The Help, Kathryn Stockett

Titolo: “The Help” –L’Aiuto
Autore: Kathryn Stockett
Cenni sull’autore: Kathryn Stockett è nata a e cresciuta a Jackson, in Mississipi. Dopo la laurea in letteratura si è trasferita a New York dove ha lavorato nell’editoria e nel marketing dei periodici. “L’aiuto” è il suo primo romanzo, accolto con grande favore di critica e pubblico.
Anno di pubblicazione: 2009
Edizione: Oscar Mondadori Contemporanea
Tradotto da: Adriana Colombo e Paola Frezza Pavese
Numero pagine: 526
Costo: 10,50€
-> Consigliato: Con il cuore, si.

 

Siamo a Montgomery, Alabama.
E’ il primo dicembre 1955, una nera qualunque sta tornando dal lavoro, sale in un autobus e si siede nell’unico posto libero. L’autobus riparte e alcune fermate dopo alcuni bianchi salgono a bordo; il conducente si avvicina alla nera qualunque e le ordina di lasciare libero il posto destinato ai bianchi e di rimanere in piedi.
La nera qualunque non lo fa.
L’autista, James Blake, ferma l’autobus e chiama la polizia.
La nera qualunque viene arrestata e incarcerata per condotta impropria e per aver violato le norme cittadine.
Quella nera qualunque era Rosa Parks, e quello sarà l’inizio della rivolta non violenta contro l’ingiustizia e la segregazione razziale che da quel momento si diffuse in tutti gli Stati Uniti del sud.
Fu la scintilla che accese la miccia.
Quella notte, l’allora sconosciuto pastore protestante Martin Luther King si riunì insieme ad alcuni leader della popolazione afroamericana residente a Montgomery per decidere le azioni da intraprendere per reagire all’accaduto.
Il giorno successivo incominciò il boicottaggio dei mezzi pubblici di Montgomery, protesta che durò per 381 giorni; dozzine di pullman rimasero fermi per mesi finché non fu rimossa la legge che legalizzava la segregazione.
Nel 1956 il caso della signora Parks arrivò alla Corte Suprema degli Stati Uniti d’America, che decretò, all’unanimità, incostituzionale la segregazione sui pullman pubblici dell’Alabama.
Da quel momento, Rosa Parks divenne un’icona del movimento per i diritti civili e quell’autobus è adesso esposto all’Henry Ford Museum.

Quando iniziamo la lettura di ‘The Help’ siamo a Jackson, Missouri ed è il 1962. Anche li, come nel resto degli stati del Sud degli USA vigevano le leggi Crow, che hanno creato e mantenuto la segregazione razziale per più di cinquant’anni; prevedevano scuole pubbliche separate, luoghi pubblici con entrate diverse per i bianchi e per i neri, differenziazione dei bagni,dei ristoranti, ospedali, supermercati… i cartelli “White Only” pendevano praticamente sulle porte di ogni attività pubblica e privata di ogni città d’America.

Aibileen ha quarant’anni passati e fa la domestica da quando ne aveva 14, anzi da quando ha memoria. E’ una delle tante afroamericane che lavorano presso famiglie di bianchi benestanti, una come tante. Trascorre la sua giornata ad allevare figli non suoi e ad accontentare i capricci di donne bianche insoddisfatte e pigre lasciandosi sottomettere alle più bieche umiliazioni. Mae Mobley è la sua diciassettesima bambina bianca che cresce, è una pallina di amore e di dolcezza ed è Aibileen a coccolarla, consolarla, dirle “Tu sei buona, tu sei dolce, tu sei bellissima” quando la madre è troppo occupata per andare dal parrucchiere, giocare a bridge,fingere che la sua vita sia perfetta.

