La lingua perduta delle gru | David Leavitt

Titolo: La lingua perduta delle gru
Titolo originale: The Lost Language of Cranes
Autore: David Leavitt
Cenni sull’autore: Nato nel 1961, ha studiato a Yale per poi trasferirsi a New York, dove vive con il suo compagno. Ha debuttato a soli 24 anni con la raccolta di racconti Ballo di famiglia, e attualmente insegna lettere all’Università della Florida. Ha vissuto a lungo in Italia, che spesso fa da sfondo a parte dei suoi racconti e romanzi.
Traduzione: Delfina Vezzoli
Anno di pubblicazione: 1986
Edizione: Oscar Mondadori
Pagine: 327
Costo: 10 €
-> Consigliato: Sì, se interessa l’argomento

“Ciascuno, a modo suo, trova ciò che deve amare, e lo ama; la finestra diventa uno specchio; qualunque sia la cosa che amiamo, è quello che noi siamo.”

Partiamo dal titolo, che a prima vista sembra non quadrare molto con l’argomento trattato. Questo libro parla di omosessualità, e allora cosa c’entrano le gru e il loro linguaggio? Leavitt lascia volutamente che il lettore capisca da sé la connessione, inserendo a metà libro l’episodio di un bambino molto piccolo che, trascurato dalla madre, inizia a imitare le gru di un cantiere che vede dalla finestra, e per tutta la vita amerà solo quelle: le gru diventano l’oggetto di un amore strano, inconcepibile per gran parte della gente.

E forse è così che molti vedono ancora l’omosessualità: il romanzo è ambientato nella New York degli anni Ottanta, quando la paura dell’AIDS era all’apice, la tematica era ancora un tabù e faceva paura, molto più di oggi.

Rose e Owen sono una coppia di mezza età la cui unica preoccupazione, inizialmente, sembra essere l’appartamento che non possono permettersi di acquistare. La loro vita verrà sconvolta nel momento in cui il figlio Philip, già adulto, dichiarerà la propria omosessualità. Ma le vite di Rose e di Owen non erano poi così perfette neanche prima: lei l’ha tradito ripetutamente, lui non è mai riuscito a venire a patti con il fatto di essere gay, e frequenta cinema per soli uomini per sfogare i propri istinti. Tuttavia, non si tratta di un romanzaccio scandalistico o pornografico: tutti i personaggi soffrono moltissimo per la loro condizione e si trovano ad affrontare scelte e discussioni che li mandano in una crisi profonda, personale, drammatica.

È un libro che scandaglia le pieghe più nascoste dell’animo umano e del dialogo tra familiari, tra amanti, tra amici. Ognuno dei personaggi principali ha un atteggiamento diverso riguardo al parlare di sé con gli altri: Philip è onesto e ingenuo e pensa che l’unico modo per vivere sereni sia parlare chiaro, sua madre Rose, al contrario, ben sapendo che quando una cosa viene detta non si può più tornare indietro, preferisce non sapere e non raccontare, rinchiudersi nel silenzio, nel non detto, come una sorta di protezione da ciò che non vuole affrontare. Owen, il marito di Rose, quasi esplode dalla voglia di confessare quella che percepisce come una colpa, ma non ne ha il coraggio. Le parole sono centrali in questo libro, e hanno una potenza devastante: dire o non dire una certa cosa può davvero stravolgere la nostra vita e quella degli altri. Ma anche la paura di rivelarsi può condizionarci al punto da renderci insopportabili a noi stessi, rinchiusi in una gabbia dalla quale non riusciamo a uscire. Quando Philip parla ai genitori della propria omosessualità, la reazione di Rose è la rabbia, quella di Owen le lacrime: sa che quello è un punto di non ritorno, che non potrà nascondersi ancora a lungo, e allo stesso tempo è felice che suo figlio sia così coraggioso e che sia nato in un’epoca che gli permette di assecondare il suo orientamento sessuale invece di imbrigliarlo in un matrimonio infelice.

L’amore è vissuto da tutti i personaggi come una pulsione ineludibile, che influenza tutto il resto, sia esso vissuto come una malattia, da parte di Owen, o con naturalezza, come nel caso di Philip, il povero Philip che soffre perché la madre si allontana da lui dopo la sua rivelazione, come se scaricasse su di lui il peso di un’intera vita vissuta nella finzione.

È un libro duro, spigoloso, che fa male ma ci regala un bello scorcio su un mondo che osserviamo spesso solo dall’esterno, magari anche con una certa aria di saccenteria. Non è certo un romanzo di avventure, non succede granché: il viaggio è tutto interiore. Perché ognuno deve riuscire a capire che cosa ama: anche se il percorso è lungo e doloroso, noi siamo ciò che amiamo, non possiamo fare altro che accettarlo, e accettarci.

Thais Siciliano

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