Archivi del mese: febbraio 2012

I tre moschettieri – Vent’anni dopo, Alexandre Dumas

Titolo: I tre moschettieri – Vent’anni dopo
Titolo originale: Les trois Mousquetaires – Vingt ans après
Autore: Alexandre Dumas
Cenni sull’autore: Fu uno dei più proliferi e popolari scrittori francesi del diciannovesimo secolo. Senza mai raggiungere un grande merito letterario, Dumas riuscì a ottenere grande popolarità prima come drammaturgo e poi come novellista storico, soprattutto con opere come “Il Conte di Montecristo” e “I tre moschettieri“. I suoi romanzi più noti “I tre moschettieri” (pubblicato nel 1844 e messo in scena nel 1845) e “Il conte di Montecristo” (1844), vengono pubblicati a puntate sui giornali, il primo sulla rivista “Le Siècle“, il secondo sul “Journal des débats“. Entrambi riscuotono un successo enorme, tanto da resistere al passare del tempo e divenire classici della letteratura, rivisitati periodicamente dal cinema e dalle televisioni in tutto il mondo. In seguito Dumas pubblica “Vent’anni dopo” e “Il visconte di Bragelonne” (entrambi continuazione de “I tre moschettieri”).  Nel settembre del 1870, dopo una malattia vascolare che lo lascia semiparalizzato, si trasferisce nella villa del figlio a Puys, vicino a Dieppe: qui Alexandre Dumas padre, muore il 6 dicembre 1870. (Fonte)
Anno di pubblicazione: 1844 – 1845
Edizione: Newton Compton (I tre moschettieri/Vent’anni dopo)
Tradotto da: Luca Premi
Costo: 5€ (fuori commercio)
Numero pagine: 919
-> Consigliato:  Non si può morire ignorando le bellissime avventure di d’Artagnan, Aramis, Porthos e Athos!

I tre moschettieri

Se credessi nella reincarnazione passerei tutta la vita a far la buona solo per chiedere poi all’eventuale divinità di turno di reincarnarmi in un oggetto, ma non in un oggetto qualsiasi, bensì nella penna di Alexandre Dumas. La penna che ha fatto da aiutante al lavoro imponente e magnifico di questo Scrittore che, al pari di un tenore sul palco, è capace di sublimare il lettore con la forza della sua narrazione.
La storia di Dumas ha il sapore del ‘C’era una volta’ condita a sapienza con la forza e la malizia che si possono andare a sommare solo in una storia di eroi, di armi, di donne ammalianti, di menti corrotte, di amicizie fedeli e di tempi in cui farsi mantenere dalla propria amante non era ‘roba da sfigati’, ma ‘roba da moschettieri’.
Ora, provate ad immaginarli. Athos, Porthos, Aramis e d’Artagnan, rivivono attraverso le parole di Alexandre che, con lo sguardo da vero maestro, non ci lascia di che immaginare, ma ci presenta acutamente e profondamente questi signori in casacca, questi realisti, che si muovono scaltri in Parigi e nei percorsi francesi abili nella spada, ambigui in amore, fedeli in amicizia e sempre pronti a giocare un nuovo tiro al cardinale Richelieu.
Ne ‘I tre moschettieri’ non c’è spazio per la mediocrità, i mediocri muoiono sotto il tiro di spada o del destino per lasciare la scena ai valorosi, ai potenti, a coloro che tessono le fila della storia in intrighi di corte. Insomma, l’amante in scena è niente di meno che il duca Buckingham la cui amata è Anna,  Anna d’Austria, la regina in persona. A guardare lo spettacolo di Corte con sguardo fiero, potente, severo e pianificatore è poi Richelieu, il Cardinale che nel 1600 aveva più potere di quanto i grandi leader di oggi possano immaginare. E non aveva nemmeno bombe atomiche e aggeggi simili. Il capriccioso della storia, inetto, incapace è il Re Luigi XIII.
Mai veri protagonisti sono loro, le guardie del re, l’arma dello stimato Di Treville; non si può non sospirare per Athos, e il suo essere tenebroso e introverso, non si può non sorridere alla vanità di Porthos o evitare di provare compassione per il povero Aramis che toglie e indossa casacca da moschettiere per indossare la toga esattamente ogni qualvolta il suo amore lo abbandoni a pensieri più religiosi. Non si può non voler entrare nel libro e non aver voglia di tenere il moschetto a d’Artagnan nelle sue sempre nuove baruffe.
E poi, guardinga come una pantera, silenziosa come la morte quando si avvicina senza dare avviso, maliziosa come solo il genere femminile può aspirare ad essere, arriva lei, Milady, l’ammaliatrice, la seduttrice. L’Eva in Paradiso, la Cleopatra nel deserto, la Circe omerica. Un demone incarnato in donna che fa la spola tra Inghilterra e Francia a dividere le forze del Cardinale e quelle dei moschettieri.
Un accattivante miscela di personaggi esplosivi che, ordendo sempre nuovi piani, in nome di passati amori, e di morti da rinnegare, offre al lettore pagine e pagine di seduzione che volano in un baleno mentre ci si ritrova a fare il tifo per l’un o l’altro partito.
‘I tre moschettieri’ non è un classico. ‘I tre moschettieri’ è un eterno.
Giugno 2011 

Vent’anni dopo

Avete mai provato quella sensazione intrisa di un misto di felicità e inquietudine nell’andare incontro ad amici che non vedete da tanto tempo? Felicità per il ritrovamento, inquietudine per la possibilità di trovare qualcosa di sbagliato, o anche più di qualcosa.
E’ con questo spirito che mi sono decisa a leggere ‘Vent’anni dopo’  a distanza di nove mesi dal primo capitolo della rocambolesca saga dedicata ai noti moschettieri. Ero ansiosa di riaprire le pagine di carta a loro dedicate, quasi che la carta potesse ferire o deludere, riportarmi alla vista i miei eroi magari deformati, sicuramente invecchiati, magari non avvincenti come una volta, eppure la curiosità di sapere che ne fosse stato di loro ha vinto sui timori, e così, dopo quattordici intensi giorni di lettura, mi ritrovo a dire che, se I tre moschettieri è bello, Vent’anni dopo ha in sé tutte le carte per rasentare la meraviglia.
E’ come se Dumas, da un anno all’altro, avesse fatto un ulteriore salto di quella qualità di abile narratore ed intrattenitori che già possedeva, come se fosse divenuto più maturo nella capacità di mettere i suoi lettori al corrente delle avventure dei moschettieri che, se pur invecchiati di vent’anni, sono ancora più forti, ancora più tenaci; insomma, su di essi il tempo ha avuto l’effetto che ha sul buon vino che deve invecchiare per raggiungere l’apice del suo percorso saporoso: un effetto di invigorimento.
Per tutta la lettura avventure e intrighi si susseguono sul palcoscenico della Storia che questa volta non vuole come attori protagonisti Richelieu e seguito, ma Giulio Mazzarino, l’odiato cardinale italiano in Francia, Carlo I e Cromwell, un Anna d’Austria invecchiata di vent’anni e prostrata dal suo popolo che le muove guerra. Sono avvenimenti noti a chiunque abbia studiato la storia europea e che intrecciano loro tutti questi illustri personaggi quelli che da Dumas vengono narrati con tanto stile ed enfasi e sotto il fervore della sua penna divengono ancor più coinvolgenti, interessanti, quasi fanno sperare che il valoroso Carlo I non muoia nonostante si sappia benissimo che fine farà la sua testa. Il merito di questa interessante rivisitazione storica è tutto dovuto alla presenza dei nostri incredibili quattro che ancora una volta daranno mostra del loro valore, ma con più spiragli di dubbio ed egoismo rispetto al primo capitolo delle avventure in cui d’Artagnan e seguito sono rappresentanti fin troppo valorosi, quasi disinteressati rispetto ad un proprio ritorno pur di riuscire a salvare gli interessi della regina. Insomma, vent’anni dopo i nostri uomini sono ormai uomini di affari che non esitano a prendere le parti loro convenienti e in questo cambiamento sta tutta la bravura di Dumas: quando uno si aspetta di sapere già tutta la storia, in realtà ancora non ne sa nulla. Colpi di scena, duelli, donne astute e maliziose serpeggiano per tutta una trama che supera le aspettative del lettore già affezionato facendogli capire che non c’era affatto bisogno di inquietudine, ci sono personaggi che non deludono mai. E con questo spirito sognante e colmo di nostalgia per la conclusa lettura mi avvio ad aspettare il momento più adatto per riaprire la partita leggendo Il visconte di Bragelonne. I personaggi non deludono mai, ma staccarsi da essi in maniera definitiva è uno dei drammi che il lettore deve essere in grado di affrontare.
Quindi il nostro per ora non è un addio, ma un arrivederci, capitano d’Artagnan.

