Archivi del mese: dicembre 2011

Un anno di letture ed un nuovo anno insieme

Cari lettori e care lettrici, siamo ormai giunti alla fine del secondo anno insieme, la nostra famiglia nata nel Giugno 2010 quest’anno non ha fatto che allargarsi ed arricchirsi per giungere così insieme – almeno spero – all’anno prossimo, a questo così apparentemente infausto anno 2012. In questi dodici mesi ho letto 52 libri, che potrebbero essere tanti rispetto ai parametri di alcuni, pochi rispetto ai parametri di altri; al mio parametro questo numero appare semplicemente soddisfacente in quanto ho aumentato di dieci letture rispetto all’anno scorso, e di quattordici rispetto all’anno scorso ancora. Ma non sono i numeri che contano, è la qualità.
Quest’anno ho letto dei veri e propri capolavori. Sono entrata nel 2011 leggendo Vita di Galileo  di Bertol Brecht e ho dedicato quasi tutto Gennaio al mio primo esame universitario e alla lettura di Cecità di José Saramago che non posso far altro che consigliare a tutti coloro che volessero vederci un po’ più chiaro. Ho letto ed amato Una donna di Sibilla Aleramo, trovando così una delle donne che più mi hanno ispirata e invitata a riflettere in venti anni di letture, lezioni ed incontri. Ho riso come una matta – ma mi sono anche commossa – a leggere Il Vangelo secondo Biff di Christopher Moore e ho avuto una conferma di quanto poco vado d’accordo con il fantasy leggendo annoiata a morte La storia infinita di Michael Ende.
Mi sono innamorata di Calvino ancora una volta con il suo meraviglioso Se una notte d’inverno un viaggiatore.
Ho scoperto due contemporanei dalla penna strabiliante leggendo Un cuore così bianco (Marìas) e La guerra della fine del mondo   (Vargas Llosa). Ho scoperto una passione per i gialli leggendo i due capostipiti del genere, Arthur Conan Doyle e Agatha Christie. Ho letto delle romantiche storie che mi hanno trasmesso tanta dolcezza e fatto compagnia come La vita segreta delle api, Pomodori verdi fritti al caffé di Whistle Stop, Chocolat rispettivamente di Sue Kidd, Fannie Flagg e Johanne Harris, tre meravigliose donne alle quali aggiungo Jeanette Winterson che mi ha inferto grandiose ferite con il suo enigmatico Scritto sul corpo.
Ho scoperto che tra i classici quelli che per ora preferisco sono gli eleganti francesi grazie a Balzac e il suo Papà Goriot e grazie a Dumas e il suo I tre moschettieri. Sono stata grandemente delusa da Trecy Chevalier  e da Banana Yoshimoto.
Ho letto quel capolavoro contemporaneo che è Vedi alla voce: amore  di David Grossman e amato il Nabokov di Lolita.
Inoltre ho completato la trilogia del mio amato e insostituibile Frank McCourt con grande dolore e ho scoperto alcuni dei miei scrittori preferiti quali Francis Scott Fitzgerald, Ernest Hemingway e John Fante. 
Insomma, un anno che dal punto di vista delle letture mi ha regalato tante emozioni, alcune delusioni e la voglia sempre nuova e rinnovata di leggere più bei libri possibile, di imparare e di scoprire sempre nuovi mondi.

Un anno trascorso anche con voi con tutti i nostri Club del libro, con le discussioni e i confronti all’ordine del giorno, sempre nuovi arrivi e nuovi affetti all’interno di un micromondo web che sfida le leggi del virtuale per restituirsi quanto più di caloroso ed umano possa essere in nome di quella meravigliosa arte che è la lettura. Abbiamo condiviso foto, ansie per l’Università, trasferimenti sul posto di lavoro, nuovi amori e senza accorgercene ci siamo dati di giorno in giorno un appuntamento tra le pagine di un libro ed un confronto sempre più confidenziale, un confronto che trova sempre piena risposta, nuove idee.

In nome di tutto questo vi auguro di trascorrere un bell’ultimo dell’anno; che a mezzanotte possiate baciare la persona che amate, quella che vi piace da sempre, che possiate abbracciare un amico con il quale non parlavate da tempo e che vi mancava, che possiate giocare a tombola con i parenti più affezionati o leggere un buon libro se siete particolarmente solitari, che possiate ballare in pista con dei tacchi improponibili o possiate brindare al discorso di inaugurazione dell’anno del vostro nonno di stampo aristocratico; che possiate congelarvi nelle strade se siete dei viaggiatori o crogiolarvi al caldo di un camino con un gatto o un cane da accarezzare; che possiate fare volontariato e fare nuovi progetti. Questo e tutto ciò che volete a voi che siete i miei compagni di viaggio in questo mondo che si chiama Un buon libro, un ottimo amico e in cui abbiamo finito per essere amici tra di noi oltre che avere degli ottimi amici libri riguardo i quali ci scambiamo consigli ed impressioni.

Auguri per un buon nuovo anno, con affetto

Luana
 


Uccelli di rovo, Colleen McCullough

Titolo: Uccelli di Rovo
Titolo originale: The Thorn Birds
Autrice: Colleen McCullough
Traduttore: Bruno Oddera
Anno di pubblicazione: 1977
Edizione: Tascabili Bompiani
Numero pagine: 558
Costo: 10,90 euro
Consigliato: Sì. In defintiva, direi di sì.

