Archivi del mese: marzo 2012

Il mio nome è rosso | Orhan Pamuk

Titolo: Il mio nome è rosso
Titolo originale: Benim Adım Kırmızı
Autore: Orhan Pamuk
Cenni sull’autore:  Orhan Pamuk è nato a Istanbul il 7 giugno 1952. Ottiene un particolare successo nel 1982 con il romanzo d’esordio “Il signor Cevdet e i suoi figli”, affresco di tre generazioni di un’agiata famiglia di Nisantasi, il quartiere di Istanbul dove l’autore è cresciuto. A partire dai successivi romanzi, ”La casa del silenzio” ed “Il castello bianco”, per giungere ai più celebri “Il mio nome è rosso” (miscellanea di mistero, passione e filosofia) e “Neve” (romanzo dai toni spiccatamente politici), viene a delinearsi sempre più compiutamente e “prepotentemente” uno dei temi fondamentali della scrittura di Pamuk: l’incontro, problematico e conflittuale, fra Oriente ed Occidente, che coinvolge e dilania tanto la dimensione esterna quanto quella interna dell’individuo. Tra gli altri titoli si ricordano: “Istanbul”, “Il libro nero”, una delle letture più controverse della letteratura turca, grazie alla quale Pamuk conquista il successo popolare, “La nuova vita”, divenuto il più rapido best-seller nella storia letteraria della Turchia, “Gli altri colori”, dura critica alla politica del governo turco nei confronti della minoranza curda, “La valigia di mio padre” e “Romanzieri ingenui e sentimentali”, ultima pubblicazione. L’autore è stato oggetto di persecuzioni ed episodi di dura censura in Turchia per le posizioni assunte in merito alla questione del massacro turco degli Armeni e dei Curdi compiuto durante la prima guerra mondiale. Il 12 ottobre 2006 viene insignito del premio Nobel per la Letteratura, in quanto “”nel ricercare l’anima malinconica della sua città natale, ha scoperto nuovi simboli per rappresentare scontri e legami fra diverse culture“.
Anno di pubblicazione: 1998
Edizione: Einaudi Tascabili
Traduttore: Semsa Gezgin
Numero pagine: 450
Costo: 13.5€
-> Consigliato: Sì, ma solo a chi abbia voglia di pensare e leggere con capacità di critica, tanto per intenderci, non è propriamente una lettura da ombrellone!

‘Il mio nome è rosso’ non è solo una storia, è la storia di tante storie che, partendo da un nucleo centrale, si dipanano coinvolgendo personaggi, avvenimenti, tematiche, contenuti tutti differenti; in un romanzo corale in cui a far da protagoniste sono le voci di persone, animali e oggetti, tutto viene travolto dal fiume impetuoso che, diretto dagli argini devianti, va a toccare qualsiasi punto: l’arte, l’amore, la morte, la vita, la religione, la filosofia, la politica, le etnie… E termino qui la lista, ma non per questo terminano qui gli argomenti di Pamuk che, come primo aggettivo con cui essere descritto, si merita ‘completo’.

E’ completo perché tratta di un’infinità di argomenti, perché offre una panoramica tanto generale, quanto nel particolare (a volte, se vogliamo, fin troppo particolare, ma mai in modo da disturbare, solo giusto da confondere un po’), quanto nella capacità di mettere un piede in Oriente, uno in Occidente e di guardare su entrambe le sponde di questi due mondi ostili che da sempre hanno avuto da ridirsi, e combattersi, e contestarsi. Scrive Einaudi nel retro di copertina che la storia de ‘Il mio nome è rosso’ è una storia d’amore, certamente vero, ma non bisogna lasciarsi ingannare. Insomma, se siete romantici alla ricerca dell’amore austeniano, brontiano e non so cos’altro, non è ciò che state cercando. L’amore di Pamuk è un amore solitario, rivolto su più frangenti, l’amore per Allah, per la miniatura, per una donna lontana incapace di ricambiare. E inoltre, non è solo un romanzo d’amore, ma è anche un thriller d’altri tempi, i tempi del 1500, addirittura, ed è anche un trattatello filosofico intorno al modo più giusto di fare arte affinché questa sia degna di Allah e lontana dal metodo europeo.

Il metodo europeo che comporta la prospettiva, l’intuizione della profondità, la capacità di vedere il dettaglio e di rappresentare fedelmente sicché l’arte si faccia memoria; metodo aborrito dal miniaturista della scuola di Herat volto a riprodurre, solo con la memoria, con l’introspezione, e non con l’osservazione, ciò che Allah vuole vedere sul suo disegno, intento a non rappresentare il dettaglio o il viso per evitare di avvicinarsi con  ὕβρις al tentativo di farsi ricordare dai posteri, quasi atteggiandosi a semidei. L’importanza di non apporre la firma, simbolo di superbia, mira del depreco di Allah che dona il talento e non vuole figli presuntuosi, ma sottomessi alla sua volontà, laddove l’italiano, il veneziano, sente il bisogno di apporre la firma, di riprodursi con stile proprio, impossessandosi di un talento che gli appartiene per capacità, non per conseguenza divina. E’ un dibattito nel 1500 riguardo ad un’arte, la miniatura, che ormai non si pratica più, riguardo all’arte del ritratto, concezione ormai atavica del disegno, ma è un dibattito che non manca di attualità. La metafora è chiara: lo sconto, anche se solo attraverso disegni, è quello tra un Oriente di vesti teocratiche e di un Occidente moderno, blasfemo e quasi senza Dio. Ma questo non è Pamuk a pensarlo, è il cultore turco. E, se anche ci sentiamo toccati nella nostra profonda cultura paneuropea, possiamo dare uno sguardo ad altri pensieri con occhi che per una volta non sono i nostri. Insomma, l’animo europeo, per una buona volta, di fronte ai personaggi di Pamuk, zittisce e incassa le critiche. E se lo spirito europeo che legge è anche intelligente, non si sentirà offeso, ma proverà a guardarsi anche con la visuale dell’altra sponda dell’oceano culturale.

