Archivi del mese: aprile 2012

Libere Sempre – Una ragazza della Resistenza a una ragazza di oggi | Marisa Ombra

Titolo: Libere Sempre – Una ragazza della Resistenza a una ragazza di oggi
Autrice: Marisa Ombra
Cenni sull’autrice: è nata ad Asti il 30 Aprile 1925. Staffetta partigiana attiva nei Gruppi di difesa della donna clandestini, è stata dirigente dell’Unione donne italiane e presidente della cooperativa Libera Stampa, editrice del settimanale “Noi donne”. Nel 2006 è stata nominata Grande Ufficiale della Repubblica. E’ vicepresidente nazionale dell’Anpi.
Anno di pubblicazione: 2012
Edizione: Einaudi Stile Libero Extra
Numero pagine: 83
Costo: 10 €
Consigliato: Senza alcun dubbio, sì!

“L’inganno sta nella frase: <<Il corpo è mio e lo gestisco io>>, alla quale da un certo momento in poi è stato attribuito un significato che è l’esatto contrario di ciò che aveva in mente la generazione che lo aveva dichiarato per la prima volta. L’esatto contrario perché il corpo, se esiste solo per essere desiderato e comprato , finisce per esistere in funzione dell’altro. Non è più mio ma di chi ne gode”.
Questa frase, questo piccolo ma grande, enorme pensiero è il riassunto di ciò che vado dicendo da anni a questa parte a persone che sembrano non vogliano capire il succo della faccenda.
Non sono un’estremista; eppure ultimamente, ho constatato che, per far comprendere agli altri la tua posizione riguardo un determinato argomento, devi essere quanto più chiaro possibile e, spesso, occorre estremizzare un po’ la convinzione stessa.
Marisa Ombra è una grande. Ho letto queste 83 pagine assaporando ogni parola, immaginando che lei fosse mia nonna, o un’altra parente, e che stesse per raccontarmi una storia particolare. Quella della sua vita da giovane e della differenza sostanziale fra la mia generazione e la sua. Ecco, lei alla mia età faceva parte della Resistenza. Io frequento l’università,  ho una vita fatta di amici e parenti, piccole gioie quotidiane, grandi e piccoli problemi della mia età ma, tutto sommato, ho una vita tranquilla.
Lei era una partigiana. E questo già mi ha fatto riflettere a lungo.
Se dico che è una grande, è perché, in queste 83 pagine, ho trovato scritto finalmente dei pensieri che andavo rimurginando da un po’, senza però trovare dei riscontri diretti.

Lei parla della figura della donna. “Libere Sempre“, mi sembra un gran bel titolo per un tema del genere. Donne sottomesse all’uomo da tempi immemori, si ritrovano, dopo la guerra, a rivendicare una serie di diritti che prima non potevano nemmeno lontanamente immaginare. E conquistano questi diritti con fatica, con determinazione e coraggio. E poi, ad un certo punto, un tipo di cultura diversa prende sempre più piede e le donne si ritrovano ad essere nuovamente ed esclusivamente oggetto di desiderio sessuale da parte degli uomini o, in altri casi, esseri senza un cervello pensante relegate nel mondo dello spettacolo.
Ovviamente, non c’è niente di male aspirare ad entrare in determinati ambienti. Il vero problema sta nel modo in cui ci si pone, rispetto ad alcuni contesti. Mi viene sempre una tristezza immensa dover constatare che, ad oggi, ci sono ancora donne che, pur di essere apprezzate, approvate e desiderate dalla società, si piegano a dinamiche ancora così legate a pensieri e logiche di una cultura maschilista.

Faccio un esempio. Qualcuno può gentilmente spiegarmi perché, nel seguire i Gran Premi della Formula 1, sono costretta a guardare una scena del tipo: pilota seduto nella vettura, ragazza accanto seminuda e sorridente, anche se sta morendo di caldo/freddo, che gli regge l’ombrello per non farli prendere il sole/la pioggia in testa? Ma perché non se lo può reggere da solo? Oppure, perché non può reggerglielo un altro uomo? Magari un aiutante? Ecco, perché probabilmente quelle ragazze vengono pagate per farlo e da un certo punto di vista va bene così, lavorano, portano a casa soldi, si mantengono. Ma perché allora c’è una donna a far questo compito? Perché probabilmente pensano  che siano solo gli uomini a seguire il Gran Premio (altra concezione e pensiero vecchio stampo), così una bella ragazza, pressoché nuda è di piacere all’uomo che sta davanti la TV. Ma la figura della donna, in generale, dove va a finire? La Donna viene così mentalmente associata ad un lavoro in funzione dell’uomo.
Ovviamente questo è un esempio; si potrebbero trovare altri milioni di esempi da fare, la TV di oggi ne è (purtroppo) piena.

Ecco, Marisa Ombra mi ha fatto riflettere, e devo ringraziarla. Ha messo su carta pensieri giusti, pensieri che tutti/e dovrebbero leggere, pensieri che io, se ne avrò la possibilità, vorrò dire a una mia nipote che si affaccia alla vita.

Lo consiglio, veramente.

Chiara Coppola

Le braci | Sándor Márai

Titolo: Le braci
Titolo originale: A gyertyák csonkig égnek
Autore: Sándor Márai
Cenni sull’autore: Fu uno scrittore, poeta e giornalista ungherese. Nato nell’odierna Kosice (1900), in Slovacchia (allora parte dell’Impero austro-ungarico), divenne collaboratore della «Frankfurter Zeitung». Nel 1928 si trasferì a Budapest dove, nel corso del ventennio successivo, pubblicò numerosi romanzi in lingua ungherese (I ribelli, 1930; Le confessioni di un borghese, 1934; Divorzio a Buda, 1935; L’eredità di Eszter, 1939; La recita di Bolzano, 1940; Le braci, 1942) che si soffermano, con prosa musicale, a indagare le pieghe più intime di personaggi che incarnano il malinconico disfacimento della mitteleuropa. Benché premiate dal successo, le sue opere vennero bollate come «realismo borghese» dall’intellighenzia del nuovo regime comunista: nel ’48 Márai fu costretto a lasciare l’Ungheria per stabilirsi – dopo brevi soggiorni in Svizzera e in Italia – negli Stati Uniti. D’indole schiva e solitaria, continuò a scrivere nella sua lingua madre circondato dall’indifferenza, sempre più emarginato.
Una serie di drammi condusse lo scrittore sulla via dell’isolamento. La morte per cancro della moglie e il successivo decesso del figlio segnarono la caduta in un profondo stato di depressione. Màrai si tolse la vita con un colpo di rivoltella, le sue ceneri furono disperse nel Pacifico. La sua produzione, a lungo ignorata o negletta, a partire dalla prima metà degli anni ’90 ha conosciuto uno straordinario successo, prima in Francia e poi nel resto dell’Europa.
Anno di pubblicazione: 1942
Edizione: Adelphi
Traduttore: Marinella D’Alessandro
Numero pagine: 181
Costo: 10,00 €
Consigliato: Vivamente a chi abbia pazienza e voglia di ascoltare le parole scritte;

Non credi anche tu che il significato della vita sia semplicemente la passione che un giorno invade il nostro cuore, la nostra anima e il nostro corpo e che, qualunque cosa accada, continua a bruciare in eterno, fino alla morte?

