L’isola di Arturo, Elsa Morante

Titolo: L’isola di Arturo
Autrice: Elsa Morante
Anno di pubblicazione: 1957
Edizione: Einaudi
Numero pagine: 398
Costo: 12€
-> Consigliato:  Sì

L'isola di Arturo

 

 

 

La sua paura diventava una paura anche mia. E io e lei, insieme, dentro la stessa stanza, ci muovevamo sperduti, come attraverso un fragore prorompente, che ci urtava, ci avvicinava e ci separava, vietandoci di incontrarci mai. 

Elsa Morante mi ha rubato il cuore. Ha una capacità strabiliante di usare i suoi polpastrelli per rimodellare la realtà che la circonda. E’ come se prendesse il mondo già pronto e, con pazienza infinita, iniziasse a dargli una forma più attraente con le sue dita inumidite, lasciando ammorbidire l’argilla poco prima di imprimerle nuove scanalature e decorazioni. A fine lavoro, poi, non ti trovi davanti a un risultato astruso, riconoscibile solo dal suo autore: hai l’impressione di aver sempre conosciuto il mondo sotto questa nuova veste, e non sotto l’informità dell’opera preesistente. In un attimo, vieni risucchiato dal tuo stesso ricordo.

La sensazione che ti regala la prosa della Morante è proprio quella di riviverela tua stessa vita attraverso quella di Arturo, e ogni tuo pensiero da bambino o adolescente sembra essere esistito solo per essere poi descritto alla perfezione dalla penna di Elsa. Come se le tue azioni passate fossero la declinazione della sua prosa, quasi un loro prolungamento nel passato. Come se tu fossi stato bambino solo per farti poi raccontare la tua infanzia da questa autrice dal faccino schiacciato. Ci si sente compresi e speciali, perché la nostra stessa esperienza viene elevata a mito.

Ed è questa la parola d’ordine del romanzo: mito. Quale altra parola può suscitare automaticamente il pensiero della fanciullezza? Tutti noi non appena pensiamo all’infanzia finiamo a rispolverare tutti quei personaggi mitologici che popolavano le nostre giornate: il signore amico del nonno che si è guadagnato l’etichetta “simpatico” solo per averti trattato con riguardo quando eri piccolo così; la maestra che aveva la passione per i nani da giardino e che tu vedevi ovviamente perfetta nelle vesti di Biancaneve; il gusto dei coni gelato fatti di zucchero, che rimane impresso sulla lingua in una regione del tutto ignota alla scienza, quella del ricordo. La vita di Arturo è popolata delle stesse mitologie, solo declinate in variabili differenti, e si snoda tra tragedie e sorrisi in un’unica isola (quella di Procida, ma poco importa ai fini del significato). Perché proprio un’isola? Perché il personale Olimpo che ci costruiamo pazientemente da bambini, e che modelliamo ancora con cura durante la giovinezza (per poi ritrovarci solo dei cocci tra le mani da adulti), è per tutti relegato in un’isola: potenzialmente aperta e collegata con la durezza della realtà, eppure allo stesso tempo chiusa dal nostro essere acerbi, dalla paura delle asce che infrangono i sogni, dal terrore dell’allontanamento dalle nostre divinità a formato di bambino.

A ciò si aggiunga la critica sociale, spietata e crudele, che fa sanguinare il cuore. La situazione della donna, l’ingiustizia di un mondo creato a misura d’uomo e a misura della di lui virilità, la tragedia dell’amore che arriva al galoppo senza nemmeno curarsi delle aspettative di chi calpesta: che gridino pure, le convenzioni sociali e l’ordine cosmico deciso da Dio, che si strappino pure i capelli. La sofferenza, la solitudine, l’impossibilità di un incontro tra persone desiderose di toccarsi e riconoscersi(descritto così magistralmente come nella citazione che ho inserito all’inizio): sono emozioni così ben scolpite tra le pagine da lasciare confusi, feriti e ammaliati allo stesso tempo.

Non so quanto un commento di questo tipo possa rendere giustizia a un libro di tale portata. Una cosa è certa: nel mio pantheon personale una nuova donna ha appena effettuato il suo ingresso con fare sontuoso e umile allo stesso tempo, e questa donna è Elsa Morante.

 

Elisa 

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