Preghiera per un amico, John Irving

Titolo: Preghiera per un amico
Titolo originale: A prayer for Owen Meany
Autore: John Irving
Anno di pubblicazione: 1989
Edizione: BUR
Pagine: 590
Costo: € 11
-> Consigliato: Sì!

Spesso, secondo me, i libri più belli sono quelli dei quali non riesci a parlare: non sai descriverne la trama, non sai raccontare ciò che ti hanno trasmesso e lasciato. 
Se qualcuno dovesse chiedermi di cosa parla “Preghiera per un amico”, infatti, non saprei rispondere. Potrei dire che parla delle vite di due ragazzi, del loro rapporto, o semplicemente di un ragazzino moltoparticolare. Ma niente di più, perché Irving traccia una trama delicata e lenta, ma allo stesso tempo scorrevole e avvincente, attorno alla vita di Owen Meany – il protagonista – e di John Wheelwright, il suo migliore amico, nonché narratore della vicenda che, divenuto adulto, si ferma a ricordare il passato.

Ovviamente ci sono avvenimenti fondamentali, nella storia, che permettono alla trama di andare avanti. Il primo, che dà inizio alla vicenda, è la morte della madre di John, Tabby, uccisa da una palla lanciata con particolare violenza durante una partita di baseball. E l’assassino è proprio Owen, con la sua minuscola corporatura e la sua assurda voce nasale, che riesce soltanto a urlare a John un “Mi dispiace!” prima di fuggire via. 
Dopo la morte di Tabby, il rapporto tra John e Owen cambia profondamente, anche se inizialmente il cambiamento è quasi impercettibile. Possiamo leggere pagine e pagine di ricordi d’infanzia di John: alcune vecchie storie di famiglia, i bizzarri atteggiamenti della Nonna, il matrimonio tra Tabby e Dan, gli scherzi coi cugini nella casa di Sawyer Depot, le differenza tra le chiese congregazionalista, episcopale e cattolica, gli spettacoli teatrali cui partecipa l’intera cittadina di Gravesend…
La trama, insomma, offre ampio spazio agli aspetti quotidiani della vita di John e Owen. I due crescono, frequentano l’Accademia di Gravesend, e col passare degli anni la personalità di Owen si fa sempre più definita, sempre più particolare.

Owen è uno dei personaggi migliori che abbia mai incontrato nelle mie letture. È un ragazzo molto basso, mingherlino, con un’assurda voce nasale e questo basterebbe a renderlo diverso dagli altri; ma più passa il tempo, più Owen attira l’attenzione della gente, sfoggiando un atteggiamento polemico e audace. Gestisce infatti una rubrica del giornale scolastico, che scrive con il soprannome di La Voce, nonostante tutti conoscano la sua vera identità. E qui Owen, quasi con impertinenza, denuncia a chiare lettere tutto ciò che non gli va. Proprio a causa di    questa audacia spinta troppo in là, fino a polemizzare contro l’arcigno preside della scuola, Owen – pur essendo uno degli studenti più brillanti – viene espulso dall’Accademia.
Ma c’è un particolare di Owen che pochi conoscono e che lo rende veramente diverso dagli altri. Perché Owen sa tre cose: sa che la sua voce non cambierà mai, sa quando morirà e sa di essere lo strumento di Dio. Durante la rappresentazione teatrale de Il canto di Natale, nel quale interpreta lo spettro dei Natali futuri, egli legge sulla tomba di Scrooge il proprio nome e la data della sua morte. E un sogno agghiacciante gli rivela anche la natura della sua morte, legata alla guerra in Vietnam che segna tragicamente l’America in quegli anni. 
Owen si convince così di essere uno strumento di Dio, destinato a morire da eroe, ad essere guidato in tutto ciò che fa. La religiosità è una delle componenti fondamentali di questo romanzo, l’unica cosa che talvolta mi è sembrata un po’ eccessiva – come quando il signor Meany parla di partenogenesi. Ma d’altronde il personaggio di Owen è l’eccesso personificato: un insieme di assurdità, di slanci, di contraddizioni. 

E dopo questo incipit interminabile è giunto il momento di dirvi perché ho amato questo libro, che è diventato il migliore letto in questo 2011 e forse – devo ancora pensarci – il mio preferito in assoluto. 
Innanzitutto, è scritto in modo egregio. Ma veramente. Le parole scivolano che è una meraviglia, i suoni si susseguono armonicamente: a volte mi è sembrato di osservare un quadro, più che di leggere un libro. 
In secondo luogo, è il tipo di romanzo che ti accompagna, che ti tiene compagnia per giorni eppure non ti annoia mai. Ed è anche un tipo di libro che a me piace molto, una sorta di biografia dai ritmi tranquilli, che racconta la storia non solo dei protagonisti, ma anche quella dei loro amici, dei loro concittadini, degli americani – ho apprezzato molto i riferimenti alla guerra del Vietnam, ai Kennedy, alla Storia di quell’epoca, perché mi hanno permesso di immedesimarmi ancora di più nella vicenda di Owen e John. 
“Preghiera per un amico” è, insomma, uno spaccato della vita degli americani negli anni Cinquanta e Sessanta analizzata attraverso la loro storia e i loro modi di vita, vista dagli occhi di un ragazzo come gli altri e da quelli del suo migliore amico, un ragazzo diverso e speciale. La semplicità della trama è, insomma, il secondo motivo per cui ho amato questo romanzo.
Il terzo è legato all’emozione che ha saputo suscitare in me. Ci sono emozioni ovunque, abilmente nascoste dalle parole, e il lettore deve riflettere bene, aprire la mente per coglierle. 
Ci sono emozioni nei racconti dell’infanzia, nella rievocazione dell’immagine della Nonna e della mamma, nella ricerca del vero padre di John e nella storia di Tabby; nelle poesie, nei brani e negli inni che Irving sceglie per rappresentare gli animi dei protagonisti.
Ci sono emozioni in tutti i personaggi – con poche parole l’autore riesce a inquadrare perfettamente la personalità di ognuno – e nei rapporti di amicizia, antipatia, amore che li legano.
Ci sono emozioni nel rapporto tra Owen e John. Owen diviene incredibilmente protettivo nei confronti del suo migliore amico dopo la morte di Tabby: lo incoraggia a proseguire gli studi, lo spinge a trovare uno scopo nella vita, riesce perfino a tenerlo lontano dal Vietnam. E tutto questo perché, pur senza lasciarlo trasparire in altro modo, quella palla da baseball lanciata tanti anni prima pesa ancora sulla sua coscienza.
Ci sono emozioni e bellezza in ogni pagina di “Preghiera per un amico”. 

Insomma, leggetelo. Leggetelo perché avvince, accompagna, insegna, scandalizza, commuove, scalda, scioglie, lega; perché è uno di quei rari libri che può cambiare la vita, anche in minima parte. 

Sì, ho deciso. È diventato il mio libro preferito.

 

Guendalina Ferri

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