Il deserto dei Tartari, Dino Buzzati

Titolo: Il deserto dei tartari
Autore: Dino Buzzati
Cenni sull’autore: Dino Buzzati nasce il 16 ottobre 1906 a San Pellegrino, nei pressi di Belluno, nella villa ottocentesca di proprieta’ della famiglia. I genitori dell’autore risiedono stabilmente a Milano, in piazza San Marco 12. Il padre, professor Giulio Cesare, insegna Diritto Internazionale all’Universita’ di Pavia e alla Bocconi di Milano. La madre, Alba Mantovani, veneziana come il marito, e’ l’ultima discendente della famiglia dogale Badoer Partecipazio. Secondogenito di quattro figli, dopo aver frequentato il ginnasio Parini di Milano, si iscrive alla facolta’ di Legge. Sin dalla giovinezza si manifestano gli interessi, i temi e le passioni del futuro scrittore, ai quali restera’ fedele per tutta la vita: la poesia, la musica (studia violino e pianoforte), il disegno, e la montagna, vera compagna dell’infanzia: “Penso” dice Buzzati in un’intervista concessa a Il Giorno il 26 Maggio 1959 “che in ogni scrittore i primi ricordi dell’infanzia siano una base fondamentale. Le impressioni più forti che ho avute da bambino appartengono alla terra dove sono nato, la valle di Belluno, le selvatiche montagne che la circondano e le vicinissime Dolomiti. Un mondo complessivamente nordico, al quale si è aggiunto il patrimonio delle rimembranze giovanili e la cittа di Milano, dove la mia famiglia ha sempre abitato d’inverno”. Scrive “Il deserto dei tartari” ispirato dalla monotona ruotine che gli richiedeva il lavoro di redattore notturno al Corriere della Sera, un lavoro che necessitava di gesti sempre uguali.
(Fonte: http://www.belpaese2000.narod.ru/Teca/Nove/Buzzati/buzzatix.htm)
Anno di pubblicazione: 1940
Edizione: Classici Mondadori
Pagine: 202
Costo: € 9,00
-> Consigliato: Sì!

Poi nel buio, benché nessuno lo veda, sorride.

Ho sempre odiato entrare nel personale quando scrivo una recensione. Qui però va fatta una doverosa premessa. Fino a qualche mese fa io ero ingarbugliato nella mia routine quotidiana e non osavo fare mezzo passo avanti per timore che, una volta spezzata, mi ritrovassi sperduto. Quando ho fatto questo passo, esattamente verso la fine dello scorso novembre, ho scoperto che cambiare è necessario. È necessario fare una scelta. Anche se può essere sbagliata. Ma quella scelta è un simbolo, sta a significare che tu non sei una macchina che ripete a pappagallo ogni movimento e ogni parola che prevede un determinato stile di vita. Quella scelta è il tempio in tuo favore che ti dice: tu esisti.

Ecco, io credo che se avessi letto questo libro un paio d’anni fa – e l’avessi capito – magari avrei fatto prima quel passo. Magari non avrei perso così tanto tempo.

In realtà Giovanni Drogo è ancora in me, così come è in tutti noi, persino i più intraprendenti.
Ma chi è Giovanni Drogo?

Uno stupido?
Un eroe?
Uno sfortunato?

Giovanni Drogo è un uomo. È un personaggio terribilmente reale, così reale da apparire angosciante. Questo libro è vero e noi lo sappiamo, negarlo sarebbe inutile. Il tempo passa per tutti, giovani e anziani, e col tempo si consumano le occasioni. […] una giornata identica all’altra, ripetendosi all’infinito, come soldato che segni il passo. Eppure il tempo soffiava; senza curarsi degli uomini passava su e giù per il mondo mortificando le cose belle; e nessuno riusciva a sfuggirgli, nemmeno i bambini appena nati, ancora sprovvisti di nome. Agghiacciante pensare che proprio nessuno è al riparo dallo scorrere del tempo. Non siamo immortali. O agiamo adesso, o un giorno, anche se vorremo agire, sarà ormai troppo tardi.

