Archivi del mese: gennaio 2012

Questo bacio vada al mondo intero, Colum McCann

Titolo: Questo bacio vada al mondo intero
Autore: Colum McCann

Colum McCannCenni sull’autore: Colum McCann è nato in Irlanda, ma vive ormai da anni negli Stati Uniti. E’ professore di scrittura creativa all’Hunter College di New York, oltre che collaboratore di varie testate giornalistiche (GQ, The New York Times, La Repubblica) e autore di diversi romanzi tra cui Zoli, che indaga sul tema dell’antiziganismo nell’Italia fascista attraverso la storia della cantante rom Bronislawa Wajs. Ha vinto il National Book Award nel 2009 con “Questo bacio vada al mondo intero”.

Traduttore: Marinella Magrì
Edizione: Rizzoli
Anno di pubblicazione: 2011
Pagine: 456
-> Consigliato: Estremamente consigliato.

 

L’antidoto a “Chiedi alla polvere”

Separa le tende, apre il triangolo, solleva appena il telaio, avverte un alito di vento sulla pelle: cenere e polvere e luce scacciano l’oscurità dalle cose. […] Avanziamo incespicando, portiamo un po’ di rumore nel silenzio, troviamo in altri di che andare avanti. E’ quasi abbastanza. 

Colum McCann mi ha fatto sentire a casa. La casa: quel posto in cui puoi rifugiarti, rinchiuderti a rinnegare il mondo intero e un attimo dopo progettare nuovi piani di conquista dell’esterno. Il posto in cui trovi una coperta di affetto confortante, certo, ma anche stilettate pronte a trapassarti da parte a parte, nei tuoi punti più sensibili. Stilettate necessarie o meno, ma presenti.
McCann fa esattamente lo stesso effetto di una madre affettuosa coi piedi per terra. Ti mostra un oggetto che vortica in aria grazie al soffio del vento, ti dice: “Vedi, che bello! Questa è l’armonia di cui a volte è capace il vento”. Poi, ti fa notare che quello che vortica in aria è un sacco di plastica abbandonato tra il lerciume del Bronx, tra siringhe insanguinate e futuri interrotti, e che il vento può perdere tutta la sua poesia quando inizia a fregiarsi con nomi di donna come Katrina.

Mi sono sentita a casa perché il racconto si basa su un fatto realmente accaduto e che mi ha colpita qualche mese fa grazie a un documentario: la traversata dello spazio tra le torri gemelle da parte di un funambolo francese, Philippe Petit. Piccolo di nome e di fatto, viso comune, sguardo arzillo, sorriso giocoso, voglia di essere (e non di vivere, perché questo può riuscire anche senza averne voglia, sepolti nell’apatia). McCann ha preso la voglia di essere di quest’uomo, ha puntato il dito verso la sua impresa più strabiliante, un uomo che passeggia a 110 piani di altezza e fa pure il teatrante salutando le folle e facendo inchini. Che bello, pazzesco, fenomenale, cazzo. Come le persone stipate nelle strade di New York col naso per aria, tanto stipate che persino le strade non bastavano più per racchiuderle, ti ritrovi lì col cuore in mano a Petit, con il piede nel suo piede, passo dopo passo, sul filo. Provi l’ebrezza dell’altitudine, il solleticare del vento che ti passa vicino senza farti cadere – finalmente, finalmente – e poi McCann ti butta giù. Come la busta che cade volteggiando, ti scaraventa tra il pubblico, inchiodandoti alle loro vite. E ti ritrovi con un piede sul filo e l’altro al piano terra del World Trade Center.

Mi sono sentita a casa perché la prosa di McCann è meditata ma mai artificiale, ponderata ma mai alleggerita o appesantita da inutili code o tacchi alti per far sembrare magnificente quello che non lo è. Perché con frasi come “cenere e polvere e luce scacciano l’oscurità dalle cose” è capace di mischiare tutto, bene, male e incertezza, e di farne un cocktail che ha il sentore della vita che vedi scorrerti ogni giorno davanti.

Mi sono sentita a casa anche perché questo libro mi è stato regalato da una persona speciale, e nel leggere i passi che l’hanno emozionata sentivo sovrapporsi la mia voce e la sua, sul timbro di McCann. Sarà melenso, forse, ma così è stato per me: bello e umano come una chiacchierata liberatoria.

 

Elisa Lai


Il giro di vite, Henry James

Titolo:  Il giro di vite
Titolo originale: The turn of the screw
Autore: Henry James
Cenni sull’autore: scrittore e critico letterario, nasce a New York nel 1843.  Fin da giovane compie lunghi viaggi in Europa, che gli restano nel cuore e che lo porteranno in seguito a diventare cittadino britannico. Molte delle sue opere maggiori vedono al centro la condizione dell’americano trapiantato sul continente europeo, quale lui era. Incisivi gli apporti alla narrativa moderna inglese, con romanzi come Ritratto di signora, I bostoniani, Che cosa sapeva Maisie, La fonte sacra, Le ali della colomba, Gli ambasciatori, che segnano il passaggio dalla narrativa ottocentesca alla produzione modernista del primo Novecento. Muore a Londra nel 1916.

Anno di pubblicazione: 1898
Edizione: Garzanti, 1974
Pagine: 167
Tradotto da: Elio Maraone
Costo: € 8,00
-> Consigliato: Sì. 

“Oh, sì, possiamo star qui sedute a guardarli, e loro possono darcela a bere sin che vogliono; ma persino quando fingono d’esser perduti nelle loro fiabe, sono sprofondati nella visione dei morti che ritornano.”

Ho letto questo romanzo per la prima volta tre o quattro anni fa e ora, con un esame di letteratura inglese alle porte (toc toc!), ho considerato opportuna una rilettura. Ed è straordinario che mi sorprenda e mi confonda ora come allora.

Cito dal retro-copertina,“un testo fondamentale della narrativa dell’ambiguità, racconto gotico di fantasmi e ardita esplorazione dell’inconscio, storia di fanciulli perversi o di vittime innocenti, allegoria del desiderio represso e inscenato delirio dell’immaginazione”. Trovo che sia una descrizione tanto azzeccata e articolata quanto contraddittoria in apparenza. Prima di tutto, viene da dirsi, una cosa o A oppure è B. O è una storia di fantasmi o non lo è. O i fanciulli sono innocenti oppure sono perversi. Ma il grande merito di Henry James sta in questo, ovvero nel fare in modo che la sua piccola storia sia tutte queste cose insieme, che non si risolva nel giro di centocinquanta pagine, ma anzi che non smetta mai di suscitare interrogativi.