C’è un aspetto dell’inverno a casa mia molto affascinante. Noi quattro, i miei genitori, io e mia sorella, ci raccogliamo intorno al camino mentre, nella luce accesa del fuoco, attendiamo che il giorno vada a spegnersi del tutto per consegnarci alla benevolenza della notte che concede il sonno. Quando ormai gli altri tre membri si ritirano a letto, io, che soffro spesso e volentieri d’insonnia, rimango a vedere il fuoco che si spegne e rimango a rovistare tra le braci con il mantice, e rovisto un po’ anche tra i miei pensieri affascinata dal mistero dello spegnimento lento tra mozziconi ancora arancioni risucchiati sempre più lentamente dal legno che si fa cenere.
Ed in questo silenzio interrotto da scoppiettio mi ritrovo spesso a confabulare con la mia mente di ventenne pensierosa che parla tutto il giorno e pensa tutta la notte, una volta sola. Ora, è un quadretto abbastanza solito, molti come me subiscono la fascinazione del fuoco nel camino che d’inverno rappresenta un rifugio, ma non mi sarei mai aspettata che settant’anni fa qualcuno avesse scritto un libro sul tema.

Ma Sándor Márai non era prevedibile, era un uomo inquieto, irrequieto, politicamente spossato, padre deluso, vedovo, e quando ha parlato delle braci di cui così infantilmente ho parlato io ha deciso di ambiare il racconto in estate. Pensateci, un libro che si intitola Le braci è ambientato in estate. Perché le braci, come le passioni umane, covano in gran segreto sempre tutto l’anno e nascondono sotto un fuoco ormai spento segreti inestimabili di freddi venuti, passati e pronti a tornare, magari addirittura 41 anni e 43 giorni dopo, come Konrad, amico di sempre di Henrik che un giorno si è dissolto in aria per andare a vivere nei Tropici trascinando con sé risposte che hanno maledetto Henrik che per tutta la vita le ha rincorse senza riuscire ad acchiapparle. E dunque, quando nel bel mezzo dell’estate, torna l’uomo che cela il tuo segreto, tutto si fa freddo e allora si riaccende il camino, il fuoco, addirittura scoppia un incendio che dissotterra le parole ancora non dette e i segreti ancora da svelare.
Un fuoco che come le passioni umane si innalza e giganteggia prima di spegnersi per sempre e diventare cenere.
Il nostro autore ungherese non si è però lasciato scappare quel momento di mezzo, quel momento in cui il fuoco non è più fuoco, ma non è nemmeno non fuoco, perché rimangono ancora le  braci come a voler ricordare che c’è ancora qualcosa di acceso, qualcosa che dev’essere spento, ma non subito, non troppo presto.

Ed è di fronte a questo fuoco non fuoco che i due personaggi intessono un discorso fatto di valanghe di parole da parte di uno e di pochi cenni di assenso da parte dell’altro, decidono di riesumare dalle ceneri ciò che ormai è morto per svelare le parti di un segreto che per quarant’anni ha nuociuto come un cancro invasivo lentamente padrone di pensieri, atti, desideri di vendetta. Sapere la verità, una vendetta inaudibile, una vendetta quasi innocua di fronte alle vendette solite di spade, fucili, tradimenti, spargimenti di sangue, ma se ben ci si riflette forse più infida, perché è una vendetta che pretende dall’altro di parlare, di riesumare, di riaprire ferite mai cucite, ma forse ormai nemmeno più tanto aperte. Ed è intorno a questo desco che si sviluppa la storia del segreto che smette di essere segreto per farsi accusa durante il processo che Henrik impone a Konradin. Un processo informale, fatto di accuse ormai non presentabili di fronte ad un giudice vero, ma mirate a colpire il giudice più spietato che esista, la coscienza; un processo in cui esiste solo l’accusa, perché la difesa si è ormai mostrata colpevole, consumata dalle passioni ha già portato a termine il delitto dal quale non può e non vuole difendersi in nome dell’ego dell’animo umano.

Sto scrivendo come se avessi settant’anni anche io, ma non è colpa mia, è colpa di Márai che con questo stile angoscioso, enigmatico ed elegante ti entra dentro e ti instilla un segreto e ti pone domande che lascia senza risposte in un finale aperto a domande che, in fondo, di risposte, come altre cose della vita, non ne meritano.

Ho una sola altra cosa da dire riguardo Le braci: questo libro mi ha incantata.

Luana Cau 


I bellissimi pensieri di un caro amico poeta

DEMIAN

C’è un silenzio in cui sei attivo con le mani e con i piedi, e il corpo è in allenamento costante. Ci si muove tanto che è difficile ordinare i propri pensieri. Un tempo in cui ogni sera si arriva stanchi ed è arduo trovare risposte a una vita fatta di dubbi e domande. Il corpo assimila, assorbe, digerisce, espelle. Il sole, il vento, la pioggia, le parole. Il cibo, l’acqua, qualche pillola, il dolore. Tutto sulla pelle, tutto sotto pelle. Dentro le vene scorre il sangue contaminato dal mondo circostante. Dentro al cervello viaggiano impulsi elettrici, stimoli disordinati, pronti a essere archiviati. Il cuore batte perché così deve. Va a ritmo regolare. Batte di emozioni un po’ spente dalla spossatezza, da quel continuo fare. A notte fonda ci si ritrova a letto, morti e insonni, con le mosche in testa. Si pensa alle fatiche del domani, sperando in un…

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Medea. Voci. | Christa Wolf

Titolo: Medea. Voci.
Autore: Christa Wolf
Cenni sull’autore:  Nata nell’attuale Polonia, trascorse l’infanzia sotto il nazismo ma alla fine della seconda guerra mondiale si ritrovò insieme alla sua famiglia, protestante e di origini modeste, nella Germania dell’Est. Laureata in germanistica all’università di Jena negli anni ’50 sposò lo scrittore  Gerhard Wolf e nel ’62 iniziò a lavorare come critica letteraria presso la rivista dell’unione degli scrittori della Ddr. Raggiunse la notorietà l’anno successivo con il romanzo Il cielo diviso, in cui narrava l’amore al di qua e al di là del Muro. Quegli anni, spiegò poi, furono i più duri perché coincisero con la presa di coscienza che la Ddr non era un’alternativa al nazionalsocialismo, non era ciò che lei e i suoi amici avevano sperato. Divenne sospetta al regime, spiata e intercettata. A pochi mesi dalla fine del comunismo pubblicò un breve testo, Che cosa resta,  che parlava di una scrittrice famosa, sorvegliata dalla Stasi. Le si ritorse contro: accusata di opportunismo, si disse che voleva presentare se stessa come vittima denunciando tardivamente il regime. Divenne persona non gradita. Anche perché, solo dopo la caduta del Muro, lasciò la Germania per gli Stati Uniti, accettando una borsa di studio di nove mesi della fondazione Getty a Los Angeles. Per i suoi detrattori era una fuga, dettata dalla scoperta di un dossier in cui si accertava la sua collaborazione con la polizia segreta tra il 1959 e il 1962.[continua a leggere]
Traduzione: Anita Raja
Edizione: E/O
Pagine: 196
Costo: € 10.00
Consigliato: Sì.

