Istruzioni per rendersi infelici, Paul Watzlawick

Titolo: Istruzioni per rendersi infelici
Titolo originale: Anleitung zum ünglücklich-sein
Autore: Paul Watzlawick
Anno di pubblicazione: 1983
Edizione: Saggi Universale Economica Feltrinelli
Pagine: 105
Costo: 6,50 €
-> Consigliato: Sì.


“Tutti possono essere infelici, ma è il rendersi infelici che va imparato, e a ciò non basta certamente qualche sventura personale.”

Ho cominciato questo libro nella speranza che potesse evitarmi una buona seduta da uno psicologo/psichiatra/psicoanalista. E non ho ancora capito se possa farlo oppure no. Quel che è certo è che un libro del genere è scritto per persone proprio come me. Stiamo parlando di persone infelici? Niente affatto. Stiamo parlando di persone masochiste che tentano perversamente di precipitarsi in uno stato di infelicità perpetua. Soggettivamente infelici, li chiamo io. Quelle persone, ad esempio, a cui di fronte a un periodo del genere si illuminano gli occhi:

“Nulla è più difficile da sopportare di una serie di giorni felici. È giunta l’ora di farla finita con la favola millenaria secondo cui felicità, beatitudine e serenità sono mete desiderabili della vita. Troppo a lungo ci è stato fatto credere, e noi ingenuamente abbiamo creduto, che la ricerca della felicità conduca infine alla felicità. […] Parliamoci chiaro: cosa e dove saremmo senza la nostra infelicità? Essa ci è, nel vero senso della parola, dolorosamente necessaria.”

Quelle persone che continuano a rifiutare il mondo per come esso è e si ostinano a desiderare che sia come essi vogliono. Quelle persone per cui essere fedeli a se stessi (e dunque mantenersi in uno stato stazionario di infelicità) è più importante di qualsiasi altra cosa. “In lui, cioè, la riluttanza diventa fine a se stessa. Nella preoccupazione di essere fedele ai propri principi, finisce per rifiutare continuamente ogni cosa, perché non rifiutare significherebbe già tradire se stesso. Il semplice fatto che il prossimo gli consigli qualcosa è quindi un motivo per rifiutare, anche nel caso in cui seguire tale consiglio sarebbe oggettivamente nel suo interesse. […] Ma il vero genio naturale va ancora più in là e in atteggiamento di eroica coerenza rigetta anche ciò che a se stesso appare come la migliore raccomandazione. Il serpente, cioè, non solo morde la propria coda, ma divora se stesso, e così si determina un ulteriore e del tutto particolare stato di infelicità.”

Watzlawick (che in un moto improvviso d’affetto chiamerò Paulie) mi conosce molto bene e sembra fare di tutto per dimostrarmelo, tirandomi frecciatine e beffeggiandomi non appena può. Il suo sense of humour non risparmia nessuno: non risparmia noi pazienti e non risparmia neanche i medici, psicologi e guru e genitori e tutta la cricca il cui unico scopo è vedere noi poveri pazienti felici.

