Cent’anni di solitudine, Gabriel Garcia Màrquez

Titolo: Cent’anni di solitudine
Titolo originale: Cien años de soledad
Autore: Gabriel Garcia Màrquez
Cenni sull’autore: Gabriel García Márquez nasce il 6 marzo del 1928 ad Aracataca, un piccolo villaggio della Colombia. Nel 1947 inizia i suoi studi di giurisprudenza all’Università di Bogotà e nello stesso anno pubblica il suo primo racconto “La tercera resignacion” sul giornale El Espectator. Nel 1948 si trasferisce a Cartagena in seguito alla chiusura dell’Università Nazionale e comincia il suo lavoro come giornalista al El Universal. Collabora con diversi altri giornali e riviste americane e europee. Nel frattempo si lega ad un gruppo di giovani scrittori e insieme leggono avidamente i romanzi di Kafka,  Faulkner, Virginia Woolf. Nel 1954 torna nuovamente a Bogotà come giornalista de El Espectador e pubblica il racconto “Foglie morte”. Nel 1956 trascorre alcuni mesi a Roma, dove segue dei corsi di regia, in seguito si trasferisce a Parigi. Nel 1958 sposa Mercedes Barcha e, dopo la vittoria di Fidel Castro, visita Cuba e lavora (prima a Bogotà, poi a New York) per l’agenzia “Prensa latina”, fondata dallo stesso Castro. A Città del Messico, nel 1962, scrive il suo primo libro “I funerali della Mama Grande” che contiene anche “Nessuno scrive al colonnello”, lavori con i quali si comincia a delineare il fantastico mondo di Macondo. Nel 1967 pubblica “Cent’anni di solitudine”, che ebbe subito un grande supporto da parte della critica e che consacrò Marquez come uno dei più grandi scrittori del nostro secolo. Marquez scrisse così anche “L’autunno del patriarca”, “Cronaca di una morte annunciata”, “L’amore ai tempi del colera”, fino al Premio Nobel nel 1982.
Anno di pubblicazione: 1967
Edizione: Oscar Mondadori
Tradotto da: Enrico Cicogna
Numero pagine: 405
Costo: 10€
-> Consigliato:  Sì (lo confermano intere generazioni di lettori di tutto il mondo, non sono sola)


Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendia si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio.