 

Medea è una delle figure femminili più famose di tutti i tempi. La sua storia è stata raccontata da molte fonti, ma certamente il nome che oggi è più facile veder associato al suo è quello di Euripide. “La Medea di Euripide”, si dice. La sua trasposizione tragica ha infatti di un’enorme fama che ha trasportato la strega della Colchide dalla Grecia a Roma e ancora fino a noi, e come spesso accade in queste occasioni, la sua versione è diventata la versione. Medea è un’infanticida, una carnefice che nel nome dell’amore di Giasone ha ucciso. Nella sua tragedia Euripide mette in scena la donna nel suo lato più oscuro, una femmina-maga la cui perfidia si mostra senza riserbo nel momento in cui il suo orgoglio e i suoi sentimenti vengono feriti.

Ma Christa Wolf, indagando e ripercorrendo la storia del mito di Medea fino alle origini, lo ha riportato alla luce nella sua veste pre-euripidea: «Una donna proveniente da una cultura matriarcale non avrebbe mai ucciso i suoi figli» dice la Wolf. «[…] Fu un momento straordinario».

Così Medea non ha più le mani macchiate di sangue. Non è responsabile né della morte del fratello, né di Glauce, né dei figli. È spettatrice, suo malgrado, della bestialità altrui e dell’ignoranza superstiziosa dei Corinzi – che simboleggiano la civiltà, contrapposti alla Colchide, qualcosa di simile a uno stato di natura – che la ritengono causa delle loro sventure nonostante lei si sia sempre impegnata a curarli, offrire loro i suoi consigli e i suoi medicamenti. Non riuscirà mai a integrarsi a Corinto, rimarrà sempre un corpo estraneo nel ventre di questa città malata, e per spiegarlo basta l’immagine della sua “casetta d’argilla”, che sta “incollata di spalle alle mura del palazzo come un nido d’uccello”.  Il fulcro di Corinto l’ha rigettata, senza tuttavia espellerla. E così lei vivrà, senza mai capitolare, fiera e ardente nella sua vitalità primitiva e apparentemente inestinguibile.

Questo è il fulcro della narrazione a più voci della Wolf, in cui la figura di Medea è raccontata in ogni capitolo da un personaggio diverso: il tema dell’estraneità. Medea osserva il mondo occidentale senza comprenderlo, proprio lei che da sempre ha avuto una sorta di potere, la “seconda vista”, che le permette di cogliere la verità delle cose e di capire le persone come una specie di primitiva empatia. Guarda Corinto e cosa vede? Una città in cui le monete correnti sono la gloria, la fama, la brama di potere – non capisce come si possa vivere in un simile mondo, ella stessa ci sta stretta, vi sgomita, vorrebbe andarsene ma non può per tante ragioni.

Stranieri a Corinto non sono però solo Medea e i Colchi, ma anche gli stessi corinzi, prigionieri inconsapevoli della loro città, pronti a scagliarsi contro l’Intrusa perché così dice loro il sovrano, che non vede l’ora di liberarsi di quella spina nel fianco. A nessuno importa che non ci siano prove della sua colpevolezza, basta presentarla come causa delle sventure di Corinto: la siccità, la carestia, il terremoto e infine la peste. “Imparai che non c’è menzogna troppo grossa a cui la gente non creda, se essa viene incontro al suo segreto desiderio di crederci”. I rapporti sono basati sulla sfiducia, sul tentativo di prevaricazione, e Giasone non fa eccezione. Se è stato un eroe al tempo degli Argonauti ora non lo è più, esattamente come la nave che ha trasportato il vello d’oro ora giace arenata, abbandonata dalla gloria.

Chi possiede il dono di elevarsi sopra le cose, di vederle nella loro vera luce, è destinato a essere preso di mira, perché, come si legge, gli uomini hanno sempre bisogno di un capo espiatorio, perché un solo bersaglio è più facile da abbattere. Così riflette Medea: “Su questo disco che chiamiamo terra non esistono più, mio caro fratello, altro che vincitori e vittime”. E ancora, alla fine: “Che cosa mi resta? […] E’ pensabile un mondo, un tempo, in cui io possa stare bene?Qui non c’è nessuno a cui lo possa chiedere. E questa è la risposta”.

La scrittura di Wolf è unica nel suo genere – toccante, impetuosa, a volte sembra inarcarsi come la pelle sotto un brivido, e se a volte ci si perde è più che perdonabile – ed è riuscita a mio parere a riportare in superficie una versione del mito pressoché sconosciuta, una donna dalla dignità immensa messa in ombra da una maga. Ciò non toglie naturalmente bellezza alla versione euripidea, straordinaria nel suo potere di scendere in fondo al cuore umano, là dove i sentimenti sono ancora indifferenziati, mescolati l’uno nell’altro.

Io non ho ancora fatto la mia scelta. Bisogna proprio farla? Forse, a distanza di secoli, queste due Medee possono coesistere. Quale sia più vera, quale più autentica, a voi decidere.

Chiara Sandretto 


Poesie (1923-1976) | Jorge Luis Borges

Titolo: Poesie (1923-1976)
Autore: Jorge Luis Borges
Cenni sull’autore:  Jorge Francisco Isidoro Luis Borges Acevedo, noto come Jorge Luis Borges (Buenos Aires, 24 agosto 1899 – Ginevra, 14 giugno 1986) è ritenuto uno dei più importanti e influenti scrittori del XX secolo. Narratore, poeta e saggista, è famoso sia per i suoi racconti fantastici, in cui ha saputo coniugare idee filosofiche e metafisiche con i classici temi del fantastico (quali: il doppio, le realtà parallele del sogno, i libri misteriosi e magici, gli slittamenti temporali), sia per la sua più ampia produzione poetica, dove, come afferma Claudio Magris, si manifesta “l’incanto di un attimo in cui le cose sembra stiano per dirci il loro segreto”. (Fonte:  http://en.wikipedia.org/wiki/Jorge_Luis_Borges )
Traduzione: Livio Bacchi Wilcock
Edizione: Rizzoli
Pagine: 317
Costo: € 10.40
Consigliato: Assolutamente sì.

Datemi un rastrellino

Stanotte, appena chiuso il libro, son rimasta ore e ore a rigirarmi nel letto assalita da orde di pensieri appallottolati. Perché Borges ha colpito nel segno, in quel modo delicato ma preciso con cui nei cartoni animati una freccia colpisce il centro del bersaglio affettando le altre che dignitosamente si godevano il loro momento di gloria. Un sibilo leggero, una stilettata netta e poi la perfezione del silenzio. E tutti questi pensieri, mi son detta, devo fermarli da qualche parte, anche perché sarebbe il caso di dormire. Jorge, hai avuto una cura pazzesca nel forgiare le tue frecce, ma ora fatti più in là ché mi occupi tutto il letto.
Come ripicca, credo, stamattina i pensieri appallottolati son scomparsi, Jorge se li è portati via con un colpo di mano come se fossero uno yo-yo.

Quindi siamo punto e a capo? No. Nell’andare via, il rumore dei pensieri ha lasciato sulla strada dei meravigliosi relitti. Come la risacca dell’onda, che prima tutto inghiotte rumoreggiando, e poi nel ritirarsi lascia qui una conchiglia, là un granchietto di un rosso vivo. Pietre di un giardino zen in riva al mare.

Ed ecco che cosa è la poesia di Borges: un piccolo rastrello. Levigato, leggero, pronto ad accompagnare la tua mano nella cura della tua distesa di sabbia personale. Riga dopo riga, arrivi a circumnavigare un patio (quello delle case di Borges, il tuo), un viso scomparso (dal tuo orizzonte, da quello di Borges), una poesia. E così ti ritrovi un giardino di sabbia ondulata, rimescolata gentilmente ma con vigore, che intorno agli oggetti della tua vita si increspa come l’acqua quando ci lanci dentro un sasso. Le cose prendono peso, la realtà e il silenzio si raccolgono religiosamente attorno alle tue divinità personali. E tu ti senti un po’ più in ordine, rassettato e pronto a farti sferzare da altri venti (tanto, poi, si ricomincia il lavoro).

