Molto forte, incredibilmente vicino, Jonathan Safran Foer

Titolo: Molto forte, incredibilmente vicino
Titolo originale: Extremely Loud & Incredibly Close
Autore: Jonathan Safran Foer
Cenni sull’autore: Jonathan S. Foer nasce a Washington nel 1977. Nel 2002 esce il suo romanzo d’esordio, Ogni cosa è illuminata, ispirato alla vicenda personale della sua famiglia. Nel 2005 pubblica Molto forte, incredibilmente vicino. Vive a New York con la moglie Nicole Krauss, anche lei scrittore, e due figli. È considerato uno dei giovani autori più promettenti della narrativa americana contemporanea.
Anno di pubblicazione: 2005
Edizione: Ugo Guanda Editore, Le fenici tascabili
Traduttore: Massimo Bocchiola
Numero di pagine: 351
Costo: € 10,00
-> Consigliato: Con affetto. 

“La settimana è stata una barba incredibile, a parte quando mi sono ricordato la chiave. Anche se sapevo che a New York ci sono 161.999.999 serrature che non avrebbe aperto, avevo l’impressione che aprisse tutto.”

Ci sono giorni in cui non viene spontaneo alzarsi dal letto. Rimani lì a fissare il soffitto chiedendoti cos’è che muova i tuoi piedi. Ti siedi a tavola e ascolti la gente parlare e intanto la tua testa è altrove. Pensi a persone che sono lontane, a cose che non sono successe però potevano succedere, a cose che potrebbero succedere ma non succederanno, pensi di essere chilometri e chilometri lontano da lì e in testa ti galleggiano milioni di conversazioni possibili. Fai le invenzioni.
Fare le invenzioni secondo me è anche questo, è “essere schiacciati sotto il peso di tutte le vite che non stiamo vivendo”. E non c’è bisogno di chiamarsi Oskar Schell, di avere nove anni e di aver perso il padre nell’attentato dell’undici settembre; non c’è bisogno di essere Oskar Schell per sentirsiOskar Schell.
In questa settimana passata con Oskar mi sono sentita molto Oskar. Ho litigato furiosamente coi miei genitori, fino ad avere la percezione di averli persi e di essere sola al mondo. Ho rimestato nel ripostiglio dei miei ricordi e delle mie speranze senza trovare indizi che possano riportarmi sulla pista giusta. Ho desiderato spaccare la testa ai tanti Jimmy Snyder che si pavoneggiano sui palcoscenici di questo mondo. Sono stata dal dottor Fein – che in questo caso aveva le sembianze di mia madre – e ho detto una cosa non molto dissimile da questa: “Seppellirò i miei sentimenti nel profondo di me. […] Anche se saranno fortissimi non li lascerò uscire. Se dovrò piangere, piangerò dentro. Se dovrò sanguinare, mi verranno dei lividi. Se il mio cuore comincerà a dare i numeri, non ne parlerò con nessuno al mondo. Tanto non serve. Rovina solamente la vita a tutti.”

Di questo romanzo si è parlato e straparlato, fino a mettere in luce ora una cosa ora l’altra. Ci si è soffermati con pignoleria sui difetti e si è insistito con cecità sui pregi, fino a dimenticare che un libro non è una somma di pregi e di difetti, non è una somma di parti ma un disegno. E come un disegno non è una somma di tratti ma un’unione di tratti, così un romanzo dev’essere qualcosa di organico e di vivo.
E allora io sono d’accordo con chi dice, questo romanzo è un esercizio di stile! questo romanzo vuol essere accattivante e catturare la simpatia del lettore! questo romanzo si avvale di mezzi tipografici scorretti per fare scena! questo romanzo presenta situazioni paradossali, vuol fare della metafora una cosa vera e, cristo, io ci posso credere fino a un certo punto!
Però sono anche d’accordo con chi dice, questo romanzo dimostra una sensibilità squisita! questo romanzo vuol essere una polifonia che unisca tanti dolori, tanti lutti, tante barbarie! questo romanzo dimostra che la narrativa può contare su altri mezzi rispetto ai canali che abbiamo sempre considerato appropriati! questo romanzo coniuga una storia accattivante con una bella scrittura con una documentazione ampia e approfondita!
Poiché sono d’accordo con entrambi, in fondo non sono d’accordo con nessuno. E penso che siamo noi a mancare il cuore delle cose. Sono io a mancare il cuore delle cose quando faccio oscillare il contatore tra le quattro e le cinque stelline. Sono io a mancare il cuore delle cose quando mi rotolo nel letto pensando, Ma Foer… ci fa o ci è?

Il cuore di questo romanzo è una storia di perdita e di contatto.
Oskar perde il padre e perde la bussola, perde la leggerezza, la capacità dell’infanzia di semplificare i problemi. La madre di Oskar perde un marito e perde Oskar, tanto difficile è stabilire con lui un contatto. Il padre di Oskar perde la vita, ma non l’amore che ne tiene vivo il ricordo. Il nonno di Oskar perde un figlio, la donna che amava, la sua famiglia, la sua città sotto i bombardamenti di Dresda e poi perde la voce. La nonna di Oskar perde una sorella e un’amante, perde la famiglia, la sua città sotto i bombardamenti di Dresda e poi perde un marito, un’occasione di reintegrare le parti. I tanti Black che vivono a New York hanno tutti perso qualcosa, chi un amore chi un’occasione chi una chiave. E così non stupisce affatto che il romanzo si impronti su una caccia al tesoro: Oskar, armato solo di una chiave e di un nome (Black), si mette in cerca dell’ultimo tesoro sepolto da suo padre, l’ultima occasione di trattenerlo, di stare con lui ancora per un poco o per molto o per sempre. La sua ricerca è destinata al fallimento perché il contenuto stesso della ricerca è un vuoto. Il contenuto è una perdita.
Ma attraverso la ricerca Oskar approda al contatto. Il contatto è il rapporto reciproco tra le perdite, il mettere a confronto i dolori e le cicatrici, non per darne una stima e nemmeno per arrivare a una compensazione, ma per raggiungere una consapevolezza, una verità che è quasi una salvezza. E cioè che se la perdita accomuna tutti, allora tutti siamo un po’ perduti e un po’ morti, tutti stiamo cercando qualcosa e la ricerca di tutti è fallimentare. Questa è la vita. Eppure tutti vivono. E allora per vivere dobbiamo raggiungere un compromesso. Dobbiamo stabilire un equilibrio tra ciò che abbiamo perso e ciò che possiamo ottenere o trattenere o salvare dalla perdita. Dobbiamo stringere insieme tutte le cose che amiamo e farne una camicia di becchime.
È un messaggio di speranza? Un messaggio di rassegnazione? Io credo sia un messaggio di umanità, e questa è la cosa più importante di tutte.

Chiara Pagliochini 

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