Ci sono diversi modi deliberati per rendersi infelici e Paulie li esamina tutti con garbo ed eleganza.
– Ci si può rendere infelici rimanendo attaccati al passato stile cozza sullo scoglio, in quanto “un ulteriore vantaggio della fedeltà al passato consiste nel fatto che in questo modo non rimane il tempo di dedicarsi al presente. Rivolgendosi al presente, potrebbe a ogni istante succedere che la visuale si sposti accidentalmente di 90 o di 180 gradi, giungendo in tal modo alla constatazione che il presente ha da offrire non solo ulteriore infelicità, bensì anche occasionale non-infelicità; per non parlare poi delle molte specie di novità che potrebbero scuotere quel pessimismo a cui ci siamo votati.”
– Ci si può rendere infelici rifiutando la felicità quando la si ottiene, dal momento che “adesso è troppo tardi e non la voglio più.”
– Ci si può rendere infelici considerando un problema da un solo punto di vista, il nostro, ed essendo strenuamente convinti che una sola soluzione per risolverlo sia possibile (generalmente proprio l’unica che non possiamo mettere in atto).
– Ci si può rendere infelici attribuendo agli altri sentimenti negativi nei nostri confronti, secondo la pratica tipica della paranoia.
– Ci si può rendere infelici continuando a scansare i problemi e rendendoli così ancora più enormi nella nostra immaginazione.
– Ci si può rendere infelici scegliendo per la nostra vita degli obiettivi irraggiungibili. Scegliendo infatti degli obiettivi che possiamo raggiungere, correremmo il rischio di raggiungerli davvero, e questa sarebbe la rovina di ogni infelice per vocazione. Vale lo stesso discorso per ogni rapporto amoroso, in cui più miri in alto o più lontano e più infelice sei.
– Ci si può rendere infelici analizzando metodicamente e con spirito critico ogni propria relazione interpersonale, solo per concludere che siamo creature non degne dell’amore dell’altro e che quindi ogni persona che ci ami sia eventualmente disprezzabile. “È necessario che ci si ritenga immeritevoli di amore. In questo modo, colui che ama una tale persona viene subito discreditato, perché chi ama qualcuno che non merita amore ha qualcosa che non funziona nella sua vita interiore.” “Essere amati è sempre qualcosa di misterioso. Non è consigliabile voler sapere troppo. Nel migliore dei casi l’altro non sa dirvi nulla; nel peggiore dei casi presenta come motivo ciò che non avete mai considerato come la vostra più affascinante qualità; per esempio la voglia che avete sulla spalla sinistra.”
– Ci si può rendere infelici pensando a cose molto infelici proprio quando siamo sul punto di essere felici.
– Ci si può rendere infelici conformandoci al principio comune secondo cui non essere felici è un delitto e che quindi noi siamo creature deviate e demoniache, solo perché non sappiamo comportarci spontaneamente e raggiungere una parvenza di felicità.
– Ci si può rendere infelici pensando di aiutare gli altri non per un impeto di generosità, bensì per raggiungere un secondo fine. “Per il puro, tutto è puro; invece il pessimista scopre dappertutto lo zampino del diavolo, il tallone d’Achille e tutto ciò che è descritto con metafore podologiche.”

In fin dei conti, quel che Paulie ci dice è che un modo e un motivo per essere infelici lo si trova sempre, in numero molto maggiore di quanto non si trovino motivi per essere felici. Forse non è per tutti così, forse questo vale soltanto per quegli “infelici per scelta”, “masochisti per piacere”, “gente con tendenze emo che però non si taglia”. Per quella gente dai discutibili principi morali che io sento di rappresentare così bene.

Vedere il bicchiere mezzo vuoto o vedere quello mezzo pieno? Meglio essere miope o meglio essere astigmatico? Come non si è mai visto un miope rimproverare un astigmatico, nessun sostenitore-del-mezzo-pieno dovrebbe sentirsi in diritto di rimproverare il mezzo-vuotista. Ti ho mai detto, “sii infelice”? Hai tu il diritto di dirmi, “sii felice”? Al di là di questi schieramenti campanilistici, quel che Paulie cerca di dirci è proprio questo: che non bisogna essere troppo radicali, che bisognerebbe poter passare dal mezzo pieno al mezzo vuoto e viceversa come quando si cambia un paio di occhiali. Quel che Paulie cerca di dirci è che non dovremmo fare della felicità e dell’infelicità degli stati persistenti, ma trattarli per quello che in fondo sono: condizioni psicologiche transitorie e reversibili.
Stamattina mi sono svegliata infelice, domani chissà. Nella vita l’unico modo per essere spontanei è non cercare di essere spontanei.

Chiara Pagliochini

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One response to “Istruzioni per rendersi infelici, Paul Watzlawick

  • Antonio

    “Quelli che preferiscono i propri princìpi alla propria felicità. Si rifiutano di essere felici al di fuori delle condizioni che essi stessi hanno stabilito per poter esserlo. Se poi lo sono, di sorpresa, eccoli smarriti, infelici per essere stati privati della loro infelicità”.
    (A. Camus)

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