Ho trovato irrealmente triste tutta la storia. Una narrazione ricca e con una buona dose di poesia hanno reso farraginosa la lettura in parecchi punti, ma il risultato finale è eccezionale. Drogo, arrivato al termine della sua vita, nel momento in cui accade l’evento che attende da sempre, deve lasciare il mondo. La speranza del libro si concentra tutta nelle ultime pagine, nell’affrontare la morte con dignità, senza disperarsi perché l’esistenza è andata sprecata inutilmente. Nella sua ultima ora, a Drogo si è aperto uno spiraglio di luce. E lui sa quant’è difficile andarsene quando si è soli: A poco a poco la fiducia si affievoliva. Difficile è credere in una cosa quando si è soli, e non se ne può parlare con alcuno. Proprio in quel tempo Drogo si accorse come gli uomini, per quanto possano volersi bene, rimangano sempre lontani; che se uno soffre, il dolore è completamente suo, nessun altro può prenderne su di sé una minima parte; che se uno soffre, gli altri per questo non sentono male, anche se l’amore è grande, e questo provoca la solitudine della vita. Anche il fatto che i giovani non si rendano conto di cosa vale la loro età è fondamentale. Drogo continua a ripetersi, per ben quattro anni, che di tempo per tornare a casa ne ha, che è ancora giovane, ha tutta la vita davanti. Giovanni aspetta paziente la sua ora che non è mai venuta, non pensa che il futuro si è terribilmente accorciato, non è più come una volta quando il tempo avvenire gli poteva sembrare un periodo immenso, una ricchezza inesauribile che non si rischiava niente a sperperare.

Credetemi quando dico che le parole di questo libro danno fastidio. Ognuno ogni tanto pensa che la vita sia monotona e che i piccoli momenti che la costituiscono si ripetano incessantemente. E non è forse vero che abbiamo una paura del diavoloa a interrompere tutto questo buttare via la vita, gli anni, i mesi, le settimane, i giorni, le ore, i minuti? Non ci diciamo forse che a volte un istante solo vale tutta la vita. Sarebbe ora di chiedersi il perché. Ed è così semplice. Abbiamo paura a cambiare. È normale. Ma è una paura così grande che ci paralizza e a volte ce la teniamo, gettando l’esistenza al vento.

Il tempo intanto correva, il suo battito silenzioso scandisce sempre più precipitoso la vita, non ci si può fermare neanche un attimo, neppure per un’occhiata indietro. “Ferma, ferma!” si vorrebbe gridare, ma si capisce ch’è inutile. Tutto fugge via, gli uomini, le stagioni, le nubi; e non serve aggrapparsi alle pietre, resistere in cima a qualche scoglio, le dita stanche si aprono, le braccia si afflosciano inerti, si è trascinati ancora nel fiume, che pare lento ma non si ferma mai. Questo fiume che pare lento e non si ferma mai mette un’ansia incredibile. Viene voglia di correre fuori a urlare: io voglio vivere. Eppure rimandiamo sempre a domani, ed è questo rimandare a domani che ogni volta ci frega, ci bastona. Invece di fermare il rimandare, andiamo a curare la ferita, ben consapevoli che non sarà l’ultima.

Di Giovanni Drogo c’è però da dire che ha fatto il suo tentativo. Ha provato a ritornare indietro, ma era già troppo tardi. Una volta i suoi passi la raggiungevano nel sonno come un richiamo stabilito. Tutti gli altri rumori della notte, anche se molto più forti, non bastavano a svegliarla, né i carri giù nella strada, né il pianto di un bambino, né gli ululati dei cani, né le civette, né l’imposta che sbatte, né il vento dentro le gronde, né la pioggia o lo scricchiolare dei mobili. Soltanto il passo di lui la svegliava, non perché fosse rumoroso (Giovanni anzi andava in punta di piedi). Nessuna speciale ragione, soltanto che lui era il suo figliuolo. Quattro anni di attesa sono bastati perché la madre di Drogo non lo riconsocesse più, perché un cambiamento si insinuasse in suo figlio senza che lui avesse potuto un giorno porvi rimedio.

