Cecità, José Saramago

Titolo: Cecità
Autore: José Saramago
Cenni sull’autore: José de Sousa Saramago nasce ad Azinhaga, in Portogallo il 16 novembre 1922. Trasferitosi a Lisbona con la famiglia in giovane età, abbandonò gli studi universitari per difficoltà economiche, mantenendosi con i lavori più diversi. Ha infatti lavorato come fabbro, disegnatore, correttore di bozze, traduttore, giornalista, fino a impiegarsi stabilmente in campo editoriale, lavorando per dodici anni come direttore letterario e di produzione. […] Negli anni sessanta, diventa uno dei critici più seguiti del Paese nella nuova edizione della rivista “Seara Nova” e nel ’66 pubblica la sua prima raccolta di poesie “I poemi possibili”. […]
Sino allo scoppio della cosiddetta Rivoluzione dei Garofani, nel ’74, Saramago vive un periodo di formazione e pubblica poesie, cronache, testi teatrali, novelle e romanzi. […] Gli anni Novanta lo consacrano sulla scena internazionale con “L’assedio di Lisbona” e “Il Vangelo secondo Gesù”, e quindi con “Cecità”. Ma il Saramago autodidatta e comunista senza voce nella terra del salazarismo non si è mai fatto avvincere dalle lusinghe della notorietà conservando una schiettezza che spesso può tradursi in distacco. Meno riuscito è il Saramago saggista, editorialista e viaggiatore, probabilmente frutto di necessità contingenti, non ultima quella di tenere vivo il suo nome sulla scena letteraria contemporanea.  Nel 1998, sollevando un vespaio di polemiche soprattutto da parte del Vaticano, gli è stato conferito il Nobel per la letteratura. José Saramago muore il giorno 18 giugno 2010 nella sua residenza a Lanzarote, nella località di Tías, sulle Isole Canarie.  (Fonte)
Anno di pubblicazione: 1995
Edizione: Economica Feltrinelli.
Numero pagine: 276
Prezzo di copertina: 9.50€
-> Consigliato:  È un libro difficile e in certi punti crudo, ma dovrebbero leggerlo tutti, tutti dovremmo rabbrividire immaginando i fatti narrati, che non sono poi così fantastici. I ciechi siamo noi. 

Cecità è rimasto sullo scaffale per due buoni mesi, prima che finalmente mi decidessi a leggerlo. Faceva parte di quella cerchia di libri molto famosi e promossi a pieni voti, per cui serve preparazione e umiltà. Soprattutto, sapevo già di cosa parlava. In occasione dell’uscita di Caino, infatti, si era molto parlato di Saramago: i suoi libri, le loro trame o alcune citazioni tratte da essi circolavano abbastanza frequentemente per il web e i social network.

La spinta decisiva a leggerlo mi è stata infine data da un autore a me caro, Albert Camus, con il suo La peste, che ho letto a inizio gennaio, per un’evidente somiglianza di superficie tra le materie trattate. Anche qui, infatti, una città cade vittima del flagello di cui si ha notizia sin dal titolo. E cos’è la peste se non una grandiosa metafora, e quale migliore trovata si poteva scegliere per descrivere la reazione di una comunità (per estensione l’umanità) di fronte a un male devastante, che colpisce senza avvisare, spaventa e sconvolge la vita quotidiana? La peste – non solo in Camus, ma da sempre, si pensi a Manzoni e ancora ai Greci, a Sofocle per esempio – in letteratura è da sempre simbolo di crisi, la manifestazione di una malattia che viene effettivamente scatenata da un agente esterno (i topi, le guerre, ecc.) ma che in realtà era già latente all’interno della comunità. Endogena, quindi. La sua natura di morbo dal punto medico è secondaria, utile ai fini narrativi, mentre assume importanza la sua caratteristica più spiccata, quella di male sociale.

Lo stesso è per la cecità di Saramago, forse ancora più terribile della peste perché si tratta di un morbo non letale, che va a mettere fuori combattimento l’organo della razionalità più schietta: la vista.

Qualche accenno alla trama – il primo a essere colpito è un innocuo automobilista fermo a un semaforo, sui cui occhi improvvisamente cala quello che verrà poi definito il mal bianco, ovvero una cecità anomala, non buia ma lattiginosa, che dal punto di vista medico non si spiega: gli occhi degli ammalati sono perfettamente sani. La reazione catena è dunque stata innescata: è superfluo dire che quest’uomo non sarà il solo, ma che il flagello crescerà esponenzialmente. Dapprima il governo cercherà di porvi freno con una quarantena, poi risulterà inutile anche questa, perché la cecità diverrà generalizzata.

Un libro che prende quindi avvio da un’idea semplicissima. Cosa succederebbe se tutti, improvvisamente, cessassimo di vedere? La risposta di Saramago altro non è se non la messa in pratica di quella frase lapidaria di Goya: il sonno della ragione genera mostri.

Cito dal retro di copertina: “Nel suo racconto fantastico, Saramago disegna la grande metafora di un’umanità bestiale e feroce, incapace di vedere e distinguere le cose su una base di razionalità, artefice di abbrutimento, violenza, degradazione. Ne deriva un romanzo di valenza universale sull’indifferenza e l’egoismo, sul potere e la sopraffazione, sulla guerra di tutti contro tutti, una dura denuncia del buio della ragione, con un catartico spiraglio di luce e salvezza.”

