Ballata per la figlia del macellaio, Peter Manseau

Titolo: Ballata per la figlia del macellaio
Autore: Peter Manseau
Cenni sull’autore: Figlio di una monaca e di un prete che hanno abbandonato i voti – storia che narrerà nell’esilarante autobiografia Vows: the Story of a Priest, a Nun and Their Son (2005) – , ha lavorato presso il National Yiddish Book Center, dove contribuiva a restaurare antichi testi yiddish. Ha curato, insieme a Jeff Sharlet, la “Bibbia per eretici” Killing The Buddha (2004) e ha scritto un saggio sulle follie e le superstizioni legate al culto dei morti – Rag and Bone: Journey among the World’s Holy Dead (2009). Ballata per la figlia del macellaio è stato finalista al John Sargent First Novel Prize 2008 e ha vinto il National Jewish Book Award 2008, il Sophie Brody Medal for outstanding achievement in Jewish literature 2009 e l’Harold U. Ribalow Prize 2009.  Peter Manseau insegna scrittura creativa alla Georgetown University. Vive con la moglie e le due figlie a Washington, D.C.
Anno di pubblicazione: 2008
Edizione: Fazi Editore
Numero pagine: 383
Prezzo di copertina: 9.90€


Ho puntato questo libro sin dalla prima volta che l’ho visto in libreria, irretita dalla copertina su cui compare la celeberrima Promenade di Chagall, il mio pittore preferito. Come non comprare un libro che si presenti al mondo con questo quadro come abito, e cosa dire di esso?

Come recitano correttamente copertina e retro di copertina, “Ballata per la figlia del macellaio” è «una fiaba lieve e disincantata sul valore della vita e della letteratura», e soprattutto «una vicenda picaresca che attraversa tutto il Novecento». Con romanzo picaresco si intende generalmente una narrazione in prima persona in cui il protagonista racconta le proprie avventure dalla nascita all’età adulta. La sua estrazione sociale è spesso bassa, è quasi sempre privo di una famiglia alle spalle e si ritrova quindi in balia di un mondo ostile, da cui spesso verrà raggirato e con cui spesso dovrà venire a patti, anche compiendo azioni discutibili. Le mésaventures del protagonista non intaccano però la sua bontà d’animo, e infatti la narrazione si conclude di solito con un lieto fine.

L’aggettivo picaresco si adatta davvero bene a questo romanzo, in cui seguiamo il peregrinare di Itsik Malpesh, giovane poeta, dalla città natale di Kishinev a Odessa, alla giungla metropolitana di New York, alla tranquilla Baltimora. Ad ogni tappa nuovi incontri, alcuni buoni altri meno, e soprattutto ogni approdo coincide con una crescita del personaggio, con un suo arricchimento spirituale, ma fin qui nulla di nuovo: il testo di Manseau si inserisce semplicemente nella plurisecolare tradizione dei romanzi di formazione.

Ma se non è nell’impalcatura narrativa, e se Manseau non è un pioniere di qualche avanguardia stilistica – e non lo è – allora la bellezza del libro deve risiedere certamente nei contenuti, nelle tematiche trattate. “Ballata per la figlia del macellaio” è un grande racconto sull’amore di un ragazzo per una ragazza (Sasha Bimko, figlia del macellaio di Kishinev, per l’appunto) ma anche sull’ossessione che può scaturire dall’adorazione di una ragazza fatta prima di tutto di parole e carta. «Iniziai a capire che su di lei avevo dei diritti solo lì dove era sempre stata: sulle mie pagine, negli scritti dei miei sogni. Ogni giorno la baciavo appassionatamente col pennino della mia stilografica. […] Se il mio desiderio di lei fosse stato tutto ciò che avrei conosciuto, lo avrei alimentato come se fosse stato il futuro che lei e io non avremmo mai avuto».