Tirando le somme: se noi non andiamo a cercarci quello che vogliamo, pretendiamo forse che questo qualcosa venga da noi per un fortuito caso? La legge che vige nel proverbio di Maometto e la montagna è ridicola. Disse Ortiz: «Io alle volte penso: noi desideriamo la guerra, aspettiamo l’occasione buona, ce la prendiamo con la sfortuna, perché non succede mai niente. […]». Esatto.
Le cose belle non ci verranno mai incontro. Noi potremo lamentarci finché vorremo, potremo pretendere per non so quale ragione che stare fermi e aspettare sia la cosa migliore. Però così perderemo solo tempo. E potremmo perderne troppo.

Allora, io non voglio stare qui a fare l’avvocato del diavolo di Buzzati e ripetervi come un mantra che questo libro contiene duecentodue pagine di angosciante verità esistenziale. Sapete benissimo voi se siete capaci o meno di mettervi in gioco. E potrete decidere di conseguenza.

Marco Tamborrino 

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Un amore così grande per la lettura che farei qualunque cosa pur di fare in modo che viva. Vedi tutti gli articoli di unbuonlibrounottimoamico2011

4 responses to “Il deserto dei Tartari, Dino Buzzati

  • vittoriocaratozzolo

    Per il quarantennale della morte di Dino Buzzati (16 ottobre 1906 – 28 gennaio 1972) segnalo la mia proposta di lettura – in chiave esistenzialista/antimilitarista – della sua opera principale, «Il deserto dei Tartari», con gli approfondimenti in essa suggeriti:
    Vittorio Caratozzolo
    La finestra sul deserto. A Oriente di Buzzati
    Bonanno Editore
    Acireale-Roma
    2006
    pp. 180.

    Indice
    INTRODUZIONE di Rosanna Frediani
    Le finestre di Buzzati
    1939
    Il Fascismo, i giornali, Buzzati
    Le suggestioni filosofiche

    «LE DOLCI ANSIE DELLA NUOVA STAGIONE». NECESSITÀ DELLA BARBARIE E COINCIDENTIA OPPOSITORUM NEL DESERTO DEI TARTARI DI DINO BUZZATI
    Frontiere semiotiche
    Le frontiere del testo
    «…del libro che il preterito rassegna» (Paradiso XXIII, 54)
    Fenomenologia del “nemico”
    L’apocalisse di Giovanni (Drogo)
    Il crollo dell’Universo e la fuga individuale

    MITI, LETTERATURE E FILOSOFIE NEL DESERTO DEI TARTARI
    Introduzione
    Imbalsamare e interpretare
    Morte e resurrezione
    Camere con vista
    I “guardiani del limitare”, le donne di Drogo
    Drogo e Angustina
    L’Io e la luna
    Schuré e «il punto di vista dell’esoterismo comparato»
    Modi di morire
    Cavalli semplici e cavalli illogici
    L’illusione dionisiaca
    Lo sguardo retrospettivo
    La ricerca della luce
    Il cerchio magico: il romanzo come un mandala

    In allegato riceve la recensione di Paolo Vanelli al mio libro, la quale rende bene, a mio avviso, le preziose suggestioni da me colte da me nel romanzo di Buzzati.

    Inoltre, potrebbe essere interessante arricchire la commemorazione con miei approfondimenti su altri romanzi di Buzzati:
    “«E forse io mento anche adesso»: Il grande ritratto di Dino Buzzati, o dell’inattingibilità del senso”, in «Studi buzzatiani» V, Feltre, 2000, pp. 7-31
    “Figure mitologiche e immagini archetipiche in Il segreto del Bosco Vecchio di Dino Buzzati”, in «Strumenti critici», XVII, 3, settembre 2002, pp. 339-352.
    “L’«inverecondia categorica» di Un amore tra prostituzione testuale e necessità”, in AA.VV., La saggezza del mistero, Empoli, Ibiskos Editrice Risolo, pp. 97-140.

  • vittoriocaratozzolo

    PS Errata corrige: nessun allegato, of course…

  • La boutique del mistero, Dino Buzzati « Un buon libro, un ottimo amico

    […] riguardo Dino Buzzati potete leggere la recensione de: -> Il deserto dei Tartari  Share this:Like this:LikeBe the first to like this […]

  • Un amore | Dino Buzzati « Un buon libro, un ottimo amico

    […] riguardo Dino Buzzati potete leggere la recensione di: -> La boutique del mistero -> Il deserto dei Tartari Share this:Share on TumblrLike this:Mi piaceBe the first to like […]

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