Un matrimonio perbene, Doris Lessing

Titolo: Un matrimonio perbene
Titolo originale:
 A Proper Marriage
Autore: Doris Lessing

Cenni sull’autore: Doris May Taylor nasce in Iran nel 1919, ha vissuto fino ai trent’anni nella Rhodesia meridionale per trasferirsi definitivamente in Inghilterra nel 1949. Dopo un’educazione da autodidatta intrapresa fin dai quattordici anni, ha dato inizio al suo impegno politico volto sopratutto alla lotta contro il razzismo. Nei suoi romanzi è preponderante la presenza dei due elementi che hanno caratterizzato la maggior parte delle sue convinzioni: la convinzione dell’importanza dell’emancipazione femminile e dell’eliminazione della discriminazione razziale. Nel 2007 è stata insignita del premio Nobel.

Traduzione: Francesco Saba Sardi
Anno di pubblicazione: 1954 / Feltrinelli 1983
Edizione: ediz. Universale Economica Feltrinelli
Pagine: 398
Costo: € 10,00
-> Consigliato: Solo agli amanti dei romanzi cerebrali.

Quando all’inizio del libro la conosciamo, Martha Quest ha 19 anni, è sposata da cinque giorni con Douglas e già detesta suo marito e tutto quello che comporta la vita matrimoniale in termini di doveri: i ricevimenti, le pratiche anticoncezionali, la partecipazione ai comitati di beneficenza.Perché si è sposata? Martha non ce lo dice, probabilmente non lo sa nemmeno lei e D. Lessing non ritiene interessante raccontare le circostanze che hanno portato a questa unione (invece io avrei voluto saperlo, ma andiamo avanti).
Martha e Douglas sono una giovane coppia come tante in una cittadina della Rhodesia (una colonia dell’Impero Britannico, l’odierno Zimbabwe) che si sta preparando con entusiasmo ed eccitazione alla seconda guerra mondiale. Per gli uomini bianchi si tratta di un’occasione per scappare dalla monotona routine quotidiana e vivere delle mirabolanti avventure: il pensiero della morte non li sfiora sino a quando la guerra non chiede il suo pesante tributo in termini di vite. Per le loro mogli significa invece solitudine, assunzione di tutte le responsabilità: la casa, i figli, le relazioni sociali con le matrone che dettano le regole (implicite ma vincolanti per tutti) della provinciale e bigotta vita cittadina.  Per i negri, i cafri (come vengono chiamati con disprezzo gli uomini di colore), i meticci significa andare a morire per una Patria che non riconosce loro alcun diritto. L’apartheid è talmente radicato nella mentalità coloniale che neanche nelle riunioni degli aspiranti comunisti se ne può parlare e una recita in cui cantano dei bambini di colore viene bollata come un attacco ai valori della Patria e dei Bianchi.
La vita della colonia appare abbastanza insulsa e vuota: il pomeriggio cocktails dalle famiglie in vista della città, poi i giovani si recano negli alberghi a ballare e ubriacarsi sino alle prime luci dell’alba. Il mattino gli uomini, ancora intontiti dai bagordi serali, vanno a lavoro e le donne rimangono a letto sino a tarda mattina per poi alzarsi, rigovernare la casa e assolvere a tutti i loro doveri. Un’eterna adolescenza che la guerra spinge brutalmente ad abbandonare.

Quello di Martha e Douglas è un matrimonio infelice? Molto, ma solo per metà. Martha si sente molto infelice: analizza con lucidità la sua situazione, i difetti di Douglas, gli inconvenienti del matrimonio ed è sicura che il marito la pensi proprio come lei. Aspetta il momento giusto per dirglielo ma non lo fa, anzi finge che vada tutto bene e nel frattempo il tempo passa. Douglas, dal canto suo, non si accorge di nulla: attribuisce il malumore della moglie alla natura delle donne, almeno sino a quando la situazione non diventa evidente anche a lui.

[Per tutto il libro avrei avuto voglia di afferrare Martha per le spalle, scuoterla e urlare: “PERCHÉ? PERCHÉ TI SEI SPOSATA? NON LO SAI?! E ALLORA FA QUALCOSA E SMETTILA DI LAMENTARTI O ALMENO LAMENTATI CON TUO MARITO E FINISCILA CON LE SEGHE MENTALI! NON SE NE PUÒ PIÙ!”]