Ricordo quando la lessi per la prima volta. Era estate, sono sicura, e leggevo al tavolinetto su in terrazza. Non riuscivo a staccarmi dalle pagine, volevo sapere, arrivare in fondo per capire quel che non stavo affatto capendo. Ricordo lo shock dell’ultima pagina, quando chiusi il libro e capii che non avevo capito niente. Non che ci fosse un colpo di scena, anzi: è proprio la mancanza di un colpo di scena a rendere questo romanzo in apparenza così insulso ed assurdo. Oppure è il suo piccolo tocco di genio.
Ma allora ero piccola, non avevo mai sentito parlare di Freud e non pensavo che sogni, malattie e paranoie sono soprattutto il prodotto di un nostro desiderio. Così un uomo può vedere i fantasmi, ma può anche desiderare di vedere fantasmi o può, addirittura, creare dei fantasmi. James lancia tutti gli ami con le domande e semplicemente non pesca risposte. Forse decidere spetta al lettore o forse tutte le possibilità possono sussistere nello stesso tempo.
Ricordo che Il giro di vite mi aveva colpito perché iniziava un po’ come una scena di Jane Eyre. Una giovane istitutrice viene assunta da un affascinante datore di lavoro per badare ai suoi due nipotini. E c’è una scena, in particolare, in cui questa istitutrice senza nome ricalca pienamente i passi di Jane. È sola, è il crepuscolo, sta facendo una passeggiata all’aperto. La sua immaginazione si dipana come una ragnatela ed ecco che desidera di incontrare qualcuno. Chi vuole incontrare è proprio il ricco signore che l’ha assunta, il nostro lontanissimo Mr Rochester, e immagina di vederlo là, a una svolta della via. Il momento dopo vede effettivamente qualcuno, ma non si tratta di Mr Rochester e nemmeno è a una svolta della via. È invece il fantasma di un uomo mai visto stagliato sulla cima di una torre.
Le apparizioni proseguiranno, il suo sgomento, il suo terrore si faranno più forti. Perché la nostra Jane sa – sa, anche se nessuno glielo ha detto; sa, anche se nessuno può confermarlo – che quel fantasma e un fantasma di donna sua compagna sono tornati sulla terra per torturare i due bambini. I due bambini, creature angeliche, deliziose, affettuose, intelligentissime che lei sola può difendere dagli influssi del male. I due bambini, che scoprirà – o supporrà o si inventerà – essere a loro volta delle creature cieche, corrotte, demoniache, creature che rispondono con gioia agli appelli dei fantasmi e che anzi vedono lei – lei, la nostra Jane! – come un abisso di perfidia.

È una storia molto tetra, che non potrà che evolvere in peggio. È la storia dell’impossibilità di comunicare quel che si sente e quel che si vede. È la storia dell’impossibilità di valutare la sincerità di chi abbiamo di fronte. È la storia dell’impossibilità di capire se quel che vediamo è vero oppure soltanto il frutto della nostra fantasia malata, perversa, costretta a vie ambigue e corrotte pur di togliersi di dosso i lacci di una scomoda repressione.
È una storia, anche, che si legge con un certo disagio, che non si dipana malleabile tra le dita del lettore, perché troppi elementi sfuggono alla sua comprensione e alla sua possibilità di verifica. I dialoghi, così confusi e bizzarri, parole che non dicono niente o vengono fraintese o restano in sospeso, private del loro potere di comunicazione. Le apparizioni, pennellate così rapidamente che non si capisce se accadano davvero. Il rapporto tra l’istitutrice e i suoi bambini, così affettuoso eppure così velato di sottointesi, di compromessi e forse in fondo scabroso, sbagliato, un altro gioco perverso.

Ecco, è una storia che mette a disagio, certo. Si può prendere il libro e scagliarlo con il muro dicendo, “che roba insulsa da sprecarci il tempo”. Oppure si può solo strappare l’ultima pagina con un moto di indignazione e poi restare lì a chiedersi, “ma perché?”.
Ed io ci sarà un motivo se sono rimasta.

 
Chiara Pagliochini


L’abitudine di amare, Doris Lessing

Titolo: L’abitudine di amare
Titolo originale: The habit of loving
Autrice: Doris Lessing
Cenni sull’autrice: Doris May Taylor nasce in Iran nel 1919, ha vissuto fino ai trent’anni nella Rhodesia meridionale per trasferirsi definitivamente in Inghilterra nel 1949. Dopo un’educazione da autodidatta intrapresa fin dai quattordici anni, ha dato inizio al suo impegno politico volto sopratutto alla lotta contro il razzismo. Nei suoi romanzi è preponderante la presenza dei due elementi che hanno caratterizzato la maggior parte delle sue convinzioni: la convinzione dell’importanza dell’emancipazione femminile e dell’eliminazione della discriminazione razziale. Nel 2007 è stata insignita del premio Nobel.

Traduttore: Vincenzo Mantovani
Anno di pubblicazione: 1957
Edizione: Universale Economica Feltrinelli
Numero pagine: 328
Costo: 8.5€
-> Consigliato:  Sì

 

 

Sai, George? Hai proprio preso l’abitudine di amare. Tu vuoi qualcosa da tenere fra le braccia, ecco tutto. Che cosa fai quando sei solo? Ti stringi a un cuscino?

Devo ammetterlo. Quando mi approccio alla lettura di un nuovo libro c’è un fattore che mi influenza più di qualsiasi altro: il sesso dell’autore. La mia disposizione d’animo nei confronti di un libro scritto da una donna ha un qualcosa in più, una sorta di cameratismo, un sodalizio che da subito si crea con la scrittrice, quasi che stia andando incontro ad un cammino di crescita accompagnata da una mano più grande ed esperta di me nel travaglio che è la vita di un’essere femmina su questa terra. Così, non appena ho iniziato a leggere ‘L’abitudine di amare’ sentivo già quella vibrazione di complicità che riesco ad avvertire solo quando condivido con l’autrice quella appartenenza che sa di atavico, ma mai superato, ad un mondo di donne, di lotte, di imposizione attraverso i secoli e di difficoltà per raggiungere, da una posizione di svantaggio, una posizione di parità. Io non sono una femminista, non mi piacciono gli ismi, non gradisco le ideologie e le prese di posizione e associo l’idiozia a coloro i quali non sono in grado di mutare le forme di un’idea; io sono solo una ragazza di vent’anni convinta che, tra donne, tra alcuni tipi di donne, si crei una complicità intima, quasi segreta e nascosta, un tesoro da nascondere, un patto inviolabile. E con tutto ciò non voglio affatto denigrare o ammantare di inferiorità gli autori maschi, molti dei quali io ammiro e leggo con piacere, ammirazione e costernazione.

Voglio solo dire che ci sono emozioni da lettrice irripetibili, e il mio avvicinarmi la prima volta a Christa Wolf, a Simone de Beauvoir, a Isabel Allende, e qui mi fermo o rischio di andare a parare in un elenco infinito, è stata una di quelle emozioni; con Doris Lessing quella forza di rito mistico di iniziazione si è ripetuta, prima ancora di leggere, quando ancora il libro era per me solo quell’oggetto visivo memorizzato come il Busto di donna nuda con capelli sparsi di Rodin sentivo già palpitare da esso una forza che mi chiamava, come se, per il solo fatto di essere stato scritto da una così grande donna, esso mi imponesse di aprirlo con la stessa voluttà con cui un maestro chiama a raccolta gli allievi.