Luana Cau

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Vedo una cosa che tu non vedi, Birgit Vanderbeke

Titolo: Vedo una cosa che tu non vedi
Titolo originale: Ich sehe was, was Du nicht siehst
Autore: Birgit Vanderbeke
Cenni sull’autore: tra le più affermate scrittrici tedesche, è nata nel 1956 nel Brandeburgo e vive nel sud della Francia. Tra i suoi romanzi, in Italia sono stati pubblicati La cena delle cozze (1993), che nel 1990 ha vinto il prestigioso premio letterario «Ingeborg-Bachmann», da Marsilio Alberta riceve un amante (1999, otto edizioni, bestseller in Germania nel 1997, vincitore del «Roswitha-Preis» e del «Solothurner Literaturpreis»), Abbastanza bene (2000). Nel 1997, le è stato conferito il «Kranichsteiner Literaturpreis» per la produzione letteraria.
Anno di pubblicazione: aprile 2001
Edizione: Farfalle Marsilio
Traduttore: Sarina Reina
Numero pagine: 92
Costo: 10,33€ (ma l’ho comprato a poco più di 3€)
-> Consigliato: a chi vuol imparare a vedere, ma anche a chi già vede.


Certe coincidenze fanno paura. Le chiamiamo coincidenze, ma forse sono semplici risposte che arrivano al momento giusto. Pensavo a questo dopo aver letto la descrizione del libro, puntualissima. Nella vita accade sempre, una o più volte, che tu rifletta sul fatto che forse è il caso di andare via, mollare tutto e andare via. Oppure ne puoi essere anche costretto, dopo che i limiti vengono superati, per lasciare il posto ad altri limiti. C’è pur sempre la paura di una scelta definitiva, la domanda infinita sul tuo futuro; e può essere la scelta giusta o quella sbagliata. E può essere un pensiero che già l’indomani vola via, o una decisione ferma, convinta. Può capitare a me, può capitare a te, capita a chiunque.

Lei vuole partire, vuole cambiare aria, perché ormai tutto sa di stantio, la casa, le relazioni, la città e le abitudini, anche bizzarre. Ma aspetta. Aspetta qualcun altro e qualcos’altro. È costretta ad aspettare, dalla paura, così come sarà costretta ad andarsene per fuggire a uno sfratto. Una donna che lavora in radio, nelle sue rubriche parla di arte spiegata ai bambini. Con lei un bambino che non sa le tabelline, e desidera tanto un cane, e non gli importa dove andrà, purché abbia un cane. Là fuori a New York anche il marito si occupa d’arte, controlla se i quadri son veri o falsi.

L’arte la inseguiranno sempre, anche quando si ritroveranno finalmente oltre confine, un po’ più a sud. Dalla Germania ancora divisa, alla Francia con meno divieti. Un nuovo mondo, e nuove cose da vedere, da fare. Dalla città a un piccolo paesino con le sue strambe tradizioni, di cui alla fine si finisce per innamorarsene. Tutta quella natura incontaminata e quel “tanto cielo in una sola volta”; tutto quello che la natura può dare, sempre di più di quanto possa dare in un luogo urbanizzato. Da un appartamento a una casetta che scricchiola quando piove, scricchiola quando c’è vento, scricchiola quando fa caldo, scricchiola sempre. Ancora senza allaccio telefonico, e senza gas. Ci si adopera per riscaldarsi, raccattando legname nel bosco attiguo, e così ci si adopera per tutto. Scopre tantissime cose, piccole cose: le chiacchere con i vicini che poi così vicini non sono; il rito dell’aperitivo di cui non conosceva neanche l’esistenza; il giardinaggio; la raccolta; il mercato caotico, con urla e schiamazzi; e tutti i colori della natura, in particolare quelli amati da Van Gogh.

Dice a un tratto: “Compresi che fino a quel momento avevo trascorso gran parte del mio tempo a far finta di non vedere cose che avevo visto, e che con tutta probabilità, da quel momento in poi, avrei trascorso gran parte del mio tempo a fare l’inverso per riuscire nuovamente a vedere cose sfuggite al mio sguardo. Ci vollero diversi giorni prima che riuscissi a vedere nuovamente (…), e quando ci riuscii, mi resi conto di essere andata via per davvero e che non è facile andare via, che anzi l’andare via dura molto a lungo, perché ci si portano dietro molte cose che si sarebbe preferito non vedere, cose che poi tentano di cancellare le cose che invece si vorrebbero vedere, ed era strano, rendersene conto all’improvviso e non avere ancora un telefono per raccontarlo subito a René.” Non è forse così per tutti? Chi ha viaggiato lo può ben dire, se solo ha avuto il tempo di fermarsi a rifletterci su, magari al rientro. Chi invece si è spostato definitivamente ormai ci ha fatto l’abitudine a quel “vedere nuovamente”, che ormai ricomincia a dare tutto per scontato. Però se il “dare tutto per scontato” piace, allora non importa. A lei piace, a loro piace, e ora che hanno visto nuovamente tutto, questo tutto è più bello.

