Dieci piccoli indiani, Agatha Christie

Titolo: Dieci piccoli indiani
Titolo originale: Ten little niggers
Autrice: Agatha Christie
Anno di pubblicazione: 1939
Edizione: Mondadori
Numero pagine: 187
Costo: 12€
-> Consigliato: Sì 

Dieci piccoli indiani (Oscar)

Non so voi, ma io avrei avuto un’incredibile paura a vivere con quella che è la mamma di Saw, perché, bisogna dirlo, Agatha Christie è la vera ideatrice di quell’orrendo fantoccio in triciclo che avrebbe iniziato ad uccidere solo settant’anni dopo di quanto lo faceva la penna di questa donna che era un genio del crimine. Genio del crimine nel senso che, secondo me, non avrebbe avuto problemi a progettare la morte di un eventuale marito infedele – nipote strappa eredità – ladro scippa-vecchine.
Ed è per colpa di questa donna che portava la capigliatura tipici anni ’30 con le splendide ondine e che in realtà avrebbe voluto scrivere più romanzi d’amore che non storie con assassini e quant’altro che ieri notte, finita la lettura nel giro di poche ore, mi son ritrovata a girare furtiva per la casa per paura che U. N. Owen mi stesse aspettando tra il corridoio e la mia camera o, peggio ancora, in realtà mi stesse spiando dalla porta-finestra durante la lettura per sferrarmi il colpo finale e introdurmi così nel ciclo omicida che ha colpito Nigger Island.
In realtà, l’assassino è rimasto sull’isola, non ha nuotato sino alla Sardegna per ammazzarmi e io sono qui a raccontarvi in tutta tranquillità – raggiunta dopo una notte con gli occhi sbarrati sempre passata ad aspettare il fatidico assassino – cos’è stata per me questa lettura, questo mio secondo incontro con la scrittrice che-voleva-scrivere-romanzi-d’amore, ma in realtà produceva storie-con-fantasie-criminali-sadiche e perché vi consiglio di leggerlo.

Sorvolando sul fatto che ho scoperto fin da subito chi fosse l’assassino o l’assassina perché  subisco il fascino di queste menti malate e quindi non poteva essere altri che il o la nigger che si è guadagnato/guadagnata la mia ammirazione, Ten Little Niggers è un libro da leggere principalmente per due motivi:

  1. la costruzione del romanzo geniale condita di personaggi ben delineati e approfonditi
  2. l’atmosfera di paura che la Christie ha saputo ricreare

 

Dieci potenziali assassini che la legge non è riuscita a incastrare vengono invitati a trascorrere una vacanza in un’isola – non per dire nulla, ma se a me arrivasse una lettera da uno sconosciuto, non ci andrei nemmeno se mi stesse invitando in Costa Smeralda (e ciò è tutto dire) – dove, uno ad uno, troveranno la morte secondo i dettami della poesiola Dieci piccoli indiani.
Il tutto è facilmente prevedibile, dunque. E’ chiaro che tutti moriranno nei modi scanditi dalle strofe. E’ chiaro che, essendo l’isola deserta all’infuori dei dieci invitati, l’assassino sia uno di loro. Allora, cos’è che rende questo romanzo di poche pagine un misto di adrenalina e terrore? Com’è che nonostante la prevedibilità del tutto il lettore guarda se l’assassino sia dietro il proprio divano sul quale legge con gli occhi sempre più sgranati e pronto ad essere il prossimo a morire?

La risposta è: la rappresentazione della paura. I protagonisti sanno di dover essere uccisi, ormai è un dato ineluttabile, ma perdono il senno in un misto di angoscia, terrore e attesa mentre pensano a chi sarà il prossimo ad andare incontro alla morte, per mano di chi, quando. Il senso animale della sopravvivenza avviluppa i rimanenti e restituisce l’immagine di un luogo dell’orrore che non risponde più alle leggi del razionale. Insomma, un libro che è tutto un brivido. Se poi siete facilmente impressionabili come me, il tutto vi parrà ancora più tremendo ed eccezionale, ancora più sublime e terrorifico. Se poi, come me, abitate in un’isola, allora è proprio inevitabile che vi sentiate l’undicesimo indiano, o negretto che dir si voglia.

Luana

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