E’ iniziata così la mia lettura-viaggio attraverso questi racconti dai titoli un po’ enigmatici, brevi, ad effetto, che possono dapprima apparire come pezzi di un puzzle scomposto e impossibile da ricomporre, ma che, letti tutti insieme, restituiscono un bel quadro d’effetto, e sullo sfondo, o, sarebbe meglio dire, in primo piano appare l’abitudine lacerante che non è solo quella di amare, ma è anche l’abitudine di vivere, di non riuscire a dimenticare, l’abitudine di possedere e di occupare un certo posto, l’abitudine a non essere più abituati a certe condizioni. E da qui in poi, l’angoscia e l’inquietudine. Con uno stile semplice, semplicissimo, con lo stile che può essere la parlata di una persona colta che racconta vicende accadute alla signora dietro l’angolo, o persino a me, che batto i tasti di questa tastiera, Doris Lessing riesce a trasportare la lettrice in una cappa di nubi nere che sorgono sotto forma di dubbi, che portano a domandarsi e a riflettere. Questi racconti che sono quasi esempi portati dalla Lessing a giustificare e a verificare la sua dolorosa ipotesi che sembra potersi riassumere nella convinzione che purtroppo l’essere umano, donna ed uomo, senza distinzione alcuna, madre e amante, senza distinzione di ruolo alcuna, è portato all’abitudine, alla routine, all’incapacità di accettare il nuovo, a cullarsi nel conosciuto. Come quando si torna a casa e ci si sente a casa, e ci si sente a casa perché stare a casa è confortante, è conoscere ogni angolo, è abitudine. Così è abituato all’amore il personaggio del primo racconto che si sposa pur di essere convinto di amare e di essere amato; così è abituato all’amore il bambino che sente a tutti i costi la necessità di farsi accettare in un gruppo di coetanei; così è abituato agli orrori della guerra il dottore pazzo che lascia legati i bambini del suo ospedale psichiatrico. E in quest’abitudine, in tutte queste abitudini, c’è quella connotazione negativa tipica di chi non sa abbandonare un vizio malsano, oppure di chi non riesce a rifiutare un marito traditore, o ancora, il vizio del nonno che non vuole che la nipote abbandoni il nido della casa per spiccare le ali verso il matrimonio. Abitudine, possesso, incostante desiderio di presenza, di assiduità, di incapacità persino di vedere un futuro quando Stalin muore, e allora chissà che cambiamenti porterà il futuro lasciando orfano il presente ed i suoi frequentatori.
Un libro enigmatico, per molti versi rude ed ostile, ambientato in paesaggi anch’essi molto spesso aridi, che richiamano i luoghi in cui la scrittrice è nata e vissuta; racconti di cui i personaggi hanno nomi tutti un po’ simili, e quest’assonanza sembra quasi suggerire un continuum nella psiche umana, nell’incapacità dell’adattamento al nuovo, nell’abitudine che prendiamo quasi la forma che lasciamo sul cuscino al mattino, un cuscino che nessuno ha voglia di sprimacciare per bene. Siamo esseri convinti della necessità del possesso, che vediamo nel possesso la forma prima dell’amore e nella perseveranza e nella continuità la chiave dell’esistenza.
Sembra quasi sprezzante Doris Lessing nel descrivere questi personaggi così umani, così veri; è il racconto di una verità, una verità scomoda, ma talmente ben descritta che non si possono tappare gli occhi di fronte ad essa.
Nelle donne della Lessing c’è riluttanza, incapacità all’allontanamento, incapacità di adattarsi, c’è la preferenza continua verso l’abitudine di una casa. Negli uomini della Lessing c’è squallore, incapacità di agire, di cambiare per la donna che si ama, di lasciarne una per un’altra, di aprire gli occhi sulla realtà. L’abitudine è un manto che opacizza la realtà e la rende sicura.
Ho proceduto zoppicando – e non so nemmeno se ho compiuto tutto il percorso con i passi giusti –  in questa narrazione che la Lessing sembra quasi fare per se stessa, quasi non volesse rendere partecipe gli altri, oppure li volesse volontariamente lasciare a brancolare nel buio per poi costringerli a riconoscersi nei difetti in quei pochi barlumi che si colgono da questo stile ostico e indifferente verso chi dovrà leggerlo.Ma in nome di quella complicità atavica ed essenziale che esiste nel genere femminino, mi è sembrato quasi che la Lessing volesse dirigermi alla comprensione di una capacità fondamentale nella vita: quella di adattamento; e che volesse guidarmi verso una forza di carattere utile nelle scelte: quella di cambiamento.
Rimango con i miei perché in mano, con dei dubbi che forse svelerò ad una rilettura, ad una rilettura più matura, più ricca di esperienza di vita, ma anche con il sapore di una bella lettura che voglio consigliare a chiunque non si spaventi di fronte alla verità e a chiunque sappia cogliere le allusioni per trarre, anche da una pila di fogli rilegata, degli insegnamenti preziosi se vogliamo che la vita non sia una noiosa retta, ma una serie avvincente – e a tratti avventurosa – di curve.

Luana Cau 


Vedi alla voce: amore, David Grossman

Titolo: Vedi alla voce : amore
Autore: David Grossman

Cenni sull’autore: David Grossman, (Gerusalemme, 25 gennaio 1954), è uno scrittore e saggista israeliano. È autore di romanzi, saggi e letteratura per bambini, ragazzi e adulti, i cui libri sono stati tradotti in numerose lingue.
Il vento giallo, il suo efficace saggio sulla popolazione palestinese nei territori occupati dagli israeliani in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, è stato accolto con calore all’estero e ha innescato dibattiti e polemiche nel suo paese. David Grossman è considerato tra i più grandi scrittori e romanzieri contemporanei, noto per il suo stile semplice ed avvincente.

Traduttore:
Gaio Sciloni
Anno di pubblicazione:
2008
Edizione: Oscar Mondadori
Numero pagine: 640
Costo: 11€
-> Consigliato: Sì 

Quando si incontra un autore come Grossman la prima cosa da fare è sedersi. 
In seguito bisogna munirsi di umiltà, aprire tutti e cinque i sensi all’apprendimento e diventare discepoli di un insegnante che accompagna lungo un percorso profondo, enigmatico, talvolta insidioso, ma infine soddisfacente e di arricchimento personale.
Vedi alla voce: amore’ è quanto di più lontano possa esserci da un libro, ‘Vedi alla voce: amore’ è un cammino a tappe volto a far scoprire cosa sia stato quell’evento da tutti conosciuto, da pochi compreso, che ha il nome (errato) di Olocausto, Shoah, Sacrificio; sacrificio di ‘bestie al macello’ messo in atto da una mente e dai suoi corpi esecutori che, credendo nel dislivello della qualità umana, hanno compiuto una strage.

Grossman non compie il solito reportage di quelle immagini che tutti conosciamo di bambini su bambini, corpi su corpi, mostrate dalla televisione e compiante in quell’ipocrita 27 Gennaio in cui ognuno pubblica ‘Se questo è un uomo’ di Primo Levi sul proprio profilo, per poi deridere l’accento del venditore ambulante di colore (chiamato, senza alcun rispetto ‘vucumprà’) il 28 di Gennaio. No, Grossman scava nella psiche di un ebreo, esperto nel rendere l’aspetto più vero, meno ipocrita, meno bisognoso di compassione, di quello che è stato l’omicidio di sei milioni di ebrei; sei milioni di ebrei, ma in fondo l’omicidio di uno per uno di sei milioni di individui, ognuno dotato di una personalità, di un carattere, di affetti ed effetti personali. Non statistica, come la definì Stalin nel suo tragicamente noto aforisma, ma la morte per omicidio di uno a uno di sei milioni di ebrei.

Nel viaggio in compagnia di Grossman si parte bambini con Momik, 9 anni e tante, troppe domande al fronte di poche, troppe poche risposte di quegli adulti che sono genitori ebrei, ma che sono stati deportati e che si sono riusciti a salvare. Ma, salvandosi, non sono riusciti a ricucire del tutto quello che il Terzo Reich, in modo programmatico, sistematico, spietato aveva sfaldato. Urlano nella notte, mangiano come se fosse l’ultimo pasto, scorgono Momik, ma non lo vedono davvero. Cosa sono quei numeri tatuati sul polso? Cosa sono tutti questi misteri sul passato? A produrre il moltiplicarsi delle domande, è l’arrivo del nonno Anshel Wasserman a casa di Momik. Prima di scoprire cosa Wasserman farfuglia, e contro chi si arrabbia nei suoi discorsi incomprensibili sospesi a mezz’aria, bisogna proseguire il viaggio con Momik ormai sposato che incontra Bruno Schulz.