Doris Lessing ci propone un ritratto impietoso della società coloniale basata sull’ipocrisia e sul perbenismo, sull’apparire e sulla desiderabilità sociale. Solo chi ha già raggiunto una posizione si può permettere di esprimere critiche, tutti gli altri sono tenuti al più rigido conformismo. Gli uomini bianchi della colonia sono descritti come dei bambini capricciosi che non si sentono amati dalla Madre Patria e indulgono nel vittimismo; le loro donne devono essere comprensive verso le debolezze degli uomini e accettare il loro modo di comportarsi senza mostrare il più piccolo segno di cedimento. L’Inghilterra appare come una sorta di Eldorado che tutti vogliono raggiungere, ma si tratta dell’Inghilterra dell’infanzia, dei ricordi personali oppure per i giovani nati nella colonia  mediati dai racconti dei genitori. Quando la società coloniale si “incontra” con gli aviatori inglesi (che sono stanziati in Rhodesia per addestrarsi al volo) scopre che non ha molto in comune con quei giovani pallidi, mediamente colti che amano parlare di libri, di filosofia, di diritti umani e che trattano i neri della colonia come dei pari. Le buone signore dell’alta società si premurano di organizzare degli incontri per spiegare a quei giovani che (poverini non è colpa loro) non sanno qual è il modo corretto di comportarsi con i negri. Ma ormai la contaminazione è avvenuta: le giovani donne, abbandonate dai loro uomini che hanno fatto di tutto per essere arruolati (anche imbrogliare sulle reali condizioni di salute), si lasciano sedurre da quei gentiluomini inglesi, senza del resto deiderare chissà quali storie d’amore. Vogliono svagarsi e godere anche loro dei vantaggi della guerra.

Lo sguardo implacabile di Doris Lessing non risparmia neanche agli appartenenti “illuminati” a gruppi che si ispirano al comunismo: chiacchierano, chiacchierano ma non concludono mai nulla; soprattutto questi sedicenti rivoluzionari appaiono scollati dalla realtà sociale dell’apartheid e dalle aspirazioni della vera classe operaria, cioè i neri e i meticci. [insomma la politica non riesce a fare proprie le istanze della gente per la quale si batte: come dire che non c’è niente di nuovo sotto il sole]

Anche la decisione se fondare o meno una sezione locale del Partito Comunista appare affondare in mezzo a tutte le discussioni e alla diverse posizioni ideologiche. Quella cittadina sperduta dell’Africa è pronta per avere un sua sede del Partito? Conoscono abbastanza bene la teoria? Hanno studiato abbastanza?

La vita della colonia fa’ da sfondo alla condizione della donna e questo è un altro aspetto interessante del libro. Nella Rhodesia del 1939, è opinione comune che le giovani coppie non debbano avere subito dei figli: le pratiche anticoncezionali sono un loro preciso dovere [badate bene, niente pillola, che fu introdotta in Europa nel 1961, e neanche preservativi perché ai focosi mariti danno fastidio]. L’aborto è illegale (ma ugualmente praticato): se gli anticoncezionali non funzionano c’è la riprovazione delle amiche e, se si vuole rischiare, un aborto illegale, oppure assoggettarsi a quello che è, dalla notte dei tempi, il principale dovere della donna. Doris Lessing descrive la maternità con brutale sincerità: la gioia per la nascita di un figlio ma anche la sensazione in alcuni momenti di essere in trappola, di avere imboccato una strada senza uscita. Nonostante il senso di claustrofobia che tutte le madri provano, in fondo al cuore il desiderio di maternità è come una sirena che con la sua voce chiama e ammalia (anche quando si hanno già dei figli e la fase romantica è già stata superata da un pezzo): Martha deve affrontare questo desiderio e decidere cosa fare. Le persone che la circondano non le sono d’aiuto: le amiche non possono dire cosa veramente pensano perché non si possono permettersi di essere sincere neanche con se stesse; la madre vede in un possibile nipote una seconda chance per incarnare il tipo di madre che sua figlia non le ha permesso di essere [ovviamente alla fine la colpa è sempre dei figli]; gli uomini non si pongono neanche il problema dato che il loro rapporto con i figli si esaurisce in qualche pomeriggio di gioco; i medici, se è il caso, mentono sulla diagnosi confermando la gravidanza quando ormai è troppo tardi anche per un aborto clandestino. Solo le donne indigene possono vivere la maternità in una dimensione naturale ma le giovani donne civilizzate non possono avere l’atteggiamento delle negre: “si sa per loro non è come noi, non soffrono nemmeno durante il parto” dirà un’amica infermiera a Martha.

La scrittura della Lessing è il principale pregio di questo libro: la capacità di entrare nei pensieri più segreti di Marta, di andare oltre i comportamenti per evidenziarne le motivazioni più recondite, la capacità di esplicitare le differenze di comunicazione tra uomini e donne.

Si, però forse troppo. Troppi dettagli di cui avrei fatto volentieri a meno. E qui arriviamo alla nota dolente della mia recensione: non l’ho ancora scritto con chiarezza per pudore (si tratta pur sempre di un premio nobel), ma questo libro è noioso sino all’inverosimile. Pagine e pagine dedicate ai pensieri di Martha, tre pagine sul dilemma interiore se allattare al seno oppure passare al latte artificiale, cinque pagine per descrivere un parto in tutti i dettagli [vi assicuro che neanche nei reparti di maternità le puerpere si dilungano così tanto sulla loro esperienza], decine di pagine sulle lacerazioni interne dei gruppi di ispirazione comunista. Insomma, troppi dettagli.

Forse è meglio provare con un altro libro per conoscere Doris Lessing: del resto questo è uno dei suoi primi romanzi. Avrà sicuramente fatto di meglio dopo. O almeno così si dice in giro negli ambienti bene informati.

Patrizia Oddo

Sempre riguardo Doris Lessing  potete leggere la recensione de:
-> L’abitudine di amare 

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