La ballata di Iza, Magda Szabó

Titolo: La ballata di Iza
Titolo originale: Pilàtus
Autrice: Magda Szabó
Cenni sull’autrice:  L’ altro ieri è morta nella sua casa di Budapest Magda Szabò, la maggiore scrittrice ungherese del secolo, ma probabilmente dell’ intera letteratura magiara. Aveva novant’ anni, e pare stesse leggendo un libro nell’ istante della morte. Ha scritto tantissimo, nella sua vita: romanzi, racconti, saggi, sceneggiature cinematografiche, testi per il teatro. Fino a non molto tempo fa, nonostante la pubblicazione davvero profetica di Feltrinelli di L’ altra Ester nel 1964, era pressoché sconosciuta in Italia. Una certa notorietà le è arrivata con la pubblicazione di Einaudi, nel 2005, del romanzo La porta, una sorta di biografia-autobiografia della domestica dell’ autrice, e di lei stessa, un vero e proprio capolavoro. Figure di quel tipo sono apparse altre volte nella letteratura europea, basti pensare a Un cuore semplice di Gustave Flaubert e a L’ autobiografia di Alice Toklas di Gertrud Stein, ma un ritratto di tale forza, profondità e umanità è veramente raro nella letteratura del Novecento. In questo libro storie personali, anzi intime, si intrecciano con la Storia di quell’ Ungheria che ha dato innumerevoli grandi artisti alla civiltà occidentale. In patria Magda Szabò ha goduto di grande popolarità. «Für Elise», del 2002, è stato letto da ragazzi, giovani, uomini e donne maturi, diventando un vero bestseller. Nel 2007 Einaudi ha pubblicato un altro libro della Szabò, Ballata per Iza, scritto più di quarant’ anni fa. Assieme a Eszterhàzy e Kertèsz la Szabò rappresenta quel ponte tra Europa Centrale e Mediterraneo per il quale per mille anni hanno lavorato le migliori menti delle due parti.
(Fonte: Corriere della Sera, 21 Novembre 2007)
Anno di pubblicazione: 2006
Edizione: Einaudi
Pagine: 306
Tradotto da: Bruno Ventavoli
-> Consigliato: Consigliato caldamente

Non osò guardarsi allo specchio. La superficie dell’amalgama era troppo viva, troppo simile a quella di un lago; temeva che qualcosa, o qualcuno, affiorasse all’improvviso, cominciasse a nuotare, e ne uscisse tremante. 

Chiudo questo libro con un senso di vuoto, disorientamento, commozione e la vaga sensazione di non riuscire a parlarne affatto. Da dove cominciare? Come riempire le orme impresse sul fango che Magda mi ha lasciato davanti? Come ricostruire questa sua opera, questo suo “Pilàtus” rinominato in italiano “La ballata di Iza”, forse per attirare gli sguardi di quei lettori che un libro intitolato Pilato l’avrebbero al massimo sepolto sotto un cumulo di sbuffi di noia?

Quando una lettura ti strega così tanto da strapparti ogni parola, ci sono due vie che il lettore può prendere: non parlarne o cercare di dipingerne un’immagine sfocata rubando i colori da altre tavolozze. Procedere per metafore e analogie. Io lo farò attraverso un sapore, perché questa sensazione di disorientamento è la stessa che si prova quando ci viene chiesto di descrivere le note di una pietanza. Che sapore ha?
Pilàtus ha il sapore ferroso del sangue che a volte occupa la bocca senza alcun motivo apparente. Ti cerchi la ferita sulle guance, con un rapido movimento della lingua: niente. Le gengive sono in salute, niente nel tuo cavo orale può aver permesso una fuga simile. Eppure lo senti, e ti accompagna per minuti o per ore, prima che la sua nota stridente venga messa a tacere dall’abbondante risciacquo con un ottimo dentifricio schiumoso. Rimane la menta, fresca e pulita menta, una pennellata di nuovo sulla ferita ignota.