Comprendere il perché dell’introduzione di Bruno Schulz è fondamentale per comprendere il perché Grossman abbia voluto scrivere l’ennesima opera con oggetto: Shoah.
Ridare una morte dignitosa a Schulz, noto scrittore polacco ucciso da un nazista come sfida ad un nazista rivale (‘Ho ucciso il tuo ebreo’ ‘Ora io ucciderò il tuo), significa ridare individualità, dignità personale a tutti quegli ebrei che sono passati alla storia come ‘sei milioni’ e non come ‘uno ad uno’. Schulz viaggia con i salmoni, animali che esprimono la sfida alla difficoltà della vita, per sfuggire agli orrori del nazismo e dell’anti-semitismo. E con Schulz viaggia anche il lettore sino all’epoca geniale, epoca in cui ognuno torna bambino, e non conosce né male né sofferenze.

Ma la parte più toccante del viaggio, quella che scava più a fondo, quella che provoca lacrime e regala sorrisi, è quella che svela chi è il nonno Wasserman e contro chi farfuglia.
Wasserman farfuglia contro Neigel, Capo del campo di concentramento dove Wasserman è rinchiuso. Neigel, prima di essere un capo SS, è stato un bambino che ha amato le storie che Wasserman pubblicava nella raccolta ‘Ragazzi di Cuore’ e, anziché ucciderlo, gli chiede ancora di narrare. Grazie alle parole di Wasserman, ai suoi racconti mirati, Neigel ricorderà di essere umano, prima ancora che un omicida nazista.

E’ un rapporto forte, solidale, celebrale quello che si instaura tra la vittima e il suo aguzzino, rapporto che si ribalta sino a diventare rapporto tra narratore ed ascoltatore, nell’esaltazione della personalità, della capacità creativa, dell’Arte. Perché l’Arte, come talento che ognuno serba, è un dono che nessun uomo può strappare ad un altro, che nessuno deve sopprimere. Che per sei milioni di volte è svanito nelle sfumate delle ceneri fuoriuscenti dalle camere a gas.
Infine, un’enciclopedia. Infine perché ormai, se si è colto ogni significato che Grossman nasconde in queste righe che non lasciano respiro, si è davvero maturati, e si è davvero in grado, ormai, di avere il titolo di viaggiatori esperti. Viaggiatori nella psiche di uno scrittore ebreo che ha voluto parlare della dignità umana, di quanto sia necessario che nessuno limiti la sfera altrui di personalità. Un’enciclopedia che, voce per voce, spiega in maniera trasversale, il significato di un eccidio come quello compiuto contro gli individui di appartenenza ebraica tra il 1940 e il 1945.
Voce per voce, per arrivare alla G, e cancellare la voce Guerra.
Voce per voce, per arrivare alla A, e rendere dominante la voce Amore.
Amore per la vita, per la speranza, per il talento che ognuno conserva dentro di sé.

Un’opera di impianto magnificente, di un’architettura imponente, decorata da uno stile impeccabile, denso, armato di tutte le armi di cui la penna può disporre quando è capace e consapevole.
Una risposta a domande che non ci si è formulati, e alle quali invece è fondamentale rispondere.

Luana Cau 


La Terra Desolata, Thomas Stearns Eliot

Titolo: La Terra Desolata
Titolo originale: The Waste Land
Autore: Thomas Stearns Eliot
Cenni sull’autore: Americano per origine, inglese per adozione, europeo per vocazione, T.S. Eliot (1888 – 1965) è probabilmente una delle voci più significative della poesia novecentesca e uno dei maggiori esponenti del modernismo. Della propria produzione diceva “Per quanto possa introdurre la mia opera a nuovi lettori, difficilmente posso raccomandarla”.  E difatti è inutile tentare di descrivere lo spaesamento del lettore di fronte a componimenti quali Il canto d’amore di J. Alfred Prufrock (1917), La Terra Desolata, Gli uomini vuoti (1925), Quattro quartetti (1943).  Amante dei simbolisti francesi, appassionato di antropologia, di Dante (di cui lesse la Divina Commedia prima ancora di conoscere l’italiano), di Joyce, di Conrad, delle religioni orientali, grande amico di Ezra Pound e partecipe di quella generazione che Gertrude Stein definì “perduta”: Eliot è tutto questo e molto altro ancora. La sua capacità di esprimere l’aridità, l’angoscia del suo tempo gli valsero nel 1948 il Premio Nobel.
Anno di pubblicazione: 1922
Edizione: estratto dal volume “T.S. Eliot, Poesie”, Tascabili Bompiani
Pagine: 481 (intero volume); 30 (estratto)
Tradotto da: Roberto Sanesi
Costo: € 10,90
-> Consigliato: Sì, con del materiale critico di supporto.

“Ho i nervi a pezzi stasera. Sì, a pezzi. Resta con me.
Parlami. Perché non parli mai? Parla.
A che stai pensando? Pensando a cosa? A cosa?
Non lo so mai a cosa stai pensando. Pensa.”

Penso che siamo nel vicolo dei topi
Dove i morti hanno perso le ossa.

Mi sento sola stasera. Le lacrime premono sulla punta degli occhi. E c’è un piccolo nodo di nausea là in fondo, che non si vuol sfogare in nessun modo. Forse è la stanchezza, è tutto il giorno che sto sui libri con questo piccolo entusiasmo frenetico. O forse è tristezza. Una tristezza piagnucolosa e indefinita, che viene da tanti pensieri sciocchi, inutili, astrattissimi.
Eliot si è aggiunto a tutto questo come un sommario, una coroncina, un regalo premio coi punti dell’Agip. Non è colpa sua, o almeno non solo. Ma sono sicura che non se la prenderà se gli attribuisco un po’ della colpa.
Ho cominciato La terra desolata alle diciotto e trenta di questo pomeriggio. Alle dieci e trenta, ho alzato bandiera bianca. Non c’è dubbio, sono troppo piccola, troppo poco intelligente, ho studiato troppo poco per capirla. Eliot non è un poeta gentile, non vuole farsi capire, non ti presta le battute su un piatto d’argento perché tu possa farle tue e recitarle innanzi a un pubblico. Eliot sta lì, dice le sue battute, parla di antropologia, di cristologia, di tarocchi, di mitologia, e senza le sue note neanche il Padreterno nella sua onniscienza lo avrebbe probabilmente inteso. Ma non si tratta di questo. Ho fatto i miei sforzi, una corsa frenetica dai versi alle note, dalle note ai versi, dall’introduzione ai versi alle note, i commenti dell’antologia, la pagina su Wikipedia. Qualsiasi cosa fosse a mia disposizione per penetrare anche un poco in questo labirinto tascabile. Nulla da fare, la profondità mi rifiuta. Ho intaccato solo di poco la superficie e mi sento come uno che cerchi di pulire il Titanic dalle incrostazioni usando uno spazzolino da denti.
Ma vedete, non è neanche questo. Non è la frustrazione. È il sapore della frustrazione, è quel che rimane in bocca alla fine, quando hai detto “voglio capire” e hai concluso “non ho capito”. È angoscia, sgomento, ansia da prestazione, rammarico, contrizione. Vorresti far qualcosa, scrollare le pagine perché ne piova una polverina dorata di conoscenza. Niente da fare, non è così che si fa.
E allora, se hai percorso rigo per rigo cercando te stessa e non ti sei trovata, se hai scorso le sillabe perché si aprissero e loro hanno solo sbattuto le ciglia, cosa ti resta? Ecco, io penso che resti proprio quel che si promette. Una Terra Desolata, un nulla, un enigma, un vuoto, un intrico ineffabile, la tua miseria umana. “In una manciata di polvere vi mostrerò la paura”. Certo, Eliot, questo lo fai proprio bene.

“Sulle Sabbie di Margate.
Non posso connettere
Nulla con nulla.
Le unghie rotte di mani sporche.
La mia gente, gente modesta che non chiede
Nulla.”

