Il giro di vite, Henry James

Titolo:  Il giro di vite
Titolo originale: The turn of the screw
Autore: Henry James
Cenni sull’autore: scrittore e critico letterario, nasce a New York nel 1843.  Fin da giovane compie lunghi viaggi in Europa, che gli restano nel cuore e che lo porteranno in seguito a diventare cittadino britannico. Molte delle sue opere maggiori vedono al centro la condizione dell’americano trapiantato sul continente europeo, quale lui era. Incisivi gli apporti alla narrativa moderna inglese, con romanzi come Ritratto di signora, I bostoniani, Che cosa sapeva Maisie, La fonte sacra, Le ali della colomba, Gli ambasciatori, che segnano il passaggio dalla narrativa ottocentesca alla produzione modernista del primo Novecento. Muore a Londra nel 1916.

Anno di pubblicazione: 1898
Edizione: Garzanti, 1974
Pagine: 167
Tradotto da: Elio Maraone
Costo: € 8,00
-> Consigliato: Sì. 

“Oh, sì, possiamo star qui sedute a guardarli, e loro possono darcela a bere sin che vogliono; ma persino quando fingono d’esser perduti nelle loro fiabe, sono sprofondati nella visione dei morti che ritornano.”

Ho letto questo romanzo per la prima volta tre o quattro anni fa e ora, con un esame di letteratura inglese alle porte (toc toc!), ho considerato opportuna una rilettura. Ed è straordinario che mi sorprenda e mi confonda ora come allora.

Cito dal retro-copertina,“un testo fondamentale della narrativa dell’ambiguità, racconto gotico di fantasmi e ardita esplorazione dell’inconscio, storia di fanciulli perversi o di vittime innocenti, allegoria del desiderio represso e inscenato delirio dell’immaginazione”. Trovo che sia una descrizione tanto azzeccata e articolata quanto contraddittoria in apparenza. Prima di tutto, viene da dirsi, una cosa o A oppure è B. O è una storia di fantasmi o non lo è. O i fanciulli sono innocenti oppure sono perversi. Ma il grande merito di Henry James sta in questo, ovvero nel fare in modo che la sua piccola storia sia tutte queste cose insieme, che non si risolva nel giro di centocinquanta pagine, ma anzi che non smetta mai di suscitare interrogativi.

Ricordo quando la lessi per la prima volta. Era estate, sono sicura, e leggevo al tavolinetto su in terrazza. Non riuscivo a staccarmi dalle pagine, volevo sapere, arrivare in fondo per capire quel che non stavo affatto capendo. Ricordo lo shock dell’ultima pagina, quando chiusi il libro e capii che non avevo capito niente. Non che ci fosse un colpo di scena, anzi: è proprio la mancanza di un colpo di scena a rendere questo romanzo in apparenza così insulso ed assurdo. Oppure è il suo piccolo tocco di genio.
Ma allora ero piccola, non avevo mai sentito parlare di Freud e non pensavo che sogni, malattie e paranoie sono soprattutto il prodotto di un nostro desiderio. Così un uomo può vedere i fantasmi, ma può anche desiderare di vedere fantasmi o può, addirittura, creare dei fantasmi. James lancia tutti gli ami con le domande e semplicemente non pesca risposte. Forse decidere spetta al lettore o forse tutte le possibilità possono sussistere nello stesso tempo.
Ricordo che Il giro di vite mi aveva colpito perché iniziava un po’ come una scena di Jane Eyre. Una giovane istitutrice viene assunta da un affascinante datore di lavoro per badare ai suoi due nipotini. E c’è una scena, in particolare, in cui questa istitutrice senza nome ricalca pienamente i passi di Jane. È sola, è il crepuscolo, sta facendo una passeggiata all’aperto. La sua immaginazione si dipana come una ragnatela ed ecco che desidera di incontrare qualcuno. Chi vuole incontrare è proprio il ricco signore che l’ha assunta, il nostro lontanissimo Mr Rochester, e immagina di vederlo là, a una svolta della via. Il momento dopo vede effettivamente qualcuno, ma non si tratta di Mr Rochester e nemmeno è a una svolta della via. È invece il fantasma di un uomo mai visto stagliato sulla cima di una torre.
Le apparizioni proseguiranno, il suo sgomento, il suo terrore si faranno più forti. Perché la nostra Jane sa – sa, anche se nessuno glielo ha detto; sa, anche se nessuno può confermarlo – che quel fantasma e un fantasma di donna sua compagna sono tornati sulla terra per torturare i due bambini. I due bambini, creature angeliche, deliziose, affettuose, intelligentissime che lei sola può difendere dagli influssi del male. I due bambini, che scoprirà – o supporrà o si inventerà – essere a loro volta delle creature cieche, corrotte, demoniache, creature che rispondono con gioia agli appelli dei fantasmi e che anzi vedono lei – lei, la nostra Jane! – come un abisso di perfidia.

È una storia molto tetra, che non potrà che evolvere in peggio. È la storia dell’impossibilità di comunicare quel che si sente e quel che si vede. È la storia dell’impossibilità di valutare la sincerità di chi abbiamo di fronte. È la storia dell’impossibilità di capire se quel che vediamo è vero oppure soltanto il frutto della nostra fantasia malata, perversa, costretta a vie ambigue e corrotte pur di togliersi di dosso i lacci di una scomoda repressione.
È una storia, anche, che si legge con un certo disagio, che non si dipana malleabile tra le dita del lettore, perché troppi elementi sfuggono alla sua comprensione e alla sua possibilità di verifica. I dialoghi, così confusi e bizzarri, parole che non dicono niente o vengono fraintese o restano in sospeso, private del loro potere di comunicazione. Le apparizioni, pennellate così rapidamente che non si capisce se accadano davvero. Il rapporto tra l’istitutrice e i suoi bambini, così affettuoso eppure così velato di sottointesi, di compromessi e forse in fondo scabroso, sbagliato, un altro gioco perverso.

Ecco, è una storia che mette a disagio, certo. Si può prendere il libro e scagliarlo con il muro dicendo, “che roba insulsa da sprecarci il tempo”. Oppure si può solo strappare l’ultima pagina con un moto di indignazione e poi restare lì a chiedersi, “ma perché?”.
Ed io ci sarà un motivo se sono rimasta.

 
Chiara Pagliochini

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