Leggere Pamuk significa aprirsi ad altri orizzonti e imparare a filtrare il resto del mondo con una cultura che è immensamente diversa dalla nostra, ma non per questo meno degna di essere conosciuta. A volte, durante la lettura, ci si sente quasi spaesati, non abbiamo più i nostri appigli di derivazione illuministica per spiegare ciò che leggiamo, ma dobbiamo imparare a muoverci su nuovi territori che, se non vogliamo, e non siamo obbligati, a fare nostri, impareremo comunque a conoscere, che si sa, c’è da conoscere in ogni angolo di questo mondo.

Insomma, con Orhan Pamuk si va a scuola mentre si naufraga tra spiegazioni di metodi miniaturisti, tra racconti di aneddoti antichi come il mondo che si impongono violenti alla vista con lo stesso odore de Le mille e una notte, tra arabeggianti tenute, colori dorati, amori contrastati e impossibili, tradimenti violenti, gelosie, intrighi, saggezze. Il rimando alla tradizione araba è continuo, apprezzabile, un dettaglio in più nella vita di un lettore che magari si è sempre e solo occupato di occidentalismo. In Pamuk vengono a mancare Romeo e Giulietta, per lasciare il posto a Cosroe e Sirin, loro colleghi orientali.

Il thriller e la storia d’amore si infilano in questi dibattiti per catturare l’attenzione del lettore che leggendo di Nero e Sekure e decisi a scoprire chi sia l’infame assassino che si aggira tra le pagine e per lasciare che chi legge possa riposarsi e tirar fiato da tutte le elucubrazioni filosofiche. Qui sta la bravura di Pamuk, nella capacità di inserire l’elemento vivo di una storia nella cornice filosofia di un tema spinoso ancora ai giorni nostri.

Non è facile leggere quello che viene definito il più importante autore turco, questo autore turco così completo, così acculturato che scrive macigni che, tuttavia, una volta digeriti lasciano nel lettore la sensazione di aver scoperto, imparato, conosciuto ancor meglio di prima. Lo stile è lento, le trame non hanno colpi di scena, persino scoprire l’assassino diventa un’occasione per rifilare al lettore una bella dissertazione riguardo il mondo dei miniaturisti. E la storia d’amore non è tanto un amore fine a sé stesso, ma la ben più alta rappresentazione di ciò che è l’uomo, di ciò che prova, di come agisce per interesse. Magistrale l’inserimento, nella narrazione, di voci come ‘la moneta’, ‘Satana, ‘il cane’, ricche di indizi volti a trasmettere il messaggio che Pamuk vuole lanciare per sensibilizzare nei confronti del dibattito che coinvolge l’Oriente e l’Occidente che, smettendo di guardarsi in cagnesco, potrebbero invece raccogliere l’uno dall’altro patrimoni culturali immensi.

Luana Cau 

Sempre a riguardo di Orhan Pamuk potete leggere la recensione di:
-> Il museo dell’innocenza
-> Neve


La lingua perduta delle gru | David Leavitt

Titolo: La lingua perduta delle gru
Titolo originale: The Lost Language of Cranes
Autore: David Leavitt
Cenni sull’autore: Nato nel 1961, ha studiato a Yale per poi trasferirsi a New York, dove vive con il suo compagno. Ha debuttato a soli 24 anni con la raccolta di racconti Ballo di famiglia, e attualmente insegna lettere all’Università della Florida. Ha vissuto a lungo in Italia, che spesso fa da sfondo a parte dei suoi racconti e romanzi.
Traduzione: Delfina Vezzoli
Anno di pubblicazione: 1986
Edizione: Oscar Mondadori
Pagine: 327
Costo: 10 €
-> Consigliato: Sì, se interessa l’argomento

“Ciascuno, a modo suo, trova ciò che deve amare, e lo ama; la finestra diventa uno specchio; qualunque sia la cosa che amiamo, è quello che noi siamo.”

Partiamo dal titolo, che a prima vista sembra non quadrare molto con l’argomento trattato. Questo libro parla di omosessualità, e allora cosa c’entrano le gru e il loro linguaggio? Leavitt lascia volutamente che il lettore capisca da sé la connessione, inserendo a metà libro l’episodio di un bambino molto piccolo che, trascurato dalla madre, inizia a imitare le gru di un cantiere che vede dalla finestra, e per tutta la vita amerà solo quelle: le gru diventano l’oggetto di un amore strano, inconcepibile per gran parte della gente.

E forse è così che molti vedono ancora l’omosessualità: il romanzo è ambientato nella New York degli anni Ottanta, quando la paura dell’AIDS era all’apice, la tematica era ancora un tabù e faceva paura, molto più di oggi.