[…]

“Dayadhvam: ho udito la chiave
Girare nella porta una volta e girare una volta soltanto
Noi pensiamo alla chiave, ognuno conferma una prigione
Solo al momento in cui la notte cade”

[…]

“Sedetti sulla riva
A pescare, con la pianura arida dietro di me
Riuscirò alla fine a porre ordine nelle mie terre?
Il London Bridge sta cadendo sta cadendo sta cadendo
[…]
Con questi frammenti ho puntellato le mie rovine”

Io non voglio immaginare Eliot affacciato alla finestra. Non voglio sapere cosa vedeva. Questa terra apocalittica, arida, avida, atavica, allucinata io mi rifiuto di credere che fosse la sua. Ma era questo il suo sguardo? Era davvero questo il mondo? Il mondo dopo una guerra mondiale era così? Gli occhi che lo guardavano erano questi? O siamo di fronte al delirio di un pazzo, di un bislacco intellettuale, di uno scrittore egoista ed elitario che spende e spande citazioni a vanvera? Ed io che sono qui seduta al tavolo della cucina, che ascolto musica nelle cuffie a tutto volume per isolarmi dal volume della tv, che aspetto che la casa si svuoti e si acquieti solo per ritrovare una dimensione intima, spirituale, non corrotta, io ragazzina ignorante dell’anno duemiladodici, che si suppone vedrà la fine di questo mondo apocalittico, arido, avido, atavico, allucinato – io, che cosa ne so?
Niente. Io sono qui e posso solo essere triste. Sono triste perché non farò mai poesia. Non ho le palle per la poesia: il mondo non ha bisogno di altre scempiaggini sentimentaliste. Sono triste perché non vedo la cresta dell’onda, non faccio parte di qualcosa, sono una bollicina in isolamento, e non come questi scrittori modernisti che si conoscevano tutti, prendevano il tè insieme, scopavano insieme, si copiavano, si correggevano e cercavano di andare da qualche parte. Noi stiamo andando da qualche parte? Io sto andando da qualche parte? Stiamo fotografando il mondo? Stiamo costruendo qualcosa? Qualcuno potrà leggere le nostre terre desolate?
A volte penso semplicemente che ci sia troppo squallore. Che ci sentiamo ripugnati. Che non sappiamo guardare perché non vogliamo vedere. E per questo non lasceremo niente che valga la pena leggere. Ma forse sono troppo intransigente. D’altronde io parlo per me. Gli altri, in qualche parte del mondo, qualcosa di buono lo staranno pur facendo.
Ma poi penso che non è così importante. Mio padre, ad esempio, dice che non è importante. Certo, c’è la fame nel mondo a cui pensare e pure i conflitti in Cecenia e anche le liberalizzazioni, certo. Dobbiamo pensare a queste cose, dobbiamo prendere una laurea, dobbiamo trovarci un lavoro. Non possiamo perdere tempo a pensare alla letteratura in astratto. No, la letteratura non si mangia, non mette niente in pancia e neanche salva il mondo. Come diceva Oscar Wilde, tutta l’arte è sommamente inutile.
Certo, non ci dobbiamo pensare. Non pensiamoci. Non serve.
La Terra Desolata non mi serve e non serve capirla. No.
Ma allora perché la voglio capire? E perché non poter capirla mi fa venire così voglia di vomitare?

“Che farò ora? Che farò?
“Uscirò fuori così come sono; camminerò per la strada
“Coi miei capelli sciolti, così. Cosa faremo domani?

“Cosa faremo mai?”
L’acqua calda alle dieci.
E se piove, un’automobile chiusa alle quattro.
E giocheremo una partita a scacchi,
Premendoci gli occhi senza palpebre, in attesa che
Bussino alla porta.

Chiara Pagliochini 


Viaggio al termine della notte, Louis-Ferdinand Céline

Titolo: Viaggio al termine della notte
Autore: Louis-Ferdinand Céline
Cenni sull’autore: A fine Ottocento, Courbevoie è un villaggio a nord della Francia, un “ambiente piccolo borghese fatto di commercianti, modiste e bottegai”. È lì che, il 27 maggio 1894, nasce il primo e unico figlio di Fernand e Marguerite Destouche. Si chiama Louis-Ferdinand e, col nome di Céline, è destinato a diventare uno dei più grandi e controversi scrittori del secolo scorso. Céline è considerato uno dei più influenti scrittori del XX secolo, celebrato per aver dato vita a un nuovo stile letterario che modernizzò la letteratura francese ed europea. La sua opera più famosa, Viaggio al termine della notte, è un’esplorazione cupa e nichilista della natura umana e delle sue miserie quotidiane, dove la misantropia dello scrittore è costantemente ravvivata da un acuto cinismo. Lo stile del romanzo – con il continuo mischiarsi di linguaggio popolare ed erudito e il frequente uso di iperboli ed ellissi – impose Céline come un innovatore nel panorama letterario francese. Per le sue prese di posizione e affermazioni durante la Seconda Guerra Mondiale, esposte in alcuni pamphlet accusati di antisemitismo,  Céline rimane oggi una figura controversa e discussa.
Traduttore: Ernesto Ferrero
Anno di pubblicazione: 1932
Edizione: Corbaccio
Numero pagine: 575
Costo: 18, 60 €
-> Consigliato: Sì, tantissimo.

 

Esistono degli scrittori mediocri e degli scrittori discreti. Poi vengono quelli bravi e ancora dopo quelli bravissimi. Infine, sull’ultimo gradino, c’è Céline.

Ho impiegato due mesi per leggere uno dei più bei libri che mi sia mai capitato tra le mani. Una fatica enorme, sul serio. Ogni pagina è ricca di cinismo, le parole si rincorrono tra annichilimento e comicità come mai nessun altro autore ha osato fare. Blasfemo, provocante, immorale, sporco, depravato. Ma anche commovente e dolce, fino ad arrivare a renderti immensamente triste. Céline mischia tutto questo con una bravura assurda. Un tizio che era un medico e che poi è stato esiliato per antisemitismo. Un nazista, anche. Ma con la penna è Dio. Sembra essere passato sulla terra per raccontare a noi poveri idioti la verità sulla vita. Tutto il resto della letteratura a confronto è zero. Un romanzo che fa scandalo per quello che dice, per quello che rivela. Come vanno realmente le cose tra gli uomini. L’ipocrisia messa a nudo nella sua totalità.

