la sensazione – anzi, la certezza – di essere invisibili. Abbiamo la certezza che qualunque cosa diciamo o facciamo non servirà a cambiare le cose. Abbiamo la certezza che i nostri sentimenti non arriveranno alla persona a cui sono destinati e, se anche arriveranno, che questa non li accoglierà. Abbiamo la certezza che per l’altra persona siamo come delle figurine trasparenti, ritagliate dalla carta velina.

Al narratore de L’invenzione di Morel capita tutto questo, ma per motivi molto diversi dai miei. Innanzitutto, il narratore in questione è un perseguitato senza nome, condannato all’ergastolo e ricercato dalle forze di polizia. Il nostro uomo ha una paura folle di essere catturato e non vuole sentire ragioni: pur di sfuggire alla prigionia è disposto anche a rifugiarsi su un’isola misteriosa, cui nessun marinaio sano di mente oserebbe avvicinarsi. Ci sono tutte le premesse per una storia di fantasmi, e difatti ci sono i misteri e ci sono i fantasmi, ma in modo un tantino più intellettuale del solito.

Immaginate di essere fortunosamente scampati al vostro destino di miseria e di starvene beatamente in ozio su quest’isola, dove sorgono tre magnifici edifici, un Museo, una cappella e una piscina, architettonicamente bellissimi e splendidamente disabitati. Immaginate che siete lì tutti soli, a godervi il sole e la piscina. Poi immaginate che d’un tratto si oda il suono di un fonografo e che l’isola si riempia di persone, persone – spuntate dal nulla! Avete paura, è logico. Siete un perseguitato, dovete scappare. È tutto assolutamente naturale.

Immaginate che questi misteriosi intrusi, venuti da chissà dove, gente assurda che balla sotto la pioggia, che fa il bagno in piscine piene di vipere e ha il vizio di ripetere sempre le stesse frasi, si stabiliscano sulla vostra paradisiaca isola senza alcuna apparente intenzione di togliere le tende. Voi cercate di evitarli, cambiate percorsi e posto dove dormire, vi adattate a mangiare radici.

Immaginate poi che al crepuscolo guardiate ogni sera una bellissima gitana, mirabilmente assorta, con variopinti fazzoletti tra i capelli e occhi languidi che fissano il mare. La donna si chiama Faustine. Vi innamorate. Vi innamorate follemente. Cercate di avvicinarla, di vincere la paura che vi trattiene. Sedete accanto a lei, le portate dei fiori. Lei finge di non vedervi e di non ascoltarvi. Quando siete con lei, non volge neanche la testa nella vostra direzione. È come se si muovesse in un altro mondo, parallelo al vostro, come se voi non poteste in alcun modo toccarla. Vi infuriate, pensate che vi prenda in giro, è normale. Tutto ciò non fa che aumentare il vostro amore.

L’amore per Faustine vi porterà alla scoperta di tutto un mondo inquietante ma anche incantevole, inventato per lui, per voi e per tutti dal geniale Morel, eccentrico e sadico scienziato. Il vostro amore vi porterà a mischiarvi e a sostare nelle stesse stanze di questi intrusi, che pure non vi vedono e non vi sentono.

Avete presente il momento in cui dite, “ecco, questo è il punto supremo della mia esistenza, non ci sarà per me un giorno più felice”? Quanti di noi non hanno mai pensato, “perché questo momento non si ferma?, perché la felicità non la posso imbottigliare?” Confesso che a me servirebbe, che l’idea mi è familiare. Lo scienziato Morel, l’inventore del titolo, ha voluto prendersi una settimana di tempo, ha acquistato un’isola, costruito dei suntuosi edifici, scelto i suoi amici più cari. E ha deciso di vivere insieme a loro una settimana di eterna, paradisiaca felicità.

 “Avrei potuto dirvi, appena arrivati: Vivremo per l’eternità. Forse avremmo rovinato tutto, nello sforzo di mantenere una continua allegria. Ho pensato: qualunque sia la settimana che passeremo insieme, sarà piacevole soltanto se non ci sentiremo costretti a occupare bene il nostro tempo. Non è stato così? Allora vi ho dato un’eternità piacevole.”

Felici per sempre.

Felici per sempre.

Non dite che l’idea non vi alletta neanche un po’.

Non dirò altro, perché questo libro è così breve, così economico, così leggero e così leggiadro che merita di essere letto dai vostri occhi, perché a spiegarlo si rovina. E io non voglio stare qui a calpestare il giardinetto di questo simpatico signor Casares. Lo ringrazio per il buffo sorriso che mi è spuntato in faccia. Non lo vedevo da una settimana e cominciavo a chiedermi che fine avesse fatto.

Chiara Pagliocchini


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