Non c’è stato finora un poeta capace di parlarmi di casa sua e farmi sentire nella mia. Borges parla del patio e io mi sento i polmoni pieni dell’atmosfera della casa dei miei nonni. Quella quiete che risana, quel profumo di fiori e peperoncini messi a seccare, quel profumo di vini che furono e che son spariti con le gole che li hanno assaporati.

Scivolo per la tua sera come la stanchezza per la pietà di un declivio.
La notte nuova è come un’ala sopra i tuoi terrazzi.
Sei la Buenos Aires che avemmo, quella che negli anni si allontanò quietamente.
Sei nostra e festosa, come la stella che le acque raddoppiano.
Porta finta nel tempo, le tue strade guardano il passato più lieve.
Chiarore da dove ci arriva il mattino, sopra le dolce acque torbide.
Prima di illuminare la persiana il tuo basso sole rende felici le tue ville.
Città che si ascolta come un verso.
Strade con luce di patio. 

Solo a riscriverla, la faccia mi impone un sorriso.
Non è solo casa, Borges. E’ anche paura, senso di vuoto e vertigine nel constatare che siamo fatti di sabbia, siamo un sogno sognato da chissà chi altro (forse anche lui sognato, chissà), esseri “un po’ memoria e un po’ oblio”. Ti accarezza come la nonna e ti schiaffeggia come la realtà quando si fa aspra e aggressiva: tu, tutte le persone che sei stato, siete solo il riflesso di tanti altri che furono prima di te. Poi ti lascia ritornare a giocare. Puoi tornare al tuo patio, alla tua casa della nonna, a goderti i momenti di felicità (tieni a mente l’ultimo comandamento di un vangelo apocrifo: Felici i felici).

Fossi in voi io Borges lo terrei da parte per quando avete voglia di rimettervi un po’ in sesto. Perché a discapito di quanto potrebbe sembrare, in quei casi il tentativo di convincersi che nella nostra vita c’è solo luce, c’è solo luce, c’è solo luce, finisce per corroderci. Meglio spegnere una luce e godersi l’ombra, accettarla, e vedere (o meglio, sentire) tutto il resto senza l’alone del sole accecante a deturparne la bellezza.

Elisa Lai


Old man

Tu meriti una risposta, ed io non merito di dartela.
Verrà un altro più in gamba di me, col piacere
ancora intatto e le voglie da bambino. Sarà come
reinventare le tue storie di ragazza, e imparare
nuovamente cosa voglia dire amare. Imparare
un’altra volta in che letto rimandare
le tue ansie mattutine e le noie quotidiane.
Sarà come rincontrarsi, piedi scalzi e il corpo nudo,
e tremare con le dita quando è nuovo e sconosciuto.
Verrà un altro con le mani, con i gesti e il tocco muto,
verrà un altro a ricolmare ciò che tu non hai avuto.

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Mentre morivo | William Faulkner

Titolo: Mentre morivo
Titolo originale: As I lay dying
Autore:  William Faulkner
Cenni sull’autore: William Cuthbert Faulkner, nato Falkner, è stato uno scrittore, sceneggiatore, poeta e drammaturgo statunitense, vincitore del Premio Nobel per la letteratura nel 1949 e considerato uno dei più importanti romanzieri statunitensi, autore di opere spesso provocatorie e complesse. Le opere di William Faulkner sono caratterizzate da una scrittura densa di pathos e di grande spessore psicologico, da periodi lunghi e sinuosi e da una cura meticolosa nella scelta dello stile e del linguaggio. Nella pratica stilistica, fu considerato il rivale di Ernest Hemingway, che gli si oppone con il suo stile conciso e minimalista. È stato ritenuto forse l’unico vero scrittore modernista statunitense degli anni trenta: Faulkner si allaccia alla tradizione sperimentale di scrittori europei quali James Joyce, Virginia Woolf, e Marcel Proust, ed è noto per l’uso di strumenti espressivi innovativi: il flusso di coscienza, narrazioni elaborate da punti di vista multipli e salti temporali nella cronologia del racconto.
Traduzione: Mario Materassi
Anno di pubblicazione: 1930
Edizione:  Adelphi
Pagine: 231
Costo: € 10
-> Consigliato: Assolutamente sì!

Mi ricordavo di mio padre che diceva sempre che la ragione per cui si viveva era per prepararsi a restare morti tanto tempo.

Faulkner scrisse Mentre morivo nell’estate del 1929, in sole sei settimane, all’età di 32 anni, quando lavorava come fuochista alla centrale elettrica dell’Università di Oxford, Mississippi, e vi si dedicava “nelle ore di minor lavoro, tra la mezzanotte e le quattro del mattino, usando come tavolino una carriola capovolta”.Okay, a questo punto o sei gesùcristorisorto o sei un buffone. Perché un romanzo costruito com’è costruito questo si scrive in sei settimane solo se hai dei superpoteri di qualche tipo. Ora, wikipedia alla mano, proverò ad analizzarlo e a metterci dentro anche le mie impressioni. Che sono molto, molto positive.Partiamo dall’intreccio. È semplicissimo. Siamo nel sud degli Stati Uniti, anno imprecisato, una famiglia di campagna. La madre muore, e il suo desiderio era di essere sepolta lontano dai suoi cari che in vita aveva odiato. Il marito, i figli e la figlia iniziano così un viaggio che dovrà portarli alla cittadina di Jefferson, dove seppellirla.
Il romanzo si apre in medias res, con Chash, uno dei figli, che sta costruendo la bara sotto gli occhi della madre morente.Un intreccio semplice ma architettato splendidamente. Il libro è scritto in flusso di coscienza, i capitoli si alternano con le voci dei familiari che raccontano il modo in cui vedono l’evento della morte della madre/moglie. Già dal titolo – che fa riferimento a un verso dell’Odissea – siamo introdotti nel viaggio funebre del carro e della famiglia, dei suoi segreti raccontati attraverso simboli o accenni a volte poco chiari e complessi da decifrare. Emblematico il capitolo di Vardaman, il figlio più piccolo, che recita solamente la frase “mia madre è un pesce”, perché nato dal mero gesto meccanico della riproduzione. Più avanti si trova invece la frase secondo quale, la madre di Jewel (terzo figlio, nato dall’adulterio) è un cavallo, poiché nato da una passione focosa. In questo gioco di simboli, Darl, il secondo figlio, non ha madre poiché non è mai stato amato da sua madre, in quanto arrivato senza essere desiderato.
Dice il signor Tull (il vicino di casa insieme alla moglie Cora) riguardo a Darl:“Lui mi guarda. Non dice nulla; mi guarda e basta, con quei suoi occhi strambi che fanno parlare la gente. Dico sempre, non è tanto quello che ha mai fatto oppure detto o qualsiasi cosa quanto come ti guarda. È come se ti fosse entrato dentro, in qualche maniera. È come se in un modo o in un altro tu ti stia guardando e guardando quello che fai con gli occhi di lui”.