Céline è passato prima per gli orrori della Grande Guerra e le trincee delle Fiandre, poi è finito nelle colonie africane. È stato a New York e ha conosciuto la bella America delle donne e della gente ricca così come la brutta America delle catene di montaggio a Detroit. Infine è tornato in Europa, a Parigi, in tempo di crisi, a guadagnarsi da vivere a buttare la sua esistenza nella periferia della capitale francese, tra gente moralmente abietta e priva di ogni bene materiale. Céline però non fa sconti neanche con se stesso. Il protagonista, Ferdinand Bardamu, è la sua immagine, il suo riflesso. Spesso si rimprovera nei suoi pensieri, ma le sue azioni riconducono sempre a un comportamento antieroico e umanamente vero. Pensate solamente alle circostanze di cortesia. Quando salutate una persona anche se vi sta immensamente sulle palle o le fate gli auguri di compleanno. Céline lo dice. Dice che gli uomini fanno sempre così, che il loro è un continuo mentire a tutti, un persistere a comportarsi falsamente, sempre, per tutta la vita, finché ci si accorge che è troppo tardi per rimediare e si muore. È lo scandalo della gente senza Dio, senza patria, senza amici, senza moglie, senza una casa, una famiglia, una città propria. È l’errare umano sia nell’animo che nel corpo. Ci si deteriora, ci si ammala. Non c’è niente da fare. Rimane solo la scelta della morte. Perché il mondo è orribile, e la felicità se ne va via in fretta. Anche Bardamu l’ha conosciuta, la felicità. In America, con Molly. E Céline a proposito ci lascia un passo che è forse uno dei più bei passi d’amore mai scritti: “Buona, ammirevole Molly, vorrei se può ancora leggermi, da un posto che non conosco, che lei sapesse che non sono cambiato per lei, che l’amo ancora e sempre, a modo mio, che lei può venire qui quando vuole a dividere il mio pane e il mio destino furtivo. Se lei non è più bella, ebbene tanto peggio! Ci arrangeremo! Ho conservato tanto della sua bellezza in me, così viva, così calda che ne ho ancora per tutti e due e per me almeno vent’anni ancora, il tempo di arrivare alla fine. Per lasciarla mi ci è voluta proprio della follia, della specie più brutta e fredda. Comunque, ho difeso la mia anima fino ad oggi e se la morte, domani, venisse a prendermi, non sarei, ne sono certo, mai tanto freddo, cialtrone, volgare come gli altri, per quel tanto di gentilezza e di sogno che Molly mi ha regalato nel corso di qualche mese d’America”. Un pezzo del genere non andrebbe neanche commentato. Non è facile intuirne l’importanza, non è immediato. La levatura culturale è evidente solo dopo averlo riletto tre, cinque, dieci volte. Sta tutta qui, l’immensità di Céline. Le parole che ne fanno uno dei massimi scrittori mai esistiti. Nella profondità dell’accostamento di queste parole.

A tratti delirante, la narrazione distende su innumerevoli argomenti, fino a toccare praticamente tutti i sentimenti umani. È sorprendente la forza evocativa del raccontare, perché di mostrato c’è ben poco. Ogni ambiente sembra evanescente, un miraggio, qualcosa di poco solido e mal costruito, ma in realtà è lo stile di Céline che arriva al limite del vero, del conosciuto. Quando Bardamu è in Africa, c’è la descrizione di un tramonto che è da brividi. Te lo immagini poco, quel tramonto. Ma la descrizione rimane da brividi.

“Sono tornato a trovare Molly e le ho raccontato tutto. Per nascondermi la pena che le facevo, s’è data un gran daffare, ma comunque non era difficile vedere che ce l’aveva. L’abbracciavo più spesso adesso ma era un dispiacere profondo il suo, più vero che da noi, perché noialtri abbiamo piuttosto l’abitudine di dirlo più grosso di quel che è. Con gli americani è il contrario. Non osano capire, ammetterlo. È un po’ umiliante, ma comunque, è proprio pena, non è orgoglio, non è nemmeno gelosia, né scene, è nient’altro che la vera pena del cuore e bisogna ben dirsi che tutto questo ci manca dentro e quanto al piacere di provare della pena siamo a secco. Ci vergogniamo di non essere ricchi di cuore e di tutto e anche d’aver comunque giudicato l’umanità più bassa di quel che in fondo è davvero”. Oltre questo cinismo chiunque può notare una vena di speranza, una dolcezza d’animo poco comune. Più nichilista diventa Bardamu (così come Céline), più i pochi passi dove traspare la gentilezza sono delicati e unici. Fanno tenerezza. Ci ridanno quel poco di gioia che ci è rimasta da una lettura così moralmente negativa. È il semplice ritratto dell’uomo. Del resto, come dice lo stesso Céline: “La tristezza del mondo assale gli esseri come può, ma ad assalirli sembra che ci riesca quasi sempre”. Non siamo forse noi una prova vivente di questa cosa?

La parte più ironica e comica è paradossalmente quella della guerra. Eccetto alcuni momenti di lucidità, non si riesce mai a capire bene cosa accada, sennonché Bardamu odia profondamente la guerra, e all’inizio asserisce perfino che non riesce a capacitarsi come i tedeschi, cui cui fino a qualche mese prima conversava con tutta tranquillità, gli stessero sparando.“Dunque niente errori? Quello spararsi addosso che si faceva, così, senza nemmeno vedersi, non era proibito! Quello faceva parte delle cose che si possono fare senza meritarsi una bella sgridata. Era perfino riconosciuto, incoraggiato senza dubbio da gente seria, come le lotterie, i fidanzamenti, la caccia coi cani!… Niente da dire. Di colpo scoprivo la guerra tutta intera. Ero sverginato”. Forse non tutti sanno che la psicanalisi è nata proprio dopo la Grande Guerra. Dal fronte tornavano i soldati mezzi matti per gli orrori di morte con cui si erano ritrovati a contatto, e in qualche modo bisognava curarli. Ironico, tra l’altro, il fatto che anche Bardamu abbia avuto dei problemi di salute mentale, in seguito alla sua esperienza di guerra, e che abbia mentito volontariamente ai medici per non essere fucilato. Ma poi cosa resta per chi rimane vivo? Un andare avanti trascinandosi inutilmente, parafrasando Céline. Un invecchiare e perdere l’occasione di vivere come si dovrebbe vivere. Alla fine, secondo lui, siamo tutti delle carogne, degli inutili sacchi di carne. Be’, come dargli torto. “Quel che è peggio è che uno si chiede come l’indomani troverà quel po’ di forza per continuare a fare quel che ha fatto il giorno prima e poi già da tanto tempo, dove troverà la forza per quelle iniziative sceme, quei mille progetti che non arrivano a niente, quei tentativi per uscire dalla necessità opprimente, tentativi che abortiscono sempre, e tutti per arrivare a convincersi una volta per tutte che il destino è invincibile, che bisogna sempre ricadere ai piedi della muraglia, ogni sera, sotto l’angoscia dell’indomani, sempre più precario, più sordido. Forse è l’età che sopraggiunge, traditoria, e ci annuncia il peggio. Non si ha più molta musica in sé per far ballare la vita, ecco. Tutta la gioventù è già andata a morire in capo al mondo nel silenzio della verità. E dove andar fuori, ve lo chiedo, quando uno non ha più dentro una quantità sufficiente di delirio? La verità, è un’agonia che non finisce mai. La verità di questo mondo è la morte. Bisogna scegliere, morire o mentire. Non ho mai potuto uccidermi io”. Per l’appunto, dove troviamo la forza di alzarci alla mattina? Qui Céline non ce lo dice, ma io credo che venga dalle persone cui siamo più affezionati. È un’ipotesi non contemplata nel mondo di Bardamu, dove tutti gli esseri umani, a parte pochi (tra cui Molly e Robinson), sono meschini falsi e adulatori, dove niente è puro. L’uomo è marcio e continua a marcire. Niente da fare. Quest’opera è l’incarnazione del nichilismo.

