Chiedi alla polvere, John Fante

Titolo: Chiedi alla polvere
Titolo originale: Ask the dust
Autore: John Fante
Anno di pubblicazione: 1939
Edizione: Einaudi
Numero pagine: 234
Costo: 12,5€
-> Consigliato:  SI’

Chiedi alla polvere

 

I libri fanno male. I libri possono uccidere. E mentre fisso il muro bianco e penso a qualcosa di intelligente da dire riguardo Chiedi alla polvere tutto ciò che mi viene in mente è che esistono libri più taglienti di lame e che Fante doveva essere un grande stronzo.
Perché quando scrivi così maledettamente bene e scrivi vite che hanno la forma di tragedia costringendo la gente a leggerle, allora sei davvero un grande, grandissimo, perfido stronzo maledettamente, dannatamente, immensamente bravo a scrivere.  Perché Fante aveva talento in quantità, ne aveva talmente tanto che allora ha scritto una storia che sa di ferite, che sa di dolore, per riversare una vita sbagliata e un talento straripante in un libro che ferisse di mano in mano, che passasse da occhi a occhi per far male.
Ma si tratta di un dolore che vorresti provare in continuazione; il dolore delle parole messe insieme talmente bene che ti ritrovi a lacrimare e a sentire una fitta all’addome senza sapere più se è per quello che leggi, se è per quello che ciò che leggi ti fa rivivere o ancora se è per la meraviglia di come Fante sappia architettare la musica delle parole.
John Fante e Arturo Bandini, scrittore e personaggio, personaggio e scrittore, stessa persona, stesso individuo meschino diviso tra l’aspirazione dolente e lacerante a scrivere per i soldi, tra il richiamo di una chiesa cattolica che perdona e castiga e un amore impossibile. Un amore di pugni e schiaffi e morte e deserto.
Un intreccio perfetto, signor Fante, mi complimento con lei, sapeva che avrebbe fatto del male a chiunque l’avrebbe letto e allora l’ha scritto perché sapeva di essere talmente bravo che qualsiasi cosa avesse scritto, ci sarebbe stato qualcuno a leggerla. Vorrei chiedere alla polvere perché la vita deve sempre essere così malvagia, così macchinatrice mentre ci lascia soli in un deserto con tutti i nostri rimpianti, e i peccati e i dolori, e le lacrime non versate, quelle versate di troppo. E gli amori mancati. Lui ama lei, lei ama l’altro, e l’altro la vorrebbe solo uccidere.
Attraverso queste pagine e la polvere dannata che le ricopre, corrono le micce accese che arrivano di fretta ai barili di dinamite che esplodono sul finale lasciando desolazione e sconforto. Ma anche il senso di grandezza che le parole possono assumere quando chi impugna la penna è John Fante, o Arturo Bandini. Arturo Bandini o John Fante.
Vorrei chiedere alla polvere se esiste un modo per non soffrire più, se esiste una soglia oltre la quale la vita dice ‘adesso basta anche per me, li ho fatti ammalare e piangere sin troppo’. Ma la polvere sa solo che non si può diventare chi non si è mai stati nel sangue, e la polvere sa solo che torneremo alla polvere. Con le nostre vite, con i nostri desideri mancati. La polvere sa che torneremo a lei, e lo sapeva anche John Fante. Che ha scritto un capolavoro inneggiando alla polvere che si deposita su qualsiasi tragedia, lasciando che i finali diventino solo futili pietre in un deserto troppo grande e troppo spazientito per raccontare tutto ciò che sa.

Questo libro m’ha spaccato il cuore e, se non sono in grado di gettare fuori le lacrime, sento comunque dentro il gemito del sangue che non accetta la ferita.  (annotazione delle 4 del mattino)

Vi starete chiedendo perché leggere questo libro visto che a quanto pare fa solo male. E allora ve lo dico. Questo libro fa male, ma fa meravigliosamente male. Come una droga, chiedete alla polvere.

Luana 

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