L’estate che sta per cominciare a Jackson sembra una come tante, Skeeter torna dal college insoddisfatta e incerta riguardo al suo futuro, si riavvicina alle sue amiche di un tempo – tra cui Elizabeth, la madre di Mae Mobley- e si ritrova imprigionata in quella scatola di perbenismo e ipocrisia, dalla quale era fuggita, obbligata a rispondere a dei ‘sacri’ doveri come fare le brava mogliettina sempre con il sorriso stampato in faccia.
Lei, soffocata da una madre ansiosa e di vecchio stampo, non vuole un uomo da sposare per poi diventare come tutte le sue amiche, apparentemente felici ma profondamente insoddisfatte; non le basta questo, vuole altro, vuole di più, vuole diventare giornalista e scrittrice ed è proprio durante una delle tante partite a bridge a casa di Elizabeth che le viene un’idea, un’idea folle, pericolosa ma assolutamente perfetta.
L’idea le viene fornita Hilly, una delle tante mogliettine perfettineconicapelligonfiedilgirodiperlesoprailmaglioncino, che annuncia orgogliosa un suo brillante progetto, quello cioè di far costruire un bagno per la ‘servitù’ fuori di casa.
Skeeter sta zitta, lei che ha un vuoto enorme dentro da quando la sua domestica Constantine l’ha lasciata senza motivo e che le ha regalato i più bei ricordi della sua infanzia,non ce la fa ad accettare questa ulteriore umiliazione, ma al tempo stesso non può a voce alta, discostarsi da idee e convinzioni che per quei tempi erano orribilmente normali.
Skeeter sta zitta ma intanto dentro al suo cervello prende campo l’idea di scrivere un libro che racchiuda al suo interno le opinioni di una parte della popolazioni alla quale non è mai richiesto avere opinioni: lei vuole sapere cosa ne pensano le domestiche. Inizia cosi un’opera di convincimento per coinvolgere Aibileen e Minny, sua cara e fedele amica, a partecipare a questo progetto rischioso ma quanto mai necessario.
Affronteranno le iniziali diffidenze, l’imbarazzo nel trovarsi dalla stessa parte del divano, le difficoltà nel dover parlar male di donne amiche di Skeeter che mentre scrive il libro si rende conto sempre più della stupidità e dell’ignoranza che circonda il suo paese: cittadini che organizzano party per raccogliere fondi per i bambini africani per poi rinchiudere in garage le proprie domestiche dalle quali si fanno allevare i bambini. L’ipocrisia è imperante nella nostra società e per quanto tutto questo ci appaia ridicolo ed inconcepibile adesso, è terrificante rendersi conto di quanta disumanità e crudeltà ci siamo macchiati per ignoranza.
Skeeter lo sa, ed è per questo che tenta il tutto per tutto per portare a termine questo progetto che vuole raccontare la vita di dodici donne di colore che lavorano come domestiche, le umiliazioni che hanno subìto ma anche i gesti di amore e compassione che hanno ricevuto dalle loro datrici di lavoro: ricevere i soldi per poter pagare il college ai propri figli, sentirsi dire di essere l’unico motivo per il quale si sono alzate dal letto la mattina…

Le vite ed i racconti di queste donne si intrecceranno grazie ad uno scopo comune, quello cioè di riuscire a scrivere un libro che possa cambiare le cose, che poi ci riescano o meno non conta, l’importante è tentare, nel piccolo di far partire l’ingranaggio del cambiamento.
E’amicizia vera quella che le unirà, al di là dell’età, del colore e del mondo che le circonda.

“The Help” è un romanzo dolce come il miele, ma al tempo stesso è la dimostrazione di quanto la stupidità sia stata l’unica padrona in questo triste secolo, di quanti errori si possono commettere per paura di cambiare, di spostare vecchi confini verso orizzonti più lontani e aperti, di quanto dolore avremmo e ci saremmo risparmiati se fossimo stati più audaci.
Un libro meraviglioso che senza dubbio vi aprirà la mente, vi aprirà il cuore, vi farà sorridere e vi farà cadere qualche lacrima, di gioia, di tristezza, di commozione vera ed autentica che il coraggio di queste donne vi ispireranno.

P.S: Da questo libro ne è stato tratto un film omonimo molto apprezzato sia dalla critica che dal pubblico; si è aggiudicato ben 5 candidature ai Golden Globe 2012 con la vittoria del premio per la migliore attrice non protagonista a Octavia Spencer, che commossa e intimida ha ricevuto incredula il premio Oscar.

« Una volta, tanto tempo fa, c’erano due bambine. Una aveva la pelle nera, l’altra bianca»
Mae Mobley mi guarda, attenta.
«La piccola nera dice alla piccola bianca: “Com’è che hai la pelle cosi chiara?”. E la bianca: “Non lo so. E tu, com’è che ce l’hai cosi nera?Secondo te che vuol dire?” Ma nessuna delle due lo sapeva. Così la bianca dice: “Be’, vediamo un po’. Tu hai i capelli, e anch’io ho i capelli”.» Do a Mae Mobley una carezzina sulla testa.
« La piccola nera dice: “Io ho il naso, e tu hai il naso”. » Le stringo un po’ il nasino, e lei fa lo stesso a me.
« La piccola bianca dice: “Io ho le dita dei piedi, e tu anche ce l’hai”. » Faccio lo stesso con le sue ditine, ma lei non arriva alle mie perché ho su le scarpe bianche da lavoro.
« “Dunque siamo uguali, però di due colori diversi” dice la bambina nera. La bianca dice che ha ragione e cosi loro due diventano amiche. Fine »
La piccolina mi guarda. Oddiosantissimo, era una favola proprio penosa, se mai ce n’è stata una. Non c’era neppure una storia. Però Mae Mobley sorride e fa: « Di nuovo ».
Così la ripeto. Alla quarta volta si addormenta.
« Domani te ne racconto una un po’ più bella » le dico all’orecchio.

Michela Bocchicchio 

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