E non solo: essendo questa ragazza la Musa del giovane Itsik, l’amore per lei è a tutti gli effetti l’amore per la Poesia stessa. Malpesh scoprirà nelle parole, nel loro potere visionario, una patria, un rifugio, un’arma, una difesa, proprio come gli aveva detto l’oste Minkosky: «Fa che la tua patria siano le parole, Itsik. Falle diventare il tuo amore. Ti giuro che, se lo farai, non sarai mai senza una casa e non sarai mai disperato. Ti alzerai ogni mattina sapendo che il mondo è tuo, non importa in quale angolo ti sveglierai».

Chiunque ami le lingue e l’architettura che le tiene insieme deve leggere questo libro. Non importa essere lettori, scrittori, o tutti e due. Basta credere fermamente che le parole, come le idee, hanno il potere di plasmare la nostra – e non solo, se siamo fortunati – visione de mondo, per estensione il mondo stesso. Se il romanzo di Manseu è la storia di Itsik, in esso incontriamo una vasta gamma di discepoli delle parole: parla di poeti e giornalisti, impegnati in una strenua ricerca di libertà dai confini loro imposti, di lettori, infine di chi ha il compito di interpretare e ritrasmettere un testo, come ad esempio i critici e i traduttori.

Ma ai discepoli di tutte le religioni si richiedono sacrifici, lacrime, compromessi, e perché questo caso dovrebbe essere diverso? Molto spesso la fede di Itsik sarà messa a dura prova, lo condurrà a delusioni e a incomprensioni da parte dei suoi cari. Malpesh soffrirà molto quando i suoi sogni di carta e le sue idealizzazioni d’inchiostro si scontreranno con il ferro e le lame della realtà («Itsik», disse Rachel, «l’immaginazione è una cosa incantevole. Ma devi vivere dove ti trovi, con le persone reali, non con le ombre»), eppure da buon poeta egli non abiurerà mai la sua religione: si limiterà a declinarla in varie maniere, ora in maniera più intransigente, ora con idolatria, ora con comprensione e apertura verso nuovi orizzonti da essa presentati.

Una volta saliti sulla giostra di questo libro – proprio come quella in piazza Chuflinskij, che tante volte Itsik nomina senza mai farci un giro – non scendiamo fino alla conclusione, che ci riporta là da dove eravamo partiti, e tutte le scene a cui assistiamo man mano che il carosello gira sono accomunate a qualche livello dal macrocosmo delle parole: esso comprende il microcosmo Dostoevskij, che Itsik scopre giovanissimo e da cui resta folgorato («I pensieri e i timori di Raskol’nikov erano i miei, come lo erano i suoi delitti. Com’è possibile vivere in modo così completo la vita di un altro? Come potevo essere un ragazzo fatto di carne e di ossa e, al tempo stesso, un uomo fatto di parole?»), i microcosmi dell’Europa e dell’America e infine l’universo della traduzione, che attraversa tutto il libro per mezzo di “note” scritte dal traduttore della storia di Malpesh, incaricato di traghettarla dall’incomprensibile yiddish al moderno inglese.

Anche questo personaggio ha un rapporto complesso la dea della lingua: traduttore non professionista, dovrà imparare a conoscere l’universo yiddish, trovare una chiave di volta che gli permetta di comprenderlo, di aprirsi un varco in esso, non diversamente da quanto Malpesh aveva dovuto fare con l’inglese, una volta sbarcato in America.

Tutto questo per dire che il merito di questo romanzo non sta nella trama, ma nell’essere un’ode alle lingue, alla Lingua, a tutte le sfaccettature che il suo caleidoscopio proietta; la sua dolcezza non sta tanto nel saperci portare da un lato all’altro del globo, ma del farci attraversare l’oceano con le mani sporche di inchiostro, intenti a custodire una cassa piena di caratteri per la stampa; la sua bellezza è la bellezza della vera poesia, che per sempre rimarrà il simbolo delle cose che è bene non dimenticare, e della letteratura più sincera, che permette agli uomini di librarsi in alto, tenendosi per mano sopra un mondo che possiamo abbracciare con lo sguardo, proprio come gli uomini di Chagall.

Chiara Sandretto 

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