Il ballo del conte d’Orgel, Raymond Radiguet

Titolo: Il ballo del conte d’Orgel
Titolo originale: Le bal du comte d’Orgel
Autore: Raymond Radiguet
Cenni sull’autore: Scrittore e poeta francese, nasce nel 1903. La sua cultura, vasta e precoce, spazia dal Seicento ai simbolisti francesi. A Parigi si muove nel clima artistico delle avanguardie. Del 1921 è il suo primo romanzo, Il diavolo in corpo, originariamente intitolato “Cuore acerbo”. Il ballo del conte d’Orgel, del 1924, viene pubblicato postumo, a seguito della morte di tisi del suo autore, appena ventenne.
Anno di pubblicazione: 1924
Edizione: Alberto Peruzzo Editore, 1986
Traduttore: Emanuela Gatti
Pagine: 121
Edizione consigliata: Sellerio
-> Consigliato: Sì (ma correte a leggere Il diavolo in corpo se non l’avete ancora fatto!)


“Così, subirono una situazione d’allarme e ciascuno fu sul punto di sorprendere un po’ di verità. Ma tutto tornò subito in ordine, cioè nelle tenebre.”

È strano che due romanzi diversi come Il diavolo in corpo e Il ballo del Conte d’Orgel possano essere usciti dalla stessa penna. Sembra quasi di sorprenderli mentre si azzuffano, si mordono le orecchie l’un l’altro urlando, « Io sono incandescente! », « Sì, ma io sono accurato! », talmente le situazioni rappresentate sono diverse per sfondo sociale e impatto comunicativo.
Se Il diavolo in corpo è la storia fulminante di un innamoramento e del corrispondente apprendistato amoroso, Il ballo del Conte d’Orgel è la storia di un amore maturo, un amore morto in partenza perché sconveniente, destinato a non realizzarsi mai. Il diavolo in corpo è una storia la cui tragedia passa inosservata, talmente rapinosa è la scrittura di Radiguet, talmente il suo innamoramento innamora noi; Il ballo del Conte d’Orgel, al contrario, è inconcepibile senza la sua tragedia, tanto la scrittura è ragionata, metodica. Ma quello che li lega è il vero talento del loro scrittore, e cioè la sua capacità di dare voce e parole, di definire quei sentimenti che sempre proviamo e mai verbalizziamo, la capacità di declinare il sentimento amoroso in tutte le sue sfumature.

Il ballo del Conte d’Orgel è la storia di un triangolo di alta società, un triangolo senza lati, coi vertici sparsi su un tavolo in attesa di essere congiunti. Il ballo che compare nel titolo non fa in tempo a comparire nel libro e resta sospeso, un’anticipazione, una proiezione verso un futuro che è negato al lettore. I tre vertici della figura sono il conte Anne d’Orgel, la contessa Mahaut e il giovane aristocratico François de Séryeuse.
L’atmosfera in cui ci muoviamo evoca scenari da Fin de siècle, nobili sfaccendati, ricevimenti galanti e frivolezze. In realtà la fine del secolo è lontana e siamo già dopo la prima guerra mondiale. La rivoluzione bolscevica bussa alle porte e persino fa capolino nelle pagine finali, quando un profugo russo, cugino dello zar, arriva a disturbare col suo dolore questa frizzante atmosfera parigina. Ma capisce il lettore che questo mondo sta morendo e che forse è addirittura già morto: i personaggi che compaiono in scena non fanno che replicare ritmi abituali, si muovono come si muovevano i loro antenati, fanno finta di nulla, passano noncuranti tra le ali del popolo che li deride. Ma sanno in cuor loro che il loro tempo è finito, che presto il loro mondo di travestimenti e champagne scomparirà per sempre. Devono fingere che questo non sarà, fingere per non cadere nel baratro della paura, e allora si muovono, si muovono, si muovono, come un naufrago che muove le braccia per restare a galla.
I coniugi d’Orgel sono i paladini di questa finzione, l’ultimo baluardo della mondanità, quella mondanità che resiste, dà balli e salva le apparenze. Ma quando il giovane François si innamora della contessa d’Orgel, facendo innamorare la contessa di lui, questi equilibri sembrano gravemente compromessi o perlomeno a rischio.
L’innamoramento è lento e allo stesso tempo fulmineo, è come la goccia che scava la pietra, la goccia che cade continuamente e non si suppone possa avere un effetto tanto distruttivo. François, il migliore amico del conte, cerca di negare il suo amore per Mahaut, di camuffarlo, di nasconderlo a se stesso. Mahaut, innocente, devota, sinceramente affezionata al marito, si sforza di fare lo stesso. Il loro è un sistema di bugie vicendevoli che li porterà ad evitare ogni occasione di faccia a faccia. Per paura di lanciarsi in un bacio, eviteranno di sfiorarsi la mano. Per paura di confluire in uno stesso luogo, correranno ai lati opposti del continente. Si sminuiranno, eviteranno occasioni, volteranno la testa dall’altra parte.
Tanto diverso è il loro amore dall’appassionata vicenda de Il diavolo in corpo, dal quale ogni pudore, ogni vergogna vengono banditi. François e Mahaut, invece, sono tutti pudore, sono tutti vergogna, negazione di sé e compromesso, sono sottomissione a un sistema che li vuole divisi. François è disposto a rinnegare il suo amore in nome dell’amicizia, Mahaut è disposta a rinnegare il suo in nome del vincolo matrimoniale e delle apparenze.
È vero amore il loro? Il lettore non può fare a meno di domandarselo e di dubitarne. Come può esserlo, se non sono disposti a rischiare nulla per esso? Sono dei deboli, sono dei vili? O al contrario sono creature pure e coraggiose, disposte a sacrificare al dovere tutto il piacere? Non c’è forse più tragedia nel trattenere le proprie pulsioni, non c’è più peccato nel sopprimerle che nell’assecondarle?
È l’incantesimo, il trucco dell’abitudine che si ripete. Allo stesso modo in cui si nega la possibilità di un cambiamento sociale, di una propria fine come status e come classe, si nega la possibilità che un cavillo come l’innamoramento possa minare tutto quel che si è costruito. Meglio far finta di niente. Meglio pensare al prossimo ballo. Amare è rischiare, e noi non possiamo permettercelo.

Chiara Pagliochini 

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