Mi muovo tra le riflessioni sul libro come su un campo minato. Stavo per scrivere che la Szabó affronta ancora una volta, dopo “La porta”, il tema della vecchiaia. Ma sarebbe riduttivo, semplicistico e ingiusto. Questo libro ci insegna a non pensare alle persone in virtù della loro età anagrafica, a non cedere alla tentazione di imprigionarle nelle comode categorie di “vecchio” e “nuovo”, come se si parlasse di un modello di tostapane elettrico o di un telefono cellulare. Iza proferirà una delle frasi più agghiaccianti che io abbia mai sentito: “Non erano persone moderne, né mio padre né mia madre. Erano figli di un’altra epoca”. E immediatamente mi rendo conto che quanto di agghiacciante trovo in questa frase è la terribile frequenza con cui finiamo per sentirla – e pronunciarla – ogni giorno. Mio fratello, ad esempio, ripete da anni che i piccoli paesini non servono a niente, dato che sono abitati solo da vecchi, dovrebbero scomparire del tutto, e i loro abitanti trasferirsi in città per portare l’amministrazione a risparmiare sul decentramento dei servizi. Vecchi paesini per vecchi. A me un’idea simile fa rabbrividire, se penso alla passione con cui le persone si avvinghiano alle loro case anche quando stanno crollando. Vecchio e nuovo, per le abitazioni come per le persone, non devono perdere il loro carattere di aggettivi per diventare condanne insindacabili.

Eppure nessuno è al riparo, neppure chi vede l’orrore nelle parole degli altri: ricordo ancora oggi il modo in cui guardavo mia nonna selezionare le sue immagini di santi e statue come se facesse il riepilogo delle figurine Panini da attaccare su un album, e mi raccomandava di pregare il tale santo bambino, perché la preghiera faceva bene. Agli occhi di una quattordicenne in crociata con il mondo questo era ridicolo, così come ancora oggi continua a sembrare ridicolo a tutti noi nipoti il suo continuo monito di “non uscire spogliati”, persino con i 40 gradi all’ombra dell’agosto più cocente. Leggiamo per trovare delle storie nei personaggi inventati per noi dall’autore di turno, e spesso non ci rendiamo conto che noi siamo delle storie ugualmente interessanti e doppiamente incognite, perché non siamo stati scritti da nessuno o, se davvero qualcuno si è preso il disturbo, ignoriamo totalmente l’intento dell’opera. Come la vecchia Etelka di Iza, mia nonna compiva gesti maldestri e snervanti per un giovane, ma i suoi erano solo passi malfermi in una terra che non era più sua. Abbiamo sorriso nel leggere il testamento che aveva redatto da sola: la sua scrittura incerta da quinta elementare parlava del presente come se ancora fossimo negli anni ’20, in cui i ricchi erano quelli che possedevano una vigna oltre il paese. Lei parlava con un mondo che aveva mutato profondamente aspetto e lingua, ma i suoi unici punti di riferimento erano quelli con cui era cresciuta, quelli che i suoi compagni di vita ormai scomparsi avevano toccato con mano assieme a lei. Come mia nonna, la vecchia Etelka si ritrova in un mondo che cambia al galoppo, e non ha più la mano del marito da stringere. Di fronte a lei, la perfetta figlia Iza, medico reumatologo famoso per le sue diagnosi attente e precise, donna devota ai genitori e animata da un profondo spirito di sacrificio. Ma essere medico non basta: le persone non sempre hanno bisogno di diagnosi, hanno bisogno di una mano che sfiori per il solo scopo di far battere il cuore e non per sentirne la regolarità del battito e annotarla su una cartella.
La profondità del cambiamento è portata alle sue estreme conseguenze nel romanzo, dal momento che le vicende personali si intrecciano con quelle politiche dell’Ungheria scappata dall’orrore della guerra mondiale per precipitare in quello della dittatura staliniana e poi nella asettica, disinfettata, pulita modernità.

E Pilàtus? Perché Pilàtus? Questo dovrete scoprirlo voi: starà a voi riempire le lettere coi gesti dei personaggi, letterari o reali, vecchi o nuovi, recuperabili o scomparsi per sempre. E imparare qualcosa su di voi, questo mettetelo sempre in conto quando vi incamminate con Frau Szabó sotto braccio.

Elisa Lai

Sempre riguardo Magda Szabó potete leggere la recensione de:
-> La porta 

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