L’abitudine di amare, Doris Lessing

Titolo: L’abitudine di amare
Titolo originale: The habit of loving
Autrice: Doris Lessing
Cenni sull’autrice: Doris May Taylor nasce in Iran nel 1919, ha vissuto fino ai trent’anni nella Rhodesia meridionale per trasferirsi definitivamente in Inghilterra nel 1949. Dopo un’educazione da autodidatta intrapresa fin dai quattordici anni, ha dato inizio al suo impegno politico volto sopratutto alla lotta contro il razzismo. Nei suoi romanzi è preponderante la presenza dei due elementi che hanno caratterizzato la maggior parte delle sue convinzioni: la convinzione dell’importanza dell’emancipazione femminile e dell’eliminazione della discriminazione razziale. Nel 2007 è stata insignita del premio Nobel.

Traduttore: Vincenzo Mantovani
Anno di pubblicazione: 1957
Edizione: Universale Economica Feltrinelli
Numero pagine: 328
Costo: 8.5€
-> Consigliato:  Sì

 

 

Sai, George? Hai proprio preso l’abitudine di amare. Tu vuoi qualcosa da tenere fra le braccia, ecco tutto. Che cosa fai quando sei solo? Ti stringi a un cuscino?

Devo ammetterlo. Quando mi approccio alla lettura di un nuovo libro c’è un fattore che mi influenza più di qualsiasi altro: il sesso dell’autore. La mia disposizione d’animo nei confronti di un libro scritto da una donna ha un qualcosa in più, una sorta di cameratismo, un sodalizio che da subito si crea con la scrittrice, quasi che stia andando incontro ad un cammino di crescita accompagnata da una mano più grande ed esperta di me nel travaglio che è la vita di un’essere femmina su questa terra. Così, non appena ho iniziato a leggere ‘L’abitudine di amare’ sentivo già quella vibrazione di complicità che riesco ad avvertire solo quando condivido con l’autrice quella appartenenza che sa di atavico, ma mai superato, ad un mondo di donne, di lotte, di imposizione attraverso i secoli e di difficoltà per raggiungere, da una posizione di svantaggio, una posizione di parità. Io non sono una femminista, non mi piacciono gli ismi, non gradisco le ideologie e le prese di posizione e associo l’idiozia a coloro i quali non sono in grado di mutare le forme di un’idea; io sono solo una ragazza di vent’anni convinta che, tra donne, tra alcuni tipi di donne, si crei una complicità intima, quasi segreta e nascosta, un tesoro da nascondere, un patto inviolabile. E con tutto ciò non voglio affatto denigrare o ammantare di inferiorità gli autori maschi, molti dei quali io ammiro e leggo con piacere, ammirazione e costernazione.

Voglio solo dire che ci sono emozioni da lettrice irripetibili, e il mio avvicinarmi la prima volta a Christa Wolf, a Simone de Beauvoir, a Isabel Allende, e qui mi fermo o rischio di andare a parare in un elenco infinito, è stata una di quelle emozioni; con Doris Lessing quella forza di rito mistico di iniziazione si è ripetuta, prima ancora di leggere, quando ancora il libro era per me solo quell’oggetto visivo memorizzato come il Busto di donna nuda con capelli sparsi di Rodin sentivo già palpitare da esso una forza che mi chiamava, come se, per il solo fatto di essere stato scritto da una così grande donna, esso mi imponesse di aprirlo con la stessa voluttà con cui un maestro chiama a raccolta gli allievi.

