Little Boy Blue, Edward Bunker

Titolo: Little Boy Blue
Titolo originale: Little boy Blue
Autrice: Edward Bunker
Anno di pubblicazione: 1980
Edizione: Einaudi Super ET
Numero pagine: 460
Costo: 14€
-> Consigliato: Sì, ma con le dovute riserve
Votazione: 3/5 

 Little Boy Blue

Il paradiso della libertà era nebuloso, per lui, come il paradiso di Dio.

Un libro che s’è salvato dalle due stelline non so neanche io come. Sono sempre molto riluttante a dire “duecento pagine in meno avrebbero sicuramente giovato”, ma questa volta è davvero così. Dopo un certo punto non c’è nient’altro di interessante da leggere. Succedono sempre le stesse cose, ma con una monotonia e noia tali da rendere indigestibile la lettura, non fosse per lo stile fluido e passabile.

Di cosa stiamo parlando? Stiamo parlando di Alex Hammond e di come è passato da essermi simpatico, fino ad averlo totalmente in odio. Ce l’avessi avuto davanti, l’avrei preso a schiaffi. Altro che rubare automobili e svaligiare farmacie o rivendite di alcolici. Schiaffi, schiaffi e ancora schiaffi. All’inizio questo bambino di undici anni ha tutte le ragioni del mondo per essere arrabbiato, per ribellarsi, anche perché è ancora piccolo e non ha quasi nessuna colpa. La società sceglie a casa degli individui che, a causa di una serie imprevedibile di fatti, diventano dei piccoli criminali. Pensate agli immigrati che vengono nel nostro paese in masse sempre più enormi. Sono veramente tutti criminali come ci vogliono far credere i giornali? Certo che no. Ma sono poveri. Non hanno niente, e pochi riescono a trovare qualcosa. Cosa succede, allora? Succede che la società, il contesto in cui vivono, trasforma gran parte di loro in delinquenti. Non è colpa loro. È logico che più si vive in condizioni disumane, più si tende a intraprendere una strada che va di fatto contro la legge, l’autorità.

Il caso di Alex Hammond è leggermente diverso. Lui perde il padre durante la prima cazzata, la prima fuga (del libro, non della sua vita). Il padre muore e lui rimane orfano. A questo punto non si rende conto che dovrebbe invertire il suo comportamento. La gente che rimane sensibile di fronte alla sua condizione c’è, insomma! Per tutto il libro Bunker ci ripete che è intelligente e che ha un QI molto alto, ma le sue azioni dimostrano effettivamente il contrario. Alex Hammond è un emerito pirla. Ci saranno duecento pagine di risse nei riformatori che sono tutte dannatamente uguali. Scritte bene, per carità, ma un libro così lungo sempre sulle stesse cose non è il massimo che si possa trovare in una lettura.

Certo, ci sono anche dei punti a favore. Ma erano scontati. La denuncia della società americana post-depressione, anni ’40, il razzismo, l’abuso di potere di polizziotti e altre figure di rilievo. Anche l’inizio della diffusione delle droghe pesanti. Tutte queste cose sono descritte da Bunker con uno stile vivido ed evocativo, attraverso gli occhi di Alex, durante la crescita del protagonista. Alla fine del libro, neanche i libri lo appagano più. La sua intelligenza è tutta rivolta al crimine. L’opportunità che gli viene data la butta nel cesso. Non è capace di sottomettersi agli ordini. Credo stia qui il fulcro del romanzo: se il protagonisto fosse stato più predisposto a imparare, forse non sarebbe finito su quella strada.

L’amore è delegato ai margini del romanzo, e solo superficialmente il protagonista lo prova sulla sua pelle. Bunker ha raccontato e mostrato risse e furti, drogati e riformatori, manicomi e codici della malavita. E l’ha fatto per 454 pagine. Ora, se io fossi una persona di parte, lo manderei a quel paese e chiuderei qui la citazione. Ma non sono così cattivo.

Vi invito a riflettere sulla frase di questo giudice, nel momento in cui deve decidere la sorte di Alex:

Ecco uno di quei tragici casi in cui non disponiamo dei mezzi per fare quel che è giusto. È il classico esempio di un circolo vizioso istituzionale reiterato: una famiglia spezzata o l’assenza totale di un focolare, una sequela di case d’accoglienza e scuole militari, un fuggitivo cronico, ma non un criminale, che alla fine commette un reato grave ed entra nel sistema della giustizia criminale. E noi che cosa possiamo fare? Le opzioni di cui disponiamo non proteggono la società nel lungo periodo. La migliore protezione sarebbe fare di questo ragazzo un membro effettivo della nostra società, un cittadino a pieno titolo. Ma non sappiamo come. Non sappiamo che cosa uscirà dall’altra parte della catena del sistema, se un individuo migliore o un individuo peggiore. Le statistiche dicono che probabilmente sarà peggiore. Ma che cosa posso decidere, io? La società esige che sia punito. Ha sparato a un uomo. Ma anche se la società non avesse queste esigenze, dove potrei mandare questo bambino? In una nuova casa d’accoglienza, in un altro colleggio? Si darebbe nuovamente alla fuga.

La società americana non funzionava all’epoca e funziona ancor meno adesso. Non ci vuole un genio per capirlo, ma – diamo a Cesare quel ch’è di Cesare – Bunker ha denunciato tutto il marcio dell’America attraverso un punto di vista giovane, quasi autobiografico, che gli rende davvero onore. E da qui le tre stelline. Alex a volte fa tenerezza, su questo non ci piove. Però il personaggio è portato a un’esagerazione fastidiosa.

 

Marco Tamborrino

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