Questo bacio vada al mondo intero, Colum McCann

Titolo: Questo bacio vada al mondo intero
Autore: Colum McCann

Colum McCannCenni sull’autore: Colum McCann è nato in Irlanda, ma vive ormai da anni negli Stati Uniti. E’ professore di scrittura creativa all’Hunter College di New York, oltre che collaboratore di varie testate giornalistiche (GQ, The New York Times, La Repubblica) e autore di diversi romanzi tra cui Zoli, che indaga sul tema dell’antiziganismo nell’Italia fascista attraverso la storia della cantante rom Bronislawa Wajs. Ha vinto il National Book Award nel 2009 con “Questo bacio vada al mondo intero”.

Traduttore: Marinella Magrì
Edizione: Rizzoli
Anno di pubblicazione: 2011
Pagine: 456
-> Consigliato: Estremamente consigliato.

 

L’antidoto a “Chiedi alla polvere”

Separa le tende, apre il triangolo, solleva appena il telaio, avverte un alito di vento sulla pelle: cenere e polvere e luce scacciano l’oscurità dalle cose. […] Avanziamo incespicando, portiamo un po’ di rumore nel silenzio, troviamo in altri di che andare avanti. E’ quasi abbastanza. 

Colum McCann mi ha fatto sentire a casa. La casa: quel posto in cui puoi rifugiarti, rinchiuderti a rinnegare il mondo intero e un attimo dopo progettare nuovi piani di conquista dell’esterno. Il posto in cui trovi una coperta di affetto confortante, certo, ma anche stilettate pronte a trapassarti da parte a parte, nei tuoi punti più sensibili. Stilettate necessarie o meno, ma presenti.
McCann fa esattamente lo stesso effetto di una madre affettuosa coi piedi per terra. Ti mostra un oggetto che vortica in aria grazie al soffio del vento, ti dice: “Vedi, che bello! Questa è l’armonia di cui a volte è capace il vento”. Poi, ti fa notare che quello che vortica in aria è un sacco di plastica abbandonato tra il lerciume del Bronx, tra siringhe insanguinate e futuri interrotti, e che il vento può perdere tutta la sua poesia quando inizia a fregiarsi con nomi di donna come Katrina.

Mi sono sentita a casa perché il racconto si basa su un fatto realmente accaduto e che mi ha colpita qualche mese fa grazie a un documentario: la traversata dello spazio tra le torri gemelle da parte di un funambolo francese, Philippe Petit. Piccolo di nome e di fatto, viso comune, sguardo arzillo, sorriso giocoso, voglia di essere (e non di vivere, perché questo può riuscire anche senza averne voglia, sepolti nell’apatia). McCann ha preso la voglia di essere di quest’uomo, ha puntato il dito verso la sua impresa più strabiliante, un uomo che passeggia a 110 piani di altezza e fa pure il teatrante salutando le folle e facendo inchini. Che bello, pazzesco, fenomenale, cazzo. Come le persone stipate nelle strade di New York col naso per aria, tanto stipate che persino le strade non bastavano più per racchiuderle, ti ritrovi lì col cuore in mano a Petit, con il piede nel suo piede, passo dopo passo, sul filo. Provi l’ebrezza dell’altitudine, il solleticare del vento che ti passa vicino senza farti cadere – finalmente, finalmente – e poi McCann ti butta giù. Come la busta che cade volteggiando, ti scaraventa tra il pubblico, inchiodandoti alle loro vite. E ti ritrovi con un piede sul filo e l’altro al piano terra del World Trade Center.

Mi sono sentita a casa perché la prosa di McCann è meditata ma mai artificiale, ponderata ma mai alleggerita o appesantita da inutili code o tacchi alti per far sembrare magnificente quello che non lo è. Perché con frasi come “cenere e polvere e luce scacciano l’oscurità dalle cose” è capace di mischiare tutto, bene, male e incertezza, e di farne un cocktail che ha il sentore della vita che vedi scorrerti ogni giorno davanti.

Mi sono sentita a casa anche perché questo libro mi è stato regalato da una persona speciale, e nel leggere i passi che l’hanno emozionata sentivo sovrapporsi la mia voce e la sua, sul timbro di McCann. Sarà melenso, forse, ma così è stato per me: bello e umano come una chiacchierata liberatoria.

 

Elisa Lai

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