Uccelli di Rovo. E’ stato il titolo che mi ha colpita, che mi ha spinta ad acquistarlo un giorno, mentre passeggiavo in libreria. Non sapevo NIENTE su questo romanzo. Non sapevo, per esempio, che ne avessero tratto una sorta di miniserie che, avendola vista a pezzi dopo la lettura, ho pensato avesse, in ogni caso, rovinato il romanzo rendendolo una sorta di libretto Harmony. Non sapevo niente neanche sulla trama ma,semplicemente, mi ha colpita il titolo.
Uccelli che, in pratica, si danno la morte cercando un rovo con cui infilzarsi e mentre lo fanno, cantano. Terribile a pensarlo e a leggerlo, ma neanche questo sapevo prima di inziare la lettura.
Mia madre, saggia dispensatrice di consigli letterari, lo ha distrutto in due minuti di orologio additandolo come ‘romanzetto rosa, pensate, noioso, stupido, ecc ecc.’ Ebbene, ma di cosa tratta questo tanto contestato romanzo? Se leggete la trama dietro la copertina Bompiani si leggeranno ben poche righe e molto vaghe. Saga familiare che prende avvio durante i primi anni del ‘900 e che continua sino ai tempi più recenti (recenti per l’epoca, il tutto termina diciamo negli anni ’60 -’70).
E il punto fondamentale, però, qual è? Qual è l’ingrediente che tiene intatta e ferma la trama in questo volumone di quasi seicento pagine? L’amore; l’amore e il legame indissolubile,e direri anche tristemente predestinato, che legherà una donna, la principale figura femminile, ad un prete. E dicendo questo, non anticipo niente poichè è solo l’inizio, il punto di partenza.
Ero partita male, devo esser sincera.
E devo esser ancor più sincera nell’ammettere che la prima parte del romanzo mi ha un po’ annoiata. Non tanto per le descrizioni del paesaggio australiano (che, secondo me, sono uno dei punti di forza, insieme alle descrizioni del lavoro nella proprietà di Drogheda), nè per i continui riferimenti religiosi (bisogna tener conto che è stato scritto negli anni ’70 e che è ambientato nei primi anni del ‘900 quindi la religiosità era una componente fondamentale e onnipresente della vita delle persone), ma per la mancanza di ‘azione’, per la mancanza di un qualcosa che doveva, secondo me, accadere in quel momento. La seconda parte del libro (circa da pagina 200? Più o meno..), invece è più carica di eventi, più densa di psicologia umana, di pensieri che affollano le menti dei personaggi, più coinvolgente sotto vari punti di vista. L’ultima parte del romanzo, secondo me, è quella meno valida. Non volendo anticipare niente, posso dire soltanto che,secondo me, la storia è stata portata avanti più del dovuto e questo non sarebbe stato assolutamente necessario.
Ho diviso il romanzo in queste tre parti,a seconda delle mie preferenze.

Ok, ma allora perchè consigliarlo?

Consigliato perchè il romanzo della McCullough non è, come la serie televisiva che ne hanno tratto, un romanzetto Harmony. Sì, c’è l’amore, un amore contrastato, diviso, sofferto, lacerato, ma ci sono anche le vite di tanti altri personaggi che gravitano intorno alla storia principale. Ci sono belle descrizioni, e non si trovano, come invece si tende a pensare, descrizioni di sesso ogni due pagine. No, nella maniera assoluta.
Consigliato perchè è una buona lettura; è scritto bene, ed è scorrevole. Non sarà un caposaldo della letteratura ma è meglio di molto altro.
Consigliato perchè si può apprezzare una sottile psicologia dell’individuo che tenta di fuggire dai sentimenti umani, ed un modo di ragionare e di pensare completamente diverso dal nostro.

Unica cosa che mi sentirei di consigliare a tutti coloro volessero iniziare la lettura; non è un capolavoro della letteratura, almeno da me non è così considerato, ma non è che nemmeno da etichettare a preventivo come una banalità e una smanceria zuccherosa.
Prendetelo per quello che è, lasciandovi coinvolgere nel flusso della storia.
Potrete apprezzarlo o no, ma almeno potreste esprimere un giudizio sensato e ragionato su questo tanto apprezzato romanzo.

Chiara Coppola


Le regole della casa del sidro, John Irving

Titolo: Le regole della casa del sidro
Titolo originale: The Cider House Rules
Autore: John Irving
Traduttore: Pier Francesco Paolini
Anno di pubblicazione: 
1985
Edizione: Bompiani
Numero pagine: 624
Costo: 11,90€
-> Consigliato: Sì! 

Ho finito di leggere questo romanzo un tardo pomeriggio invernale su un autobus fra la Lituania e la Lettonia, immersa nel buio del paesaggio baltico, con la lucetta accesa sopra la testa che illuminava solo me e il mio libro. Quando l’ho chiuso, ho dovuto trattenere le lacrime. Mi sembrava di aver dovuto salutare per sempre alcuni carissimi amici, di essermeli lasciati alle spalle, nel buio della strada dietro di me, eppure sentivo che averli conosciuti mi avrebbe scaldata dentro ancora per molto tempo. Solitamente leggo piuttosto in fretta. Ma questo gioiello di John Irving me lo sono voluto gustare piano piano, per entrare nell’atmosfera, per conoscere da vicino i personaggi, per assaporare il linguaggio, gli stati d’animo, le sensazioni.

Immaginate di essere un orfano. Immaginate di aver provato a vivere con diverse famiglie per poi scoprire che l’unico posto che potete considerare casa è l’orfanotrofio in cui siete nati da madre ignota. Dove siete amati e trattati con cura, certo, ma pur sempre un luogo che dovrebbe essere di passaggio. Homer Wells invece cresce a St. Cloud’s con il dottor Larch e le sue adorabili infermiere. Ma St. Cloud’s non è solo un orfanotrofio. Là, il dottor Larch svolge il lavoro di Dio e quello del Diavolo, sebbene per lui derivino entrambi dalla misericordia e dal dovere morale di aiutare gli altri: accoglie le partorienti che vogliono abbandonare i propri figli, ed esegue aborti per le donne che non vogliono portare avanti la gravidanza. In un’epoca in cui l’aborto è ancora illegale, il coraggioso e folle dottor Larch insegna a Homer il mestiere di ostetrico abortista, e non solo. Gli fa da padre, lo ama in modo talvolta ossessivo. Così, quando Homer fa i conti con la propria coscienza e decide di distaccarsi da quel mondo, per il dottor Larch è come se un pezzo di anima si separasse dal suo corpo.

Homer finirà alla Casa del sidro, dove conoscerà finalmente l’affetto di una famiglia, ma anche lì dovrà fare delle scelte, sopportare i tormenti della propria coscienza e soprattutto si ritroverà a fare ciò che un eterno orfano detesta di più: aspettare, poi si vedrà. Sullo sfondo, una bella riflessione sulle regole morali e sociali, sulla possibilità di infrangerle, sulle conseguenze degli sbagli fatti per troppo amore, sulla crescita di un bambino che diventa uomo. Meraviglioso anche il personaggio di Melony, orfana eternamente arrabbiata col mondo, dura, ferita, in cerca di riscatto, che difende la propria debolezza erigendo barriere.

La traduzione un po’ datata ma scorrevole di Pier Francesco Paolini ci restituisce una storia d’amore in tutte le sue forme, una storia di attesa, di speranze, di perdita, di decisioni difficili. Una galleria di personaggi indimenticabili e veri, profondamente umani, fra errori e riscatti, cambiamenti e ritorni. Perché non si può sfuggire da quello che si è e si è sempre stati, né dal fare la cosa giusta: non si può sempre aspettare, prima o poi bisogna trovare il coraggio di fare una scelta. Seicento pagine su cui riflettere, da gustare lentamente, da vivere più che da leggere.

E come si dice ‘mi manchi’, si chiese, quando non si intende ‘voglio tornare da te’?

Thais Siciliano


Dieci piccoli indiani, Agatha Christie

Titolo: Dieci piccoli indiani
Titolo originale: Ten little niggers
Autrice: Agatha Christie
Anno di pubblicazione: 1939
Edizione: Mondadori
Numero pagine: 187
Costo: 12€
-> Consigliato: Sì 

Dieci piccoli indiani (Oscar)

Non so voi, ma io avrei avuto un’incredibile paura a vivere con quella che è la mamma di Saw, perché, bisogna dirlo, Agatha Christie è la vera ideatrice di quell’orrendo fantoccio in triciclo che avrebbe iniziato ad uccidere solo settant’anni dopo di quanto lo faceva la penna di questa donna che era un genio del crimine. Genio del crimine nel senso che, secondo me, non avrebbe avuto problemi a progettare la morte di un eventuale marito infedele – nipote strappa eredità – ladro scippa-vecchine.
Ed è per colpa di questa donna che portava la capigliatura tipici anni ’30 con le splendide ondine e che in realtà avrebbe voluto scrivere più romanzi d’amore che non storie con assassini e quant’altro che ieri notte, finita la lettura nel giro di poche ore, mi son ritrovata a girare furtiva per la casa per paura che U. N. Owen mi stesse aspettando tra il corridoio e la mia camera o, peggio ancora, in realtà mi stesse spiando dalla porta-finestra durante la lettura per sferrarmi il colpo finale e introdurmi così nel ciclo omicida che ha colpito Nigger Island.
In realtà, l’assassino è rimasto sull’isola, non ha nuotato sino alla Sardegna per ammazzarmi e io sono qui a raccontarvi in tutta tranquillità – raggiunta dopo una notte con gli occhi sbarrati sempre passata ad aspettare il fatidico assassino – cos’è stata per me questa lettura, questo mio secondo incontro con la scrittrice che-voleva-scrivere-romanzi-d’amore, ma in realtà produceva storie-con-fantasie-criminali-sadiche e perché vi consiglio di leggerlo.

Sorvolando sul fatto che ho scoperto fin da subito chi fosse l’assassino o l’assassina perché  subisco il fascino di queste menti malate e quindi non poteva essere altri che il o la nigger che si è guadagnato/guadagnata la mia ammirazione, Ten Little Niggers è un libro da leggere principalmente per due motivi:

  1. la costruzione del romanzo geniale condita di personaggi ben delineati e approfonditi
  2. l’atmosfera di paura che la Christie ha saputo ricreare

 

Dieci potenziali assassini che la legge non è riuscita a incastrare vengono invitati a trascorrere una vacanza in un’isola – non per dire nulla, ma se a me arrivasse una lettera da uno sconosciuto, non ci andrei nemmeno se mi stesse invitando in Costa Smeralda (e ciò è tutto dire) – dove, uno ad uno, troveranno la morte secondo i dettami della poesiola Dieci piccoli indiani.
Il tutto è facilmente prevedibile, dunque. E’ chiaro che tutti moriranno nei modi scanditi dalle strofe. E’ chiaro che, essendo l’isola deserta all’infuori dei dieci invitati, l’assassino sia uno di loro. Allora, cos’è che rende questo romanzo di poche pagine un misto di adrenalina e terrore? Com’è che nonostante la prevedibilità del tutto il lettore guarda se l’assassino sia dietro il proprio divano sul quale legge con gli occhi sempre più sgranati e pronto ad essere il prossimo a morire?

La risposta è: la rappresentazione della paura. I protagonisti sanno di dover essere uccisi, ormai è un dato ineluttabile, ma perdono il senno in un misto di angoscia, terrore e attesa mentre pensano a chi sarà il prossimo ad andare incontro alla morte, per mano di chi, quando. Il senso animale della sopravvivenza avviluppa i rimanenti e restituisce l’immagine di un luogo dell’orrore che non risponde più alle leggi del razionale. Insomma, un libro che è tutto un brivido. Se poi siete facilmente impressionabili come me, il tutto vi parrà ancora più tremendo ed eccezionale, ancora più sublime e terrorifico. Se poi, come me, abitate in un’isola, allora è proprio inevitabile che vi sentiate l’undicesimo indiano, o negretto che dir si voglia.

Luana


Quel che resta del giorno, Kazuo Ishiguro

Titolo: Quel che resta del giorno
Titolo del giorno: The remains of the day
Autore: Kazuo Ishiguro
Anno di pubblicazione: 1989
Numero pagine: 258
Costo: 8,66€
-> Consigliato: Sì 

 

The Remains of the Day

“Sono ormai venti minuti da quando l’uomo se n’è andato, ma io sono rimasto qui, seduto su questa panchina, ad aspettare l’evento che sta giusto per verificarsi – vale a dire l’accensione delle luci del molo. Come ho già detto, la felicità di questi cercatori di piacere che si raccolgono qui sul molo ad aspettare il piccolo evento sembra confermare le parole del mio accompagnatore, e cioè che per molte persone la sera è la parte più dolce della giornata. Forse allora c’è qualcosa di giusto in quel suo consiglio, che dovrei smettere di guardare indietro così a lungo, adottare una prospettiva più positiva e cercare di fare del mio meglio con quel che resta del giorno. Dopotutto, cosa ci si guadagna a guardarsi sempre indietro, cosa ci si guadagna ad incolparsi se le nostre vite non sono andate proprio come avremmo voluto?”

È curioso come una cosa così piccola come questo romanzo possa essere delicata, intima e toccante. È un po’ come sfiorare con le dita i fili di una ragnatela, senza conoscere quale sia la pressione sufficiente a reciderli. Si ha paura di fare del male a qualcosa di bello. Si ha paura che qualcosa di bello ci faccia del male.
Ed Ishiguro, con questa sola prova, si inserisce nel numero dei narratori inglesi per i quali porto rispetto. Quel fortunato numero di narratori contemporanei (nei quali iscrivo McEwan e Byatt) che non hanno paura di documentarsi prima di scrivere un buon romanzo, che non hanno paura di annoiare e di essere onesti. Quei pochi narratori che sanno che una frase ad effetto ogni tre pagine non fa la fortuna di un romanzo, bensì il suo essere commercializzabile come una prostituta della narrazione. Quei pochi scrittori che una frase la scrivono solo e soltanto se serve, solo e soltanto se è adeguata al contesto e al narratore. Quei pochi scrittori che rispettano il narratore come se fosse una cosa sacra e pur di dargli corpo sono disposti ad annullare quella vocina nella testa che ogni tanto dice, “ma dai, mettici una bella frase che suoni bene per fare le citazioni su Facebook!”. O forse è la mia opinione traviata che oggi si pensi così, poi guardo a Baricco e dico, ah no. Signor Ishiguro, lei è un vero gentleman ed io la rispetto.

Quel che resta del giorno è la suntuosa rievocazione di un mondo che non c’è più, un mondo di eleganza e di dedizione, di grandi case e grandi ricevimenti. Un po’ come una puntata di Downton Abbey, per chi sa di cosa sto parlando. Siamo in Inghilterra, dopo la seconda guerra mondiale. Mr Stevens è da molti anni il maggiordomo di Darlington Hall, un tempo dimora di Lord Darlington, manovratore della politica europea fra le due guerre, ed ora finita nelle mani di un ricco americano.
Mr Stevens ha visto molto poco del mondo. Tutta la sua vita non è stata che servizio, consacrazione a un ideale in cui crede fermamente, e cioè la sua missione di maggiordomo. Perché essere maggiordomo è a tutti gli effetti una missione, ma soprattutto è uno stile di vita, che significa portare lealtà giorno dopo giorno al proprio datore di lavoro, votarsi allo splendore della dimora di cui si è custodi, fare di tutto (nel nostro piccolo) per far girare quella ruota molto oliata che è la Storia. È così, si può essere servitori della Storia, si può essere manovratori di grandi eventi anche solo tenendo puliti i candelabri. Ma un vero maggiordomo, un grande maggiordomo, sa anche che il suo essere maggiordomo non è soltanto il suo costume. Non può concedersi delle falle, mai il privato può fare capolino nel suo pubblico. Quindi, che si tratti di piangere la morte di un padre, che si tratti di inseguire l’amore della vita, un maggiordomo deve sempre ricordare il senso della propria missione. In questo senso, nel conflitto tra pubblico e privato vince sicuramente il pubblico. E questo è il motivo, secondo me, per cui questo libro può iscriversi nel genere della tragedia.

Ma arriva un momento nella vita di ciascuno (e per qualcuno questo momento è tutti i giorni) in cui si comincia a ripensare alla propria vita, al passato, a quei crocicchi, a quegli incroci che il destino sembra aver disposto casualmente, e noi abbiamo imboccato una strada anziché un’altra. Questo momento arriva anche per Mr Stevens, in occasione di un viaggio in auto di qualche giorno. Un viaggio che non ha mai fatto prima e che lo porterà non solo a scoprire luoghi inaspettati, ma soprattutto regioni inaspettate del sé e che lo costringerà a riconsiderare una buona parte del percorso fatto.
Il viaggio di Mr Stevens ha una direzione e questa direzione si chiama Miss Kenton, ex governante di Darlington Hall, che ha lasciato la casa molti anni prima. È soprattutto nei confronti di Miss Kenton che le considerazioni di Mr Stevens si fanno più sofferte, i crocicchi più insidiosi. Perché se è vero che Mr Stevens fa di tutto per farci credere che le sue intenzioni nel far visita a Miss Kenton sono strettamente professionali, noi capiamo invece che c’è molto di personale.

Mr Stevens è un bugiardo coi fiocchi, fa veramente di tutto per ingannarci, per darci a credere che lui è un bravo maggiordomo eccetera eccetera. Riuscirebbe persino a negare di essere un uomo fatto di carne e sangue, se si sentisse messo alle strette. Ma voi capite quando la sua corazza cede, quando sotto tutta quella freddezza, quell’insensibilità, quella professionalità, si vedono dei piccoli graffietti. Ogni tanto gli capita di camminare troppo a lungo davanti a porte chiuse, gli capita di giustificarsi a sproposito, ogni tanto i personaggi del libro si accorgono che sta piangendo, anche se lui – il bastardo – non ci dice mica, mi sentivo triste e piangevo!
Mr Stevens fa di tutto per starci antipatico. Ma noi gli vogliamo sempre più bene.

E così, mentre nel viaggio si snodano le sue memorie, noi capiamo quali sentimenti abbia nutrito in tutti questi anni, quanta repressione abbia messo in atto per mantenere questa faccia dignitosa. È stata una sofferenza? Non lo sappiamo. Ne conosciamo soltanto i risultati, e cioè una vita non vissuta, una vita che poteva essere e non è stata, una vita che non sappiamo più che farci perché non sembrano esserci più incroci, una vita che corre incontro alla sera precipitosa come una marea.
E così alla fine del giorno non restano che memorie un po’ troppo consunte, ma che fanno male ancora. E tuttavia non si può tornare indietro. Le occasioni non colte restano dove sono. Quel che resta è una domanda che fece Miss Kenton tanto tempo fa, “Perché Mr Stevens, perché, perché, perché deve sempre fingere così?” Quel che resta è il ricordo di tanti pomeriggi in cui la luce si affievoliva alle finestre e ogni sagoma stagliata contro il vetro sembrava una figurina e le tazze profumavano di cioccolata calda. Quel che resta è che l’importante è aver capito. Perché a un certo punto si capisce. È per tutti così. Si capisce che, se anche c’è rimasta solo la sera, non è mai troppo tardi per accorgersi di aver sbagliato. E, se non si può tornare indietro, si può applicare quel che s’è imparato a quel che resta.

Chiara Pagliochini


Figlio di Dio, Cormac McCarthy

Titolo: Figlio di Dio 
Titolo originale: Child of God 
Autore: Cormac McCarthy
Anno di pubblicazione: 1974
Edizione: Einaudi
Pagine: 168
Costo: € 10
-> Consigliato: Sì!

Signor Ballard, disse. O trovate un altro modo di vivere, oppure vi trovate un altro posto al mondo per viverci. 

Non c’è motivo di cercare significati inesistenti dietro a questo libro. Come anche “Meridiano di sangue”, per certi aspetti, “Figlio di Dio” è il manifesto di un’umanità violenta e deviata dal Male, Male che proviene dall’uomo stesso, dal suo cuore. Le azioni non sono spiegate, né trapelano i pensieri dietro a esse. Il lettore dà libera interpretazione a ogni sillaba. Ogni cosa viene presentata nel modo in cui deve essere, niente di più, niente di meno. Si potrebbe dire che il narratore, McCarthy, non esiste. La sua presenza non si sente. È tutto così splendidamente raccontato e mostrato che ogni parola s’incastra nel posto giusto e non ha bisogno di spiegazioni. 

Ricorda un po’ “Il signore delle mosche” di Golding, questa degenerazione animale di Lester Ballard, il protagonista serial killer del romanzo. Passando da uno stupro all’omicidio, per arrivare infine alla necrofilia, quest’uomo rappresenta la natura più abietta dell’individuo bianco. La società inesistente, la possibilità di avere armi. Quest’America degli anni ’70 non riceve grazie. Descritta così com’è, nel suo turbine di violenza inaudita, negli istinti più crudeli e malvagi rappresentati da Lester Ballard, l’America che noi conosciamo, o che vorremmo conoscere, scompare, come se non fosse mai esistita. In questo piccolissimo romanzo abbiamo solo il ritratto di un America sanguinante, misera, povera, persa. È il ritratto dell’uomo. È il nostro ritratto. 

Pensate che a quei tempi la gente fosse più cattiva di oggi? chiese il vicesceriffo. 
Il vecchio stava guardando la città inondata. No, disse. Non lo penso. Penso che la gente sia la stessa fin dal giorno che Dio creò il primo uomo.
 

Perché Lester Ballard fa quello che fa? Come rispondere, dato che nel romanzo non si trova la risposta? Forse è dentro di noi. Dovremmo cercare di comprendere le azioni di questo pazzo senza stravolgerne il fine. Oppresso dalla miseria umana, Ballard si ribella. Uccidendo. Stuprando. Non è anche questo parte di noi, del nostro operare? Sono gesti estremi, portati alla loro estrema accezione proprio grazie a Ballard. Sono atti che ci possono aiutare a comprendere meglio cosa c’è dentro il nostro cuore, dentro la parte buia. 

Prosa mai scarna come adesso, McCarthy ha voluto scrivere una storia lapidaria, chiusa, senza speranza. Dialoghi brevissimi, risposte secche, mai un acccenno di pensiero, mai un niente di niente, eppure il libro è sempre pervaso da quell’inconfondibile e superba descrizione della natura che accompagna tutti i libri dell’autore. Lester Ballard è un figlio di Dio, un uomo qualunque, uno come me che sto scrivendo in questo momento, e uno come voi che state leggendo. Questo figlio di Dio si muove nella natura grandiosa che è poi Dio stesso. Il fatto che Lester Ballard sia diventato un animale, un pazzo omicida, non lo divide nettamente, e anzi, non lo divide proprio dagli altri personaggi, e nemmeno da noi, perché lui è esattamente come tutti gli altri. Un uomo. 

La violenza è inserita magistralmente, senza sbavature, senza annunciazioni. Un momento stai leggendo la descrizione di una notte stellata, un momento dopo il protagonista spara a qualcuno, eppure quasi non si nota la differenza talmente il tutto è descritto in maniera normale, come se fosse ovvio che un fatto del genere accadesse lì, in quella pagina. La bravura di McCarthy nel mostrare il Male, soprattutto quello umano, si mescola a quella natura spaventosa e bellissima in cui l’uomo da sempre si muove, avvicinandosi a essa. 

Un libro forte, un pugno allo stomaco. 
Nessun sentimento. 
Niente speranza. 
Romanzo che incarna la parte più scura dell’umanità.

Marco Tamborrino 


Preghiera per un amico, John Irving

Titolo: Preghiera per un amico
Titolo originale: A prayer for Owen Meany
Autore: John Irving
Anno di pubblicazione: 1989
Edizione: BUR
Pagine: 590
Costo: € 11
-> Consigliato: Sì!

Spesso, secondo me, i libri più belli sono quelli dei quali non riesci a parlare: non sai descriverne la trama, non sai raccontare ciò che ti hanno trasmesso e lasciato. 
Se qualcuno dovesse chiedermi di cosa parla “Preghiera per un amico”, infatti, non saprei rispondere. Potrei dire che parla delle vite di due ragazzi, del loro rapporto, o semplicemente di un ragazzino moltoparticolare. Ma niente di più, perché Irving traccia una trama delicata e lenta, ma allo stesso tempo scorrevole e avvincente, attorno alla vita di Owen Meany – il protagonista – e di John Wheelwright, il suo migliore amico, nonché narratore della vicenda che, divenuto adulto, si ferma a ricordare il passato.

Ovviamente ci sono avvenimenti fondamentali, nella storia, che permettono alla trama di andare avanti. Il primo, che dà inizio alla vicenda, è la morte della madre di John, Tabby, uccisa da una palla lanciata con particolare violenza durante una partita di baseball. E l’assassino è proprio Owen, con la sua minuscola corporatura e la sua assurda voce nasale, che riesce soltanto a urlare a John un “Mi dispiace!” prima di fuggire via. 
Dopo la morte di Tabby, il rapporto tra John e Owen cambia profondamente, anche se inizialmente il cambiamento è quasi impercettibile. Possiamo leggere pagine e pagine di ricordi d’infanzia di John: alcune vecchie storie di famiglia, i bizzarri atteggiamenti della Nonna, il matrimonio tra Tabby e Dan, gli scherzi coi cugini nella casa di Sawyer Depot, le differenza tra le chiese congregazionalista, episcopale e cattolica, gli spettacoli teatrali cui partecipa l’intera cittadina di Gravesend…
La trama, insomma, offre ampio spazio agli aspetti quotidiani della vita di John e Owen. I due crescono, frequentano l’Accademia di Gravesend, e col passare degli anni la personalità di Owen si fa sempre più definita, sempre più particolare.

Owen è uno dei personaggi migliori che abbia mai incontrato nelle mie letture. È un ragazzo molto basso, mingherlino, con un’assurda voce nasale e questo basterebbe a renderlo diverso dagli altri; ma più passa il tempo, più Owen attira l’attenzione della gente, sfoggiando un atteggiamento polemico e audace. Gestisce infatti una rubrica del giornale scolastico, che scrive con il soprannome di La Voce, nonostante tutti conoscano la sua vera identità. E qui Owen, quasi con impertinenza, denuncia a chiare lettere tutto ciò che non gli va. Proprio a causa di    questa audacia spinta troppo in là, fino a polemizzare contro l’arcigno preside della scuola, Owen – pur essendo uno degli studenti più brillanti – viene espulso dall’Accademia.
Ma c’è un particolare di Owen che pochi conoscono e che lo rende veramente diverso dagli altri. Perché Owen sa tre cose: sa che la sua voce non cambierà mai, sa quando morirà e sa di essere lo strumento di Dio. Durante la rappresentazione teatrale de Il canto di Natale, nel quale interpreta lo spettro dei Natali futuri, egli legge sulla tomba di Scrooge il proprio nome e la data della sua morte. E un sogno agghiacciante gli rivela anche la natura della sua morte, legata alla guerra in Vietnam che segna tragicamente l’America in quegli anni. 
Owen si convince così di essere uno strumento di Dio, destinato a morire da eroe, ad essere guidato in tutto ciò che fa. La religiosità è una delle componenti fondamentali di questo romanzo, l’unica cosa che talvolta mi è sembrata un po’ eccessiva – come quando il signor Meany parla di partenogenesi. Ma d’altronde il personaggio di Owen è l’eccesso personificato: un insieme di assurdità, di slanci, di contraddizioni. 

E dopo questo incipit interminabile è giunto il momento di dirvi perché ho amato questo libro, che è diventato il migliore letto in questo 2011 e forse – devo ancora pensarci – il mio preferito in assoluto. 
Innanzitutto, è scritto in modo egregio. Ma veramente. Le parole scivolano che è una meraviglia, i suoni si susseguono armonicamente: a volte mi è sembrato di osservare un quadro, più che di leggere un libro. 
In secondo luogo, è il tipo di romanzo che ti accompagna, che ti tiene compagnia per giorni eppure non ti annoia mai. Ed è anche un tipo di libro che a me piace molto, una sorta di biografia dai ritmi tranquilli, che racconta la storia non solo dei protagonisti, ma anche quella dei loro amici, dei loro concittadini, degli americani – ho apprezzato molto i riferimenti alla guerra del Vietnam, ai Kennedy, alla Storia di quell’epoca, perché mi hanno permesso di immedesimarmi ancora di più nella vicenda di Owen e John. 
“Preghiera per un amico” è, insomma, uno spaccato della vita degli americani negli anni Cinquanta e Sessanta analizzata attraverso la loro storia e i loro modi di vita, vista dagli occhi di un ragazzo come gli altri e da quelli del suo migliore amico, un ragazzo diverso e speciale. La semplicità della trama è, insomma, il secondo motivo per cui ho amato questo romanzo.
Il terzo è legato all’emozione che ha saputo suscitare in me. Ci sono emozioni ovunque, abilmente nascoste dalle parole, e il lettore deve riflettere bene, aprire la mente per coglierle. 
Ci sono emozioni nei racconti dell’infanzia, nella rievocazione dell’immagine della Nonna e della mamma, nella ricerca del vero padre di John e nella storia di Tabby; nelle poesie, nei brani e negli inni che Irving sceglie per rappresentare gli animi dei protagonisti.
Ci sono emozioni in tutti i personaggi – con poche parole l’autore riesce a inquadrare perfettamente la personalità di ognuno – e nei rapporti di amicizia, antipatia, amore che li legano.
Ci sono emozioni nel rapporto tra Owen e John. Owen diviene incredibilmente protettivo nei confronti del suo migliore amico dopo la morte di Tabby: lo incoraggia a proseguire gli studi, lo spinge a trovare uno scopo nella vita, riesce perfino a tenerlo lontano dal Vietnam. E tutto questo perché, pur senza lasciarlo trasparire in altro modo, quella palla da baseball lanciata tanti anni prima pesa ancora sulla sua coscienza.
Ci sono emozioni e bellezza in ogni pagina di “Preghiera per un amico”. 

Insomma, leggetelo. Leggetelo perché avvince, accompagna, insegna, scandalizza, commuove, scalda, scioglie, lega; perché è uno di quei rari libri che può cambiare la vita, anche in minima parte. 

Sì, ho deciso. È diventato il mio libro preferito.

 

Guendalina Ferri


La collina dei conigli, Richard Adams

Titolo: La collina dei conigli
Titolo originale: Watership Down
Autore: Richard Adams
Anno di pubblicazione: 1972
Edizione: BUR
Pagine: 486
Costo: 10,90 €
-> Consigliato: Sì.

 

 

Una cosa può esser la verità e, insieme, essere una follia senza speranza.

Credo che prima di parlare dell’opera in sé, occorra fare un piccolo appunto sulla traduzione di Paolini: eccelsa. Per dirla breve, è pura poesia. Essendo un libro ricchissimo di fantasia e di termini inventati, il traduttore deve aver faticato moltissimo per renderlo come l’ha reso, ma c’è da dire che l’ha fatto egregiamente, e per questo bisogna rendergliene merito.

Watership Down narra di un gruppo sparuto di conigli che, grazie al famoso intuito di uno di essi, scappano in tempo dalla loro conigliera prima che questa venga sterminata da alcuni uomini che voglio costruirci sopra. Il viaggio appare lunghissimo, ma è in realtà molto breve. Il lettore è subito spinto a ragionare in termini “coniglieschi”, e anche la concezione del tempo cambia. Prima di giungere al colle Watership, dove decidono di costruire la loro nuova casa, questo gruppo di conigli incapperà in pericoli più o meno grandi. Attraverso i loro occhi vediamo il mondo da un’altra prospettiva, una prospettiva che con la nostra non ha nulla a che fare, e grazie a questo possiamo imparare a capire un po’ di più la natura. Forse anche a rispettarla.

Inquietante è l’episodio della conigliera “maledetta”. Questo posto sembra molto accogliente, ma i conigli in realtà sono apatici. Vivono vicinissimi agli uomini e si cibano alla grande, però ogni tanto qualcuno scompare. Sono troppo abituati a questo metodo di vita, a questo patto uomo-coniglio per cambiare le cose e aprire gli occhi.

Dopo questo le acque sembrano calmarsi. Finalmente i conigli hanno trovato la loro conigliera. Vengono raggiunti da due sopravvissuti alla strage della loro vecchia casa. Se non che, si accorgono di essere destinati all’estinzione nel caso non provvedano a trovare qualche femmina. Così parte la ricerca, anche grazie a un gabbiano che si fanno amico con l’intelligenza del loro capo, Moscardo. Gli unici conigli nei paraggi sono quelli domestici, chiusi in gabbia, di una fattoria lì vicino. Gli altri appartengono a una grandissima conigliera a due, tre giorni di viaggio. Mentre una spedizione parte per questa conigliera, Moscardo e Nicchio, un altro coniglio, tentano una sortita alla fattoria per vedere se possono fare qualcosa con i conigli domestici. Questi sono quattro, e hanno un po’ paura a seguirli. Moscardo promette di ritornare molto presto.

Mi fermo qui nel raccontare l’episodio perché se no svelo tutta la trama. Tornando alla spedizione per la grande conigliera, che dà poi vita all’episodio fulcro del romanzo, intendo analizzare attentamente la società di quei conigli. A capo di essi c’è il Generale Vulneraria. Semplice Coniglio Capo? No. Trattasi di un tiranno, ed Efrafa, la sua conigliera, non è altro che una dittatura oligarchica. Qui si inserisce il tema sociale del romanzo. E spero di non essermi sbagliato e di non star sparando un mare di stronzate. Questa società conigliesca è retta da Vulneraria e da una specie di aristocrazia militare chiamata Ausla (presente quasi in tutte le conigliere, ma qui con poteri praticamente assoluti). Gli orari dei conigli sono scanditi regolarmente. Nessuno se ne può andare. Chi tenta la fuga viene o ammazzato o torturato. Se arrivano forestieri, vanno arrestati e incorporati nella società. La conigliera è suddivisa in “marche” e per passare da una marca all’altra serve un permesso speciale del comandante in capo a quella in cui si trova. In questo clima soffocante, le femmine risucchiano i cuccioli dentro di loro e non partoriscono. Cresce il malcontento. Ma nemmeno di fronte all’evidenza, il dittatore, il Generale Vulneraria, vuole cedere un pezzo del suo potere. Da tempo ha organizzato Pattuglie a Largo Raggio che tengano sotto controllo tutta la zona. Efrafa è, in breve, uno stato dittatoriale in miniatura, composto da conigli anziché da umani. E, nel suo finale fallimento, possiamo vederci decine di episodi storici e attuali.

Ultimo fatto rilevante del romanzo è la bontà umana nei bambini, assente invece negli uomini. I conigli reputano l’uomo uno dei nemici principali, eppure sarà una bambina a compiere un atto molto buono, alla fine.

In questo romanzo, che è poi un’odissea metaforica, dove al posto dei conigli possiamo metterci benisismo gli uomini e al posto degli animali più grandi i mostri Omerici, il tema del viaggio e della libertà, di voler avere una casa e un po’ di pace, sono elevati a “ricerca della felicità”, e possiamo tutti desiderare di essere conigli per godere dell’erbetta fresca e di tutti quei paesaggi – osservati con occhi veramente attenti – che l’autore ci descrive così splendidamente, ricchi di colori ma anche di insidie. E tutti vorremmo vivere in una società i cui lacci siano meno allentati di quelli odierni. In questo libro, respiriamo la libertà.

 

Marco Tamborrino


Istruzioni per rendersi infelici, Paul Watzlawick

Titolo: Istruzioni per rendersi infelici
Titolo originale: Anleitung zum ünglücklich-sein
Autore: Paul Watzlawick
Anno di pubblicazione: 1983
Edizione: Saggi Universale Economica Feltrinelli
Pagine: 105
Costo: 6,50 €
-> Consigliato: Sì.


“Tutti possono essere infelici, ma è il rendersi infelici che va imparato, e a ciò non basta certamente qualche sventura personale.”

Ho cominciato questo libro nella speranza che potesse evitarmi una buona seduta da uno psicologo/psichiatra/psicoanalista. E non ho ancora capito se possa farlo oppure no. Quel che è certo è che un libro del genere è scritto per persone proprio come me. Stiamo parlando di persone infelici? Niente affatto. Stiamo parlando di persone masochiste che tentano perversamente di precipitarsi in uno stato di infelicità perpetua. Soggettivamente infelici, li chiamo io. Quelle persone, ad esempio, a cui di fronte a un periodo del genere si illuminano gli occhi:

“Nulla è più difficile da sopportare di una serie di giorni felici. È giunta l’ora di farla finita con la favola millenaria secondo cui felicità, beatitudine e serenità sono mete desiderabili della vita. Troppo a lungo ci è stato fatto credere, e noi ingenuamente abbiamo creduto, che la ricerca della felicità conduca infine alla felicità. […] Parliamoci chiaro: cosa e dove saremmo senza la nostra infelicità? Essa ci è, nel vero senso della parola, dolorosamente necessaria.”

Quelle persone che continuano a rifiutare il mondo per come esso è e si ostinano a desiderare che sia come essi vogliono. Quelle persone per cui essere fedeli a se stessi (e dunque mantenersi in uno stato stazionario di infelicità) è più importante di qualsiasi altra cosa. “In lui, cioè, la riluttanza diventa fine a se stessa. Nella preoccupazione di essere fedele ai propri principi, finisce per rifiutare continuamente ogni cosa, perché non rifiutare significherebbe già tradire se stesso. Il semplice fatto che il prossimo gli consigli qualcosa è quindi un motivo per rifiutare, anche nel caso in cui seguire tale consiglio sarebbe oggettivamente nel suo interesse. […] Ma il vero genio naturale va ancora più in là e in atteggiamento di eroica coerenza rigetta anche ciò che a se stesso appare come la migliore raccomandazione. Il serpente, cioè, non solo morde la propria coda, ma divora se stesso, e così si determina un ulteriore e del tutto particolare stato di infelicità.”

Watzlawick (che in un moto improvviso d’affetto chiamerò Paulie) mi conosce molto bene e sembra fare di tutto per dimostrarmelo, tirandomi frecciatine e beffeggiandomi non appena può. Il suo sense of humour non risparmia nessuno: non risparmia noi pazienti e non risparmia neanche i medici, psicologi e guru e genitori e tutta la cricca il cui unico scopo è vedere noi poveri pazienti felici.

Ci sono diversi modi deliberati per rendersi infelici e Paulie li esamina tutti con garbo ed eleganza.
– Ci si può rendere infelici rimanendo attaccati al passato stile cozza sullo scoglio, in quanto “un ulteriore vantaggio della fedeltà al passato consiste nel fatto che in questo modo non rimane il tempo di dedicarsi al presente. Rivolgendosi al presente, potrebbe a ogni istante succedere che la visuale si sposti accidentalmente di 90 o di 180 gradi, giungendo in tal modo alla constatazione che il presente ha da offrire non solo ulteriore infelicità, bensì anche occasionale non-infelicità; per non parlare poi delle molte specie di novità che potrebbero scuotere quel pessimismo a cui ci siamo votati.”
– Ci si può rendere infelici rifiutando la felicità quando la si ottiene, dal momento che “adesso è troppo tardi e non la voglio più.”
– Ci si può rendere infelici considerando un problema da un solo punto di vista, il nostro, ed essendo strenuamente convinti che una sola soluzione per risolverlo sia possibile (generalmente proprio l’unica che non possiamo mettere in atto).
– Ci si può rendere infelici attribuendo agli altri sentimenti negativi nei nostri confronti, secondo la pratica tipica della paranoia.
– Ci si può rendere infelici continuando a scansare i problemi e rendendoli così ancora più enormi nella nostra immaginazione.
– Ci si può rendere infelici scegliendo per la nostra vita degli obiettivi irraggiungibili. Scegliendo infatti degli obiettivi che possiamo raggiungere, correremmo il rischio di raggiungerli davvero, e questa sarebbe la rovina di ogni infelice per vocazione. Vale lo stesso discorso per ogni rapporto amoroso, in cui più miri in alto o più lontano e più infelice sei.
– Ci si può rendere infelici analizzando metodicamente e con spirito critico ogni propria relazione interpersonale, solo per concludere che siamo creature non degne dell’amore dell’altro e che quindi ogni persona che ci ami sia eventualmente disprezzabile. “È necessario che ci si ritenga immeritevoli di amore. In questo modo, colui che ama una tale persona viene subito discreditato, perché chi ama qualcuno che non merita amore ha qualcosa che non funziona nella sua vita interiore.” “Essere amati è sempre qualcosa di misterioso. Non è consigliabile voler sapere troppo. Nel migliore dei casi l’altro non sa dirvi nulla; nel peggiore dei casi presenta come motivo ciò che non avete mai considerato come la vostra più affascinante qualità; per esempio la voglia che avete sulla spalla sinistra.”
– Ci si può rendere infelici pensando a cose molto infelici proprio quando siamo sul punto di essere felici.
– Ci si può rendere infelici conformandoci al principio comune secondo cui non essere felici è un delitto e che quindi noi siamo creature deviate e demoniache, solo perché non sappiamo comportarci spontaneamente e raggiungere una parvenza di felicità.
– Ci si può rendere infelici pensando di aiutare gli altri non per un impeto di generosità, bensì per raggiungere un secondo fine. “Per il puro, tutto è puro; invece il pessimista scopre dappertutto lo zampino del diavolo, il tallone d’Achille e tutto ciò che è descritto con metafore podologiche.”

In fin dei conti, quel che Paulie ci dice è che un modo e un motivo per essere infelici lo si trova sempre, in numero molto maggiore di quanto non si trovino motivi per essere felici. Forse non è per tutti così, forse questo vale soltanto per quegli “infelici per scelta”, “masochisti per piacere”, “gente con tendenze emo che però non si taglia”. Per quella gente dai discutibili principi morali che io sento di rappresentare così bene.

Vedere il bicchiere mezzo vuoto o vedere quello mezzo pieno? Meglio essere miope o meglio essere astigmatico? Come non si è mai visto un miope rimproverare un astigmatico, nessun sostenitore-del-mezzo-pieno dovrebbe sentirsi in diritto di rimproverare il mezzo-vuotista. Ti ho mai detto, “sii infelice”? Hai tu il diritto di dirmi, “sii felice”? Al di là di questi schieramenti campanilistici, quel che Paulie cerca di dirci è proprio questo: che non bisogna essere troppo radicali, che bisognerebbe poter passare dal mezzo pieno al mezzo vuoto e viceversa come quando si cambia un paio di occhiali. Quel che Paulie cerca di dirci è che non dovremmo fare della felicità e dell’infelicità degli stati persistenti, ma trattarli per quello che in fondo sono: condizioni psicologiche transitorie e reversibili.
Stamattina mi sono svegliata infelice, domani chissà. Nella vita l’unico modo per essere spontanei è non cercare di essere spontanei.

Chiara Pagliochini


L’isola di Arturo, Elsa Morante

Titolo: L’isola di Arturo
Autrice: Elsa Morante
Anno di pubblicazione: 1957
Edizione: Einaudi
Numero pagine: 398
Costo: 12€
-> Consigliato:  Sì

L'isola di Arturo

 

 

 

La sua paura diventava una paura anche mia. E io e lei, insieme, dentro la stessa stanza, ci muovevamo sperduti, come attraverso un fragore prorompente, che ci urtava, ci avvicinava e ci separava, vietandoci di incontrarci mai. 

Elsa Morante mi ha rubato il cuore. Ha una capacità strabiliante di usare i suoi polpastrelli per rimodellare la realtà che la circonda. E’ come se prendesse il mondo già pronto e, con pazienza infinita, iniziasse a dargli una forma più attraente con le sue dita inumidite, lasciando ammorbidire l’argilla poco prima di imprimerle nuove scanalature e decorazioni. A fine lavoro, poi, non ti trovi davanti a un risultato astruso, riconoscibile solo dal suo autore: hai l’impressione di aver sempre conosciuto il mondo sotto questa nuova veste, e non sotto l’informità dell’opera preesistente. In un attimo, vieni risucchiato dal tuo stesso ricordo.

La sensazione che ti regala la prosa della Morante è proprio quella di riviverela tua stessa vita attraverso quella di Arturo, e ogni tuo pensiero da bambino o adolescente sembra essere esistito solo per essere poi descritto alla perfezione dalla penna di Elsa. Come se le tue azioni passate fossero la declinazione della sua prosa, quasi un loro prolungamento nel passato. Come se tu fossi stato bambino solo per farti poi raccontare la tua infanzia da questa autrice dal faccino schiacciato. Ci si sente compresi e speciali, perché la nostra stessa esperienza viene elevata a mito.

Ed è questa la parola d’ordine del romanzo: mito. Quale altra parola può suscitare automaticamente il pensiero della fanciullezza? Tutti noi non appena pensiamo all’infanzia finiamo a rispolverare tutti quei personaggi mitologici che popolavano le nostre giornate: il signore amico del nonno che si è guadagnato l’etichetta “simpatico” solo per averti trattato con riguardo quando eri piccolo così; la maestra che aveva la passione per i nani da giardino e che tu vedevi ovviamente perfetta nelle vesti di Biancaneve; il gusto dei coni gelato fatti di zucchero, che rimane impresso sulla lingua in una regione del tutto ignota alla scienza, quella del ricordo. La vita di Arturo è popolata delle stesse mitologie, solo declinate in variabili differenti, e si snoda tra tragedie e sorrisi in un’unica isola (quella di Procida, ma poco importa ai fini del significato). Perché proprio un’isola? Perché il personale Olimpo che ci costruiamo pazientemente da bambini, e che modelliamo ancora con cura durante la giovinezza (per poi ritrovarci solo dei cocci tra le mani da adulti), è per tutti relegato in un’isola: potenzialmente aperta e collegata con la durezza della realtà, eppure allo stesso tempo chiusa dal nostro essere acerbi, dalla paura delle asce che infrangono i sogni, dal terrore dell’allontanamento dalle nostre divinità a formato di bambino.

A ciò si aggiunga la critica sociale, spietata e crudele, che fa sanguinare il cuore. La situazione della donna, l’ingiustizia di un mondo creato a misura d’uomo e a misura della di lui virilità, la tragedia dell’amore che arriva al galoppo senza nemmeno curarsi delle aspettative di chi calpesta: che gridino pure, le convenzioni sociali e l’ordine cosmico deciso da Dio, che si strappino pure i capelli. La sofferenza, la solitudine, l’impossibilità di un incontro tra persone desiderose di toccarsi e riconoscersi(descritto così magistralmente come nella citazione che ho inserito all’inizio): sono emozioni così ben scolpite tra le pagine da lasciare confusi, feriti e ammaliati allo stesso tempo.

Non so quanto un commento di questo tipo possa rendere giustizia a un libro di tale portata. Una cosa è certa: nel mio pantheon personale una nuova donna ha appena effettuato il suo ingresso con fare sontuoso e umile allo stesso tempo, e questa donna è Elsa Morante.

 

Elisa 


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