E’ iniziata così la mia lettura-viaggio attraverso questi racconti dai titoli un po’ enigmatici, brevi, ad effetto, che possono dapprima apparire come pezzi di un puzzle scomposto e impossibile da ricomporre, ma che, letti tutti insieme, restituiscono un bel quadro d’effetto, e sullo sfondo, o, sarebbe meglio dire, in primo piano appare l’abitudine lacerante che non è solo quella di amare, ma è anche l’abitudine di vivere, di non riuscire a dimenticare, l’abitudine di possedere e di occupare un certo posto, l’abitudine a non essere più abituati a certe condizioni. E da qui in poi, l’angoscia e l’inquietudine. Con uno stile semplice, semplicissimo, con lo stile che può essere la parlata di una persona colta che racconta vicende accadute alla signora dietro l’angolo, o persino a me, che batto i tasti di questa tastiera, Doris Lessing riesce a trasportare la lettrice in una cappa di nubi nere che sorgono sotto forma di dubbi, che portano a domandarsi e a riflettere. Questi racconti che sono quasi esempi portati dalla Lessing a giustificare e a verificare la sua dolorosa ipotesi che sembra potersi riassumere nella convinzione che purtroppo l’essere umano, donna ed uomo, senza distinzione alcuna, madre e amante, senza distinzione di ruolo alcuna, è portato all’abitudine, alla routine, all’incapacità di accettare il nuovo, a cullarsi nel conosciuto. Come quando si torna a casa e ci si sente a casa, e ci si sente a casa perché stare a casa è confortante, è conoscere ogni angolo, è abitudine. Così è abituato all’amore il personaggio del primo racconto che si sposa pur di essere convinto di amare e di essere amato; così è abituato all’amore il bambino che sente a tutti i costi la necessità di farsi accettare in un gruppo di coetanei; così è abituato agli orrori della guerra il dottore pazzo che lascia legati i bambini del suo ospedale psichiatrico. E in quest’abitudine, in tutte queste abitudini, c’è quella connotazione negativa tipica di chi non sa abbandonare un vizio malsano, oppure di chi non riesce a rifiutare un marito traditore, o ancora, il vizio del nonno che non vuole che la nipote abbandoni il nido della casa per spiccare le ali verso il matrimonio. Abitudine, possesso, incostante desiderio di presenza, di assiduità, di incapacità persino di vedere un futuro quando Stalin muore, e allora chissà che cambiamenti porterà il futuro lasciando orfano il presente ed i suoi frequentatori.
Un libro enigmatico, per molti versi rude ed ostile, ambientato in paesaggi anch’essi molto spesso aridi, che richiamano i luoghi in cui la scrittrice è nata e vissuta; racconti di cui i personaggi hanno nomi tutti un po’ simili, e quest’assonanza sembra quasi suggerire un continuum nella psiche umana, nell’incapacità dell’adattamento al nuovo, nell’abitudine che prendiamo quasi la forma che lasciamo sul cuscino al mattino, un cuscino che nessuno ha voglia di sprimacciare per bene. Siamo esseri convinti della necessità del possesso, che vediamo nel possesso la forma prima dell’amore e nella perseveranza e nella continuità la chiave dell’esistenza.
Sembra quasi sprezzante Doris Lessing nel descrivere questi personaggi così umani, così veri; è il racconto di una verità, una verità scomoda, ma talmente ben descritta che non si possono tappare gli occhi di fronte ad essa.
Nelle donne della Lessing c’è riluttanza, incapacità all’allontanamento, incapacità di adattarsi, c’è la preferenza continua verso l’abitudine di una casa. Negli uomini della Lessing c’è squallore, incapacità di agire, di cambiare per la donna che si ama, di lasciarne una per un’altra, di aprire gli occhi sulla realtà. L’abitudine è un manto che opacizza la realtà e la rende sicura.
Ho proceduto zoppicando – e non so nemmeno se ho compiuto tutto il percorso con i passi giusti –  in questa narrazione che la Lessing sembra quasi fare per se stessa, quasi non volesse rendere partecipe gli altri, oppure li volesse volontariamente lasciare a brancolare nel buio per poi costringerli a riconoscersi nei difetti in quei pochi barlumi che si colgono da questo stile ostico e indifferente verso chi dovrà leggerlo.Ma in nome di quella complicità atavica ed essenziale che esiste nel genere femminino, mi è sembrato quasi che la Lessing volesse dirigermi alla comprensione di una capacità fondamentale nella vita: quella di adattamento; e che volesse guidarmi verso una forza di carattere utile nelle scelte: quella di cambiamento.
Rimango con i miei perché in mano, con dei dubbi che forse svelerò ad una rilettura, ad una rilettura più matura, più ricca di esperienza di vita, ma anche con il sapore di una bella lettura che voglio consigliare a chiunque non si spaventi di fronte alla verità e a chiunque sappia cogliere le allusioni per trarre, anche da una pila di fogli rilegata, degli insegnamenti preziosi se vogliamo che la vita non sia una noiosa retta, ma una serie avvincente – e a tratti avventurosa – di curve.

Luana Cau 

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