Rose e Owen sono una coppia di mezza età la cui unica preoccupazione, inizialmente, sembra essere l’appartamento che non possono permettersi di acquistare. La loro vita verrà sconvolta nel momento in cui il figlio Philip, già adulto, dichiarerà la propria omosessualità. Ma le vite di Rose e di Owen non erano poi così perfette neanche prima: lei l’ha tradito ripetutamente, lui non è mai riuscito a venire a patti con il fatto di essere gay, e frequenta cinema per soli uomini per sfogare i propri istinti. Tuttavia, non si tratta di un romanzaccio scandalistico o pornografico: tutti i personaggi soffrono moltissimo per la loro condizione e si trovano ad affrontare scelte e discussioni che li mandano in una crisi profonda, personale, drammatica.

È un libro che scandaglia le pieghe più nascoste dell’animo umano e del dialogo tra familiari, tra amanti, tra amici. Ognuno dei personaggi principali ha un atteggiamento diverso riguardo al parlare di sé con gli altri: Philip è onesto e ingenuo e pensa che l’unico modo per vivere sereni sia parlare chiaro, sua madre Rose, al contrario, ben sapendo che quando una cosa viene detta non si può più tornare indietro, preferisce non sapere e non raccontare, rinchiudersi nel silenzio, nel non detto, come una sorta di protezione da ciò che non vuole affrontare. Owen, il marito di Rose, quasi esplode dalla voglia di confessare quella che percepisce come una colpa, ma non ne ha il coraggio. Le parole sono centrali in questo libro, e hanno una potenza devastante: dire o non dire una certa cosa può davvero stravolgere la nostra vita e quella degli altri. Ma anche la paura di rivelarsi può condizionarci al punto da renderci insopportabili a noi stessi, rinchiusi in una gabbia dalla quale non riusciamo a uscire. Quando Philip parla ai genitori della propria omosessualità, la reazione di Rose è la rabbia, quella di Owen le lacrime: sa che quello è un punto di non ritorno, che non potrà nascondersi ancora a lungo, e allo stesso tempo è felice che suo figlio sia così coraggioso e che sia nato in un’epoca che gli permette di assecondare il suo orientamento sessuale invece di imbrigliarlo in un matrimonio infelice.

L’amore è vissuto da tutti i personaggi come una pulsione ineludibile, che influenza tutto il resto, sia esso vissuto come una malattia, da parte di Owen, o con naturalezza, come nel caso di Philip, il povero Philip che soffre perché la madre si allontana da lui dopo la sua rivelazione, come se scaricasse su di lui il peso di un’intera vita vissuta nella finzione.

È un libro duro, spigoloso, che fa male ma ci regala un bello scorcio su un mondo che osserviamo spesso solo dall’esterno, magari anche con una certa aria di saccenteria. Non è certo un romanzo di avventure, non succede granché: il viaggio è tutto interiore. Perché ognuno deve riuscire a capire che cosa ama: anche se il percorso è lungo e doloroso, noi siamo ciò che amiamo, non possiamo fare altro che accettarlo, e accettarci.

Thais Siciliano


L’età dell’innocenza | Edith Wharton

Titolo: L’età dell’innocenza
Titolo originale: The age of innocence
Autrice: Edith Wharton
Cenni sull’autrice: Nasce nel 1862 da una famiglia facoltosa, e viene educata privatamente. Si sposa con un banchiere di Boston, è infelice, divorzia e si traferisce in Francia. Scrive libri ( La casa dell’allegria, Ethan Frome) nei quali rivela uno sguardo da archeologa del presente, concentrandosi implacabilmente sui costumi della società aristocratica americana e mettendoli alla berlina. Nel 1920 pubblica L’età dell’innocenza, un romanzo nel quale New York è l’insieme metropoli e necropoli e l’amore è soprattutto rimpianto. Muore a Saint-Brice-sous-Foret lasciando incompiuto il suo ultimo romanzo. (fonte retro copertina).
Traduzione: Alessandro Ceni
Anno di pubblicazione:  1920
Edizione: I grandi romanzi BUR rizzoli.
Pagine: 324
Costo: 8,90 €
-> Consigliato: Sì, sì e sì!

Se dovessi utilizzare una sola parola per definire a qualcuno questo romanzo, direi senz’altro questa: “Lacerante”.
Davvero, è così. Ho iniziato questa lettura in maniera ordinaria non avendo moltissime aspettative a riguardo ma il caso, il destino, o chissà cos’altro, ha voluto che, leggendo, il mio essere lettrice ne uscisse completamente distrutto. Poche volte, leggendo, ho avuto questa sensazione. L’ultima volta accadde con Anna Karenina, libro che, per svariati motivi, rimarrà sempre nell’Olimpo dei libri più amati.
Con L’età dell’innocenza ho provato la sensazione, stranissima ma comunque avvincente, di uno sgretolamento interiore, lento ma progressivo. Leggendo, devi possedere la consapevolezza che ciò che leggerai metterà a nudo i sentimenti umani più nascosti, farà riflettere e getterà scompiglio nella mente.

Ciò che più di ogni altra cosa mi ha veramente colpito è l’intento dell’autrice: mettere a nudo vizi di una società corrotta, bigotta e moralista, quella della New York di fine Ottocento. Una società che vive di pranzi eleganti, di serate all’Opera, di splendidi vestiti di satin e merletti ma che possiede occhi e orecchie per vedere e ascoltare ciò che potrebbe essere sconveniente e diventare, a buon diritto, argomento di intense discussioni nei salotti più importanti.
Questo è ciò conosce Newland Archer, il giovane uomo del romanzo, il più consapevole della tragedia di viverci dentro, intrappolato come in una tela di un ragno, incapace però di uscirne. E’ la società che ritrova la contessa Olenska, tornando a New York dall’Europa, dopo aver lasciato il marito. La si compatisce, la povera Ellen. La povera, cara, dolce Ellen. La stessa cugina, May Welland, figura opposta a quella della contessa, sembra provare, in più di un’occasione, pietà per Ellen. Ma Ellen non va compatita, non va neppure rintenuta una donna debole, come molti fanno. La vera debolezza sta nella società che la circonda, che vorrebbe inculcarle idee che non ha, solo per far vedere a tutti che “il modello vincente” di donna, in una società che si rispetti, è proprio quello che la società stessa propone. May Welland incarna tutte le buone qualità che una giovane donna, in procinto di sposarsi, deve possedere. E sebbene sia lei la vincente per una mentalità del genere, ecco che Ellen Olenska colpisce per quello che non è, per ciò che non rappresenta, per ciò che le manca per esser considerata come tutte le altre.

La storia si sviluppa in maniera tale che non si riesce proprio a rimaner fuori dal circuito dell’empatia per cui, com’è normale che sia in questi casi, ci si lascia coinvolgere totalmente.
Ho trovato meraviglioso il fatto che la storia di un sentimento così potente come l’amore, sia raccontato talmente bene da farci credere, per un momento, di essere lì, insieme ai protagonisti. Talmente bene, aggiungerei, da metterci nelle condizioni di chiedere a noi stessi: ” E se fosse successo a me? Che cosa avrei fatto? Come avrei agito?”.
Questo, oltre alle meravigliose e dettagliatissime descrizioni di interni e salottini privati, vestiti e vivande, trovo che sia uno degli aspetti fondamentali di questo romanzo, che consiglierei a chiunque perché l’amore è una faccenda che riguarda tutti e che tutti incontrano, prima o poi.

” Adesso ride: ma quando mi ha scritto era infelice”, disse.
“Sì”. Ellen fece una pausa. ” Ma dato che lei è qui non riesco a sentirmi infelice”.
“Non rimarrò a lungo”, ribattè lui, irrigidendo le labbra nello sforzo di non aggiungere altro.
“No, lo so. Ma io sono incauta: vivo nell’attimo in cui sono felice”. 
 
Chiara Coppola

Il museo dell’innocenza | Orhan Pamuk

Titolo: Il Museo dell’innocenza
Titolo originale: Masumiyet Müzesi
Autore: Orhan Pamuk
Cenni sull’autore: Orhan Pamuk è nato a Istanbul il 7 giugno 1952. Ottiene un particolare successo nel 1982 con il romanzo d’esordio “Il signor Cevdet e i suoi figli”, affresco di tre generazioni di un’agiata famiglia di Nisantasi, il quartiere di Istanbul dove l’autore è cresciuto. A partire dai successivi romanzi, “La casa del silenzio” ed “Il castello bianco”, per giungere ai più celebri “Il mio nome è rosso” (miscellanea di mistero, passione e filosofia) e “Neve” (romanzo dai toni spiccatamente politici), viene a delinearsi sempre più compiutamente e “prepotentemente” uno dei temi fondamentali della scrittura di Pamuk: l’incontro, problematico e conflittuale, fra Oriente ed Occidente, che coinvolge e dilania tanto la dimensione esterna quanto quella interna dell’individuo. Tra gli altri titoli si ricordano: “Istanbul”, “Il libro nero”, una delle letture più controverse della letteratura turca, grazie alla quale Pamuk conquista il successo popolare, “La nuova vita”, divenuto il più rapido best-seller nella storia letteraria della Turchia, “Gli altri colori”, dura critica alla politica del governo turco nei confronti della minoranza curda, “La valigia di mio padre” e “Romanzieri ingenui e sentimentali”, ultima pubblicazione. L’autore è stato oggetto di persecuzioni ed episodi di dura censura in Turchia per le posizioni assunte in merito alla questione del massacro turco degli Armeni e dei Curdi compiuto durante la prima guerra mondiale. Il 12 ottobre 2006 viene insignito del premio Nobel per la Letteratura, in quanto “”nel ricercare l’anima malinconica della sua città natale, ha scoperto nuovi simboli per rappresentare scontri e legami fra diverse culture“.
Traduzione: Barbara La Rosa Salim
Anno di pubblicazione: 2008 (2009 in Italia)
Edizione: Einaudi, collana Numeri Primi
Pagine: 587
Costo: 14 €
-> Consigliato: Sì!

 

 

<<Una struggente storia d’amore ambientata nella Istanbul degli anni Settanta>>

Se dovessi pragmaticamente sintetizzare la natura de “Il Museo dell’innocenza” non potrei fare altro che storcere il naso e ricorrere anch’io, come i curatori dell’elegante edizione Einaudi, all’inflazionata definizione di trama ed annunciarlo come…Una tormentata storia d’amore.

Per quanto mi piaccia crogiolarmi nel ruolo di bastian contrario ed ancora di più in quello di intellettualoide da strapazzo, scettica nei confronti di tutto ciò che può essere classificato come l’ennesimo romanzo d’amore, è innegabile che il premio Nobel Orhan Pamuk abbia scelto di raccontare proprio questo genere di storia e che, accidenti, l’abbia fatto dannatamente bene e con classe.

Nonostante io scelga sempre la strada dello scetticismo misto a quel tanto di  snobismo che male non fa, non vengo risparmiata da continue “batoste letterarie” che, mai stanche della mia ottusità, ripetono come un mantra: la qualità di un romanzo spesso non va misurata in ciò che racconta, ma in COME lo racconta – La qualità di un romanzo spesso non va misurata in ciò che racconta, ma in COME lo racconta – La qualità di un romanzo spesso non va misurata in ciò che racconta, ma in COME lo racconta…

Credete forse che, se pur chiaro ed ovvio, direi forse banale, mi sia entrato in testa? Assolutamente no.