Alessandro Casile 


Amleto, William Shakespeare

Titolo: Amleto
Titolo originale: Hamlet
Autore: William Shakespeare
Cenni sull’autore: “Non vi fu alcuno in lui; dietro il suo volto (che anche attraverso i cattivi ritratti dell’epoca non somiglia a nessun altro) e le sue parole, ch’erano copiose, fantastiche e agitate, non c’era che un po’ di freddo, un sogno sognato da nessuno. Al principio credette che tutti fossero come lui, ma la sorpresa di un compagno col quale aveva cominciato a commentare quella condizione di vuoto, gli rivelò il suo errore e gli fece capire, per sempre, che un individuo non deve differire dalla specie. Pensò, un giorno, che
nei libri avrebbe trovato rimedio al suo male e così apprese il poco latino e meno greco che poteva conoscere un suo contemporaneo; poi considerò che nell’esercizio di un rito elementare dell’umanità poteva forse trovarsi quel che cercava, e si fece iniziare da Anne Hathaway, in un lungo pomeriggio di giugno. Passati i vent’anni andò a Londra. Istintivamente, s’era già addestrato nell’
abitudine di simulare d’essere qualcuno, perché non fosse scoperta la sua essenza di nessuno; a Londra trovò la professione cui era predestinato, quella dell’attore, il quale su un palcoscenico giuoca ad essere un altro, davanti a un’accolta di persone che giuocano a crederlo l’altro.” (Jorge Luis Borges, L’artefice, Fonte)
Composizione: 1600 – 1602
Edizione: Garzanti i grandi libri
Traduttore: Nemi d’Agostino
Pagine: 281
-> Consigliato: Sì! (ma prima documentatevi sulla traduzione per capire quale vi piaccia di più)

 

Signore e signori, essendo oggi una domenica particolarmente stanca, ho deciso di fare una cosa un po’ diversa dal mio solito e di coinvolgervi in un piccolo esperimento sociale. L’esperimento è volto a dimostrare che ognuno di noi ha almeno una conoscenza empirica di base del signor Billy Shakespeare e delle sue opere. Come possiamo citare a memoria frasi della Bibbia senza averla mai letta per intero, come citiamo la Divina Commedia o le poesie che abbiamo imparato alle elementari, così siamo in grado di citare e di riconoscere a naso quel creativo falso-noto di zio Billy, cui va il merito di aver così intriso di sé la cultura occidentale da essere quasi diventato un cliché. E povero lui.

Il nostro esperimento consiste in questo, che io elenco una serie di frasi arci-note e alla fine voi mi dite quante ne conoscevate.
Pronti? Via!

AMLETO: Fragilità, il tuo nome è femmina.

POLONIO: Presta l’orecchio a tutti, la tua voce a qualcuno, senti le idee di tutti ma pensa a modo tuo.

MARCELLO: C’è qualcosa di marcio in Danimarca.

AMLETO: Dubita che di fuoco sian le stelle, o che si muova il sole, o che la verità sia una storiella ma giammai del mio amore.

AMLETO: To be, or not to be, that is the question.

AMLETO: Vattene in un convento.

OFELIA: O che nobile mente è qui distrutta!

AMLETO: O Dio, morto da due mesi e non ancora dimenticato! Allora c’è speranza che la memoria d’un grand’uomo gli sopravviva un semestre.

OFELIA: Siete pungente, monsignore, siete pungente.
AMLETO: Vi costerebbe un gemito smussarmi la punta.

AMLETO: O vergogna, dov’è il tuo rossore?

OFELIA: Good night, ladies, good night. Sweet ladies, good night, good night.

AMLETO: Ah, povero Yorick. Io lo conoscevo bene.

LAERTE: Mettetela nella terra, e dalla sua carne bella e incontaminata spuntino viole.

AMLETO: Il resto è silenzio.

ORAZIO: Si spezza un nobile cuore. Buona notte, dolce principe, e canti e voli d’angeli ti accompagnino al tuo riposo.

 

Questo esperimento (il cui successo peraltro non è sperimentalmente confermato) ha in sé un’implicita componente di tristezza. Non è triste conoscere Amleto senza averlo letto? Non è triste conoscere Romeo e Giulietta senza averlo letto? E Macbeth, Re Lear, La tempesta, Il mercante di Venezia, quel che volete. Pubblicità, pittura, letteratura, televisione, cinema, musica, ognuno di noi può impossessarsi di Shakespeare, staccarne un pezzettino e credere che non ci sia bisogno di leggere Shakespeare perconoscere Shakespeare. Il che è francamente ingiusto, scorretto e moralmente abietto. E se io fossi Shakespeare e avessi la sua conoscenza dei fantasmi tornerei sulla terra a mettere spilli sotto i cuscini.

Ma parliamo di Amleto e del perché ho scelto questa tragedia tra tante per cominciare la mia avventura shakespeariana. Innanzitutto, prima di quest’anno io non credevo che il teatro mi piacesse. Pensavo che fosse una cosa buona da vedersi a teatro, per l’appunto, ma non da leggersi. Pensavo di non poter apprezzare la sua sinteticità né la sua artificiosità, vale a dire didascalie con scritto “Muore” e personaggi che parlano così: Mento In Alto, Teschio Alla Mano, Essere O Non Essere???
Bene, non è così. Il teatro, come ogni altra arte, presuppone che chi ne fruisce sia disposto ad entrare in un principio di finzione. Nel caso di un testo teatrale, il lettore deve essere disposto ad accettare per buona una scarsa didascalia come indice del dramma personale e universale e deve altresì accettare che le persone parlino in modo assurdo, bizzarro, arzigogolato, improponibile. Quest’ultima considerazione non è valida per ogni tipo di teatro, ma nel caso di Shakespeare possiamo prenderla per buona. E allora, qual è la migliore attitudine per affrontare un testo come Amleto? Ecco, la migliore attitudine è farci uomini di teatro noi stessi, afferrare un oggetto, levarlo alto sopra la testa e pronunciare le battute di gola, seguire la cadenza, farsi trascinare nell’artificioso, essere noi stessi artificiali, più alti di noi stessi, più simbolici, più interessanti. Io non dico che il teatro proponga una natura ideale, questo non è vero: il teatro propone la natura così com’è, ma per renderla viva ha bisogno di strumenti ideali, strumenti che mettano il lettore o lo spettatore al di sopra della bieca realtà e gli arricchiscano lo sguardo. Servono dei paroloni, usiamoli. Servono delle inflessioni declamatorie, ben vengano.

