Un uomo solo, Christopher Isherwood

Titolo: Un uomo solo
Titolo originale: A single man
Autore: Christopher Isherwood
Cenni sull’autore: Isherwood nasce nel 1904 a Wybersley Hall, Inghilterra. A scuola incontra Wystan Hugh Auden, che diventa inizialmente suo amante, e poi il suo amico più caro per tutto il resto della vita. Dopo gli studi universitari, si trasferisce a Berlino, capitale della Repubblica di Weimar, attratto dalla sua fama di libertà sessuale (o omosessuale). Nel 1931 conosce E. M. Forster, che assume a suo mentore. Nel 1939, insieme a Auden, emigra negli Stati Uniti e nel ’46 ottiene la cittadinanza statunitense. Nel 1964 pubblica A single man, che ha ispirato il film omonimo diretto da Tom Ford. Muore nel 1953, dopo una vita passata a fianco del compagno pittore Don Bachardy.
Anno di pubblicazione: 1964
Edizione: Adelphi
Traduttore: Dario Villa
Numero pagine: 148
-> Consigliato: Di cuore.

“Lo specchio, più che un volto, riflette l’espressione di una difficoltà. […] Lo sguardo provato è quello di un nuotatore o di un podista stremati; eppure, di fermarsi non se ne parla. L’individuo che stiamo osservando lotterà senza tregua fino al crollo. E non per eroismo. Perché non sa immaginarsi un’alternativa.

Quand’ero verso la metà di questo libro, ho pensato che ad essere onesti lo si poteva riassumere con una frase sola, e non delle più complesse. Una frase minimale, quasi un inciso, tornata a frullarmi in mente dopo un po’ che l’avevo messa via. «Al cuore della vita c’era un vuoto, una soffitta», questo dice Virginia Woolf a proposito di Clarissa Dalloway nel suo celebre romanzo. E questo possiamo dire di George, protagonista di Un uomo solo, e anche dei piccoli pianeti che gli gravitano attorno.

Quella mattina Clarissa disse che li avrebbe presi lei i fiori. Si preparava a un’altra giornata della sua vita di donna, nelle molteplici sfaccettature di moglie, di madre e di amante, di vecchia e di fanciulla, tra ricordo e prospettive nebulose, pensando alla festa che la aspettava quella sera. La sua giornata era una tensione verso il futuro con i piedi saldamente piantati nel passato, un viaggio dalla vita verso la morte e dalla morte verso la vita, uno scontro sulle rotaie del mondo con tanti altri treni quante sono le individualità altrui, un riappropriarsi di sé nell’incontrare il brivido del disfacimento.
Ma questa mattina è diverso. Questa mattina guardiamo la faccia nello specchio e la faccia nello specchio è quella di George, professore cinquantottenne, britannico emigrato nell’impero delle stelle e strisce, che vive tutto solo in una casa piccina. Può capitare di vivere in una casa piccina e una mattina, svegliandosi, scoprire quanto sia enorme e vuota, quanto sia enorme e vuota solo perché nessuno siede al tavolo della colazione, nessuno ti urta il gomito mentre fai la barba, nessuno ti taglia la strada su per le scale. “L’ingresso della cucina è troppo stretto. Due persone di fretta, con i piatti in mano, sono perennemente destinate a scontrarsi. Ed è lì che quasi tutte le mattine, giunto in fondo alla scala, George prova la sensazione di trovarsi all’improvviso su un litorale scosceso, frastagliato, brutalmente interrotto – come se il sentiero fosse scomparso sotto una frana. È lì che si arresta di colpo, turbato dalla novità e, come la prima volta, capisce che Jim è morto. È morto.
Jim era l’altra metà del tavolo e l’altra metà del divano, l’altra metà del letto e l’altro sedile dell’auto. Era la voce che ti suggeriva la parola quando non riuscivi a finire un cruciverba. Jim non era il sostituto di niente, non era una perversione, non era una deviazione, la minaccia dell’omosessualità che grava sull’animo perbenista dell’America Anni Sessanta. Jim era l’uomo che avevi scelto per passarci la vita e lui aveva scelto di passarla con te. Ora che l’hai perduto il mondo è troppo grande e tu sei troppo vecchio e bisogna sforzarsi di trovare qualcosa per cui valga la pena di alzarsi e fare la barba e svuotare la vescica e indossare il costume da George, quello con cui tutti ti conoscono.

È bello entrare in punta di piedi nella vita di George, stare ad osservarlo dalla porta del bagno, mentre seduto sul water osserva i vicini giù in strada, le loro faccette contrite e ipocrite, i loro bisbigli, le giustificazioni con cui dispensano se stessi dall’invitarlo a cena, i gesti del polso con cui liquidano il pericolo di un contagio.
È bello seguirlo in auto, sedere al suo fianco mentre si destreggia sulle rampe autostradali, il suo sguardo che si appunta così duro sul grattacielo che stanno costruendo sulla baia, una parete d’acciaio e cemento armato che taglia fuori il panorama.
È bello accompagnarlo in classe e appuntare l’occhio sui suoi ragazzi, alcuni molti promettenti, altri molto sbadiglianti, futuri poeti o pittori o spacciatori. È bello seguire la partita di tennis, vedere il sudore che cola lungo le tempie di due giovani aitanti, godere della loro bellezza e sentirsi potenti. È bello persino sedere in mensa, dove gente mediocre abbozza considerazioni mediocri sul disgustoso consumismo americano.
E di qui all’ospedale, stringere la mano alla malattia e alla morte.
In palestra, col corpo che pulsa e si compiace di sé.
Al supermercato, dove c’è troppa roba da mangiare e nessuno con cui mangiarla.
Da Charley, cara vecchia Charley, amica di vecchia data, anche lei una sopravissuta, una veterana di troppe perdite e troppi drink troppo alcolici, una nostalgica inguaribile, un’adorabile lunatica.
Al vecchio bar sulla spiaggia, dove alla fine della guerra ci si abbordava con uno sguardo e dove invece adesso tengono un grosso e ipnotizzante televisore.
Al tavolo nell’angolo, dove Kenny siede solo: è lo studente a cui sei più affezionato, così giovane, fresco, bello di una bellezza risparmiata dagli sfregi dell’esperienza, dalla stupidità della vecchia.
Tra le onde dell’oceano, così grosse che in un attimo potrebbero accalappiarti e porre fine a tutto.
A casa, di nuovo in cucina, dove Kenny ora è lì con te e ti chiede cose della vita a cui non sai bene come rispondere, perché non c’è risposta valida alle domande della vita se non vivere giorno per giorno, con coraggio e orgoglio, sprezzanti dell’odio altrui, cercando di riemergere sotto il peso del proprio livore e anche del proprio amore, come fieri guerrieri romani, veterani mai troppo acciaccati per un’altra battaglia.

Un uomo solo” è un romanzo che sa dare tanto parlando poco, un romanzo che non ha paura della rabbia, non ha paura delle etichette e del politicamente scorretto, un romanzo che non si censura perché censurarsi equivarrebbe a mentire. Un romanzo per questo sfacciatamente umano, che sa mettere piccole garze su piccole ferite e insegnare come si frena la commiserazione.
«Al cuore della vita c’era un vuoto, una soffitta». Si può sopravvivere e persino vivere bene con una soffitta nel cuore. L’importante è che resti un buchino, l’importante è che sappiamo confinarla. Perché se non riusciamo ad arginare la soffitta, quella finirà per ingabbiarci, ed è qui che sta la tragedia, è qui che comincia la discesa, quando non sappiamo più vedere che la soffitta ce l’hanno anche gli altri.

 

Chiara Pagliochini 

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