Paesi tuoi, Cesare Pavese

Titolo: Paesi tuoi
Autore: Cesare Pavese
Anno di pubblicazione: 1941
Edizione: Einaudi Tascabili
Numero pagine: 134
Costo: 9.5 €
-> Consigliato: Sì 

Paesi tuoi

Solitamente, quando un italiano va all’estero e indica la propria nazionalità, o viene deriso per la denigrante situazione politica, oppure viene additato come ‘pizza’. Insomma, siamo la patria del buon mangiare e del pessimo far politica, dei mafiosi e del Primo Ministro che va con le quindicenni.

A me per una volta piacerebbe andare all’estero, e dire:
‘Sì sono italiana. Italiana, come Dante, Calvino, Tasso.. e Cesare Pavese‘.

Leggere queste 85 pagine di narrazione settant’anni dopo la pubblicazione e sentire vicino un autore immenso come Pavese lo è stato, mi fa cogliere ancora una volta la sensatezza e la forza che possono avere le parole anche quando parlano realisticamente. Siamo fuori dalla dimensione romantica, siamo fuori dalla storia commovente per il rapporto tra i personaggi, siamo fuori dalla trovata economica dell’ultimo secolo.
E siamo all’interno di una scrittura forte, sicura, pensata, che arriva chiara e diretta anche ad una come me  che col realismo c’è sempre andata ben poco d’accordo.

C’è, in Paesi tuoi tutta la forza dei rapporti umani, del rapporto con la terra, dell’attaccamento ad un mondo ancestrale e primitivo che è quello delle colline piemontesi e del duro lavoro ad esse connesso; e questa forza narrativa arriva diretta a parlarmi, me ventenne, sarda, eppure – mi vergogno a dirlo – troppo immersa nel duemilaeundici per ricercare il punto di partenza dal quale è nata. Insomma, Pavese narra delle terre del Nord, eppure mi è riuscito impossibile, per tutta la lettura, evitare l’eco di storie narrate forse durante l’infanzia da bocche aspre ed esperte che parlavano di terra, della sua magnificenza – quando è buona – e della sua malvagità – quando non vuole nutrire i suoi figli.

Governa, nelle colline piemontesi di Pavese e sulla sua Torino amata, Torino madre, quel binomio inscindibile di campagna e città così ben architettato e plasmato sulle figure del campagnolo Talino e dell’operaio torinese Berto che, sperduto e incapace di ritrovare la strada della ferrovia laddove questa si spezza per lasciare spazio e terreno al solo suolo agro, si immerge in un tracciato di vita quotidiana della campagna – diviso a metà tra il disgusto e la scoperta. Tra la nostalgia della città, e il vinello di campagna. E le cosce di una sana donna di campagna.

Le donne delle colline di Pavese, le donne che abitano i ‘tuoi’ paesi, ma non quelli del protagonista, sembrano fatte di terra, legate come sono ad essa, abituate come sono a dedicare un’intera vita alla cura di maschi e di sementi.
Sono figure taglienti, schive, silenziose una volta, maliziose un’altra, conoscitrici della vita, la accettano per come viene, seguendo le leggi del patriarcato e del duro lavoro dei campi.

Pavese m’ha messo addosso una nostalgia di qualcosa che mi appartiene, ma che dimentico troppo spesso, la nostalgia delle origini e mi ha lasciato in bocca il sapore aspro della terra, l’odore di letame con le sue parole dirette, mai in numero superiore a quello necessario alla descrizione equilibrata di una scena che sembra di avere davanti come un quadro. Le parole sono poche, ma precisi e tanti sono i colori, i gesti, le figure che da esse scaturiscono.

Sì, nel mio prossimo viaggio, quando mi diranno ‘Ahah, Italia, Berlusconi’, dirò:
‘Italia, quella di Cesare Pavese’

Luana 

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