“L’egoismo degli esseri che si sono mescolati alla nostra vita, quando si pensa a loro, da vecchi, si dimostra innegabile, cioè come se fosse d’acciaio, di platino, e persino più durevole del tempo stesso”. Alla fin fine si potrebbe dire che Céline dice le stesse cose per tutto il romanzo, ma con parole diverse. C’è da dire che non mi aspettavo il finale tragico che c’è stato. Avrei voluto forse una consapevolezza positiva del protagonista, ma non sono stato accontentato. Tutta la narrazione è costellata di eventi più o meno drammatici, come l’episodio di Bébert, che personalmente è quello che più mi ha toccato. C’è stata quasi la lacrimuccia. Incredibile, dato il cinismo con cui Céline descriveva il tutto. Eppure io trovavo un dispiacere e una sincera commozione in mezzo ai lunghissimi periodi negativi. Forse sono troppo buono. “Si è mai visto qualcuno scendere all’inferno per sostituire un altro? Mai. Si vede che ce lo butta giù. È tutto”. Non ci leggete anche voi, in queste parole, un’insana voglia da parte di Bardamu di interpretare colui che scenderebbe all’inferno per sostituire qualcuno? Lui lo farebbe, ma agisce da essere umano. La usa un po’ come scusa, questa argomentazione. “Era solo dentro di me che quello capitava, per farmi sempre la stessa domanda. Ho finito per addormentarmi sulla domanda, nella mia notte privata, quella bara, tanto ero stanco di camminare e di non trovare niente”. Céline riesce a dirci, con pochissime parole, quanto ci sia dentro ogni uomo, quanti interrogativi ci poniamo nella vita, dimenticandoceli magari appena ci addormentiamo alla sera. È di una tristezza infinita. Che poi, è proprio così che facciamo nella vita vera. Può ognuno di noi affermare con tristezza che si offrirebbe di morire in cambio di qualcun altro? Un bambino magari. Uno sconosciuto. Invece, in tanti casi, non salveremmo neanche chi amiamo e ci ama. Alcuni lo farebbero. Altri no. Non possiamo saperlo se non nelle condizioni specifiche. “Tanto vale non farsi illusioni, la gente non ha niente da dirsi, ognuno parla soltanto delle proprie pene personali, si capisce”.

Molti si staranno chiedendo dove voglia andare a parare. Oppure si stanno chiedendo se non intenda fare altro che un elenco dei temi trattati da Céline riportando i dovuti esempi. Voglio solo dirvi che questo romanzo è un’opera di una portata abnorme, che leggerlo potrà solo arricchirvi ma al tempo stesso anche demolire le vostre convinzioni. È un inferno leggerlo. Proprio un viaggio, come dice il titolo. La notte è l’oscurità che ci avvolge. La miseria umana. E il libro è appunto un viaggio ai confini di questa miseria.“Scoppieremmo se avessimo un po’ di coraggio, ci limitiamo a decadere da un giorno all’altro. La nostra tortura prediletta è rinchiusa lì, atomica, nella nostra stessa pelle, col nostro orgoglio”. Un tale accostamento di termini varebbe non uno, ma dieci premi nobel. Tanti stupidi scribacchini si sono aggiudicati quel premio, ma Céline no, Céline era antisemita e quindi niente Nobel. Ma eccolo qui, tra gli immortali, a mettere crudelmente a nudo la nostra schifezza interiore e morale, a dirci che l’uomo è una contraddizione con le gambe.

Marco Tamborrino 


Le avventure di Pinocchio, Carlo Collodi

Titolo: Le avventure di Pinocchio
Autore: Carlo Collodi
Cenni sull’autore: Collodi nasce nel 1826 a Firenze in via Taddea (sulla casa oggi c’è una lapide). Il padre Domenico era cuoco e la madre, Angiolina Orzali, domestica. Quest’ultima era originaria della omonima frazione di Pescia che ispirò lo pseudonimo che rese lo scrittore famoso in tutto il mondo. Poté studiare grazie all’aiuto della famiglia Ginori. Il giovane Lorenzini fu infatti ospitato nel palazzo Ginori di via de’ Rondinelli, sulla facciata del quale una targa ne ricorda la permanenza. Dal 1837 fino al 1842 entrò in seminario a Colle di Val d’Elsa, per diventare prete e contemporaneamente ricevere un’istruzione. Fra il 1842 e il 1844, seguì lezioni di retorica e filosofia a Firenze, presso un’altra scuola religiosa degli Scolopi.
Nel 1843, sempre studiando, iniziò a lavorare come commesso nella libreria Piatti a Firenze. Entrò così nel mondo dei libri e in seguito diventò redattore e cominciò a scrivere. Nel 1845 ottenne una dispensa ecclesiastica che gli permise di leggere l’Indice dei libri proibiti. Nel 1847 iniziò a scrivere recensioni ed articoli per la Rivista di Firenze.
Nel 1848, allo scoppio della Prima guerra d’indipendenza si arruolò volontario combattendo con altri studenti toscani a Curtatone e Montanara. Tornato a Firenze fondò una rivista satirica, Il Lampione (censurata da lì a breve). Nel 1849 diventò segretario ministeriale.
Nel 1850 diventò amministratore della libreria Piatti, che, come spesso accadeva all’epoca, svolgeva anche attività di editoria.
Nel 1853 fondò un nuovo periodico, Scaramuccia, un giornale teatrale su cui scrisse piccole commedie. Nel 1856 scrisse un articolo utilizzando per la prima volta lo pseudonimo di Collodi. Dello stesso anno sono le sue prime opere importanti: Gli amici di casa e Un romanzo in vapore. Da Firenze a Livorno. Guida storico-umoristica.
Nel 1859 partecipò alla Seconda guerra d’indipendenza come soldato regolare piemontese nel Reggimento Cavalleggeri di Novara. Finita la campagna militare ritornò a Firenze. Nel 1860 diventò censore teatrale. Nel 1868, su invito del Ministero della Pubblica Istruzione, entrò a far parte della redazione di un dizionario di lingua parlata, il Novo vocabolario della lingua italiana secondo l’uso di Firenze.   Nel 1875 ricevette dall’editore Felice Paggi l’incarico di tradurre le fiabe francesi più famose. Collodi tradusse Charles Perrault, Marie-Catherine d’Aulnoy, Jeanne-Marie Leprince de Beaumont. Effettuò anche l’adattamento dei testi integrandovi una morale; il tutto uscì l’anno successivo sotto il titolo de I racconti delle fate.
Nel 1877 apparve Giannettino, e nel 1878 fu la volta di Minuzzolo. Il 7 luglio 1881, sul primo numero del periodico per l’infanzia Giornale per i bambini (pioniere dei periodici italiani per ragazzi diretto da Fernandino Martini), uscì la prima puntata de Le avventure di Pinocchio, con il titolo Storia di un burattino. Vi pubblicò poi altri racconti (raccolti in Storie allegre, 1887).
Nel 1883 pubblicò Le avventure di Pinocchio raccolte in volume. Nello stesso anno diventò direttore del Giornale per i bambini.
Morì a Firenze nel 1890; è sepolto nel cimitero delle Porte Sante.   (Fonte: http://it.wikipedia.org/wiki/Carlo_Collodi)
Anno di pubblicazione: 1883
Edizione: varie; consigliata quella Giunti con le illustrazioni di A. Mussino
Illustrazioni (ediz. Giunti): Attilio Mussino
Pagine: 192 (ed. Giunti del 2002)
Costo: € 9,90
-> Consigliato: Sì (soprattutto agli adulti)

A me Pinocchio ha sempre fatto simpatia, una simpatia istintiva e non ho mai trovato disdicevole che il suo più grande desiderio (almeno quello dichiarato) fosse di diventare un bambino vero: nessun bambino vuole distinguersi dagli altri per la sua diversità, non vuole essere additato per strada e non vuole diventare famoso come fenomeno da baraccone. Essere diversi, uscire dal coro e distinguersi per l’originalità delle proprie scelte è cosa che comincia ad avere un suo fascino nell’adolescenza e, comunque, non interessa a tutti. Ma ai bambini non interessa: vogliono essere come tutti gli altri; che poi si devono adattare alla loro eventuale diversità è cosa diversa da quello che possono desiderare.