Dicevo, perché ho scelto Amleto anziché un altro testo.
Amleto è con me da tanto tempo. È una cosa che non possedevo per intero (e non credo di possederlo tutto neanche adesso), ma che mi scorreva nel sangue a sprazzi. Dove giravo la testa, sbattevo in Amleto, e quel suo naso un po’ lungo mi solleticava sempre la schiena.
Due stimoli sono stati decisivi per obbligarmi alla di lui conoscenza: Freud e Ofelia. E se al momento pare che le due cose non abbiano punti di contatto, vi racconterò come invece entrano in una fitta rete di associazioni.
Leggendo l’Interpretazione dei sogni, mi sono imbattuta in una lettura di Amleto decisamente interessante e a cui non avevo mai prestato attenzione. Freud ricorre al testo di Shakespeare per illustrare la sua teoria (anche questa arci-nota, e mai nessuno che l’abbia davvero letta) del complesso di Edipo. Amleto, siamo tutti d’accordo, è una tragedia della volontà: la tragedia di un giovane di grande intelligenza e sensibilità, la cui anima è rosa da un lato da un pessimismo cosmico e, dall’altro, da un pessimismo contingente, legato alla scoperta del parricidio perpetrato da sua madre e suo zio, ora convolati a nuove nozze. Assetato di vendetta, grondante male di vivere, Amleto fa sua la causa di uccidere lo zio, restituendo la pace che merita alla memoria del padre. Eppure, mai una volta che lo vediamo fare un passo concreto per uccidere davvero questo zio. Prima si finge pazzo per disorientare la corte, poi si lascia spedire in Inghilterra senza neanche protestare; tornato a casa, si piega a un duello che pare il più stupido modo di morire. Mai una volta che davvero alzi la spada contro lo zio, se non nell’inevitabile resa dei conti. Amleto si lascia sfuggire tutte le occasioni, di proposito e incoscientemente, e di continuo si rimprovera la propria debolezza, la propria viltà. Su questo tema, una manciata di secoli dopo, Joseph Conrad scriverà un volumetto chiamato Lord Jim, che di Amleto è parente vicino. Ma questa è un’altra storia.
Ebbene, cosa vede invece Freud – quella volpe sorniona – nella tragedia di Amleto? Freud vede in Amleto un parricida mancato, un parricida mancato ma estremamente felice che suo padre sia morto. Amleto non può che essere indistruttibilmente felice, perché morto suo padre può coronare ora il sogno di un’unione con la madre. Ma no! No, perché la madre sposa invece lo zio, ed ecco che la figura paterna ritorna, in una forma più subdola e volgare. Amleto, il cui inconscio non è disposto a sopportare lo smacco per la seconda volta, si fa nevrotico, s’inventa un fantasma e in nome di una supposta vendetta compie invece un nuovo parricidio. Il conflitto di volontà sta in luogo della censura del complesso edipico. Da un lato egli vorrebbe far sua la madre, dall’altro l’io cosciente non è d’accordo. Lo scontro si fa titanico e, come va in questi casi, nasce una bella nevrosi.
Bravo zio Billy, il nostro Freud ante litteram.
Ora, io non sto dicendo che dobbiamo prendere per buona l’interpretazione di Freud, ma a me garba parecchio, come mi garbano sempre quelle interpretazioni grondanti repressione sessuale e perversioni.

Cosa c’entra questo con Ofelia? No, era un bluff. Tutto ciò non entra in nessuna relazione con lei. 
Ma Ofelia è probabilmente il personaggio letterario, il soggetto pittorico che più ha colpito il mio immaginario da quando sono bambina. La straordinaria Ofelia di Millais, le incantevoli Ofelie di Waterhouse, l’Ofelia di Rimbaud (E il tremendo Infinito atterrì il tuo sguardo azzurro!). Ofelia innesca in me tutta una serie di associazioni piacevoli, all’insegna della meraviglia, della perfezione stilistica. Io penso a Ofelia, e credo che rappresenti tutto ciò che c’è di bello, di pacato, di sacro.
E pensare che è uscita dalla penna di Shakespeare, che lui è stato il primo, pensare che senza di lui non ci sarebbe stata nessun’altra Ofelia, un mito potente quanto quello di Narciso… È semplicemente una cosa troppo grande da pensare.
La tragedia di Ofelia è una tragedia d’amore orribile. È la tragedia di una giovane donna casta come la neve, una donna intelligente, che sa stare al suo posto, una donna che ama, è riamata, non chiede di più, una figlia obbediente, una sorella devota, semplicemente uno dei personaggi femminili di animo più grande (e quindi del tutto inverosimili) che siano mai stati creati. Grandi dolori minano il suo passo: la simulata pazzia di Amleto, che nega di averla mai amata; la morte del padre-ficcanaso Polonio, che fa la fine del sorcio per mano di Amleto. Ofelia è davvero vittima innocente di questo gioco di potere e di morte. Il suo suicidio per annegamento, raccontato con parole struggenti, con immagini immortali, ne fa un caposaldo dell’immaginario collettivo.
Ora, mi piacerebbe raccontarvi anche di Lizzy Siddal, che fu modella per Millais quando dipingeva la sua Ofelia. Lizzy Siddal che restò immobile per ore in una vasca, così che il pittore potesse studiare come l’acqua scivolava sulla sua pelle. Lizzy Siddal che si buscò un raffreddore perché le luci che scaldavano l’acqua s’erano spente e Millais era tanto concentrato che non se ne accorse. Lizzy Siddal che poi fu moglie di Dante Gabriel Rossetti e morì di overdose di laudano, anche lei una star ante litteram. E Dante Gabriel Rossetti fece riaprire la sua tomba per riprendere le poesie che aveva sepolto con lei.
Ora, tutto questo in che relazione entra con Amleto? Che relazione ha con Shakespeare? Nessuna, era solo per dire che Amleto non è solo se stesso e Shakespeare non è solo Shakespeare. Era per dire che c’è un motivo se tutti abbiamo una conoscenza shakespeariana empirica. Ed il motivo è che Shakespeare non è un punto in una rete, bensì un sistema di relazioni. È come fare una puntatina su Google con cinque secoli d’anticipo. Demodé? Artificioso? Puah, così volgarmente all’avanguardia!

Chiara Pagliochini 


La luna e i falò, Cesare Pavese

Titolo: La luna e i falò
Autore: Cesare Pavese
Cenni sull’autore: nasce il 9 settembre 1908 a Santo Stefano Belbo, un paesino delle Langhe in provincia di Cuneo, dove il padre, cancelliere del tribunale di Torino, aveva un podere. Ben presto la famiglia si trasferisce a Torino, anche se le colline del suo paese rimarranno per sempre impresse nella mente dello scrittore e si fonderanno pascolianamente con l’idea mitica dell’infanzia e della nostalgia. Dibattuto tra gli estremi di una orgogliosa affermazione di sé e della constatazione di una sua inadattabilità alla vita, Pavese sceglie fin da ragazzo la letteratura «come schermo metaforico della sua condizione esistenziale» (Venturi), in essa cercando la risoluzione dei suoi conflitti interiori. Nel 1930 (a soli ventidue anni) si laurea con una tesi Sulla interpretazione della poesia di Walt Whitman e comincia a lavorare alla rivista «La cultura», insegnando in scuole serali e private, dedicandosi alla traduzione della letteratura inglese e americana nella quale acquisisce ben presto fama e notorietà. Nel 1933 sorge la casa editrice Einaudi al cui progetto Pavese partecipa con entusiasmo per l’amicizia che lo lega a Giulio Einaudi: questi sono gli anni dei suoi momenti migliori con «la donna dalla voce rauca», una intellettuale laureata in matematica e fortemente impegnata nella lotta antifascista.  Logorato, stanco, ma in fondo perfettamente lucido, si toglie la vita in una camera dell’ albergo Roma di Torino ingoiando una forte dose di barbiturici. È il 27 agosto del 1950. Solo un’annotazione, sulla prima pagina dei Dialoghi con Leucò, sul comodino della stanza «Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi.».  (Fonte)
Anno di pubblicazione: 1950
Edizione: Einaudi Tascabili, 2005
Numero pagine: 211
Costo: 11€
-> Consigliato: Sì

 

 La costellazione della Collina 


Ciascuno di noi cammina sotto la luce di una costellazione. Non parlo di tori, scorpioni o leoni capaci di influire sull’umore, il carattere o il destino. No. Gli astri che costituiscono lo scheletro delle nostre costellazioni sono il centro gravitazionale di tanti sistemi solari alquanto singolari. Nella mia, una delle stelle più luminose è un piccolo quartiere al confine tra paese e campagna, e i pianeti che ci gravitano intorno sono un mastodontico albero di carruba da scalare, un teatrino di marionette ricavato dal vano di una finestra e un nutrito gruppo di bambini distribuiti lungo vari livelli del sistema, impegnati a ispezionare ogni centimetro di cielo durante sessioni infinite di nascondino (qualcuno le chiama orbite).