Inizia così, e finisce anche meglio, il capolavoro del premio Nobel Màrquez il cui titolo risveglia in tutti i lettori, senza distinzione, vecchi appassionati ricordi, vecchie amare delusioni, curiosità o semplicemente una connessione tra titolo ed autore che è una delle connessioni più famose di sempre da quando, nel 1967, il genio scrittore decise di dare alle stampe questo libro. Ma di libro non c’è granché, Cent’anni di solitudine è un oggetto che ha addosso l’argento vivo, che non sta un attimo fermo, che vive e gode di vita e pensieri propri. Nessuno dovrebbe illudersi di aver letto Cent’anni di solitudine, o Cien años de soledad per chiamarlo con il suo vero nome, perché in realtà è lui a leggere il lettore. Lo squarcia, gli fruga dentro e tira fuori qualcosa che sino allora aveva nascosto per colpirlo e trascinarlo a Macondo.
Macondo, la storica patria dei personaggi centenari di Màrquez, si è popolata così: con sotterfugi letterari, trame nascoste, parole lusinghiere, e attraverso tutti questi artifici ci si ritrova impantanati nelle sabbie mobili marqueziane senza capacità di uscirne, ma, sopratutto, senza volontà. Ma proprio mentre sei lì, a sguazzare nelle sabbie mobili, i cent’anni trascorrono e tutto ripiomba nella solitudine che, maga beffarda, se lascia in pace anche per un solo giorno l’uomo Buendìa, ma anche l’uomo-umanità, sicuramente gli farà scontare quel giorno di compagnia con altri mille di solitudine interiore, esteriore e avvolgente. E’ la storia dell’uomo, quella della solitudine; ognuno è coinvolto nelle proprie battaglie, nei propri interessi, nelle proprie passioni e nei propri conti ancora aperti col passato e si finisce così per passare sulla terra senza mai conoscere veramente chi ci sta intorno. Una storia che Màrquez ha rappresentato in un paesaggio esotico, nascosto, irragiungibile, dove fa troppo caldo, dove piove troppo e in cui la maledizione della stirpe Buendìa si esaurisce efficace e fino in fondo, ma senza fretta, si prende i suoi cent’anni, lascia che avvengano tutti i fatti che devono accadere sin quanto poi, guardinga, sa che è arrivato il momento più adatto e allora si avvinghia alla vittima e, puntuale, la porta con sé. Ciò che è straordinario, oppure forse, fin troppo ordinario, è che prima che la maledizione si compia, come si compie su ogni uomo, i personaggi di Màrquez fanno ciò che è congenito alla nostra specie, eppure riesce così difficile: vivono.
Si fanno la guerra, amano, tradiscono, creano degli universi paralleli nei quali rifugiarsi con la propria immaginazione, si lasciano tradire dalla superstizione, creano falsi miti, danno alla luce figli, si occupano di invenzioni, di magia, ma anche di impiccagioni, insomma, esplorano qualsiasi angolo della vita senza lasciarsi niente dietro e solo in fondo a tutto questo bailamme, muoiono.
Ad essere soli in tutto questo percorso non sono solo gli uomini Buendìa, lo sono anche le donne che anzi, partorendo e gestendo la casa, come Parche solitarie, tessono le fila di una generazione che tende a ripetersi, in un girotondo di nomi sempre uguali in memoria di chi ha precedentemente dato e perduto, in un girotondo di azioni che son sempre le stesse, perché la natura umana è atta a sbagliare una volta e, accortasi del gusto dell’errore, ama ripeterlo. Ursula, Amaranta, Amaranta Ursula sono donne tenaci, vive, forti, longeve in quasi tutti i casi, capaci di creare uomini che per quanto le rifuggano, si fanno poi sempre attrarre dal potere femminino e tornano sempre al ventre che li ha tenuti al buio per poi lanciarli verso l’ignota luce della vita.
C’è in tutti questi avvenimenti quel sapore gustoso, forte, che prima ancora di essere sapore si fa odore penetrante nelle narici, di latinoamericano, di cose antiche come lo è la storia del mondo, o che addirittura la precedono in un recondito e misterioso passato taciuto e misconosciuto, al quale l’uomo torna dopo aver scontato la sua pena di solitudine.
C’è in tutti questi avvenimenti quel realismo magico che Màrquez ha saputo applicare talmente bene al suo teatrino che sembra quasi normale che una giovane di bellezza ultraumana si sollevi in cielo per non apparire o mai più, che un intero paese cada nella malattia dell’insonnia e si risvegli solo grazie alle mirabolanti prodezze di uno zingaro. La commistione tra magico e reale avviene in modo così naturale da sembrare di essere caduti sotto un qualche incantesimo e di essere per una volta riusciti a sfondare la porta della normalità per approdare nel paranormale e trovarlo comunque del tutto ordinario; la commistione tra nuovo e antico si realizza nel confronto tra generazioni, tra popolazioni che si guardano in cagnesco, talvolta, e si tendono la mano stupendosi, talaltra. E’ così Macondo, piena e forte delle sue contraddizioni, un posto magico, irreale, che prende vita solo come una pianta carnivora, per acchiappare le sue prede e non rilasciarle più tenendo sempre vivo nel ricordo del lettore il cinguettio degli uccelli sincronizzati e la perfetta distribuzione delle terre ad opera del suo fondatore.
Sono così i Buendìa, invincibilmente soli, invincibilmente incompresi e incapaci di comprendere, bambini quando si tratta di scoprire una magia nuova, di tradurre delle pergamene, terribilmente spietati nel gioco lugubre della guerra, quasi sempre guidati dall’amore, e sconfitti dall’incapacità di viverlo, dall’incapacità di uscire dalla propria persona per andare incontro ad un’altra.
Ed è così che, come scritto nelle pergamene, la solitudine di due si fa solitudine di uno che ormai non ha più niente da sperare, e nella morte di quell’uno incapace di portarsi avanti, di unirsi, si nutre e si espande l’estinzione di una generazione che non ha saputo tenersi viva per inseguire chimere. Che non ha potuto rimanere viva perché  le stirpi condannate a cent’anni di solitudine non avevano una seconda opportunità sulla terra.

Luana Cau

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