Il tono in cui tutto è raccontato è tragico, drammatico, ma è capace anche di raggiungere vette di comicità e di grottesco incredibili, soprattutto perché non è affatto semplice capire al volo il significato che Faulkner ha messo dietro le quinte. La lucudità è poca. Lo stile è ostico, ma dopo una ventina di pagine ci si fa l’abitudine. La cosa sbagliata da fare è fermarsi per rileggere. Bisogna andare avanti, perché dopo tutto va al suo posto. Con un po’ di pazienza, si arriva a ciò che l’autore vuole dire.

Darl, il figlio non amato, conosce anche i segreti del fratello Jewel e della sorella Dewey Dell. Sopravvissuto alla grande guerra, nei suoi occhi si scorgono le scintille della pazzia. Il fratello Cash ne farà una riflessione che colpisce come un pugno per la sua franchezza: “Certe volte non sono tanto sicuro di chi ha il diritto di dire quando uno è pazzo e quando no. Certe volte penso che nessuno di noi è del tutto pazzo e nessuno è del tutto normale finché il resto della gente lo convince a andare in un senso o nell’altro. È come se non fosse tanto quello che uno fa, ma com’è che lo guarda la maggioranza di noi quando lo fa. [..] Ma non sono poi così tanto sicuro che uno abbia il diritto di dire che cos’è pazzo o che cosa non lo è. È come se dentro a ognuno ci fosse qualcuno che è al di là dell’esser normale o dell’esser pazzo, e le cose normali e le cose pazze che fa le guarda con lo stesso orrore e lo stesso stupore”.

Ogni personaggio è pitturato come una figura tragica con il suo passato tragico. Il padre ingobbito e senza denti, testardo e coccciuto, anche nel suo amore verso la moglie morta che non ricambiava allo stesso modo. E proprio Addie, la moglie, la madre, che ha dato altri due figli al marito per cancellare Jewel, l’adulterio. Cash, il figlio falegname, la gamba rotta e la meccanica gestualità che gli fa costruire la bara di fronte alla madre morente. Darl, il figlio soldato non amato, pazzo e muto sui segreti del fratello e della sorella. Jewel, che durante le giornate di un’estate sembra stanchissimo perché di notte se ne va di casa a lavorare il campo di un altro uomo per guadagnare dei soldi e comprasi un cavallo selvaggio. Sempre Jewel, nato dall’amore della madre per un altro uomo, l’unico figlio che le madre abbia veramente amato, anche se lui l’amava e l’odiava insieme. Dewey Dell che tiene nascosta la sua gravidanza. Vardaman, il più piccolo, il bambino innocente che assiste allo squartamento di sua madre – il pesce che ha appena pescato – per essere cucinata. Il bambino che vede tutto l’orrore del rito di sepoltura (la decomposizione della madre, gli avvoltoi, il rogo appiccato dal fratello pazzo, la prostituzione della sorella) e che per Natale sogna un trenino rosso visto un giorno dietro una vetrina (“Mi faceva male al cuore come il treno”). La coralità del libro è, nell’insieme, devastante. Ai personaggi della famiglia si aggiungono gli interventi di chi le sta vicino durante il suo pellegrinaggio, come il dottore Peabody.

Un solo capitolo è dedicato a Addie, la moglie/madre morente, che sembra quasi parlare post mortem. “Anche lui aveva una parola. Amore, lo chiamava. Ma era da un pezzo che avevo fatto l’abitudine alle parole. Sapevo benissimo che quella parola era come tutte le altre: semplicemente una forma per riempire un vuoto; che quando fosse venuto il momento, non ci sarebbe stato bisogno di una parola, per quello, più che per l’orgoglio o per la paura”. In lei e nel suo odio per le parole, prima fra tutte la parola “Amore” che il marito utilizza per descrivere l’atto sessuale, troviamo tutto l’odio di un essere umano per i suoi cari, a partire dal marito e per finire con Darl, il figlio mai voluto. Darl che la vedeva così: “Quella sera trovai la mamma seduta accanto al letto dove lui dormiva, nel buio. Piangeva con violenza, forse perché doveva piangere così, in silenzio; forse perché per lei le lacrime erano come l’inganno, odiandosi perché lo faceva, odiando lui perché era costretta a farlo. E allora capii che avevo capito. Lo capii chiaro e tondo, quel giorno, come quel giorno capii di Dewey Dell”.

Ci sono sconcerto e incredulità nelle persone che la famiglia incontra durante il suo viaggio. Non riescono a credere che stiano facendo tutta quella strada per seppelire una persona. In una scena verso la fine, mentre il carro è fermo in un paesino, c’è tutta la triste realtà del gesto che il padre di famiglia e i suoi figli stanno compiendo. Le donne passano a distanza dal carro con un fazzoletto sul naso, una guardia si ferma e dice a Anse (il padre) di sloggiare. Capitoli prima, un uomo aveva pensato questo: “«Ora che è morta, sarà superiore a certe stupidaggini» dico io. Perché io ai morti porto lo stesso rispetto che gli portano tutti, ma i morti vanno rispettati, e una donna che è morta da quattro giorni il modo migliore di portarle rispetto è di metterla sottoterra il prima possibile. Ma loro, niente”.

Se l’intreccio è semplice, il meccanismo dell’intreccio stesso è più complicato di quanto si possa immaginare. In sole duecentotrentuno pagine si mischiano molte voci e i loro tormenti. Dalla voce più innocente (Vardaman, “Il pianto fa un sacco di rumore. Vorrei che non facesse tanto rumore”), a quella più tragica e presente (Darl, che domina su tutti con ben 19 capitoli su 59), passando per l’essere donna troppo presto di Dewey Dell (“Sento il mio corpo, le ossa e la carne che cominciano a dividersi e a aprirsi sull’esser sola, e il processo di diventare non-sola è terribile”). [Tra l’altro nella frase appena riportata è descritta la gravidanza in maniera sublime facendo uso di pochissime parole].

Bisogna chiudere gli occhi per trovare – in sintonia fra di loro – l’assurdo, il comico, il simbolico, l’inconcluso e il grottesco che permeano tutta la tragedia. Ma una volta chiusi gli occhi il risultato è meraviglioso.

“Ci vogliono due persone per farti, e una per morire.
È così che il mondo finirà.”

Marco TamborrinoE’ disponibile anche una video recensione su YouTube che potete apprezzare cliccando QUI


I racconti di Pietroburgo | Nikolaj Vasil’evič Gogol’

Titolo: Racconti di Pietroburgo
Titolo originale: Петербургские повести
Autore: Nikolaj Vasil’evič Gogol’
Cenni sull’autore: Nikolaj Gogol’ nasce in Ucraina nel 1809. L’incontro con Puškin e la pubblicazione della prima opera di successo, Veglie alla fattoria presso Dikan’ka, segnano l’avvio di una brillante carriera letteraria. Grande viaggiatore e amante dell’Italia, è considerato uno dei grandi della letteratura russa, precursore del grande Realismo dell’Ottocento maturo, a cui mescola una vena fantastica e un infaticabile spirito satirico, che vira a tratti nel grottesco. Tra le opere maggiori si ricordano “L’ispettore generale”, “Racconti di Pietroburgo” (impossibile non menzionare “Il cappotto“), “Le anime morte“, primo volume di una trilogia mancata. Muore a Mosca nel 1852.
Anno di pubblicazione: 1842
Traduzione: Francesco Mariano
Edizione: Oscar Mondadori Classici, 1986
Pagine: 217
Edizione consigliata: disponibile in edizione Mondadori, Einaudi, BUR, Garzanti e altre
Consigliato: Sì!