Non ci sono nomi in questo libro, i personaggi sono contraddistinti con indicazioni sommarie: la moglie del medico, il medico, il primo cieco, la ragazza con gli occhiali scuri, il bambino strabico, quasi che la perdita della vista implichi anche la perdita della capacità di definirla nelle cose più semplici, e anche noi che leggiamo ci ritroviamo improvvisamente ciechi, costretti a usare altri strumenti oltre a quelli consueti per capire chi sta parlando. Altra anomalia è la prosa, che rifugge i punti fermi in favore di un periodare allo stesso tempo fluido, per la mancanza di periodi definiti, e spezzettato, per la presenza continua di virgole che separano i discorsi diretti e sincopano la narrazione.

Una volta abituatici, però, il tutto scorre con facilità, ci pare quasi di sentire le diverse voci dei protagonisti, di scorgere lo scenario infernale che fino a poco tempo prima era casa nostra.

La terra su cui si muovono i ciechi non è altro che una wasteland deserta, buia, ferma, ricoperta di spazzatura, escrementi e resti umani e animali che imputridiscono, cimiteri di automobili, palazzi disabitati, negozi messi a soqquadro. La puzza dell’abbandono e della morte appesta l’aria. La cosa più difficile da sopportare nelle Malebolge, si legge nella Divina Commedia, era proprio l’odore pestifero.

E tanto l’Inferno dantesco quanto questa povera landa desolata sono luoghi in cui non v’è traccia di Dio. Anche il cielo, dice la moglie del medico a un certo punto, è coperto. Dio non può guardare giù oltre la coltre di nubi, né può farlo attraverso le immagini religiose. In una scena all’interno di una chiesa, in cui si fa sentire laverve provocatoria di Saramago, tutti i protagonisti delle scene ritratte nei quadri sono stati bendati: il responsabile viene definito dall’autore come «il più giusto, il più radicalmente umano, colui che è venuto finalmente ad affermare che Dio non merita di vedere». E ancora: «le immagini vedono con gli occhi che le vedono».

Un mondo fatto solo di esseri mortali, dunque. Gli uomini che abitano questo scenario sono sagome che barcollano sul suolo sporco, sporchi essi stessi, mezzi nudi, fantocci che incespicano gli uni sugli altri, sempre pronti a prevaricarsi per una buccia commestibile, per un po’ d’acqua. La legge del più forte viene riaffermata in ogni capitolo – le donne violentate in cambio di vettovaglie, i ciechi in quarantena fucilati dai soldati ancora vedenti soltanto per aver varcato la linea di sicurezza durante la quarantena – in un nuovo stato di natura dove la bestialità regna sovrana. Anche chi è buono è costretto a uccidere se vuole sopravvivere, se vuole fare del bene a chi ama: la discesa agli inferi si imprime nel codice genetico. Ancora una volta chiamo in causa T. S. Eliot:

❝In quest’ultimo dei luoghi d’incontro / Noi brancoliamo insieme / Evitiamo di parlare / Ammassati su questa riva del tumido fiume / Privati della vista, a meno che / Gli occhi non ricompaiano / Come la stella perpetua / Rosa di molte foglie / Del regno di tramonto della morte / La speranza soltanto / Degli uomini vuoti. ❞

(Gli uomini vuoti)

In una scena straziante e bellissima in cui la protagonista piange, impotente ed esausta in mezzo alla strada dopo la faticosa ricerca di qualcosa da mangiare, è un cane ad asciugarle le lacrime, mentre orde di ciechi le camminano a fianco senza vederla.

Ma anche nel più totale abbruttimento, “dentro di noi c’è una cosa che non ha nome, e quella cosa è ciò che siamo”. L’umanità che resta in fondo al cuore come l’acqua benedetta in una chiesa diroccata: questo è ciò che rimane quando tutto il resto svanisce. Il pianto sgorga direttamente da quella fonte. L’umanità ha perso la capacità di vedere, ma forse quella sorgente non è ancora stata prosciugata. Ciononostante, sembra dirci Saramago, fintanto che ci ridurremo a bestie lasciando la vita in preda al caos, la cecità non se ne andrà.

❝L’unico miracolo che possiamo fare sarà quello di continuare a vivere, disse la moglie, difendere la fragilità della vita giorno per giorno, come se fosse lei la cieca, e non sapesse dove andare, e forse è proprio così, forse la vita non lo sa davvero, si è abbandonata nelle nostre mani dopo averci reso intelligenti, e noi l’abbiamo portata a questo.❞

 

La paura, la crudeltà, la schiavitù mentale, la mancanza di fiducia gli uni negli altri, la superficialità delle parole e delle azioni: questo è ciò che ci ha accecati. Siamo come le galassie, che vanno allontanandosi le une dalle altre. Il finale, quasi catartico, come tutti i finali di questo genere di storie, da Sofocle a Manzoni a Camus, lascia che un raggio di sole filtri oltre la coltre di nubi, ma non riesce comunque a scacciare il pessimismo di fondo che tiene insieme questo racconto-parabola.

 

❝Perché siamo diventati ciechi, Non lo so, forse un giorno si arriverà a conoscerne la ragione, Vuoi che ti dica cosa penso, Parla, secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, Ciechi che vedono, Ciechi che, pur vedendo, non vedono.❞

Un libro drastico, definitivo, come la verità che l’uomo ha sempre avuto bisogno che accadessero cose terribili prima di trovare la voglia e la forza di reagire.

Chiara Sandretto

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