Quel che resta del giorno, Kazuo Ishiguro

Titolo: Quel che resta del giorno
Titolo del giorno: The remains of the day
Autore: Kazuo Ishiguro
Anno di pubblicazione: 1989
Numero pagine: 258
Costo: 8,66€
-> Consigliato: Sì 

 

The Remains of the Day

“Sono ormai venti minuti da quando l’uomo se n’è andato, ma io sono rimasto qui, seduto su questa panchina, ad aspettare l’evento che sta giusto per verificarsi – vale a dire l’accensione delle luci del molo. Come ho già detto, la felicità di questi cercatori di piacere che si raccolgono qui sul molo ad aspettare il piccolo evento sembra confermare le parole del mio accompagnatore, e cioè che per molte persone la sera è la parte più dolce della giornata. Forse allora c’è qualcosa di giusto in quel suo consiglio, che dovrei smettere di guardare indietro così a lungo, adottare una prospettiva più positiva e cercare di fare del mio meglio con quel che resta del giorno. Dopotutto, cosa ci si guadagna a guardarsi sempre indietro, cosa ci si guadagna ad incolparsi se le nostre vite non sono andate proprio come avremmo voluto?”

È curioso come una cosa così piccola come questo romanzo possa essere delicata, intima e toccante. È un po’ come sfiorare con le dita i fili di una ragnatela, senza conoscere quale sia la pressione sufficiente a reciderli. Si ha paura di fare del male a qualcosa di bello. Si ha paura che qualcosa di bello ci faccia del male.
Ed Ishiguro, con questa sola prova, si inserisce nel numero dei narratori inglesi per i quali porto rispetto. Quel fortunato numero di narratori contemporanei (nei quali iscrivo McEwan e Byatt) che non hanno paura di documentarsi prima di scrivere un buon romanzo, che non hanno paura di annoiare e di essere onesti. Quei pochi narratori che sanno che una frase ad effetto ogni tre pagine non fa la fortuna di un romanzo, bensì il suo essere commercializzabile come una prostituta della narrazione. Quei pochi scrittori che una frase la scrivono solo e soltanto se serve, solo e soltanto se è adeguata al contesto e al narratore. Quei pochi scrittori che rispettano il narratore come se fosse una cosa sacra e pur di dargli corpo sono disposti ad annullare quella vocina nella testa che ogni tanto dice, “ma dai, mettici una bella frase che suoni bene per fare le citazioni su Facebook!”. O forse è la mia opinione traviata che oggi si pensi così, poi guardo a Baricco e dico, ah no. Signor Ishiguro, lei è un vero gentleman ed io la rispetto.

Quel che resta del giorno è la suntuosa rievocazione di un mondo che non c’è più, un mondo di eleganza e di dedizione, di grandi case e grandi ricevimenti. Un po’ come una puntata di Downton Abbey, per chi sa di cosa sto parlando. Siamo in Inghilterra, dopo la seconda guerra mondiale. Mr Stevens è da molti anni il maggiordomo di Darlington Hall, un tempo dimora di Lord Darlington, manovratore della politica europea fra le due guerre, ed ora finita nelle mani di un ricco americano.
Mr Stevens ha visto molto poco del mondo. Tutta la sua vita non è stata che servizio, consacrazione a un ideale in cui crede fermamente, e cioè la sua missione di maggiordomo. Perché essere maggiordomo è a tutti gli effetti una missione, ma soprattutto è uno stile di vita, che significa portare lealtà giorno dopo giorno al proprio datore di lavoro, votarsi allo splendore della dimora di cui si è custodi, fare di tutto (nel nostro piccolo) per far girare quella ruota molto oliata che è la Storia. È così, si può essere servitori della Storia, si può essere manovratori di grandi eventi anche solo tenendo puliti i candelabri. Ma un vero maggiordomo, un grande maggiordomo, sa anche che il suo essere maggiordomo non è soltanto il suo costume. Non può concedersi delle falle, mai il privato può fare capolino nel suo pubblico. Quindi, che si tratti di piangere la morte di un padre, che si tratti di inseguire l’amore della vita, un maggiordomo deve sempre ricordare il senso della propria missione. In questo senso, nel conflitto tra pubblico e privato vince sicuramente il pubblico. E questo è il motivo, secondo me, per cui questo libro può iscriversi nel genere della tragedia.

Ma arriva un momento nella vita di ciascuno (e per qualcuno questo momento è tutti i giorni) in cui si comincia a ripensare alla propria vita, al passato, a quei crocicchi, a quegli incroci che il destino sembra aver disposto casualmente, e noi abbiamo imboccato una strada anziché un’altra. Questo momento arriva anche per Mr Stevens, in occasione di un viaggio in auto di qualche giorno. Un viaggio che non ha mai fatto prima e che lo porterà non solo a scoprire luoghi inaspettati, ma soprattutto regioni inaspettate del sé e che lo costringerà a riconsiderare una buona parte del percorso fatto.
Il viaggio di Mr Stevens ha una direzione e questa direzione si chiama Miss Kenton, ex governante di Darlington Hall, che ha lasciato la casa molti anni prima. È soprattutto nei confronti di Miss Kenton che le considerazioni di Mr Stevens si fanno più sofferte, i crocicchi più insidiosi. Perché se è vero che Mr Stevens fa di tutto per farci credere che le sue intenzioni nel far visita a Miss Kenton sono strettamente professionali, noi capiamo invece che c’è molto di personale.

Mr Stevens è un bugiardo coi fiocchi, fa veramente di tutto per ingannarci, per darci a credere che lui è un bravo maggiordomo eccetera eccetera. Riuscirebbe persino a negare di essere un uomo fatto di carne e sangue, se si sentisse messo alle strette. Ma voi capite quando la sua corazza cede, quando sotto tutta quella freddezza, quell’insensibilità, quella professionalità, si vedono dei piccoli graffietti. Ogni tanto gli capita di camminare troppo a lungo davanti a porte chiuse, gli capita di giustificarsi a sproposito, ogni tanto i personaggi del libro si accorgono che sta piangendo, anche se lui – il bastardo – non ci dice mica, mi sentivo triste e piangevo!
Mr Stevens fa di tutto per starci antipatico. Ma noi gli vogliamo sempre più bene.

E così, mentre nel viaggio si snodano le sue memorie, noi capiamo quali sentimenti abbia nutrito in tutti questi anni, quanta repressione abbia messo in atto per mantenere questa faccia dignitosa. È stata una sofferenza? Non lo sappiamo. Ne conosciamo soltanto i risultati, e cioè una vita non vissuta, una vita che poteva essere e non è stata, una vita che non sappiamo più che farci perché non sembrano esserci più incroci, una vita che corre incontro alla sera precipitosa come una marea.
E così alla fine del giorno non restano che memorie un po’ troppo consunte, ma che fanno male ancora. E tuttavia non si può tornare indietro. Le occasioni non colte restano dove sono. Quel che resta è una domanda che fece Miss Kenton tanto tempo fa, “Perché Mr Stevens, perché, perché, perché deve sempre fingere così?” Quel che resta è il ricordo di tanti pomeriggi in cui la luce si affievoliva alle finestre e ogni sagoma stagliata contro il vetro sembrava una figurina e le tazze profumavano di cioccolata calda. Quel che resta è che l’importante è aver capito. Perché a un certo punto si capisce. È per tutti così. Si capisce che, se anche c’è rimasta solo la sera, non è mai troppo tardi per accorgersi di aver sbagliato. E, se non si può tornare indietro, si può applicare quel che s’è imparato a quel che resta.

Chiara Pagliochini

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