I giganti della montagna, Luigi Pirandello

Titolo: I giganti della montagna
Autore: Luigi Pirandello
Cenni sull’autore: Nasce ad Agrigento nel 1867. Dopo gli studi a Roma e a Bonn, è docente di stilistica e di letteratura a Roma. La sua vita privata è segnata dal dissesto finanziario del padre e dall’instabilità mentale della moglie. Ottiene il suo primo successo con il romanzo Il fu Mattia Pascal (1904). Nel 1925 pubblica Uno, nessuno, centomila. Dello stesso anno è l’adesione al fascismo. Contemporaneamente, lavora alla stesura di testi teatrali quali Così è se vi pare, Il berretto a sonagli, Il piacere dell’onestà, Enrico 
IV, Sei personaggi in cerca d’autore, Questa sera si recita a soggetto, I giganti della montagna. È autore anche di una copiosa produzione novellistica. Nel 1934 gli viene conferito il Premio Nobel. Temi preponderanti della sua opera sono la crisi dell’io e le sue maschere e il contrasto tra forma e vita.

Anno di pubblicazione: composto tra 1931 – 1933; prima rappresentazione, 1937
Edizione: Garzanti (nello stesso volume anche “La nuova colonia” e “Lazzaro”)
Pagine: 267 (intero volume); 89 (estratto)
Costo: € 8,00
-> Consigliato: Sì. 

 


“È la villa. Si mette tutta così ogni notte da sé in musica e in sogno. E i sogni, a nostra insaputa, vivono fuori di noi, per come ci riesce di farli, incoerenti. Ci vogliono i poeti per dar coerenza ai sogni.”

Chissà. A tenere aperti gli occhi di Luigi Pirandello, tenerli aperti con uno stecchino, magari gli avremmo visto in fondo agli iridi, in colori e in suoni, il completamento di questa storia. “I giganti della montagna” è l’ultima sua opera, quella che ancora coccolava in testa quando chiuse gli occhi alla vita – e la storia nessuno poté pescarla più. Oggi leggiamo, grazie agli appunti di suo figlio, come questa storia avrebbe dovuto concludersi, ma non è la stessa cosa. È un riassunto, è come sezionare un cadavere e mettere in luce i muscoli, quelli che erano nascosti sotto la carne e lì sarebbero dovuti rimanere.
“I giganti della montagna” è una grande allegoria di quello che Pirandello pensava fosse l’Arte, di quello che pensava fosse il Mondo e di come Arte e Mondo non possano andare d’accordo.
Vi sono rappresentati tre schieramenti, ognuno al polo opposto di una diversa concezione della Poesia e della Vita.
Da una parte dobbiamo immaginare la Compagnia della Contessa, un gruppo di teatranti ridotti alla fame, che però persiste nel proposito di portare e quasi di imporre la Poesia al Mondo.
Dall’altra parte abbiamo i Giganti e i loro servitori, che vivono sulla montagna: il loro è un mondo di macchine e di fatica, un mondo di piaceri semplici e forse volgari, di uomini che non intendono la Poesia e neanche ne hanno bisogno.
Nel centro troviamo Cotrone, un mago che abita una Villa incantata, nella quale di notte i sogni prendono vita, un mago che ben sa che la Poesia non può che vivere nella sua Villa, perché lì non ha bisogno di un pubblico per il quale mettersi in mostra. Perché la Poesia vive di per sé e non ha bisogno di essere capita per esistere. Cotrone è vecchio ed è un mago e forse un poeta egli stesso e quasi uno psicoanalista: sa che lo scontro tra Poesia e Mondo è disperato e inevitabilmente destinato al fallimento di uno dei due sistemi. E forse, tra i Fanatici dell’Arte e i Fanatici della Vita, egli non tifa per nessuno, perché entrambi sono in errore: non si può imporre la Poesia al Mondo e non si può imporre il Mondo alla Poesia; se i due sistemi non si capiscono, dovrebbero restare separati. Anziché cercare un punto d’incontro e di frizione, Mondo e Poesia dovrebbero sopravvivere in ambienti privi di canali comunicanti, come due scatole a tenuta ermetica, l’uno sulla Montagna, l’altra nella Villa, fino a quando non decideranno di farsi più umili e di accettare la convivenza.

È una storia che, nel nostro piccolo, vediamo rappresentata tutti i giorni.
La vediamo rappresentata quando giudichiamo una persona per il numero di libri che legge.
La vediamo rappresentata quando veniamo giudicati per il numero di libri che leggiamo.
E così, tra “chi non legge è un perdente” e “chi legge troppo è uno sfigato”, non facciamo che accatastare pile di giudizi di valore, senza capire che dallo scontro non guadagna niente nessuno.
È una barbara semplificazione, di fronte alla quale persino Pirandello si rizzerebbe dal suo letto di morte, ma era giusto per lanciare una frecciatina.
La verità è che se tutti smettessimo di azzuffarci forse troveremmo una realtà tanto migliore. I Fanatici dell’Arte potrebbero imparare dai Fanatici della Vita, e viceversa. E non ci sarebbero gli spargimenti di sangue previsti dal Quarto Atto incompleto:

“Il Conte, rinvenuto, grida sul corpo della moglie che gli uomini hanno distrutto la poesia nel mondo. Ma Cotrone capisce che non c’è da far colpa a nessuno di quel che è accaduto. Non è, non è che la Poesia sia stata rifiutata; ma solo questo: che i poveri servi fanatici della vita, in cui oggi lo spirito non parla, ma potrà pur sempre parlare un giorno, hanno innocentemente rotto, come fantocci ribelli, i servi fanatici dell’Arte, che non sanno parlare agli uomini perché si sono esclusi dalla vita, ma non tanto poi da appagarsi soltanto dei propri sogni, anzi pretendendo di imporli a chi ha altro da fare che credere in essi.”

Ma se ora volessimo abbandonare questo scontro campale e tornarcene giù alla valle, dove si trova la Villa di Cotrone, potremmo per un attimo bearci delle visioni che Pirandello ha apparecchiato per noi. Di quelle visioni che forse si apparecchiavano per lui, sotto forma di strane musichette e cortei angelici e lampi e fumi e burattini che danzano con movimenti ad angoli retti.
Non ci restereste anche voi, in una Villa così? Una Villa dove nel sogno potete uscire dal vostro corpo e vedervi dormire e allo stesso tempo agire e mutare di forma e uccidervi senza uccidervi e inghiottire spilli senza inghiottire spilli. Una Villa dove non è importante avere un corpo né un nome, ma si può restare così, nudi, con un’anima in “fiocchi di nubi colorate”e fuochi d’artificio “senza spari” e “incanti silenziosi”.
Così potremmo dire di noi come Cotrone:

“Potevo essere anch’io un grand’uomo, Contessa. Mi sono dimesso. Dimesso da tutto: decoro, onore, dignità, virtù, cose che tutte le bestie, per grazia di Dio, ignorano nella loro beata innocenza. Liberata da tutti questi impacci, ecco che l’anima ci resta grande come l’aria, piena di sole o di nuvole, aperta a tutti i lampi, abbandonata a tutti i venti, superflua e misteriosa materia di prodigi che ci solleva e disperde in favolose lontananze. Guardiamo alla terra, che tristezza! C’è forse qualcuno laggiù che s’illude di star vivendo la nostra vita; ma non è vero. Nessuno di noi è nel corpo che l’altro ci vede; ma nell’anima che parla chi sa da dove. […] Un corpo è la morte: tenebra e pietra. Guai a chi si vede nel suo corpo e nel suo nome.”

Non so perché, ma io trovo queste parole consolanti.

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