Per Pavese, la costellazione è quella della collina. In orbita ci sono Gaminella e il Salto, molte cascine e pochi palazzi signorili, ognuno con il suo carico di sogni e aspettative, ognuno con la sua donna, ognuno con il suo fiore, spontaneo o impiantato da paesi lontani. C’è persino un torrente, pianeta dal singolare satellite a scomparsa: il Belbo si libera spesso del suo noioso articolo determinativo, troppo geografico, troppo freddo, troppo indifferente. Ed ecco che allora i personaggi attraversano Belbo, passeggiano al suo fianco, come se Belbo fosse un animale mansueto dagli occhi dolci, e non più un elemento geografico. Pavese guarda il suo paesaggio con lo sguardo orgoglioso del creatore. Non lo facciamo tutti nel parlare delle nostre stelle?
Il paesaggio collinare, così personale e difficile da comprendere per un non campagnolo, diventa paradossalmente il punto di partenza per un discorso universale.

I personaggi, poi, più che pianeti sembrano degli asteroidi. Passano – chi più lentamente, chi meno – e nel loro tragitto vengono catturati da pianeti più grossi: modificano la loro andatura come ipnotizzati, e iniziano a gravitarci intorno. Quando il pianeta in questione esplode, vengono scagliati lontano, ma sempre cercheranno di ritrovare un centro attorno a cui camminare. Sono individui dall’orbita mutevole e incerta perché il loro centro gravitazionale è puro desiderio. Sono sempre tesi verso un orizzonte migliore, un obiettivo da raggiungere per dare un senso alla propria esistenza. “Tutte le carni sono buone e si equivalgono, ma è per questo che uno si stanca e cerca di mettere radici, di farsi terra e paese, perché la sua carne valga e duri qualcosa di più che un comune giro di stagione”. Così tutti, dal primo all’ultimo, si mostrano per ciò che sono veramente: particelle spaesate che cercano costantemente un centro e mai lo trovano, scacciate dall’orbita trovata come animali appestati. Sono così il giovane Anguilla e Nuto, con lo sguardo rivolto al treno e a ciò che l’orizzonte acquerellato del mare sembra promettere. Sono così Silvia e Irene, è così persino Santa, è così il povero Valino. Le distinzioni di classe e censo non contano niente.

Pavese alterna costantemente il piano del presente a quello del passato, sovrapponendo due sceneggiati su uno stesso palcoscenico: la Mora prima, la Mora poi, la Gaminella prima, la Gaminella poi. Qual è il risultato di questo confronto? La vittoria schiacciante della concezione del tempo campagnolo: non è vero che tutto scorre verso un futuro luminoso, come i sogni liberisti e l’America vorrebbero far credere. Persino in America, dove le donne fumano e vanno in giro decidendo autonomamente sul loro futuro, gli individui non trovano il loro baricentro. Rosanne vuole fare la star, ma questa non è altro che una diversa declinazione del desiderio delle donne della Mora di accasarsi con un uomo ricco. L’America, il sogno per eccellenza, è un posto in cui le campagne non esistono nemmeno, tutto è votato all’individualità, alla realizzazione di sé, alla celebrazione dell’arrivo. A che pro?
Il tempo è un cerchio, o forse una ruota: rotola via, ma gli eventi si susseguono regolari. Tutto si ripete sulla stessa scena, ma con diversi attori. Cambiano le vesti, gli ombrellini delle donne cedono il passo al capo scoperto anche al sole, ma le parole sono sempre le stesse. Puoi chiamare il centro come ti pare, amore – fortuna – casa – benessere – riscatto: la condanna è una sola: l’insoddisfazione. E non ci sono distinzioni di classe o lignaggio, a nulla varranno le differenze tra chi va scalzo e chi porta le scarpe. Siamo tutti scalzi sulla stessa strada.

Ai tempi non mi capacitavo cosa fosse questo crescere, credevo fosse solamente fare delle cose difficili – come comprare una coppia di buoi, fare il prezzo dell’uva, manovrare la trebbiatrice. Non sapevo che crescere vuol dire andarsene, invecchiare, veder morire, ritrovare la Mora come è adesso.

Il linguaggio è semplice, diretto, scevro di virtuosismi. Le parole di Pavese sono quelle dei personaggi, e quando le parole non servono sono le ombre che calano sul viso, i lamenti, la violenza a declamare la verità. Atti bestiali ce ne sono tanti, eppure non c’è un solo personaggio veramente negativo. C’è una vaga assoluzione che ricopre quegli atti perpetrati da uomini in miseria e donne di alta classe, e queste deviazioni dal piano moralmente accettabile sono sempre ampiamente spiegate (non giustificate) dai fatti che si inanellano attorno ai disgraziati, nel presente o nel passato. Sempre l’insoddisfazione e la solitudine ritornano a far sentire la loro voce.

Eppure, in questo mare di desolazione, Pavese lascia una minuscola scialuppa di salvataggio: quella terra, quella collina, quel groviglio di speranze e gioie promesse il cui sapore continuerà ad esistere. Solo nel ricordo, certo, ma esisterà finché il piccolo asteroide che lo porta a spasso nello spazio non svanirà in un soffio di fuoco.

Elisa Lai

Riguardo Cesare Pavese potete leggere anche la recensione di:
-> Paesi tuoi 


Il ballo del conte d’Orgel, Raymond Radiguet

Titolo: Il ballo del conte d’Orgel
Titolo originale: Le bal du comte d’Orgel
Autore: Raymond Radiguet
Cenni sull’autore: Scrittore e poeta francese, nasce nel 1903. La sua cultura, vasta e precoce, spazia dal Seicento ai simbolisti francesi. A Parigi si muove nel clima artistico delle avanguardie. Del 1921 è il suo primo romanzo, Il diavolo in corpo, originariamente intitolato “Cuore acerbo”. Il ballo del conte d’Orgel, del 1924, viene pubblicato postumo, a seguito della morte di tisi del suo autore, appena ventenne.
Anno di pubblicazione: 1924
Edizione: Alberto Peruzzo Editore, 1986
Traduttore: Emanuela Gatti
Pagine: 121
Edizione consigliata: Sellerio
-> Consigliato: Sì (ma correte a leggere Il diavolo in corpo se non l’avete ancora fatto!)


“Così, subirono una situazione d’allarme e ciascuno fu sul punto di sorprendere un po’ di verità. Ma tutto tornò subito in ordine, cioè nelle tenebre.”