Entro in libreria. Adocchio Pamuk. Lo punto. Sguardo seducente. Smorfia cinica nel leggere in quarta di copertina “una struggente storia d’amore, ecc. ecc.”. Lo accompagno alla cassa: sì, ecco, in realtà avevo bisogno di una passionale storia alla lui-e-lei per affondare spensieratamente il naso nel piumone in compagnia di un kilo di gelato alla nocciola.

 

L’utilità pragmatica di questa pseudo-introduzione (so che vi state, peraltro legittimamente, chiedendo se effettivamente ce n’è una) è semplice: mostrarvi con quali motivazioni e speranze ho acquistato “Il Museo dell’innocenza”, per illustrarvi come le mie aspettative siano state felicemente soddisfatte su tutti i fronti.

 

Premesse:

A. Ero alla ricerca di una poetica avventura amorosa, che mi appassionasse, che mi consentisse una via di fuga “libresca” dalla realtà, che mi coinvolgesse a tal punto da trascinarmi in una dimensione diversa dalla mia, che si lasciasse leggere in totale ed entusiasta apnea.

B. Non desideravo assolutamente un insipido romanzetto rosa. Non ero assolutamente disposta a rinunciare alla qualità di un romanzo d’alta dignità artistico-letteraria.

 

Risultati:

A. La penna di Pamuk ha dipinto l’avventura di Kemal e Füsun, i due giovani turchi protagonisti de “Il Museo dell’innocenza”, guidato da autentico istinto per ciò che è intimamente reale, malinconicamente consueto ed empaticamente comprensibile, consumando, però, con viva energia, colori originali ed artisticamente innovativi. I sensori esperienziali del lettore sono vivamente scossi: immediata ed impetuosa è l’immedesimazione. Ma impulso alla curiosità, all’istinto di comprensione e all’ascolto non vengono sacrificati grazie ad un’abile miscela di elementi erotici, struggenti, energici, malinconci, accesi, languidi e rabbiosi: il vestito dell’ossessione amorosa è stropicciato e rivoltato in ogni singolo taschino, secondo ogni diversa cucitura, controcorrente ma a volte in preziosa sintonia con le pieghe del tessuto. Travolgente e coinvolgente, nell’interpretazione più stretta e letterale che entrambi i termini possono avere.

B. Pienamente all’altezza delle passate produzioni e, soprattutto, della spada di Damocle, quale è il Premio Nobel, che pende sul suo futuro letterario, Orhan Pamuk sceglie un percorso ancora più intimista e personale se confrontato con le scelte artistiche di romanzi come, ad esempio, “Neve” o “Il mio nome è rosso”, riproponendo la sua Istanbul in sublime scenografia, sempre fondamentale dimensione culturale e sociale, e correndo il rischio di denudare le argomentazioni sentimentali, comunque costantemente presenti nei suoi romanzi, dall’involucro e dal sostegno di temi di diversa natura (filosofici, politici e culturali), qui presenti ma non ingombranti. La miscela è sempre la medesima della prosa “pamukkiana”, diverso il dosaggio: il tormento angoscioso di Kemal e la misteriosa bellezza ed alterigia di Füsun sono indiscutibilmente in primo piano.
Perchè, caro lettore, dovresti leggere “Il Museo dell’innocenza”?
1.E’ una storia d’amore appassionante, se pur tremendamente malinconica e struggente (è bene che io ti avverta): se è ciò di cui ora necessiti, non esiste miglior titolo che potrei consigliarti.

2. E’ una storia d’amore che vale la pena di essere letta, perchè ha qualcosa da dire ed ha impazientemente desiderio e bisogno di farlo. Strumenti come una fluida ed elegante prosa, come un’architettura di trama avvincente, come una sapiente e scientifica analisi dell’individuo in una condizione di attesa, struggimento e angoscia si offrono da contorno al racconto di un (fittizio?) ricordo che vale la pena di essere ascoltato, perchè non mi viene in mente altra definizione dell’Amore se non “Il Museo dell’innocenza” in tutta la sua essenza.

 

Stefania Trombetta

Sempre riguardo Orhan Pamuk potete leggere la recensione di:
-> Neve


Le onde | Virginia Woolf

Titolo: Le onde
Titolo originale: The Waves
Autrice: Virginia Woolf
Cenni sull’autrice: Adeline Virginia Woolf, nata Stephen (Londra, 25 gennaio 1882 – Rodmell, 28 marzo 1941), è stata una scrittrice, saggista e attivista britannica. Considerata come uno dei principali letterati del XX secolo, attivamente impegnata nella lotta per la parità di diritti tra i due sessi; fu, assieme al marito, militante del fabianesimo[1], nel periodo fra le due guerre fu membro del Bloomsbury Group e figura di rilievo nell’ambiente letterario londinese. Le sue più famose opere comprendono i romanzi La signora Dalloway (1925), Gita al faro (1927) e Orlando (1928). Tra le opere di saggistica emergono Il lettore comune (1925) e Una stanza tutta per sé (1929); nella quale ultima opera compare il famoso detto “una donna deve avere denaro, cibo adeguato e una stanza tutta per sé se vuole scrivere romanzi”. (da wiki)
Anno di pubblicazione: 1931
Edizione: Einaudi tascabili.
Traduttore: Nadia Fusini
Numero pagine: 220
Prezzo: 11€
-> Consigliato: Sì, ma solo a chi ama i libri difficili e straordinari, che lasciano saturi, esausti, felici.

Credo anche che i nostri corpi siano in verità nudi. Siamo solo leggermente ricoperti da una stoffa abbottonata, sotto il selciato ci sono gusci di conchiglie, ossa e silenzio. 

Virginia mi ha parlato per quasi un mese con sapienza e posatezza, incantandomi. Nell’approcciarmi a questo libro mi ero illusa di trovare una parvenza di romanzo, ma ero totalmente impreparata a quello che avrei trovato. Non v’è infatti traccia della grande chiesa dall’architettura perfetta e ben disegnata che contraddistingue quel genere letterario. Leggendo le prime pagine si ha piuttosto la sensazione di inseguire sei ombre (o sette?) che si differenziano le une dalle altre solo per le virgolette che separano i loro soliloqui, sei fantasmi che si rincorrono in una radura luminosa, verde. Ci sembra che a parlare sia sempre la stessa persona, impressione che viene smentita man mano che le diverse voci assumono ognuna un’indole ben definita; ma la suggestione iniziale si riconfermerà più avanti.

All’inizio ho continuato a guardare da una parte all’altra del paesaggio che mi si parava davanti (impressionista per i colori tenui, lirici, e preraffaelita, per gli angeli tristi che lo abitano), cercando un fuoco, una prospettiva che mi conducesse all’altare di quella cattedrale che ancora mi ostinavo a cercare. Ben presto, però, ho capito di essere dentro qualcosa di meglio. Non saprei come descrivere quest’opera se non pensando a quella luce che ogni tanto si vede sul mare nei momenti di sospensione del tempo, ora dolce e subito dopo crudele, adesso abbacinante adesso tenue, e a quegli arabeschi che i raggi del sole disegnano sulle onde. È tutto uno scintillio: cielo, terra e mare sono per un istante un unico continente d’oblio, senza mai cessare di essere sé stessi. È la voce del mare (fatta di conchiglie, di spuma, di roccia e sabbia) a tenere insieme l’incantesimo, a soffiarci in petto quella ‘dolcezza inquieta’ di montaliana memoria. Si percorre l’orlo di qualcosa di bellissimo, che parla direttamente al cuore, perché in quell’emozione ci siamo anche noi.

Prima di tutto, un breve accenno alla struttura: le sei “Onde” narranti si intrecciano polifonicamente tra di loro e sono, alla fine di ogni sezione, interrotte da preziosi interludi che descrivono l’arco del sole e il mutare della natura dall’alba al tramonto (con particolare attenzione alla luce e a come questa cambia la fisionomia delle cose), e che stemperano in un momento di calma la dolce irruenza dei soliloqui. Sono passi di un lirismo unico e bellissimo, quanto mai icastici, cui fa sempre da sfondo il suono dei flutti che ritmicamente rompe il silenzio. In questi passi pare ostentata l’assenza delle persone: è la pace di una natura pre-umana che non conosce le parole e il loro continuo bisogno di enunciare, definire, limitare, per poi ricadere in un nulla di fatto.

Dalla fanciullezza alla vecchiaia, i narratori di “Le onde” sono le tante facce di un unico cristallo, o  – come si legge – i tanti petali di un garofano rosso (“In quel vaso c’è un garofano rosso. Un fiore solo mentre eravamo in attesa, ma ora un fiore con sette lati, […] un fiore unico a cui ogni occhio dà il suo contributo”): comunanza, quindi, ma anche l’insormontabile solitudine del non poter divenire altri da sé se non per un momento, del non potersi perdere per sempre in quelle altre voci così simili. Da qui il dolore, la sensazione di isolamento, l’inganno del bastarsi. Il cuore del cristallo è duro, dopotutto, e così anche le giovinezze di questi ragazzi – Bernard, Louis, Susan, Neville, Jinny, Rhoda, (Percival) – che si rivelano miti incrinati, frutti appena nati e già intaccati dalla realtà. Il ricordo di quel tempo passato non passa mai, e viene continuamente riassorbito, rielaborato nel presente come una condanna – il futuro non esiste, le prospettive e l’incasellamento operato dalla vita assumono qui una sfumatura quasi tragica. Bastano due esempi: Louis, destinato a divenire affarista come suo padre (“banchiere a Brisbane” è l’epiteto maledetto), e Percival, che muore cadendo da cavallo in una terra lontana.

Ciascuno veste a festa il proprio bene e il proprio male e li sviscera, come in un ricordo delle vecchie pratiche di divinazione (“A turno allora andai a cercare i miei amici […]. Andai dall’uno all’altro con il mio dolore – no, non il dolore, ma la natura incomprensibile della vita – perché li esaminassimo insieme”) e, persi nel loro mare interiore, vediamo questi giovani uomini vecchi trascinati attraverso gli anni (“Come va veloce la corrente da gennaio a dicembre! […] Galleggiamo, galleggiamo…”), le perdite, i successi veri e falsi, verso quella battigia dove si rompono tutte le onde, anche le loro. La fine arriva non quando il mare li trascina nel suo ventre, ma quando esso li rigetta.

(Non mi dilungo oltre: non ritengo sia questo il luogo per un’analisi più approfondita di un tessuto così complesso, che richiede, per essere compresa, la lettura del romanzo. Un modo per un altro per dirvi: cosa state aspettando? Abbandonatevi al flusso).

Chiara Sandretto

Sempre riguardo Virginia Woolf potete leggere la recensioni de:
->  La signora Dalloway


Cose preziose | Stephen King

Titolo: Cose preziose
Titolo originale: Needful Things
Autore: Stephen King
Cenni sull’autore: Acclamato genio della letteratura internazionale, vive e lavora nel Maine con la moglie Tabitha, a sua volta scrittrice. Le sue storie sono numerosi bestseller che hanno venduto 400 milioni di copie in tutto il mondo e hanno ispirato registi famosi come Stanley Kubrick, Brian del Palma, Rob Reiner e Frank Darabont. Nel 2003 gli è stata assegnata la National Book Foundation Medal per il contributo alla letteratura americana e nel 2007 l’associazione Mystery Writers of America gli ha conferito il Grand Master Award.
Anno di pubblicazione: 1991
Edizione: Sperling Paperback
Traduttore: Tullio Dobner
Numero pagine: 768
Costo: 11.9€
-> Consigliato: Sì, ma non come primo approccio a King

E’ stato bello tornare a Castle Rock, dopo tanti anni.
Avevo già fatto un giro turistico in questa curiosa e alquanto bizzarra città grazie a“Quattro dopo mezzanotte”, “Cujo”, “La metà oscura” e “La zona morta”.
E’ stato nostalgico, e’ stato divertente,ma anche un po’ deludente.

Non so cosa sia stato a funzionare poco questa volta, e dire che ero partita con le migliori intenzioni. Leggere King è per me come tornare alle origini, come quando torni a casa dopo un lungo viaggio, ti soffermi in fondo al vialetto, ti guardi intorno e pensi: “finalmente sono tornata”.

Ecco,per me King è più o meno questo, ritrovare quel tepore domestico che mi ha fatto innamorare della lettura: la felicità di constatare che nonostante gli anni siano passati, la mia vita e la mia mente sono cambiati, l’effetto che mi fanno letture di questo genere è sempre lo stesso.
Quasi lo stesso.

Questa volta sono arrivata a metà vialetto, ho posato le valigie, c’ho pensato un po’ su, e poi sono risalita in macchina e me ne sono andata.
Delusa, si , ma non molto. In fondo tutte le relazioni hanno i loro alti e bassi.

Le prime 400 pagine non sono state niente male: un misterioso negozio apre in questa -ormai nota agli affezionati di King- “tranquilla” cittadella di provincia, Castle Rock.
Si chiama ‘Cose preziose’ e vende veramente cose preziose: c’e’ chi compra occhiali da sole appartenuti ad Elvis Presley e nell’indossarli si ritrova a girovagare per le stanze di Graceland , c’e’ chi compra canne da pesca che hanno il potere di riportarti agli anni della tua infanzia, c’e’ chi compra figurine del baseball rare e con dedica “personalizzata”, c’è chi compra amuleti dai strani poteri…in questo negozio trovi tutto, quello che desideri, ma proprio tutto.
A quale prezzo vi chiederete voi. Ecco, questo e’ l’unico problema: non e’ che sia un negozio costoso,il proprietario infatti, più che soldi, preferisce altri generi di ricompense. Vuole “favori” in cambio,pericolosi e perfidi che fanno parte di un piano più grande ed articolato il quale scopo avrete l’onore di scoprirlo soltanto alla fine del libro.

Fin qui tutto bene, lettura scorrevole e sicuramente ipnotizzante, vogliamo capire qual e’ questo piano e allora le pagine scorrono via che e’ una bellezza.
Troviamo una miriade di personaggi – più o meno importanti- Alan il vice sceriffo vedovo di moglie e figlio venuti a mancare in uno strano incidente, Polly Chalmers, la sarta che ha una storia con Alan, Buster Keeton, Nettie, Wilma…….
Poi la magia si compie,il grande piano giunge a maturazione e tutti gli ingranaggi del meccanismo diabolico iniziano a girare…. I buoni e i cattivi escono allo scoperto e il grande avvenimento che aspettavi con ansia dall’inizio del libro viene svelato.
Ed è qui che inizia l’inesorabile declino.

I cattivi sono rappresentati da Mr.Gaunt, vecchietto dal dubbio fascino e che compie giusto 2-3 atti considerevoli dall’inizio alla fine. I buoni sono 4 o 5 provincialotti maldestri e arrangiati in qualche modo, riforniti di armi ridicole a dir poco (come ad esempio il gioco dei fiori di carta dei maghi). La battaglia che aspettavi da pagina 2 si risolverà in davvero 2 pagine di numero.
Tutto quadrerà alla perfezione in maniera quasi nauseante.

Facciamo una cosa King, la prossima volta che passo da casa, ti faccio uno squillo prima… e poi ci riproviamo. Si sa, il primo amore non si scorda mai.