“Era davvero incomprensibile. Fosse sparito un bottone, un cucchiaino d’argento, l’orologio, o qualcosa di simile; ma sparire un naso, e poi a chi sparire? e in più nel proprio appartamento!…”

 

Contro Gogol’ – è il caso di dirlo – c’ho proprio sbattuto il naso.
Prima fu la mia coinquilina, che andava cantando le lodi del Cappotto.
Seconda fu la lettrice di russo, che ama celebrare il suo Nikoluška come “orgollio di Grande Madre Russia”.
Terzo fu quell’adorabile professore di letteratura, che di qualsiasi cosa parli (sia Gogol’ o la gnosi o Lo stagno di Liza) strappa sempre sorrisoni e dichiarazioni d’affetto. Avete presente l’impulso di precipitarvi in libreria per comprare un certo libro – un libro in particolare, tra i centinaia di arretrati nell’armadio, tra le migliaia della wishlist mentale – di cui avete necessità assoluta? Ecco, questo è ciò che capita alla scolaresca al termine di ogni lezione di letteratura russa. E questo è il motivo per cui, tra le mie manine, giace questo grazioso libricino dei Racconti di Gogol’, con un russo gongolante in copertina.

I Racconti di Pietroburgo sono in numero di cinque, a una prima occhiata decisamente eterogenei, con l’unico filo conduttore della penna brillante dell’artista. Di questi cinque, due – Il naso, Il cappotto – sono di per sé abbastanza conosciuti. Si trovano sfusi in commercio e se ne vanno per proprio conto a galleggiare nelle antologie, dove rimangono isolati, non comunicanti, massimamente buffi.
Ma siccome noi vogliamo dire qualcosa di ciascun racconto, li passeremo in rassegna uno per uno – e già loro ci sembrano più contenti, scodinzolano e mi leccano il palmo.

La Prospettiva Nevskij
Storia di due sfaccendati che si aggirano di notte sul Nevskij Prospekt, cuore pulsante della vita pietroburghese, inseguendo fanciulle che si celano sotto i cappellini. L’uno, un artista, incappa in una prostituta che scambia per creatura celestiale e che decide di riscattare. L’altro, un tenentino attaccabrighe, s’appiccica alla moglie fedele d’un tedesco ubriacone. Sarà una partita contro le rispettive illusioni, il sogno dell’amore puro, il mito del proprio fascino e potere, entrambi destinati ad infrangersi contro l’Illusione Massima, che è la vita artificiosa, la maschera di cartapesta della società e della gente di Pietroburgo.

Il naso
L’assessore di collegio Kovalëv si sveglia che non ha più il suo naso. Mentre il suddetto naso se ne va in giro per Pietroburgo travestito da consigliere di stato, Kovalëv ne denuncia la scomparsa ai giornali e alla polizia e si macera nel terrore di non poter più comparire in pubblico. Un racconto fantastico puro? Un sogno? Un pezzo di adorabile assurdo? Una feroce satira sulla vanità di certi assessori di collegio? Solo il buon Gogol’ può saperlo.

Il ritratto
Il dipinto diabolico di un ancor più diabolico usuraio fa da sfondo alla vicenda personale di artisti e uomini comuni. La riflessione sul potere e sul dovere dell’arte e uno sguardo ai vari modi d’essere artista si intrecciano a spunti fantastici molto simili a un racconto di Poe.

Il cappotto
Un impiegato buono, diligente, ma sciocco e oppresso dai colleghi, mette da parte abbastanza soldi per farsi un nuovo cappotto. Il cappotto lo ricompensa dei suoi sforzi, divenendo occasione per un possibile riscatto dalla sua esistenza grigia. E di nuovo sarà la perdita – il furto – del cappotto a determinare la sua estrema sconfitta e al contempo la sua estrema rivalsa sul mondo. Su tutto domina una patina di umanità e al contempo la patina d’una satira feroce.

Le memorie di un pazzo
Un impiegato ambizioso appunta sul suo diario i pensieri e i gesti d’una mente delirante. Innamorato della figlia del capo, scopre che lei non lo ama leggendo le lettere del suo cagnolino – sì, avete capito bene. Poi scopre di essere il re di Spagna, ma esita a presentarsi a corte prima che vengano da lui i deputati. Quando infine i deputati arrivano, assomigliano più a medici d’una clinica psichiatrica che a sudditi pronti a riconoscergli i dovuti onori.

Nonostante l’eterogeneità degli argomenti e delle forme, I racconti di Pietroburgo hanno in realtà molti elementi connettivi. In primo luogo il fantastico, che si declina in ognuno in modo diverso: un fantastico propriamente detto nel Naso, Il ritratto, Il cappotto; un fantastico di sogno, di delirio nella Prospettiva Nevskij e Le memorie di un pazzo. E mentre con tanta profusione di energia la penna di Gogol’ indaga il sovrannaturale e il bizzarro, l’occhio è sempre appuntato sul mondo, con una profusione di tali e tanti dettagli realistici da farci credere di aver quasi sbagliato genere. La penna di Gogol’ scivola fluida, ballerina sulla realtà, capricciosa vien giù per capriole, si dipana in rivoli, insegue ora questo ora quello, secondo il gusto del momento, secondo una necessità quasi morale di narrare tutto, di conferire uguale valore a ciascun elemento: il pedone che ci urta la spalla ha una storia e la moglie di questo pedone ne ha un’altra e questa moglie ha una sorella che ha una storia ancora più interessante, e non conta se tutto ciò è irrilevante; quel che conta è che la moltitudine esiste, che la moltitudine va narrata, e così i fili si sparpagliano e San Pietroburgo appare come una immensa ragnatela percorsa da spunti interessanti cui Gogol’ vuol correre dietro. Un gatto e un gomitolo non potrebbero sembrare più buffi. Ma come il gatto, nella sua pretesa di controllare il gomitolo, non perde la grazia dei movimenti, per quanto comici e pieni di scatti essi siano, così Gogol’ non perde la fluidità stilistica, e le parole si snodano in una sequenza liquida, una sequenza che non potrebbe essere diversa da come è e che l’orecchio beve piacevolmente.
Il secondo elemento connettivo è lo sguardo impietoso, crudele, sarcastico sulla società pietroburghese. Una cricca di impiegatucci senza spirito di iniziativa, di consiglieri di non-so-che-cosa, di assessori a qualcos’altro, con la fame di arrivare, arrivare, arrivare. Ambiziosi, un po’ gretti o anche semplici nei loro bisogni, ma tutti disgustosamente materialisti. Materialisti tanto gli impiegati quanto gli artisti, tutti più attenti alla forma che non alla sostanza, e tutti vittime del potere caricaturale di Gogol’.
Il terzo elemento connettivo, che apparentemente cozza col secondo, è l’umanità che a tratti s’avverte, la spaventosa solitudine di questo mondo dove nessuno ha modo di spiegarsi con nessuno, nessuno capisce nessun altro, nessuno si confida o ha amici sinceri, nessuno si fida di nessun altro. Così si resta isolati nella propria grettezza spirituale, ci si richiude sempre più su se stessi, e si impazzisce o ci si uccide o si muore ancora incattiviti.