Il mio Pinocchio è prima di tutto quello dello sceneggiato tv di Comencini trasmesso per la prima volta nel 1972 (ma ne ho visto una replica qualche anno dopo) e la colonna sonora è incisa in modo indelebile nella mia memoria (per chi fosse curioso ecco il video ).
Ho conosciuto poi il Pinocchio di Edoardo Bennato, un burattino che non apprezza la propria libertà e decide di diventare un bambino vero:

E adesso che ragioni come uno di noi
i libri della scuola non te li venderai
come facesti quel giorno
per comprare il biglietto e entrare
nel teatro di Mangiafuoco
quei libri adesso li leggerai!  (da “É stata tua la colpa”, E. Bennato 1977)

Ho rimosso il Pinocchio di Benigni e mi astengo dal fare commenti su quello della Disney.

Ma Pinocchio “vero”, quello di Collodi per intenderci, che tipo è? Per rispondere a questa domanda mi sono decisa a leggere il libro (forse rileggere anche se non ricordo di averlo mai letto da piccola) e sono rimasta abbastanza sorpresa nello scoprire che io sono un po’ Pinocchio e, secondo me, lo siamo tutti.
Pinocchio non è proprio un tipo ingenuo (come il suo omonimo disneyano), ma è abbastanza centrato su se stesso (ma quale bambino non lo è?), vuole fare solo quello che gli piace, che gli sembra interessante. Per non compiere il suo dovere (insomma per disubbidire) si deve raccontare un sacco di frottole (lo faccio dopo, adesso non posso, nessuno lo saprà mai). Con me a volte funziona e se la mia coscienza (il mio Super Io, come direbbe il caro vecchio Freud) continua a disturbarmi, trovo il modo di zittirla. Ed è proprio quello che fa Pinocchio quando arriva il Grillo Parlante: lo prende a martellate e lo fa fuori! Che soddisfazione leggere che Pinocchio non è per niente ossequioso nei confronti di questo fastidioso insettucolo che non si fa i fatti suoi! Ai miei occhi Collodi ha guadagnato mille punti. Certo la coscienza poi torna anche sotto diverse forme: chiocciole, serpenti, uccelli.

Purtroppo per lui, però, quando mente alla fata (che è poi la sua mamma adottiva) gli si allunga il naso e quindi non può proprio dire le bugie, o meglio non potrebbe perché lui ci prova lo stesso. Adesso andate indietro con la memoria e ricordate cosa succedeva quando mentivate ai vostri genitori: lo capivano subito! E non perché i genitori sono dotati di superpoteri (ci piacerebbe, ma purtroppo non ce li danno) ma perché i bambini non sono bravi a dire le bugie e quindi mamma e papà hanno vita facile (poi quando crescono è tutta un’altra storia.)

Nonostante le sue scelte lo portino spesso in situazioni spiacevoli, Pinocchio non impara subito dai propri errori: sbaglia e risbaglia! Ecco, un’altra cosa in cui io sono come Pinocchio: ci metto un po’ ad imparare, sono recidiva! Ma, come dice il vecchio adagio, “sbagliando si impara” e anche in questo caso si rivela la saggezza dei detti popolari: le scelte avventate sono la strada maestra che conducono Pinocchio a conoscere interessanti personaggi e a vivere mirabolanti avventure, imparando a cavarsela da solo; insomma senza una certa dose di ribellione difficilmente il nostro burattino avrebbe avuto una vita diversa da quella di Geppetto [ovviamente, questo vale per tutti ma non per mia figlia]

Conosce Mangiafuoco e impara che anche i cattivi più cattivi possono commuoversi; incontra il Gatto e la Volpe e impara a diffidare di chi dichiara di essere interessato al bene altrui ma, intanto, fa’ i propri interessi; viene arrestato per essere stato derubato e sperimenta sulla propria pelle lo scarto che può esistere tra la giustizia e la legge; si lascia convincere da Lucignolo a seguire la carovana dei bambini verso il Paese dei Balocchi e impara che bisogna diffidare da chi ti propone di avere tutto e subito senza il minimo sforzo; dentro la pancia del pesce-cane (non balena, quella è una mistificazione disneyana) ha la possibilità di mettere a frutto ciò che ha imparato nel corso delle sue peregrinazioni (durate due anni da quello che ci dice Collodi) e assumersi la responsabilità di se stesso e del padre.

La fine è la parte debole della storia, affrettata e troppo pedagogica.

Pinocchio però non è soltanto la storia di un burattino che, a un certo punto (magari controvoglia), si ritrova grande: è anche la storia degli adulti che di Pinocchio si prendono cura. Cambiando la mia prospettiva di osservazione devo dirvi che, oltre che un po’ Pinocchio, mi sento anche Geppetto e (meno però) Fata.

Ho provato una grande tenerezza di fronte alla delusione di Geppetto che si aspettava riconoscenza da Pinocchio per avergli dato la vita e, soprattutto, per i sacrifici che fa per lui privandosi del cibo e dei vestiti con l’intenzione di assicurare al figlio la possibilità di istruirsi e di essere alla pari con gli altri ragazzi (eh si, i genitori fanno dei piani per i propri figli senza porsi il problema di quello che loro effettivamente vorrebbero, basandosi su quello che è il “loro bene”). È la stessa delusione di molti genitori (tra cui io stessa) di fronte all’atteggiamento dei propri figli che non colgono la volontarietà di alcuni gesti che si fanno nei loro confronti: insomma, cari figli, non è per nulla scontato che i genitori facciano tanti sacrifici per i figli. Pinocchio è egoista? Si, come lo sono tutti i bambini, i quali non sono tenuti a interrogarsi troppo sulle scelte che fanno i genitori: la consapevolezza delle rinunce fatte (piccole o grandi che siano, sono sempre rinunce) a loro favore arriva dopo e con questa, spero, anche un po’ di gratitudine. Come Pinocchio anche io sono stata egoista con i miei genitori e ho dato per scontato molte delle cose che facevano per me, pensando che era loro dovere in quanto scritto in una sorta di contratto implicito stipulato al momento stesso in cui mi avevano voluta. Come Geppetto mi rendo conto che non c’è nulla di scontato ma si tratta di scelte: ad ogni genitore il compito di definire il delicato equilibrio tra il proprio ruolo genitoriale e le proprie necessità in quanto persona.

La Fata che, a differenza di Geppetto, non raccoglie le mie simpatie: troppo comodo rispondere ai capricci e alle monellerie di Pinocchio scomparendo e, per di più, facendogli credere di averne causato la morte! Cara Fata nessuno (almeno da sessant’anni a questa parte) ci obbliga a diventare genitori e se tu non avevi mezzi farmacologici a disposizione sicuramente, servendoti dei tuo poteri magici potevi trovare un accordo con la cicogna affinché evitasse di passare dalla tua dimora.

Ammetto che anche a me, in certe situazioni, balena l’idea di andarmene e tornare quando mia figlia avrà smesso di lagnarsi o di fare richieste improponibili. Però (io come la stragrande maggioranza dei genitori) non lo faccio e sto lì a sorbirmi le lagne (magari urlando, mica sono una santa), a gestire i miei sensi di colpa per qualche frase poco felice mischiata agli urloni e a lambiccarmi il cervello nel tentativo di trovare una soluzione accettabile che non metta a repentaglio la mia autorevolezza (e, purtroppo, devo dirvi che spesso fallisco) e, nel frattempo, garantisca la mia salute mentale mettendo a tacere la pargola.

Le vicende di tutti i personaggi sono narrate con un linguaggio elegante e con uno stile ironico di chi sa come va il mondo e non si fa’ troppe illusioni. Se poi avete l’accortezza di prendere un’edizione illustrata (consiglio quella con le classiche illustrazioni di Attilio Mussino) il libro può diventare anche una gioia per gli occhi (a me piacciono i libri illustrati!).

Patrizia Oddo 


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