I racconti di Pietroburgo | Nikolaj Vasil’evič Gogol’

Titolo: Racconti di Pietroburgo
Titolo originale: Петербургские повести
Autore: Nikolaj Vasil’evič Gogol’
Cenni sull’autore: Nikolaj Gogol’ nasce in Ucraina nel 1809. L’incontro con Puškin e la pubblicazione della prima opera di successo, Veglie alla fattoria presso Dikan’ka, segnano l’avvio di una brillante carriera letteraria. Grande viaggiatore e amante dell’Italia, è considerato uno dei grandi della letteratura russa, precursore del grande Realismo dell’Ottocento maturo, a cui mescola una vena fantastica e un infaticabile spirito satirico, che vira a tratti nel grottesco. Tra le opere maggiori si ricordano “L’ispettore generale”, “Racconti di Pietroburgo” (impossibile non menzionare “Il cappotto“), “Le anime morte“, primo volume di una trilogia mancata. Muore a Mosca nel 1852.
Anno di pubblicazione: 1842
Traduzione: Francesco Mariano
Edizione: Oscar Mondadori Classici, 1986
Pagine: 217
Edizione consigliata: disponibile in edizione Mondadori, Einaudi, BUR, Garzanti e altre
Consigliato: Sì!

“Era davvero incomprensibile. Fosse sparito un bottone, un cucchiaino d’argento, l’orologio, o qualcosa di simile; ma sparire un naso, e poi a chi sparire? e in più nel proprio appartamento!…”

 

Contro Gogol’ – è il caso di dirlo – c’ho proprio sbattuto il naso.
Prima fu la mia coinquilina, che andava cantando le lodi del Cappotto.
Seconda fu la lettrice di russo, che ama celebrare il suo Nikoluška come “orgollio di Grande Madre Russia”.
Terzo fu quell’adorabile professore di letteratura, che di qualsiasi cosa parli (sia Gogol’ o la gnosi o Lo stagno di Liza) strappa sempre sorrisoni e dichiarazioni d’affetto. Avete presente l’impulso di precipitarvi in libreria per comprare un certo libro – un libro in particolare, tra i centinaia di arretrati nell’armadio, tra le migliaia della wishlist mentale – di cui avete necessità assoluta? Ecco, questo è ciò che capita alla scolaresca al termine di ogni lezione di letteratura russa. E questo è il motivo per cui, tra le mie manine, giace questo grazioso libricino dei Racconti di Gogol’, con un russo gongolante in copertina.

I Racconti di Pietroburgo sono in numero di cinque, a una prima occhiata decisamente eterogenei, con l’unico filo conduttore della penna brillante dell’artista. Di questi cinque, due – Il naso, Il cappotto – sono di per sé abbastanza conosciuti. Si trovano sfusi in commercio e se ne vanno per proprio conto a galleggiare nelle antologie, dove rimangono isolati, non comunicanti, massimamente buffi.
Ma siccome noi vogliamo dire qualcosa di ciascun racconto, li passeremo in rassegna uno per uno – e già loro ci sembrano più contenti, scodinzolano e mi leccano il palmo.

La Prospettiva Nevskij
Storia di due sfaccendati che si aggirano di notte sul Nevskij Prospekt, cuore pulsante della vita pietroburghese, inseguendo fanciulle che si celano sotto i cappellini. L’uno, un artista, incappa in una prostituta che scambia per creatura celestiale e che decide di riscattare. L’altro, un tenentino attaccabrighe, s’appiccica alla moglie fedele d’un tedesco ubriacone. Sarà una partita contro le rispettive illusioni, il sogno dell’amore puro, il mito del proprio fascino e potere, entrambi destinati ad infrangersi contro l’Illusione Massima, che è la vita artificiosa, la maschera di cartapesta della società e della gente di Pietroburgo.

Il naso
L’assessore di collegio Kovalëv si sveglia che non ha più il suo naso. Mentre il suddetto naso se ne va in giro per Pietroburgo travestito da consigliere di stato, Kovalëv ne denuncia la scomparsa ai giornali e alla polizia e si macera nel terrore di non poter più comparire in pubblico. Un racconto fantastico puro? Un sogno? Un pezzo di adorabile assurdo? Una feroce satira sulla vanità di certi assessori di collegio? Solo il buon Gogol’ può saperlo.

Il ritratto
Il dipinto diabolico di un ancor più diabolico usuraio fa da sfondo alla vicenda personale di artisti e uomini comuni. La riflessione sul potere e sul dovere dell’arte e uno sguardo ai vari modi d’essere artista si intrecciano a spunti fantastici molto simili a un racconto di Poe.