Sotto l’apparente semplicità, I Racconti di Pietroburgo rappresentano un tassello importante nella definizione di un personaggio come Gogol’, nella cui produzione si alternano correnti diverse e persino divergenti. Sarà perché nessuno di noi è un uomo tutto d’un pezzo, sarà perché Gogol’ era meno d’un pezzo di tutti noialtri (e se poi era un tutto d’un pezzo, questo pezzo era decisamente un naso), sarà perché è morto di fame o perché è stato probabilmente sepolto vivo, non lo so, ma io il Nikoluška l’ho preso in simpatia.

Chiara Pagliochini

Sempre riguardo Nikolaj Vasil’evič Gogol’ potete leggere la recensione de:
-> Le anime morte 


Le vergini suicide | Jeffrey Eugenides

Titolo: Le vergini suicide
Titolo originale: The Virgin Suicides
Autore: Jeffrey Eugenides
Cenni sull’autore: Jeffrey Eugenides (Detroit, 8 marzo 1960) è uno scrittore statunitense. Nato da genitori di origine greca, frequenta la privata University Liggett School a Grosse Pointe Woods, in Michigan, laureandosi poi alla Brown University nel 1983. Ottenne un master universitario in scrittura creativa presso la Stanford University. Nel 1986 ricevette l’Academy of Motion Picture Arts and Sciences “Nicholl Fellowship” per la storia Here Comes Wiston, Full of the Holy Spirit. Il romanzo Le vergini suicide, pubblicato nel 1993, ottenne un successo internazionale in seguito all’adattamento cinematografico del 1999 realizzato da Sofia Coppola. Eugenides si è mostrato restio alle apparizioni in pubblico o a svelare dettagli della sua vita privata, ad eccezione degli incontri con i lettori nel Michigan durante i quali espone minuziosamente l’influenza delle sue esperienze scolastiche nei suoi lavori. Vive a Princeton, in New Jersey con la moglie, la fotografa e scultrice Karen Yamauchi, e la figlia Georgia. Il suo romanzo Middlesex (2002) ha vinto il Premio Pulitzer per la narrativa 2003. Nell’autunno 2007 ha ottenuto la cattedra di scrittura creativa presso l’Università di Princeton. (source: wiki)
Traduttrice: Cristina Stella
Anno di pubblicazione: 1993
Pagine: 213
Edizione: Oscar Mondadori
Costo: 9.50 €
-> Consigliato: Sì.

“La mattina che si uccise anche l’ultima figlia dei Lisbon (stavolta toccava a Mary: sonniferi, come Therese) i due infermieri del pronto soccorso entrarono in casa sapendo con esattezza dove si trovavano il cassetto dei coltelli, il forno a gas e la trave del seminterrato a cui si poteva annodare una corda. Scesero dall’ambulanza, con quella che come al solito ci sembrò una lentezza esasperante, e il più grasso disse sottovoce: “Mica siamo in tivù, gente: più presto di così non si può”. Stava spingendo a fatica le apparecchiature per la rianimazione accanto ai cespugli cresciuti a dismisura, sul prato incolto che tredici mesi prima, all’inizio di quella brutta storia, era perfettamente curato.”

 

 

Con questo incipit spiazzante, simile più a un finale di partita che non a un’ouverture, Eugenides ci dice già tutto: chi, come, dove, quando. Niente effetto sorpresa, niente suspence. Sappiamo tutto ciò che ci serve già dalla prima riga. Tutto tranne il perché. Perché le sorelle Lisbon si sono uccise, una dopo l’altra come anelli spezzati di una catena? Questo è l’unico interrogativo a cui l’autore non risponda sin dal principio, e l’unico motore dell’intera vicenda.

Superato l’incipit, dunque, ci lasciamo condurre in un lungo flashback che dovrebbe svelare i retroscena del dramma di cui conosciamo le linee generali e le protagoniste, mossi dalla volontà di andare più a fondo, di capire qualcosa delle vittime e di cosa abbia potuto spingerle al gesto estremo. Leggere per capire.

Ma quello che ci troviamo davanti è ancora una volta un’anomalia: il narratore –  o forse dovrei dire i narratori, perché sì, di voce collettiva si tratta. Il paragone che mi è venuto, come a molti altri, leggendo, è stato quello del coro delle tragedie greche. Il coro guarda, commenta, a volte interagisce marginalmente, non possiede la chiave di volta dell’azione, e lo stesso accade qui (Eugenides ha smentito quest’ipotesi, ma la sua risposta non mi convince del tutto). Chi racconta è appunto un “coro” di voci maschili, tra cui spiccano alcuni nomi non fondamentali, per lo più personaggi di second’ordine destinati a brevi e non impressionanti apparizioni.

Una tecnica narrativa insolita ed efficace, perché se da un lato vediamo alcuni di questi giovani interagire (seppur marginalmente) con le cinque sorelle, dall’altro c’è sempre chi resta escluso da questo contatto – chi, come noi, rimane spettatore, a guardare dalla casa di fronte a quella dei Lisbon, a spiare ogni movimento e a prenderne nota.

Narratori, però, piuttosto insoddisfacenti, perché, proprio a causa della loro esclusione dalla vita delle ragazze, non sono in grado di darci nessuna risposta che non sia una congettura. Perché assumersi l’onere di raccontare la storia delle sorelle Lisbon, allora? Essi sono mossi da un amore-ossessione che si sviluppa, dapprima come semplice curiosità, immediatamente dopo il primo suicidio (“Nei primi giorni che seguirono al funerale, il nostro interesse per le sorelle Lisbon non fece che aumentare“). È in questo momento che le ragazze iniziano ad esistere, prendono consistenza. Cosa fanno? Cosa amano? Sono felici?

L’indagine diverrà sempre più morbosa, al punto che i loro oggetti, le fotografie, persino delle cose raccolte dall’immondizia, vengono accuratamente conservati, imbustati, numerati come veri e propri reperti scientifici. Il racconto (ho dimenticato di dire che si tratta di un lungo flashback, poiché i giovani sono ora uomini fatti e maturi) è poi arricchito anche da testimonianze di persone con cui questi improvvisati “custodi” della vita e della morte delle Lisbon parlarono a seguito dei loro suicidi. Dunque narrare per capire, ripercorrere ogni tappa di quei fatidici tredici mesi per trovare un dettaglio che darà senso al disegno, verificherà l’equazione che da cinque variabili è diventata uno zero.

Nella rievocazione che le vede protagoniste, le cinque sorelle suicide – Cecilia, Lux, Bonnie, Mary e Therese – rimangono in pratica per tutto il romanzo un’unica figura mitica e irraggiungibile, collettiva quanto quella dei narratori. L’identificazione è facilitata dalla loro somiglianza esteriore e dalla distanza ideale e fisica da cui le si guarda, che annulla le differenze: esse sono viste come cinque angeli dai capelli biondi e dagli occhi chiari, come creature bellissime vestite in modo simile, accomunate dallo stessa vita  opprimente (e poi, come a ribadirlo, dalla stessa volontà di uscire da essa) che non permette loro di svilupparsi.

 

 

Se all’inizio la famiglia e la loro casa sembrano perfette, il suicidio della prima figlia, Cecilia, incrina lo specchio. L’odore di marcio inizia a levarsi dalla casa in cui le altre quattro restano rinchiuse per ordine di una madre-domina che si ostina a tarpare loro le ali nel nome del loro “bene”, a conservare le apparenze ad ogni costo. Ma l’infezione si diffonderà, e sarà contagiosa.

La casa-prigione diventa per i nostri narratori un antro in cui cercare di introdursi, e di essa vediamo il lento declino, sfacelo esterno e interno, quasi che su di essa gravasse davvero una maledizione – dopo il coro greco, qui mi viene in mente il paragone con la peste di Tebe, flagello che ha una causa celata all’interno della città stessa – di cui faranno le spese le protagoniste.

«Tutto ciò che vogliamo è che ci lascino vivere» dice a un certo punto Therèse.

Un desiderio semplicissimo e irrealizzabile, per un motivo o per l’altro – la continua attenzione mediatica, la madre, i ragazzi stessi – e così, non avendo mai un attimo di pace alla luce del giorno, alle sorelle rimaste non resta che una scelta: darsi, con la morte, l’estrema libertà.

Tutto è ben architettato, in un “patto suicida” che non vuole pietà: Invitati dentro casa loro alcuni ragazzi, cosicché essi siano allo stesso tempo troppo esaltati e troppo impegnati a guardare in giro per accorgersi di quello che sta succedendo davvero, esse si uccidono una dopo l’altra, in silenzio, lontano da altari sacrificali troppo vistosi. Non lasciano nessun biglietto, nessuna spiegazione alla domanda che ci ha assillati fin dall’inizio: perché.

Ai narratori non resta che contemplare il loro fallimento: “Alla fine avevamo le tessere del puzzle, ma comunque le disponessimo, c’erano sempre spazi mancanti, vuoti di una forma bizzarra delineati da ciò che li circondava, come paesi di cui non conoscevamo il nome.”

Quello che Eugenides mette in scena qui è sì la tragedia delle cinque sorelle Lisbon, da sempre impietosamente osservate e mai comprese (“Avvertivamo il senso di reclusione che comporta l’essere ragazze, con la testa che ribolle di idee e di sogni, per poi imparare le combinazioni di colori più adatte. Ci si rese conto della fraternità che ci univa; esistevamo tutti nello spazio come animali con la stessa pelle, e loro ci conoscevano benissimo, benché ai nostri occhi rappresentassero un mondo inesploratoE infine comprendemmo che le ragazze erano proprio donne camuffate, che capivano l’amore e anche la morte[…]”), ma anche il funerale indiretto della middle-class in cui esse si sono mosse nella loro breve esistenza, fatta di giardini ben curati e di irrigatori automatici sempre in funzione, di schemi, convinzioni, apparenza e soprattutto di tanta incomunicabilità – un’amara eredità, questa, che l’autore sembra cogliere direttamente dalle mani di Richard Yates.

Chiara Sandretto

 


Il trono di spade | George R. R. Martin

Titolo: Il trono di spade
Autore: George R.R Martin
Cenni sull’autore: George R.R. Martin (1948) è stato sceneggiatore per il cinema e la televisione. Ha pubblicato racconti e romanzi di fantascienza, tra cui Fevre Dreams e The Armageddon Rag, vincendo, tra gli altri, i premi Hugo, Nebula, Bram Stoker e Locus. Mondadori ha pubblicato tutti i libri della saga “Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco”, oltre alle raccolte di racconti Le Torri di cenere(2007) e I Re di sabbia (2008). Nel 2011 è uscita in un unico volume la raccolta dei primi quattro titoli delle “Cronache del Ghiaccio e del Fuoco”. L’autore vive a Santa Fe, in New Mexico, con la moglie e i loro gatti.
Titolo originale:  A Game of Thrones
Traduzione: Sergio Altieri
Anno di pubblicazione: 1999
Pagine: 419
Edizione: Oscar Mondadori
Costo: 8,50 €
-> Consigliato: Assolutamente sì!

“L’inverno sta arrivando”. Ecco il motto, la frase più ripetuta a Grande Inverno, uno dei tanti luoghi che fanno parte dei Sette Regni. E’ la frase più ripetuta da Eddard Stark, capo della casata degli Stark nonchè protettore di Grande Inverno, ai suoi figli. Ecco, è proprio da loro, dagli Stark, che parte la famosa saga di Martin, “Le cronache del ghiaccio e del fuoco”.
Una saga lunghissima,ancora in corso d’opera che ha rapito migliaia di lettori di tutto il mondo e che riesce, ancora oggi, a rapirne tanti altri, come me in questo periodo.
Riassumere la storia della prima parte di “A Game of Thrones”, ovvero “Il trono di spade” (eh sì, qui in Italia, hanno diviso i volumi in due o tre parti. Solo recentemente, a seguito probabilmente del successo della serie televisiva della HBO, ho visto in libreria un volume che accorpa nuovamente insieme le due parti de “Il gioco del trono”), sarebbe veramente difficile, soprattutto perché ricordarsi tutti i personaggi presenti sarebbe veramente al di sopra di ogni possibilità umana (o quasi!). In breve però, la questione è questa. Sul trono dei Sette Regni, conquistato anni prima, togliendolo a sua volta al legittimo ma folle re precedente, siede re Robert Baratheon.  Un uomo che ha conosciuto il dolore molto presto, perdendo quello che era il suo amore giovanile, un amore che lo avrebbe legato alla casata degli Stark, uomini di ghiaccio appartenenti a Grande Inverno, e al suo grande amico e sostenitore Eddard Stark. Varie minacce però tormentano il re, e molti sono gli intrighi che gravitano attorno alla corte.
E da qui, prende avvio la storia. C’è da sottolineare come, in realtà, la trama presente sul retro di copertina del romanzo sia ben diversa dal contenuto dello stesso. Nella trama, infatti, si trovano riferimenti all’imminente catastrofe che si abbatterà sui Sette Regni, ovvero l’invasione degli Estranei, creature particolari e inquietanti che, si dice, siano scomparse migliaia di anni prima. Detto ciò, un qualsiasi lettore si aspetterebbe di vedere  arrivare un Estraneo da un momento all’altro, durante la lettura. E invece no, non compare nessun Estraneo per tutta la durata del racconto. Il che mi fa sorgere la seguente domanda: “Ma allora, che lo hanno scritto a fare?!”.
A parte questo, la trama è molto molto avvincente. Martin riesce a coinvolgere il lettore a pieno, creando un universo completamente diverso dal nostro, eppur così ben caratterizzato sotto ogni tipo di aspetto, a cominciare dai luoghi geografici (con la relativa mappa dei regni, molto utile), per passare alla descrizione delle casate regnanti, con i relativi appartenenti, stemmi, rituali, e motti.
Quello che Martin crea è un mondo talmente perfetto, talmente ben fatto, che spesso mi sono ritrovata a pensare che a Grande Inverno mi sarei trovata come a casa.
I personaggi sono veramente tantissimi; questo è l’unico neo che riesco a trovare alla storia. Ovviamente, essendo al primissimo capitolo della saga, non posso esprimermi di più riguardo a ciò che non ho apprezzato. Per ora riesco a pensare solo al fattore personaggi, che può inizialmente creare dei seri  problemi. Leggendo però, ci si abitua e, pensate un po’, alla fine quasi ci si ricorda di tutti quanti!
Quindi questo è quanto. Dopo tantissimo tempo ecco spuntare una saga capace di coinvolgermi nuovamente, e completamente. Tutti dovrebbero leggere Martin, prima o poi. Proprio tutti perché, nonostante non sia un’amante del genere definito “fantasy”, l’ho amato e, penso, continuerò a farlo.

Chiara Coppola


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