È strano che due romanzi diversi come Il diavolo in corpo e Il ballo del Conte d’Orgel possano essere usciti dalla stessa penna. Sembra quasi di sorprenderli mentre si azzuffano, si mordono le orecchie l’un l’altro urlando, « Io sono incandescente! », « Sì, ma io sono accurato! », talmente le situazioni rappresentate sono diverse per sfondo sociale e impatto comunicativo.
Se Il diavolo in corpo è la storia fulminante di un innamoramento e del corrispondente apprendistato amoroso, Il ballo del Conte d’Orgel è la storia di un amore maturo, un amore morto in partenza perché sconveniente, destinato a non realizzarsi mai. Il diavolo in corpo è una storia la cui tragedia passa inosservata, talmente rapinosa è la scrittura di Radiguet, talmente il suo innamoramento innamora noi; Il ballo del Conte d’Orgel, al contrario, è inconcepibile senza la sua tragedia, tanto la scrittura è ragionata, metodica. Ma quello che li lega è il vero talento del loro scrittore, e cioè la sua capacità di dare voce e parole, di definire quei sentimenti che sempre proviamo e mai verbalizziamo, la capacità di declinare il sentimento amoroso in tutte le sue sfumature.

Il ballo del Conte d’Orgel è la storia di un triangolo di alta società, un triangolo senza lati, coi vertici sparsi su un tavolo in attesa di essere congiunti. Il ballo che compare nel titolo non fa in tempo a comparire nel libro e resta sospeso, un’anticipazione, una proiezione verso un futuro che è negato al lettore. I tre vertici della figura sono il conte Anne d’Orgel, la contessa Mahaut e il giovane aristocratico François de Séryeuse.
L’atmosfera in cui ci muoviamo evoca scenari da Fin de siècle, nobili sfaccendati, ricevimenti galanti e frivolezze. In realtà la fine del secolo è lontana e siamo già dopo la prima guerra mondiale. La rivoluzione bolscevica bussa alle porte e persino fa capolino nelle pagine finali, quando un profugo russo, cugino dello zar, arriva a disturbare col suo dolore questa frizzante atmosfera parigina. Ma capisce il lettore che questo mondo sta morendo e che forse è addirittura già morto: i personaggi che compaiono in scena non fanno che replicare ritmi abituali, si muovono come si muovevano i loro antenati, fanno finta di nulla, passano noncuranti tra le ali del popolo che li deride. Ma sanno in cuor loro che il loro tempo è finito, che presto il loro mondo di travestimenti e champagne scomparirà per sempre. Devono fingere che questo non sarà, fingere per non cadere nel baratro della paura, e allora si muovono, si muovono, si muovono, come un naufrago che muove le braccia per restare a galla.
I coniugi d’Orgel sono i paladini di questa finzione, l’ultimo baluardo della mondanità, quella mondanità che resiste, dà balli e salva le apparenze. Ma quando il giovane François si innamora della contessa d’Orgel, facendo innamorare la contessa di lui, questi equilibri sembrano gravemente compromessi o perlomeno a rischio.
L’innamoramento è lento e allo stesso tempo fulmineo, è come la goccia che scava la pietra, la goccia che cade continuamente e non si suppone possa avere un effetto tanto distruttivo. François, il migliore amico del conte, cerca di negare il suo amore per Mahaut, di camuffarlo, di nasconderlo a se stesso. Mahaut, innocente, devota, sinceramente affezionata al marito, si sforza di fare lo stesso. Il loro è un sistema di bugie vicendevoli che li porterà ad evitare ogni occasione di faccia a faccia. Per paura di lanciarsi in un bacio, eviteranno di sfiorarsi la mano. Per paura di confluire in uno stesso luogo, correranno ai lati opposti del continente. Si sminuiranno, eviteranno occasioni, volteranno la testa dall’altra parte.
Tanto diverso è il loro amore dall’appassionata vicenda de Il diavolo in corpo, dal quale ogni pudore, ogni vergogna vengono banditi. François e Mahaut, invece, sono tutti pudore, sono tutti vergogna, negazione di sé e compromesso, sono sottomissione a un sistema che li vuole divisi. François è disposto a rinnegare il suo amore in nome dell’amicizia, Mahaut è disposta a rinnegare il suo in nome del vincolo matrimoniale e delle apparenze.
È vero amore il loro? Il lettore non può fare a meno di domandarselo e di dubitarne. Come può esserlo, se non sono disposti a rischiare nulla per esso? Sono dei deboli, sono dei vili? O al contrario sono creature pure e coraggiose, disposte a sacrificare al dovere tutto il piacere? Non c’è forse più tragedia nel trattenere le proprie pulsioni, non c’è più peccato nel sopprimerle che nell’assecondarle?
È l’incantesimo, il trucco dell’abitudine che si ripete. Allo stesso modo in cui si nega la possibilità di un cambiamento sociale, di una propria fine come status e come classe, si nega la possibilità che un cavillo come l’innamoramento possa minare tutto quel che si è costruito. Meglio far finta di niente. Meglio pensare al prossimo ballo. Amare è rischiare, e noi non possiamo permettercelo.

Chiara Pagliochini 


Le anime morte, Nikolaj Gogol’

Titolo: Le Anime Morte
Autore: Nikolaj Vasil’evič Gogol’
Cenni sull’autore: Nikolaj Vasil’evič Gogol’ (20 marzo 1809 – Mosca, 21 febbraio 1852) è stato uno scrittore e drammaturgo russo, ucraino di nascita. Gogol’ è considerato uno dei grandi della letteratura russa. Già maestro del Realismo, si distinse per la grande capacità di raffigurare situazioni satirico-grottesche sullo sfondo di una desolante mediocrità umana con uno stile visionario e fantastico tanto da essere definito da molti critici un precursore del Realismo magico. Tra le opere più significative si ricordano i racconti Taras Bul’ba (1834) e Arabeschi (1835), la commedia L’ispettore Generale (1836), la raccolta I Racconti di Pietroburgo (1842) e il romanzo Le anime morte (1842).
Anno di pubblicazione: 1842
Edizione: Oscar Mondadori Classici
Tradotto da: Giacinta De Dominicis Jorio
Numero pagine: 526
Costo: 8,50€
-> Consigliato: Agli amanti della letteratura russa.

Continua il mio viaggio alla scoperta della letteratura russa, sono arrivata a Gogol’ passando da Dostoevskij, ed è proprio il caso di dire meglio tardi che mai.
“Le Anime Morte” staziona nella mia libreria dal 2006 quando, mi decisi a comprarlo dietro ispirazione di un personaggio televisivo della serie ‘Gilmore Girls’.
Durante la lettura di “Delitto e Castigo” più di una volta si è fatto riferimento a Gogol’, cosi che non ho potuto far altro che pensare fosse un segno, un indizio, per la mia prossima lettura.

E’ stato più forte di me confrontare i due stili di scrittura e trovare delle grandi affinità che mi hanno fatto sorridere –come quando ritrovi un vecchio amico- ma anche delle difformità importanti: Dostoevskij raffigura l’umanità in maniera cupa e fortemente introspettiva, non possiamo far altro che sentirci addosso quell’aria afosa e soffocante di Pietroburgo, tanto che quando chiudi le pagine ti riesce difficile, per un po’, riemergere da quell’atmosfera angosciante.
Gogol è una sagoma! Il suo stile arguto e caustico posso rintracciarlo solo nei personaggi e nelle storie di Jane Austen, è furbo e pungente e si diverte ad indicarci da un angolino da che parte guardare, e poi se la ride alle nostre spalle come un matto mentre cerchiamo di capire se quello che ci ha mostrato è una buffonata o è la realtà; non gli piace mostrarci la profondità e la sfaccettatura della mente umana, no, lui ci descrive i fatti, e dobbiamo essere noi a capire lo scopo di quello che accade, quali sono le intenzioni dei personaggi, quali sono i buoni, e quali i cattivi.
Dostoevskij invece ci alleggerisce il compito, mettendoci di fronte ai fatti già compiuti, a riflessioni già fatte, a posizioni già prese.