Il cappotto
Un impiegato buono, diligente, ma sciocco e oppresso dai colleghi, mette da parte abbastanza soldi per farsi un nuovo cappotto. Il cappotto lo ricompensa dei suoi sforzi, divenendo occasione per un possibile riscatto dalla sua esistenza grigia. E di nuovo sarà la perdita – il furto – del cappotto a determinare la sua estrema sconfitta e al contempo la sua estrema rivalsa sul mondo. Su tutto domina una patina di umanità e al contempo la patina d’una satira feroce.

Le memorie di un pazzo
Un impiegato ambizioso appunta sul suo diario i pensieri e i gesti d’una mente delirante. Innamorato della figlia del capo, scopre che lei non lo ama leggendo le lettere del suo cagnolino – sì, avete capito bene. Poi scopre di essere il re di Spagna, ma esita a presentarsi a corte prima che vengano da lui i deputati. Quando infine i deputati arrivano, assomigliano più a medici d’una clinica psichiatrica che a sudditi pronti a riconoscergli i dovuti onori.

Nonostante l’eterogeneità degli argomenti e delle forme, I racconti di Pietroburgo hanno in realtà molti elementi connettivi. In primo luogo il fantastico, che si declina in ognuno in modo diverso: un fantastico propriamente detto nel Naso, Il ritratto, Il cappotto; un fantastico di sogno, di delirio nella Prospettiva Nevskij e Le memorie di un pazzo. E mentre con tanta profusione di energia la penna di Gogol’ indaga il sovrannaturale e il bizzarro, l’occhio è sempre appuntato sul mondo, con una profusione di tali e tanti dettagli realistici da farci credere di aver quasi sbagliato genere. La penna di Gogol’ scivola fluida, ballerina sulla realtà, capricciosa vien giù per capriole, si dipana in rivoli, insegue ora questo ora quello, secondo il gusto del momento, secondo una necessità quasi morale di narrare tutto, di conferire uguale valore a ciascun elemento: il pedone che ci urta la spalla ha una storia e la moglie di questo pedone ne ha un’altra e questa moglie ha una sorella che ha una storia ancora più interessante, e non conta se tutto ciò è irrilevante; quel che conta è che la moltitudine esiste, che la moltitudine va narrata, e così i fili si sparpagliano e San Pietroburgo appare come una immensa ragnatela percorsa da spunti interessanti cui Gogol’ vuol correre dietro. Un gatto e un gomitolo non potrebbero sembrare più buffi. Ma come il gatto, nella sua pretesa di controllare il gomitolo, non perde la grazia dei movimenti, per quanto comici e pieni di scatti essi siano, così Gogol’ non perde la fluidità stilistica, e le parole si snodano in una sequenza liquida, una sequenza che non potrebbe essere diversa da come è e che l’orecchio beve piacevolmente.
Il secondo elemento connettivo è lo sguardo impietoso, crudele, sarcastico sulla società pietroburghese. Una cricca di impiegatucci senza spirito di iniziativa, di consiglieri di non-so-che-cosa, di assessori a qualcos’altro, con la fame di arrivare, arrivare, arrivare. Ambiziosi, un po’ gretti o anche semplici nei loro bisogni, ma tutti disgustosamente materialisti. Materialisti tanto gli impiegati quanto gli artisti, tutti più attenti alla forma che non alla sostanza, e tutti vittime del potere caricaturale di Gogol’.
Il terzo elemento connettivo, che apparentemente cozza col secondo, è l’umanità che a tratti s’avverte, la spaventosa solitudine di questo mondo dove nessuno ha modo di spiegarsi con nessuno, nessuno capisce nessun altro, nessuno si confida o ha amici sinceri, nessuno si fida di nessun altro. Così si resta isolati nella propria grettezza spirituale, ci si richiude sempre più su se stessi, e si impazzisce o ci si uccide o si muore ancora incattiviti.

Sotto l’apparente semplicità, I Racconti di Pietroburgo rappresentano un tassello importante nella definizione di un personaggio come Gogol’, nella cui produzione si alternano correnti diverse e persino divergenti. Sarà perché nessuno di noi è un uomo tutto d’un pezzo, sarà perché Gogol’ era meno d’un pezzo di tutti noialtri (e se poi era un tutto d’un pezzo, questo pezzo era decisamente un naso), sarà perché è morto di fame o perché è stato probabilmente sepolto vivo, non lo so, ma io il Nikoluška l’ho preso in simpatia.

Chiara Pagliochini

Sempre riguardo Nikolaj Vasil’evič Gogol’ potete leggere la recensione de:
-> Le anime morte 

Annunci

Informazioni su unbuonlibrounottimoamico2011

Un amore così grande per la lettura che farei qualunque cosa pur di fare in modo che viva. Vedi tutti gli articoli di unbuonlibrounottimoamico2011

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: