Archivi del mese: dicembre 2011

Un anno di letture ed un nuovo anno insieme

Cari lettori e care lettrici, siamo ormai giunti alla fine del secondo anno insieme, la nostra famiglia nata nel Giugno 2010 quest’anno non ha fatto che allargarsi ed arricchirsi per giungere così insieme – almeno spero – all’anno prossimo, a questo così apparentemente infausto anno 2012. In questi dodici mesi ho letto 52 libri, che potrebbero essere tanti rispetto ai parametri di alcuni, pochi rispetto ai parametri di altri; al mio parametro questo numero appare semplicemente soddisfacente in quanto ho aumentato di dieci letture rispetto all’anno scorso, e di quattordici rispetto all’anno scorso ancora. Ma non sono i numeri che contano, è la qualità.
Quest’anno ho letto dei veri e propri capolavori. Sono entrata nel 2011 leggendo Vita di Galileo  di Bertol Brecht e ho dedicato quasi tutto Gennaio al mio primo esame universitario e alla lettura di Cecità di José Saramago che non posso far altro che consigliare a tutti coloro che volessero vederci un po’ più chiaro. Ho letto ed amato Una donna di Sibilla Aleramo, trovando così una delle donne che più mi hanno ispirata e invitata a riflettere in venti anni di letture, lezioni ed incontri. Ho riso come una matta – ma mi sono anche commossa – a leggere Il Vangelo secondo Biff di Christopher Moore e ho avuto una conferma di quanto poco vado d’accordo con il fantasy leggendo annoiata a morte La storia infinita di Michael Ende.
Mi sono innamorata di Calvino ancora una volta con il suo meraviglioso Se una notte d’inverno un viaggiatore.
Ho scoperto due contemporanei dalla penna strabiliante leggendo Un cuore così bianco (Marìas) e La guerra della fine del mondo   (Vargas Llosa). Ho scoperto una passione per i gialli leggendo i due capostipiti del genere, Arthur Conan Doyle e Agatha Christie. Ho letto delle romantiche storie che mi hanno trasmesso tanta dolcezza e fatto compagnia come La vita segreta delle api, Pomodori verdi fritti al caffé di Whistle Stop, Chocolat rispettivamente di Sue Kidd, Fannie Flagg e Johanne Harris, tre meravigliose donne alle quali aggiungo Jeanette Winterson che mi ha inferto grandiose ferite con il suo enigmatico Scritto sul corpo.
Ho scoperto che tra i classici quelli che per ora preferisco sono gli eleganti francesi grazie a Balzac e il suo Papà Goriot e grazie a Dumas e il suo I tre moschettieri. Sono stata grandemente delusa da Trecy Chevalier  e da Banana Yoshimoto.
Ho letto quel capolavoro contemporaneo che è Vedi alla voce: amore  di David Grossman e amato il Nabokov di Lolita.
Inoltre ho completato la trilogia del mio amato e insostituibile Frank McCourt con grande dolore e ho scoperto alcuni dei miei scrittori preferiti quali Francis Scott Fitzgerald, Ernest Hemingway e John Fante. 
Insomma, un anno che dal punto di vista delle letture mi ha regalato tante emozioni, alcune delusioni e la voglia sempre nuova e rinnovata di leggere più bei libri possibile, di imparare e di scoprire sempre nuovi mondi.

Un anno trascorso anche con voi con tutti i nostri Club del libro, con le discussioni e i confronti all’ordine del giorno, sempre nuovi arrivi e nuovi affetti all’interno di un micromondo web che sfida le leggi del virtuale per restituirsi quanto più di caloroso ed umano possa essere in nome di quella meravigliosa arte che è la lettura. Abbiamo condiviso foto, ansie per l’Università, trasferimenti sul posto di lavoro, nuovi amori e senza accorgercene ci siamo dati di giorno in giorno un appuntamento tra le pagine di un libro ed un confronto sempre più confidenziale, un confronto che trova sempre piena risposta, nuove idee.

In nome di tutto questo vi auguro di trascorrere un bell’ultimo dell’anno; che a mezzanotte possiate baciare la persona che amate, quella che vi piace da sempre, che possiate abbracciare un amico con il quale non parlavate da tempo e che vi mancava, che possiate giocare a tombola con i parenti più affezionati o leggere un buon libro se siete particolarmente solitari, che possiate ballare in pista con dei tacchi improponibili o possiate brindare al discorso di inaugurazione dell’anno del vostro nonno di stampo aristocratico; che possiate congelarvi nelle strade se siete dei viaggiatori o crogiolarvi al caldo di un camino con un gatto o un cane da accarezzare; che possiate fare volontariato e fare nuovi progetti. Questo e tutto ciò che volete a voi che siete i miei compagni di viaggio in questo mondo che si chiama Un buon libro, un ottimo amico e in cui abbiamo finito per essere amici tra di noi oltre che avere degli ottimi amici libri riguardo i quali ci scambiamo consigli ed impressioni.

Auguri per un buon nuovo anno, con affetto

Luana
 


Uccelli di rovo, Colleen McCullough

Titolo: Uccelli di Rovo
Titolo originale: The Thorn Birds
Autrice: Colleen McCullough
Traduttore: Bruno Oddera
Anno di pubblicazione: 1977
Edizione: Tascabili Bompiani
Numero pagine: 558
Costo: 10,90 euro
Consigliato: Sì. In defintiva, direi di sì.

Uccelli di Rovo. E’ stato il titolo che mi ha colpita, che mi ha spinta ad acquistarlo un giorno, mentre passeggiavo in libreria. Non sapevo NIENTE su questo romanzo. Non sapevo, per esempio, che ne avessero tratto una sorta di miniserie che, avendola vista a pezzi dopo la lettura, ho pensato avesse, in ogni caso, rovinato il romanzo rendendolo una sorta di libretto Harmony. Non sapevo niente neanche sulla trama ma,semplicemente, mi ha colpita il titolo.
Uccelli che, in pratica, si danno la morte cercando un rovo con cui infilzarsi e mentre lo fanno, cantano. Terribile a pensarlo e a leggerlo, ma neanche questo sapevo prima di inziare la lettura.
Mia madre, saggia dispensatrice di consigli letterari, lo ha distrutto in due minuti di orologio additandolo come ‘romanzetto rosa, pensate, noioso, stupido, ecc ecc.’ Ebbene, ma di cosa tratta questo tanto contestato romanzo? Se leggete la trama dietro la copertina Bompiani si leggeranno ben poche righe e molto vaghe. Saga familiare che prende avvio durante i primi anni del ‘900 e che continua sino ai tempi più recenti (recenti per l’epoca, il tutto termina diciamo negli anni ’60 -’70).
E il punto fondamentale, però, qual è? Qual è l’ingrediente che tiene intatta e ferma la trama in questo volumone di quasi seicento pagine? L’amore; l’amore e il legame indissolubile,e direri anche tristemente predestinato, che legherà una donna, la principale figura femminile, ad un prete. E dicendo questo, non anticipo niente poichè è solo l’inizio, il punto di partenza.
Ero partita male, devo esser sincera.
E devo esser ancor più sincera nell’ammettere che la prima parte del romanzo mi ha un po’ annoiata. Non tanto per le descrizioni del paesaggio australiano (che, secondo me, sono uno dei punti di forza, insieme alle descrizioni del lavoro nella proprietà di Drogheda), nè per i continui riferimenti religiosi (bisogna tener conto che è stato scritto negli anni ’70 e che è ambientato nei primi anni del ‘900 quindi la religiosità era una componente fondamentale e onnipresente della vita delle persone), ma per la mancanza di ‘azione’, per la mancanza di un qualcosa che doveva, secondo me, accadere in quel momento. La seconda parte del libro (circa da pagina 200? Più o meno..), invece è più carica di eventi, più densa di psicologia umana, di pensieri che affollano le menti dei personaggi, più coinvolgente sotto vari punti di vista. L’ultima parte del romanzo, secondo me, è quella meno valida. Non volendo anticipare niente, posso dire soltanto che,secondo me, la storia è stata portata avanti più del dovuto e questo non sarebbe stato assolutamente necessario.
Ho diviso il romanzo in queste tre parti,a seconda delle mie preferenze.

Ok, ma allora perchè consigliarlo?

Consigliato perchè il romanzo della McCullough non è, come la serie televisiva che ne hanno tratto, un romanzetto Harmony. Sì, c’è l’amore, un amore contrastato, diviso, sofferto, lacerato, ma ci sono anche le vite di tanti altri personaggi che gravitano intorno alla storia principale. Ci sono belle descrizioni, e non si trovano, come invece si tende a pensare, descrizioni di sesso ogni due pagine. No, nella maniera assoluta.
Consigliato perchè è una buona lettura; è scritto bene, ed è scorrevole. Non sarà un caposaldo della letteratura ma è meglio di molto altro.
Consigliato perchè si può apprezzare una sottile psicologia dell’individuo che tenta di fuggire dai sentimenti umani, ed un modo di ragionare e di pensare completamente diverso dal nostro.

Unica cosa che mi sentirei di consigliare a tutti coloro volessero iniziare la lettura; non è un capolavoro della letteratura, almeno da me non è così considerato, ma non è che nemmeno da etichettare a preventivo come una banalità e una smanceria zuccherosa.
Prendetelo per quello che è, lasciandovi coinvolgere nel flusso della storia.
Potrete apprezzarlo o no, ma almeno potreste esprimere un giudizio sensato e ragionato su questo tanto apprezzato romanzo.

Chiara Coppola


Le regole della casa del sidro, John Irving

Titolo: Le regole della casa del sidro
Titolo originale: The Cider House Rules
Autore: John Irving
Traduttore: Pier Francesco Paolini
Anno di pubblicazione: 
1985
Edizione: Bompiani
Numero pagine: 624
Costo: 11,90€
-> Consigliato: Sì! 

Ho finito di leggere questo romanzo un tardo pomeriggio invernale su un autobus fra la Lituania e la Lettonia, immersa nel buio del paesaggio baltico, con la lucetta accesa sopra la testa che illuminava solo me e il mio libro. Quando l’ho chiuso, ho dovuto trattenere le lacrime. Mi sembrava di aver dovuto salutare per sempre alcuni carissimi amici, di essermeli lasciati alle spalle, nel buio della strada dietro di me, eppure sentivo che averli conosciuti mi avrebbe scaldata dentro ancora per molto tempo. Solitamente leggo piuttosto in fretta. Ma questo gioiello di John Irving me lo sono voluto gustare piano piano, per entrare nell’atmosfera, per conoscere da vicino i personaggi, per assaporare il linguaggio, gli stati d’animo, le sensazioni.

Immaginate di essere un orfano. Immaginate di aver provato a vivere con diverse famiglie per poi scoprire che l’unico posto che potete considerare casa è l’orfanotrofio in cui siete nati da madre ignota. Dove siete amati e trattati con cura, certo, ma pur sempre un luogo che dovrebbe essere di passaggio. Homer Wells invece cresce a St. Cloud’s con il dottor Larch e le sue adorabili infermiere. Ma St. Cloud’s non è solo un orfanotrofio. Là, il dottor Larch svolge il lavoro di Dio e quello del Diavolo, sebbene per lui derivino entrambi dalla misericordia e dal dovere morale di aiutare gli altri: accoglie le partorienti che vogliono abbandonare i propri figli, ed esegue aborti per le donne che non vogliono portare avanti la gravidanza. In un’epoca in cui l’aborto è ancora illegale, il coraggioso e folle dottor Larch insegna a Homer il mestiere di ostetrico abortista, e non solo. Gli fa da padre, lo ama in modo talvolta ossessivo. Così, quando Homer fa i conti con la propria coscienza e decide di distaccarsi da quel mondo, per il dottor Larch è come se un pezzo di anima si separasse dal suo corpo.

Homer finirà alla Casa del sidro, dove conoscerà finalmente l’affetto di una famiglia, ma anche lì dovrà fare delle scelte, sopportare i tormenti della propria coscienza e soprattutto si ritroverà a fare ciò che un eterno orfano detesta di più: aspettare, poi si vedrà. Sullo sfondo, una bella riflessione sulle regole morali e sociali, sulla possibilità di infrangerle, sulle conseguenze degli sbagli fatti per troppo amore, sulla crescita di un bambino che diventa uomo. Meraviglioso anche il personaggio di Melony, orfana eternamente arrabbiata col mondo, dura, ferita, in cerca di riscatto, che difende la propria debolezza erigendo barriere.

La traduzione un po’ datata ma scorrevole di Pier Francesco Paolini ci restituisce una storia d’amore in tutte le sue forme, una storia di attesa, di speranze, di perdita, di decisioni difficili. Una galleria di personaggi indimenticabili e veri, profondamente umani, fra errori e riscatti, cambiamenti e ritorni. Perché non si può sfuggire da quello che si è e si è sempre stati, né dal fare la cosa giusta: non si può sempre aspettare, prima o poi bisogna trovare il coraggio di fare una scelta. Seicento pagine su cui riflettere, da gustare lentamente, da vivere più che da leggere.

E come si dice ‘mi manchi’, si chiese, quando non si intende ‘voglio tornare da te’?

Thais Siciliano


Dieci piccoli indiani, Agatha Christie

Titolo: Dieci piccoli indiani
Titolo originale: Ten little niggers
Autrice: Agatha Christie
Anno di pubblicazione: 1939
Edizione: Mondadori
Numero pagine: 187
Costo: 12€
-> Consigliato: Sì 

Dieci piccoli indiani (Oscar)

Non so voi, ma io avrei avuto un’incredibile paura a vivere con quella che è la mamma di Saw, perché, bisogna dirlo, Agatha Christie è la vera ideatrice di quell’orrendo fantoccio in triciclo che avrebbe iniziato ad uccidere solo settant’anni dopo di quanto lo faceva la penna di questa donna che era un genio del crimine. Genio del crimine nel senso che, secondo me, non avrebbe avuto problemi a progettare la morte di un eventuale marito infedele – nipote strappa eredità – ladro scippa-vecchine.
Ed è per colpa di questa donna che portava la capigliatura tipici anni ’30 con le splendide ondine e che in realtà avrebbe voluto scrivere più romanzi d’amore che non storie con assassini e quant’altro che ieri notte, finita la lettura nel giro di poche ore, mi son ritrovata a girare furtiva per la casa per paura che U. N. Owen mi stesse aspettando tra il corridoio e la mia camera o, peggio ancora, in realtà mi stesse spiando dalla porta-finestra durante la lettura per sferrarmi il colpo finale e introdurmi così nel ciclo omicida che ha colpito Nigger Island.
In realtà, l’assassino è rimasto sull’isola, non ha nuotato sino alla Sardegna per ammazzarmi e io sono qui a raccontarvi in tutta tranquillità – raggiunta dopo una notte con gli occhi sbarrati sempre passata ad aspettare il fatidico assassino – cos’è stata per me questa lettura, questo mio secondo incontro con la scrittrice che-voleva-scrivere-romanzi-d’amore, ma in realtà produceva storie-con-fantasie-criminali-sadiche e perché vi consiglio di leggerlo.

Sorvolando sul fatto che ho scoperto fin da subito chi fosse l’assassino o l’assassina perché  subisco il fascino di queste menti malate e quindi non poteva essere altri che il o la nigger che si è guadagnato/guadagnata la mia ammirazione, Ten Little Niggers è un libro da leggere principalmente per due motivi:

  1. la costruzione del romanzo geniale condita di personaggi ben delineati e approfonditi
  2. l’atmosfera di paura che la Christie ha saputo ricreare

 

Dieci potenziali assassini che la legge non è riuscita a incastrare vengono invitati a trascorrere una vacanza in un’isola – non per dire nulla, ma se a me arrivasse una lettera da uno sconosciuto, non ci andrei nemmeno se mi stesse invitando in Costa Smeralda (e ciò è tutto dire) – dove, uno ad uno, troveranno la morte secondo i dettami della poesiola Dieci piccoli indiani.
Il tutto è facilmente prevedibile, dunque. E’ chiaro che tutti moriranno nei modi scanditi dalle strofe. E’ chiaro che, essendo l’isola deserta all’infuori dei dieci invitati, l’assassino sia uno di loro. Allora, cos’è che rende questo romanzo di poche pagine un misto di adrenalina e terrore? Com’è che nonostante la prevedibilità del tutto il lettore guarda se l’assassino sia dietro il proprio divano sul quale legge con gli occhi sempre più sgranati e pronto ad essere il prossimo a morire?

La risposta è: la rappresentazione della paura. I protagonisti sanno di dover essere uccisi, ormai è un dato ineluttabile, ma perdono il senno in un misto di angoscia, terrore e attesa mentre pensano a chi sarà il prossimo ad andare incontro alla morte, per mano di chi, quando. Il senso animale della sopravvivenza avviluppa i rimanenti e restituisce l’immagine di un luogo dell’orrore che non risponde più alle leggi del razionale. Insomma, un libro che è tutto un brivido. Se poi siete facilmente impressionabili come me, il tutto vi parrà ancora più tremendo ed eccezionale, ancora più sublime e terrorifico. Se poi, come me, abitate in un’isola, allora è proprio inevitabile che vi sentiate l’undicesimo indiano, o negretto che dir si voglia.

Luana


Quel che resta del giorno, Kazuo Ishiguro

Titolo: Quel che resta del giorno
Titolo del giorno: The remains of the day
Autore: Kazuo Ishiguro
Anno di pubblicazione: 1989
Numero pagine: 258
Costo: 8,66€
-> Consigliato: Sì 

 

The Remains of the Day

“Sono ormai venti minuti da quando l’uomo se n’è andato, ma io sono rimasto qui, seduto su questa panchina, ad aspettare l’evento che sta giusto per verificarsi – vale a dire l’accensione delle luci del molo. Come ho già detto, la felicità di questi cercatori di piacere che si raccolgono qui sul molo ad aspettare il piccolo evento sembra confermare le parole del mio accompagnatore, e cioè che per molte persone la sera è la parte più dolce della giornata. Forse allora c’è qualcosa di giusto in quel suo consiglio, che dovrei smettere di guardare indietro così a lungo, adottare una prospettiva più positiva e cercare di fare del mio meglio con quel che resta del giorno. Dopotutto, cosa ci si guadagna a guardarsi sempre indietro, cosa ci si guadagna ad incolparsi se le nostre vite non sono andate proprio come avremmo voluto?”

È curioso come una cosa così piccola come questo romanzo possa essere delicata, intima e toccante. È un po’ come sfiorare con le dita i fili di una ragnatela, senza conoscere quale sia la pressione sufficiente a reciderli. Si ha paura di fare del male a qualcosa di bello. Si ha paura che qualcosa di bello ci faccia del male.
Ed Ishiguro, con questa sola prova, si inserisce nel numero dei narratori inglesi per i quali porto rispetto. Quel fortunato numero di narratori contemporanei (nei quali iscrivo McEwan e Byatt) che non hanno paura di documentarsi prima di scrivere un buon romanzo, che non hanno paura di annoiare e di essere onesti. Quei pochi narratori che sanno che una frase ad effetto ogni tre pagine non fa la fortuna di un romanzo, bensì il suo essere commercializzabile come una prostituta della narrazione. Quei pochi scrittori che una frase la scrivono solo e soltanto se serve, solo e soltanto se è adeguata al contesto e al narratore. Quei pochi scrittori che rispettano il narratore come se fosse una cosa sacra e pur di dargli corpo sono disposti ad annullare quella vocina nella testa che ogni tanto dice, “ma dai, mettici una bella frase che suoni bene per fare le citazioni su Facebook!”. O forse è la mia opinione traviata che oggi si pensi così, poi guardo a Baricco e dico, ah no. Signor Ishiguro, lei è un vero gentleman ed io la rispetto.

Quel che resta del giorno è la suntuosa rievocazione di un mondo che non c’è più, un mondo di eleganza e di dedizione, di grandi case e grandi ricevimenti. Un po’ come una puntata di Downton Abbey, per chi sa di cosa sto parlando. Siamo in Inghilterra, dopo la seconda guerra mondiale. Mr Stevens è da molti anni il maggiordomo di Darlington Hall, un tempo dimora di Lord Darlington, manovratore della politica europea fra le due guerre, ed ora finita nelle mani di un ricco americano.
Mr Stevens ha visto molto poco del mondo. Tutta la sua vita non è stata che servizio, consacrazione a un ideale in cui crede fermamente, e cioè la sua missione di maggiordomo. Perché essere maggiordomo è a tutti gli effetti una missione, ma soprattutto è uno stile di vita, che significa portare lealtà giorno dopo giorno al proprio datore di lavoro, votarsi allo splendore della dimora di cui si è custodi, fare di tutto (nel nostro piccolo) per far girare quella ruota molto oliata che è la Storia. È così, si può essere servitori della Storia, si può essere manovratori di grandi eventi anche solo tenendo puliti i candelabri. Ma un vero maggiordomo, un grande maggiordomo, sa anche che il suo essere maggiordomo non è soltanto il suo costume. Non può concedersi delle falle, mai il privato può fare capolino nel suo pubblico. Quindi, che si tratti di piangere la morte di un padre, che si tratti di inseguire l’amore della vita, un maggiordomo deve sempre ricordare il senso della propria missione. In questo senso, nel conflitto tra pubblico e privato vince sicuramente il pubblico. E questo è il motivo, secondo me, per cui questo libro può iscriversi nel genere della tragedia.

Ma arriva un momento nella vita di ciascuno (e per qualcuno questo momento è tutti i giorni) in cui si comincia a ripensare alla propria vita, al passato, a quei crocicchi, a quegli incroci che il destino sembra aver disposto casualmente, e noi abbiamo imboccato una strada anziché un’altra. Questo momento arriva anche per Mr Stevens, in occasione di un viaggio in auto di qualche giorno. Un viaggio che non ha mai fatto prima e che lo porterà non solo a scoprire luoghi inaspettati, ma soprattutto regioni inaspettate del sé e che lo costringerà a riconsiderare una buona parte del percorso fatto.
Il viaggio di Mr Stevens ha una direzione e questa direzione si chiama Miss Kenton, ex governante di Darlington Hall, che ha lasciato la casa molti anni prima. È soprattutto nei confronti di Miss Kenton che le considerazioni di Mr Stevens si fanno più sofferte, i crocicchi più insidiosi. Perché se è vero che Mr Stevens fa di tutto per farci credere che le sue intenzioni nel far visita a Miss Kenton sono strettamente professionali, noi capiamo invece che c’è molto di personale.

Mr Stevens è un bugiardo coi fiocchi, fa veramente di tutto per ingannarci, per darci a credere che lui è un bravo maggiordomo eccetera eccetera. Riuscirebbe persino a negare di essere un uomo fatto di carne e sangue, se si sentisse messo alle strette. Ma voi capite quando la sua corazza cede, quando sotto tutta quella freddezza, quell’insensibilità, quella professionalità, si vedono dei piccoli graffietti. Ogni tanto gli capita di camminare troppo a lungo davanti a porte chiuse, gli capita di giustificarsi a sproposito, ogni tanto i personaggi del libro si accorgono che sta piangendo, anche se lui – il bastardo – non ci dice mica, mi sentivo triste e piangevo!
Mr Stevens fa di tutto per starci antipatico. Ma noi gli vogliamo sempre più bene.

E così, mentre nel viaggio si snodano le sue memorie, noi capiamo quali sentimenti abbia nutrito in tutti questi anni, quanta repressione abbia messo in atto per mantenere questa faccia dignitosa. È stata una sofferenza? Non lo sappiamo. Ne conosciamo soltanto i risultati, e cioè una vita non vissuta, una vita che poteva essere e non è stata, una vita che non sappiamo più che farci perché non sembrano esserci più incroci, una vita che corre incontro alla sera precipitosa come una marea.
E così alla fine del giorno non restano che memorie un po’ troppo consunte, ma che fanno male ancora. E tuttavia non si può tornare indietro. Le occasioni non colte restano dove sono. Quel che resta è una domanda che fece Miss Kenton tanto tempo fa, “Perché Mr Stevens, perché, perché, perché deve sempre fingere così?” Quel che resta è il ricordo di tanti pomeriggi in cui la luce si affievoliva alle finestre e ogni sagoma stagliata contro il vetro sembrava una figurina e le tazze profumavano di cioccolata calda. Quel che resta è che l’importante è aver capito. Perché a un certo punto si capisce. È per tutti così. Si capisce che, se anche c’è rimasta solo la sera, non è mai troppo tardi per accorgersi di aver sbagliato. E, se non si può tornare indietro, si può applicare quel che s’è imparato a quel che resta.

Chiara Pagliochini


Figlio di Dio, Cormac McCarthy

Titolo: Figlio di Dio 
Titolo originale: Child of God 
Autore: Cormac McCarthy
Anno di pubblicazione: 1974
Edizione: Einaudi
Pagine: 168
Costo: € 10
-> Consigliato: Sì!

Signor Ballard, disse. O trovate un altro modo di vivere, oppure vi trovate un altro posto al mondo per viverci. 

Non c’è motivo di cercare significati inesistenti dietro a questo libro. Come anche “Meridiano di sangue”, per certi aspetti, “Figlio di Dio” è il manifesto di un’umanità violenta e deviata dal Male, Male che proviene dall’uomo stesso, dal suo cuore. Le azioni non sono spiegate, né trapelano i pensieri dietro a esse. Il lettore dà libera interpretazione a ogni sillaba. Ogni cosa viene presentata nel modo in cui deve essere, niente di più, niente di meno. Si potrebbe dire che il narratore, McCarthy, non esiste. La sua presenza non si sente. È tutto così splendidamente raccontato e mostrato che ogni parola s’incastra nel posto giusto e non ha bisogno di spiegazioni. 

Ricorda un po’ “Il signore delle mosche” di Golding, questa degenerazione animale di Lester Ballard, il protagonista serial killer del romanzo. Passando da uno stupro all’omicidio, per arrivare infine alla necrofilia, quest’uomo rappresenta la natura più abietta dell’individuo bianco. La società inesistente, la possibilità di avere armi. Quest’America degli anni ’70 non riceve grazie. Descritta così com’è, nel suo turbine di violenza inaudita, negli istinti più crudeli e malvagi rappresentati da Lester Ballard, l’America che noi conosciamo, o che vorremmo conoscere, scompare, come se non fosse mai esistita. In questo piccolissimo romanzo abbiamo solo il ritratto di un America sanguinante, misera, povera, persa. È il ritratto dell’uomo. È il nostro ritratto. 

Pensate che a quei tempi la gente fosse più cattiva di oggi? chiese il vicesceriffo. 
Il vecchio stava guardando la città inondata. No, disse. Non lo penso. Penso che la gente sia la stessa fin dal giorno che Dio creò il primo uomo.
 

Perché Lester Ballard fa quello che fa? Come rispondere, dato che nel romanzo non si trova la risposta? Forse è dentro di noi. Dovremmo cercare di comprendere le azioni di questo pazzo senza stravolgerne il fine. Oppresso dalla miseria umana, Ballard si ribella. Uccidendo. Stuprando. Non è anche questo parte di noi, del nostro operare? Sono gesti estremi, portati alla loro estrema accezione proprio grazie a Ballard. Sono atti che ci possono aiutare a comprendere meglio cosa c’è dentro il nostro cuore, dentro la parte buia. 

Prosa mai scarna come adesso, McCarthy ha voluto scrivere una storia lapidaria, chiusa, senza speranza. Dialoghi brevissimi, risposte secche, mai un acccenno di pensiero, mai un niente di niente, eppure il libro è sempre pervaso da quell’inconfondibile e superba descrizione della natura che accompagna tutti i libri dell’autore. Lester Ballard è un figlio di Dio, un uomo qualunque, uno come me che sto scrivendo in questo momento, e uno come voi che state leggendo. Questo figlio di Dio si muove nella natura grandiosa che è poi Dio stesso. Il fatto che Lester Ballard sia diventato un animale, un pazzo omicida, non lo divide nettamente, e anzi, non lo divide proprio dagli altri personaggi, e nemmeno da noi, perché lui è esattamente come tutti gli altri. Un uomo. 

La violenza è inserita magistralmente, senza sbavature, senza annunciazioni. Un momento stai leggendo la descrizione di una notte stellata, un momento dopo il protagonista spara a qualcuno, eppure quasi non si nota la differenza talmente il tutto è descritto in maniera normale, come se fosse ovvio che un fatto del genere accadesse lì, in quella pagina. La bravura di McCarthy nel mostrare il Male, soprattutto quello umano, si mescola a quella natura spaventosa e bellissima in cui l’uomo da sempre si muove, avvicinandosi a essa. 

Un libro forte, un pugno allo stomaco. 
Nessun sentimento. 
Niente speranza. 
Romanzo che incarna la parte più scura dell’umanità.

Marco Tamborrino 


Preghiera per un amico, John Irving

Titolo: Preghiera per un amico
Titolo originale: A prayer for Owen Meany
Autore: John Irving
Anno di pubblicazione: 1989
Edizione: BUR
Pagine: 590
Costo: € 11
-> Consigliato: Sì!

Spesso, secondo me, i libri più belli sono quelli dei quali non riesci a parlare: non sai descriverne la trama, non sai raccontare ciò che ti hanno trasmesso e lasciato. 
Se qualcuno dovesse chiedermi di cosa parla “Preghiera per un amico”, infatti, non saprei rispondere. Potrei dire che parla delle vite di due ragazzi, del loro rapporto, o semplicemente di un ragazzino moltoparticolare. Ma niente di più, perché Irving traccia una trama delicata e lenta, ma allo stesso tempo scorrevole e avvincente, attorno alla vita di Owen Meany – il protagonista – e di John Wheelwright, il suo migliore amico, nonché narratore della vicenda che, divenuto adulto, si ferma a ricordare il passato.

Ovviamente ci sono avvenimenti fondamentali, nella storia, che permettono alla trama di andare avanti. Il primo, che dà inizio alla vicenda, è la morte della madre di John, Tabby, uccisa da una palla lanciata con particolare violenza durante una partita di baseball. E l’assassino è proprio Owen, con la sua minuscola corporatura e la sua assurda voce nasale, che riesce soltanto a urlare a John un “Mi dispiace!” prima di fuggire via. 
Dopo la morte di Tabby, il rapporto tra John e Owen cambia profondamente, anche se inizialmente il cambiamento è quasi impercettibile. Possiamo leggere pagine e pagine di ricordi d’infanzia di John: alcune vecchie storie di famiglia, i bizzarri atteggiamenti della Nonna, il matrimonio tra Tabby e Dan, gli scherzi coi cugini nella casa di Sawyer Depot, le differenza tra le chiese congregazionalista, episcopale e cattolica, gli spettacoli teatrali cui partecipa l’intera cittadina di Gravesend…
La trama, insomma, offre ampio spazio agli aspetti quotidiani della vita di John e Owen. I due crescono, frequentano l’Accademia di Gravesend, e col passare degli anni la personalità di Owen si fa sempre più definita, sempre più particolare.

Owen è uno dei personaggi migliori che abbia mai incontrato nelle mie letture. È un ragazzo molto basso, mingherlino, con un’assurda voce nasale e questo basterebbe a renderlo diverso dagli altri; ma più passa il tempo, più Owen attira l’attenzione della gente, sfoggiando un atteggiamento polemico e audace. Gestisce infatti una rubrica del giornale scolastico, che scrive con il soprannome di La Voce, nonostante tutti conoscano la sua vera identità. E qui Owen, quasi con impertinenza, denuncia a chiare lettere tutto ciò che non gli va. Proprio a causa di    questa audacia spinta troppo in là, fino a polemizzare contro l’arcigno preside della scuola, Owen – pur essendo uno degli studenti più brillanti – viene espulso dall’Accademia.
Ma c’è un particolare di Owen che pochi conoscono e che lo rende veramente diverso dagli altri. Perché Owen sa tre cose: sa che la sua voce non cambierà mai, sa quando morirà e sa di essere lo strumento di Dio. Durante la rappresentazione teatrale de Il canto di Natale, nel quale interpreta lo spettro dei Natali futuri, egli legge sulla tomba di Scrooge il proprio nome e la data della sua morte. E un sogno agghiacciante gli rivela anche la natura della sua morte, legata alla guerra in Vietnam che segna tragicamente l’America in quegli anni. 
Owen si convince così di essere uno strumento di Dio, destinato a morire da eroe, ad essere guidato in tutto ciò che fa. La religiosità è una delle componenti fondamentali di questo romanzo, l’unica cosa che talvolta mi è sembrata un po’ eccessiva – come quando il signor Meany parla di partenogenesi. Ma d’altronde il personaggio di Owen è l’eccesso personificato: un insieme di assurdità, di slanci, di contraddizioni. 

E dopo questo incipit interminabile è giunto il momento di dirvi perché ho amato questo libro, che è diventato il migliore letto in questo 2011 e forse – devo ancora pensarci – il mio preferito in assoluto. 
Innanzitutto, è scritto in modo egregio. Ma veramente. Le parole scivolano che è una meraviglia, i suoni si susseguono armonicamente: a volte mi è sembrato di osservare un quadro, più che di leggere un libro. 
In secondo luogo, è il tipo di romanzo che ti accompagna, che ti tiene compagnia per giorni eppure non ti annoia mai. Ed è anche un tipo di libro che a me piace molto, una sorta di biografia dai ritmi tranquilli, che racconta la storia non solo dei protagonisti, ma anche quella dei loro amici, dei loro concittadini, degli americani – ho apprezzato molto i riferimenti alla guerra del Vietnam, ai Kennedy, alla Storia di quell’epoca, perché mi hanno permesso di immedesimarmi ancora di più nella vicenda di Owen e John. 
“Preghiera per un amico” è, insomma, uno spaccato della vita degli americani negli anni Cinquanta e Sessanta analizzata attraverso la loro storia e i loro modi di vita, vista dagli occhi di un ragazzo come gli altri e da quelli del suo migliore amico, un ragazzo diverso e speciale. La semplicità della trama è, insomma, il secondo motivo per cui ho amato questo romanzo.
Il terzo è legato all’emozione che ha saputo suscitare in me. Ci sono emozioni ovunque, abilmente nascoste dalle parole, e il lettore deve riflettere bene, aprire la mente per coglierle. 
Ci sono emozioni nei racconti dell’infanzia, nella rievocazione dell’immagine della Nonna e della mamma, nella ricerca del vero padre di John e nella storia di Tabby; nelle poesie, nei brani e negli inni che Irving sceglie per rappresentare gli animi dei protagonisti.
Ci sono emozioni in tutti i personaggi – con poche parole l’autore riesce a inquadrare perfettamente la personalità di ognuno – e nei rapporti di amicizia, antipatia, amore che li legano.
Ci sono emozioni nel rapporto tra Owen e John. Owen diviene incredibilmente protettivo nei confronti del suo migliore amico dopo la morte di Tabby: lo incoraggia a proseguire gli studi, lo spinge a trovare uno scopo nella vita, riesce perfino a tenerlo lontano dal Vietnam. E tutto questo perché, pur senza lasciarlo trasparire in altro modo, quella palla da baseball lanciata tanti anni prima pesa ancora sulla sua coscienza.
Ci sono emozioni e bellezza in ogni pagina di “Preghiera per un amico”. 

Insomma, leggetelo. Leggetelo perché avvince, accompagna, insegna, scandalizza, commuove, scalda, scioglie, lega; perché è uno di quei rari libri che può cambiare la vita, anche in minima parte. 

Sì, ho deciso. È diventato il mio libro preferito.

 

Guendalina Ferri


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