Una famiglia americana, Joyce Carol Oates

Titolo: Una famiglia americana
Autore: Joyce Carol Oates
Cenni sull’autrice: Joyce Carol Oates (Lockport, 16 Giugno 1938 è una scrittrice statunitense. È una scrittrice di romanzi, storie, sceneggiature, poesia e saggistica, conosciuta per essere uno tra i più prolifici scrittori americani (è autrice di oltre settanta libri).È cresciuta nella fattoria dei suoi genitori in una zona rurale dello stato di New York. Ha frequentato la Syracuse University e la University of Wisconsin, dove ha conosciuto Raymond Smith, che poi ha sposato. Si è poi trasferita a Detroit e quindi in Ontario, Canada. Autrice prolifica quant’altri mai, la Oates ha esplorato i diversi sentieri della prosa moderna alternando capolavori in fiction come Blonde , Per cosa ho vissuto o L’età di mezzo, a racconti brevi, saggi sulla boxe, scritti per l’infanzia. Ora insegna nel dipartimento di Scrittura Creativa all’Università di Princeton. La Oates ha anche scritto diversi libri, per la maggior parte romanzi del mistero, sotto lo pseudonimo di Rosamond Smith e Lauren Kelly. (Fonte: Wikipedia)
Traduttore: Vittorio Curtoni
Anno di pubblicazione: 1996
Edizione: IlSaggiatore
Numero pagine: 506
Costo: 11,00 €
-> Consigliato: Sì, molto.

 

Ci fu un momento di silenzio tra noi. Capivo che non dovevo parlare, dire una parola. Come avessimo vissuto così, a nostro agio l’uno con l’altro, per i quattordici anni in cui ci eravamo persi.

We were the Mulvaneys è la storia della società americana che caratterizzava una certa epoca, ma prima ancora è la storia di una famiglia perfetta che subisce un colpo, la perfezione s’incrina, tocca terra, e poi si spezza. E cosa succede a una famiglia perfetta che si spezza? Tenta di ricomporsi? Può ricomporsi? Come? Andando ognuno per la propria strada. Faticando, piangendo, diventando se stessi e non la proiezione nella realtà di immagini mentali. È la storia straziante del disfacimento di una bellissima famiglia, dei motivi sociali che portano a tale disfacimento e della forza necessaria per ricostruire, per andare avanti.

È superfluo dire che questo romanzo mi è piaciuto tantissimo. Un po’ meno superfluo dire che mi ha fatto piangere. Se un libro mi fa piangere è quasi sempre per due motivi: o i personaggi sono delineati benissimo, o il libro è scritto talmente bene da commuovere. Qui siamo nel primo caso pur non escludendo la scrittura fluida e ricca della Oates, una scrittura molto americana che mi ricorda molto Irving. I personaggi di questo libro mi sono entrati dentro. I personaggi di questo romanzo sono il romanzo. Ognuno ha un punto di vista molto differente; notevole soprattutto la religiosità molto radicata in alcuni personaggi e la totale assenza di essa in altri di loro.

Da cosa parte il disgregarsi dei Mulvaney? È un incidente, un “semplice incidente”. Basta uno stupro, un po’ di alcool, un po’ di purezza di cuore a causa di Gesù, ed ecco che la società esclude questa famiglia, la bandisce dalla vita normale. Diventano come reietti, come degli esclusi. Non sono portatori di una malattia mortale. Sono persone normali il cui equilibrio familiare è stato turbato, sono incapaci di reagire perché fino a quel momento ANDAVA TUTTO BENE e adesso la gente sembra far finta che non ci siano.

“La vita è cane che mangia cane, perché non ammetterlo? Lo avevano privato dell’attività che aveva impiegato una vita a costruire, gli avevano preso la casa-fattoria, la famiglia. Lo avevano succhiato e buttato come un guscio vuoto. I suoi nemici avevano fatto quadrato contro di lui, lo avevano portato alla rovina. 
Beati i miti, beati i puri di cuore. Poveri cristiani talmente illusi che ti vien voglia di ridergli in faccia. Porgere l’altra guancia? Ti bastonano.”

Colui che soffre più di tutti le conseguenze dell’incidente è il padre di famiglia, Michael Mulvaney Sr., che tanto amava Marianne, che tanto amava la sua figlia perfetta, così tanto da non ritenersene degno. E chi permette più di tutti che avvenga la distruzione della famiglia? Sempre lui. Più ha amato, più ha perso. È giusto che le sofferenze umane siano così mal distribuite?

C’è invece chi vuole vendicarsi.
“Non abbiamo avuto giustizia legale. Non ci è stato possibile. Papà ha tentato e ha fallito. Perché il sistema della giustizia legale è solo un’istituzione sociale, ed è inadeguato come espressione della morale. Il modo di procedere della “giustizia legale” è rivolgersi a una terza parte che sta al di sopra di “vittima” e “colpevole” e delle rispettive famiglie, una parte sanzionata dal popolo. Dallo stato. È lo stato ad amministrare la giustizia. Ma cos’è lo stato? Solo un insieme di persone. Esemplari di Homo sapiens. E perché quegli esemplari dovrebbero stare al di sopra di altri? Perché dovremmo concedere a estranei un’autorità morale che va oltre la nostra? Ci ho riflettuto su molto, Judd. Non agisco in maniera impulsiva. Con una parte della mente vedo sempre Marianne, violentata, svilita, esiliata persino dalla sua stessa famiglia. Come fossimo una tribù primitiva, Cristo santo! Come se nostra sorella fosse diventata portatrice di un tabù! È ridicolo, è intollerabile. Io non lo tollererò. Non sono più cristiano però per Dio sono un protestante. Un ribelle. Farò la mia giustizia perché so cos’è.”
E che dopo essersi vendicato deve trovare con ancora più fatica la strada che lo faccia riscoprire se stesso.
“Dopo che me ne sono andato, quella domenica di Pasqua, ricordi? Mi sono svuotato. Il veleno che avevo nel sangue è colato fuori. Come fossi stato malato, infetto, e non me ne fossi accorto finch il veleno è scomparso. Però non rimpiango nulla. Penso che la vendetta debba essere bella. I greci lo sapevano. Sangue chiama sangue. Il bisogno di ristabilire l’equilibrio.[…]”

Sono consapevole del fatto che questa non è una recensione lodevole, e che probabilmente nemmeno si è capito molto di quello che ho detto. Ho pianto perché ho trovato commovente il perdersi e ritrovarsi di fratelli e sorelle e genitori, dopo che avevano litigato, che si erano picchiati, che si erano odiati, dopo che la società li aveva costretti a trovare ognuno la propria strada, a caversela da soli senza la propria famiglia. Ho pianto perché è un libro tristissimo, più scorrono le pagine più diventa deprimente e pesa addosso come un cappotto che in inverno non tiene caldo. Manca il respiro girando le pagine di una storia così tetra eppure vera, così reale e onesta. Penso che la Oates abbia scritto uno dei miei romanzi preferiti.

Marco Tamborrino 

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