Michela Bocchicchio

Sempre riguardo Stephen King potete leggere la recensione di:
-> Misery
-> 22/11/’63


Ripartiamo! Discorsi per uscire dalla crisi | Franklin Delano Roosevelt

Titolo: Ripartiamo! Discorsi per uscire dalla crisi
Autore: Franklin Delano Roosevelt (Hyde Park, 30 gennaio 1882 – Warm Springs, 12 aprile 1945) è stato il 32º presidente degli Stati Uniti d’America. Finora è stato l’unico presidente degli Stati Uniti d’America ad essere eletto per più di due mandati consecutivi, vincendo le elezioni presidenziali per ben quattro volte (1932, 1936, 1940 e 1944), rimanendo in carica dal 1933 fino alla sua morte, nell’aprile del 1945. Larga parte della sua fama è dovuta al vasto e radicale programma di riforme economiche e sociali attuato fra il 1933 e il 1937 e conosciuto con il nome di New Deal, grazie al quale gli Stati Uniti riuscirono a superare la grande depressione dei primi anni trenta. Fra le sue più importanti innovazioni vanno ricordati il Social Security Act – con il quale vennero introdotte per la prima volta negli Stati Uniti d’America l’assistenza sociale e le indennità di disoccupazione, malattia e vecchiaia – e la creazione dell’Agenzia per il controllo del mercato azionario (SEC). (via wikipedia)
Anno di pubblicazione: gennaio 2011
Edizione: ADD editore, prima edizione
Curatore: Franco Regalzi
Numero pagine: 64
Costo: 5€ (libro); 2,99€ (ebook)
-> Consigliato: A tutti gli uomini politici, e a tutti i politici ingrati.


Pensare adesso a una politica sana, non macchiata da egoismi, ma orientata al bene comune, pare fuori moda. Ormai ci è difficile immaginare qualcosa di democratico, dove tutti i cittadini, ognuno per conto suo, possano partecipare collettivamente alla vita del proprio Stato, contribuendo fattivamente alla salute sociale ed economica, non solo col voto ma soprattutto col confronto. Quel che dico pare un sogno a molti di noi, o meglio un’utopia, qualcosa d’irrealizzabile; ancor più adesso in un periodo di crisi mondiale: crisi economica ed anche morale. Ora che nel mondo notiamo sempre di più lo squilibrio tra ricchezza e povertà, tra utilitarismo e umanità. La sfiducia generale allora è giustificabile, ma io penso non ammissibile. Grandi sognatori ci hanno aiutato a pensare un posto migliore, più umano. E non solo l’hanno pensato, hanno realmente applicato i loro sogni alla realtà. Uno di questi era un grande uomo, che amava prima di ogni cosa la gente, poi la sua Nazione, e che amava lottare, nonostante i tremendi sacrifici, per conquistare ciò che di diritto gli spettava e spetta ad ognuno di noi: una vita degna.

Quest’uomo altri non era che il democratico Franklin Delano Roosevelt, un vero politico, uno che descriveva la vita politica statunitense e mondiale al suo popolo attraverso conversazioni di facile comprensione, comunicando con franchezza non solo vuote parole, ma fatti, concreti e visibili. Un uomo che nonostante la crisi che colpì l’America ed il mondo, le seppe ridare speranza “coinvolgendola, come disse nel suo discorso di accettazione della candidatura, in una vera e propria «chiamata alle armi […] per vincere questa crociata il cui scopo è restituire l’America al suo popolo».” Perché armarsi di buona volontà lo si doveva per davvero, vista la crisi che si scatenò nel 1929 dopo il crollo della borsa di New York, crisi che interessò non solo gli Stati Uniti, ma tutto il mondo. I suoi effetti furono ben visibili quando molte banche chiusero i battenti, e fabbriche e negozi abbassarono le serrande, e la disoccupazione crebbe tanto da raggiungere i massimi storci.

In questo clima di grande sfiducia Roosevelt non poté che reagire dando giusta importanza alla comunicazione, non come mezzo per creare propaganda e costruire consenso attorno a sé, screditando gli avversari, ma piuttosto per creare quel dialogo e quel confronto con la popolazione, che sarebbero stati il primo fondamento per una fiducia reciproca. In quelle che furono chiamate “chiacchierate al caminetto” ovvero le tanto care “fireside chats”, Roosevelt si rivolgeva alla Nazione, attraverso la radio che sempre più spalleggiava i giornali e che ormai era entrata nelle case di ogni americano, per spiegare la crisi e le misure per combatterla, insistendo sull’importanza che ha ogni singolo contributo individuale. Nella sua prima chiacchierata diceva: “La felicità non consiste solo nel possesso di denaro, ma nella gioia che nasce dal raggiungimento di un risultato e nell’emozione data dallo sforzo creativo. La gioia e lo stimolo morale del lavoro non devono mai più essere dimenticati rincorrendo sconsideratamente profitti evanescenti. Questi giorni bui saranno valsi a qualcosa se ci avranno insegnato che non dobbiamo far gestire il nostro destino da altri, ma dobbiamo amministrarlo noi stessi.”. Era un uomo di parola e non solo di parole, dai suoi discorsi traspariva tutto l’amore che egli aveva per il suo Paese, ma per l’umanità tutta. Uscì dalla crisi, ne uscì bene, benissimo, tant’è che il suo mandato fu confermato per ben quattro volte consecutivamente, unico caso nella storia americana.

Ve lo avevo detto o no di continuare realisticamente a sognare?

Proprio perché di crisi se ne sono vissute e sempre se ne vivranno e di crisi mondiali a quanto pare ce ne sono già state, più di una, non c’è ragione di smettere di sperare. Abbiamo degli esempi concreti di persone che hanno dato loro stessi affinché potessimo vivere meglio, e ciò più che scoraggiarci dovrebbe incoraggiarci. Certo la situazione politica attuale è quella che è, se di politica ormai si può parlare, poiché si vede più egoismo che altruismo, ma ci siamo sempre noi giovani, che crediamo in una rinascita.

Concluderei esprimendo la mia gratitudine per questi uomini, per Roosevelt in particolare adesso, ed esprimendo i migliori insulti per chi va in giro armato di forbici a voler tagliare ali.

Alessandro Casile


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