Gogol’rischia di più lasciando al lettore il libero arbitrio .
La sua intraprendenza però, gli costa cara, l’uscita infatti de “Le anime morte” è seguita da moltissime critiche e polemiche; è proprio il suo grande amico Puskin a spiegargli dove ha sbagliato: “nessuno scrittore, prima di lui ha saputo rappresentare con tanta chiarezza la volgarità della vita e dell’uomo banale, nessuno ha descritto con maggior nitidezza tutte quelle piccolezze che sfuggono allo sguardo dei più. Ha spaventato la Russia perché ha mostrato una volgarità senza salvezza e senza tregua.”
Lui si difende dicendo che non ha descritto i difetti della Russia, ma i propri: ogni personaggio raffigura una bruttura del proprio carattere, li trasferisce nel romanzo e quasi per miracolo riesce a liberarsene.
Forse una giustificazione fantasiosa, forse è la verità, ma quello che è certo è che Gogol’ ha scritto un’opera di rottura nella letteratura russa che fino a quel momento sembrava non accorgersi della realtà dei fatti.
La sua intenzione era quella di scrivere un grande poema seguendo il modello dantesco, diviso in tre libri, partendo cioè dagli aspetti negativi del popolo russo per arrivare alla salvezza interiore di questi ultimi, una vera e propria evoluzione dall’Inferno fino al Paradiso.
Purtroppo “Le Anime Morte” non era destinato ad avere vita facile.
Dopo l’uscita del primo volume, Gogol’ rimane impressionato dai giudizi negativi ricevuti, si ammala di esaurimento nervoso ed impiega cinque anni a scrivere il secondo volume che poi brucerà integralmente a causa di una crisi religiosa.
Prova a riscriverlo da capo ma non arriverà mai alla fine,il terzo libro non verrà mai alla luce.

Seppur incompleto, “Le Anime Morte” è un’opera superba e d’indubbio valore.
Il protagonista è caratterizzato da tratti cosi ambigui e destabilizzanti che faticherete a collocarlo all’interno dei vari generi. Il suo obiettivo è quello di crearsi, sulla carta, un buon numero di servitori in modo da farsi assegnare delle terre , così come prevedeva la legge dell’epoca, e quindi arricchirsi. Per arrivare a questo ha intenzione di acquistare, per pochi rubli, le anime morte, ossia i servi della gleba morti tra un censimento e l’altro e per i quali i proprietari dovevano continuare a pagare la tassa governativa fino al censimento successivo.
Le anime morte però, sono anche le anime perse, vendute e corrotte che Gogol’ descrive pagina dopo pagina.
La lingua è di un’incredibile forza e originalità, le parole assumono una quantità di significati intrecciati che contribuiscono a rendere estremamente densa la lettura dell’opera.
Vi esorto a compiere questa lettura perché più che soffermarci sulla trama –che purtroppo è incompleta- credo sia importante indugiare sulle riflessioni che ne scaturiscono.
Che poi, pensandoci bene, è il vero scopo della lettura.

“Siamo tutti usciti dal cappotto di Gogol.”. F.Dostoevskij

Michela Bocchicchio 


Cecità, José Saramago

Titolo: Cecità
Autore: José Saramago
Cenni sull’autore: José de Sousa Saramago nasce ad Azinhaga, in Portogallo il 16 novembre 1922. Trasferitosi a Lisbona con la famiglia in giovane età, abbandonò gli studi universitari per difficoltà economiche, mantenendosi con i lavori più diversi. Ha infatti lavorato come fabbro, disegnatore, correttore di bozze, traduttore, giornalista, fino a impiegarsi stabilmente in campo editoriale, lavorando per dodici anni come direttore letterario e di produzione. […] Negli anni sessanta, diventa uno dei critici più seguiti del Paese nella nuova edizione della rivista “Seara Nova” e nel ’66 pubblica la sua prima raccolta di poesie “I poemi possibili”. […]
Sino allo scoppio della cosiddetta Rivoluzione dei Garofani, nel ’74, Saramago vive un periodo di formazione e pubblica poesie, cronache, testi teatrali, novelle e romanzi. […] Gli anni Novanta lo consacrano sulla scena internazionale con “L’assedio di Lisbona” e “Il Vangelo secondo Gesù”, e quindi con “Cecità”. Ma il Saramago autodidatta e comunista senza voce nella terra del salazarismo non si è mai fatto avvincere dalle lusinghe della notorietà conservando una schiettezza che spesso può tradursi in distacco. Meno riuscito è il Saramago saggista, editorialista e viaggiatore, probabilmente frutto di necessità contingenti, non ultima quella di tenere vivo il suo nome sulla scena letteraria contemporanea.  Nel 1998, sollevando un vespaio di polemiche soprattutto da parte del Vaticano, gli è stato conferito il Nobel per la letteratura. José Saramago muore il giorno 18 giugno 2010 nella sua residenza a Lanzarote, nella località di Tías, sulle Isole Canarie.  (Fonte)
Anno di pubblicazione: 1995
Edizione: Economica Feltrinelli.
Numero pagine: 276
Prezzo di copertina: 9.50€
-> Consigliato:  È un libro difficile e in certi punti crudo, ma dovrebbero leggerlo tutti, tutti dovremmo rabbrividire immaginando i fatti narrati, che non sono poi così fantastici. I ciechi siamo noi. 

Cecità è rimasto sullo scaffale per due buoni mesi, prima che finalmente mi decidessi a leggerlo. Faceva parte di quella cerchia di libri molto famosi e promossi a pieni voti, per cui serve preparazione e umiltà. Soprattutto, sapevo già di cosa parlava. In occasione dell’uscita di Caino, infatti, si era molto parlato di Saramago: i suoi libri, le loro trame o alcune citazioni tratte da essi circolavano abbastanza frequentemente per il web e i social network.

La spinta decisiva a leggerlo mi è stata infine data da un autore a me caro, Albert Camus, con il suo La peste, che ho letto a inizio gennaio, per un’evidente somiglianza di superficie tra le materie trattate. Anche qui, infatti, una città cade vittima del flagello di cui si ha notizia sin dal titolo. E cos’è la peste se non una grandiosa metafora, e quale migliore trovata si poteva scegliere per descrivere la reazione di una comunità (per estensione l’umanità) di fronte a un male devastante, che colpisce senza avvisare, spaventa e sconvolge la vita quotidiana? La peste – non solo in Camus, ma da sempre, si pensi a Manzoni e ancora ai Greci, a Sofocle per esempio – in letteratura è da sempre simbolo di crisi, la manifestazione di una malattia che viene effettivamente scatenata da un agente esterno (i topi, le guerre, ecc.) ma che in realtà era già latente all’interno della comunità. Endogena, quindi. La sua natura di morbo dal punto medico è secondaria, utile ai fini narrativi, mentre assume importanza la sua caratteristica più spiccata, quella di male sociale.

Lo stesso è per la cecità di Saramago, forse ancora più terribile della peste perché si tratta di un morbo non letale, che va a mettere fuori combattimento l’organo della razionalità più schietta: la vista.

Qualche accenno alla trama – il primo a essere colpito è un innocuo automobilista fermo a un semaforo, sui cui occhi improvvisamente cala quello che verrà poi definito il mal bianco, ovvero una cecità anomala, non buia ma lattiginosa, che dal punto di vista medico non si spiega: gli occhi degli ammalati sono perfettamente sani. La reazione catena è dunque stata innescata: è superfluo dire che quest’uomo non sarà il solo, ma che il flagello crescerà esponenzialmente. Dapprima il governo cercherà di porvi freno con una quarantena, poi risulterà inutile anche questa, perché la cecità diverrà generalizzata.

Un libro che prende quindi avvio da un’idea semplicissima. Cosa succederebbe se tutti, improvvisamente, cessassimo di vedere? La risposta di Saramago altro non è se non la messa in pratica di quella frase lapidaria di Goya: il sonno della ragione genera mostri.

Cito dal retro di copertina: “Nel suo racconto fantastico, Saramago disegna la grande metafora di un’umanità bestiale e feroce, incapace di vedere e distinguere le cose su una base di razionalità, artefice di abbrutimento, violenza, degradazione. Ne deriva un romanzo di valenza universale sull’indifferenza e l’egoismo, sul potere e la sopraffazione, sulla guerra di tutti contro tutti, una dura denuncia del buio della ragione, con un catartico spiraglio di luce e salvezza.”

Non ci sono nomi in questo libro, i personaggi sono contraddistinti con indicazioni sommarie: la moglie del medico, il medico, il primo cieco, la ragazza con gli occhiali scuri, il bambino strabico, quasi che la perdita della vista implichi anche la perdita della capacità di definirla nelle cose più semplici, e anche noi che leggiamo ci ritroviamo improvvisamente ciechi, costretti a usare altri strumenti oltre a quelli consueti per capire chi sta parlando. Altra anomalia è la prosa, che rifugge i punti fermi in favore di un periodare allo stesso tempo fluido, per la mancanza di periodi definiti, e spezzettato, per la presenza continua di virgole che separano i discorsi diretti e sincopano la narrazione.

Una volta abituatici, però, il tutto scorre con facilità, ci pare quasi di sentire le diverse voci dei protagonisti, di scorgere lo scenario infernale che fino a poco tempo prima era casa nostra.

La terra su cui si muovono i ciechi non è altro che una wasteland deserta, buia, ferma, ricoperta di spazzatura, escrementi e resti umani e animali che imputridiscono, cimiteri di automobili, palazzi disabitati, negozi messi a soqquadro. La puzza dell’abbandono e della morte appesta l’aria. La cosa più difficile da sopportare nelle Malebolge, si legge nella Divina Commedia, era proprio l’odore pestifero.

E tanto l’Inferno dantesco quanto questa povera landa desolata sono luoghi in cui non v’è traccia di Dio. Anche il cielo, dice la moglie del medico a un certo punto, è coperto. Dio non può guardare giù oltre la coltre di nubi, né può farlo attraverso le immagini religiose. In una scena all’interno di una chiesa, in cui si fa sentire laverve provocatoria di Saramago, tutti i protagonisti delle scene ritratte nei quadri sono stati bendati: il responsabile viene definito dall’autore come «il più giusto, il più radicalmente umano, colui che è venuto finalmente ad affermare che Dio non merita di vedere». E ancora: «le immagini vedono con gli occhi che le vedono».

Un mondo fatto solo di esseri mortali, dunque. Gli uomini che abitano questo scenario sono sagome che barcollano sul suolo sporco, sporchi essi stessi, mezzi nudi, fantocci che incespicano gli uni sugli altri, sempre pronti a prevaricarsi per una buccia commestibile, per un po’ d’acqua. La legge del più forte viene riaffermata in ogni capitolo – le donne violentate in cambio di vettovaglie, i ciechi in quarantena fucilati dai soldati ancora vedenti soltanto per aver varcato la linea di sicurezza durante la quarantena – in un nuovo stato di natura dove la bestialità regna sovrana. Anche chi è buono è costretto a uccidere se vuole sopravvivere, se vuole fare del bene a chi ama: la discesa agli inferi si imprime nel codice genetico. Ancora una volta chiamo in causa T. S. Eliot:

❝In quest’ultimo dei luoghi d’incontro / Noi brancoliamo insieme / Evitiamo di parlare / Ammassati su questa riva del tumido fiume / Privati della vista, a meno che / Gli occhi non ricompaiano / Come la stella perpetua / Rosa di molte foglie / Del regno di tramonto della morte / La speranza soltanto / Degli uomini vuoti. ❞

(Gli uomini vuoti)

In una scena straziante e bellissima in cui la protagonista piange, impotente ed esausta in mezzo alla strada dopo la faticosa ricerca di qualcosa da mangiare, è un cane ad asciugarle le lacrime, mentre orde di ciechi le camminano a fianco senza vederla.

Ma anche nel più totale abbruttimento, “dentro di noi c’è una cosa che non ha nome, e quella cosa è ciò che siamo”. L’umanità che resta in fondo al cuore come l’acqua benedetta in una chiesa diroccata: questo è ciò che rimane quando tutto il resto svanisce. Il pianto sgorga direttamente da quella fonte. L’umanità ha perso la capacità di vedere, ma forse quella sorgente non è ancora stata prosciugata. Ciononostante, sembra dirci Saramago, fintanto che ci ridurremo a bestie lasciando la vita in preda al caos, la cecità non se ne andrà.

❝L’unico miracolo che possiamo fare sarà quello di continuare a vivere, disse la moglie, difendere la fragilità della vita giorno per giorno, come se fosse lei la cieca, e non sapesse dove andare, e forse è proprio così, forse la vita non lo sa davvero, si è abbandonata nelle nostre mani dopo averci reso intelligenti, e noi l’abbiamo portata a questo.❞

 

La paura, la crudeltà, la schiavitù mentale, la mancanza di fiducia gli uni negli altri, la superficialità delle parole e delle azioni: questo è ciò che ci ha accecati. Siamo come le galassie, che vanno allontanandosi le une dalle altre. Il finale, quasi catartico, come tutti i finali di questo genere di storie, da Sofocle a Manzoni a Camus, lascia che un raggio di sole filtri oltre la coltre di nubi, ma non riesce comunque a scacciare il pessimismo di fondo che tiene insieme questo racconto-parabola.

 

❝Perché siamo diventati ciechi, Non lo so, forse un giorno si arriverà a conoscerne la ragione, Vuoi che ti dica cosa penso, Parla, secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, Ciechi che vedono, Ciechi che, pur vedendo, non vedono.❞

Un libro drastico, definitivo, come la verità che l’uomo ha sempre avuto bisogno che accadessero cose terribili prima di trovare la voglia e la forza di reagire.

Chiara Sandretto


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