Le vergini suicide | Jeffrey Eugenides

Titolo: Le vergini suicide
Titolo originale: The Virgin Suicides
Autore: Jeffrey Eugenides
Cenni sull’autore: Jeffrey Eugenides (Detroit, 8 marzo 1960) è uno scrittore statunitense. Nato da genitori di origine greca, frequenta la privata University Liggett School a Grosse Pointe Woods, in Michigan, laureandosi poi alla Brown University nel 1983. Ottenne un master universitario in scrittura creativa presso la Stanford University. Nel 1986 ricevette l’Academy of Motion Picture Arts and Sciences “Nicholl Fellowship” per la storia Here Comes Wiston, Full of the Holy Spirit. Il romanzo Le vergini suicide, pubblicato nel 1993, ottenne un successo internazionale in seguito all’adattamento cinematografico del 1999 realizzato da Sofia Coppola. Eugenides si è mostrato restio alle apparizioni in pubblico o a svelare dettagli della sua vita privata, ad eccezione degli incontri con i lettori nel Michigan durante i quali espone minuziosamente l’influenza delle sue esperienze scolastiche nei suoi lavori. Vive a Princeton, in New Jersey con la moglie, la fotografa e scultrice Karen Yamauchi, e la figlia Georgia. Il suo romanzo Middlesex (2002) ha vinto il Premio Pulitzer per la narrativa 2003. Nell’autunno 2007 ha ottenuto la cattedra di scrittura creativa presso l’Università di Princeton. (source: wiki)
Traduttrice: Cristina Stella
Anno di pubblicazione: 1993
Pagine: 213
Edizione: Oscar Mondadori
Costo: 9.50 €
-> Consigliato: Sì.

“La mattina che si uccise anche l’ultima figlia dei Lisbon (stavolta toccava a Mary: sonniferi, come Therese) i due infermieri del pronto soccorso entrarono in casa sapendo con esattezza dove si trovavano il cassetto dei coltelli, il forno a gas e la trave del seminterrato a cui si poteva annodare una corda. Scesero dall’ambulanza, con quella che come al solito ci sembrò una lentezza esasperante, e il più grasso disse sottovoce: “Mica siamo in tivù, gente: più presto di così non si può”. Stava spingendo a fatica le apparecchiature per la rianimazione accanto ai cespugli cresciuti a dismisura, sul prato incolto che tredici mesi prima, all’inizio di quella brutta storia, era perfettamente curato.”

 

 

Con questo incipit spiazzante, simile più a un finale di partita che non a un’ouverture, Eugenides ci dice già tutto: chi, come, dove, quando. Niente effetto sorpresa, niente suspence. Sappiamo tutto ciò che ci serve già dalla prima riga. Tutto tranne il perché. Perché le sorelle Lisbon si sono uccise, una dopo l’altra come anelli spezzati di una catena? Questo è l’unico interrogativo a cui l’autore non risponda sin dal principio, e l’unico motore dell’intera vicenda.

Superato l’incipit, dunque, ci lasciamo condurre in un lungo flashback che dovrebbe svelare i retroscena del dramma di cui conosciamo le linee generali e le protagoniste, mossi dalla volontà di andare più a fondo, di capire qualcosa delle vittime e di cosa abbia potuto spingerle al gesto estremo. Leggere per capire.

Ma quello che ci troviamo davanti è ancora una volta un’anomalia: il narratore –  o forse dovrei dire i narratori, perché sì, di voce collettiva si tratta. Il paragone che mi è venuto, come a molti altri, leggendo, è stato quello del coro delle tragedie greche. Il coro guarda, commenta, a volte interagisce marginalmente, non possiede la chiave di volta dell’azione, e lo stesso accade qui (Eugenides ha smentito quest’ipotesi, ma la sua risposta non mi convince del tutto). Chi racconta è appunto un “coro” di voci maschili, tra cui spiccano alcuni nomi non fondamentali, per lo più personaggi di second’ordine destinati a brevi e non impressionanti apparizioni.

Una tecnica narrativa insolita ed efficace, perché se da un lato vediamo alcuni di questi giovani interagire (seppur marginalmente) con le cinque sorelle, dall’altro c’è sempre chi resta escluso da questo contatto – chi, come noi, rimane spettatore, a guardare dalla casa di fronte a quella dei Lisbon, a spiare ogni movimento e a prenderne nota.

Narratori, però, piuttosto insoddisfacenti, perché, proprio a causa della loro esclusione dalla vita delle ragazze, non sono in grado di darci nessuna risposta che non sia una congettura. Perché assumersi l’onere di raccontare la storia delle sorelle Lisbon, allora? Essi sono mossi da un amore-ossessione che si sviluppa, dapprima come semplice curiosità, immediatamente dopo il primo suicidio (“Nei primi giorni che seguirono al funerale, il nostro interesse per le sorelle Lisbon non fece che aumentare“). È in questo momento che le ragazze iniziano ad esistere, prendono consistenza. Cosa fanno? Cosa amano? Sono felici?

L’indagine diverrà sempre più morbosa, al punto che i loro oggetti, le fotografie, persino delle cose raccolte dall’immondizia, vengono accuratamente conservati, imbustati, numerati come veri e propri reperti scientifici. Il racconto (ho dimenticato di dire che si tratta di un lungo flashback, poiché i giovani sono ora uomini fatti e maturi) è poi arricchito anche da testimonianze di persone con cui questi improvvisati “custodi” della vita e della morte delle Lisbon parlarono a seguito dei loro suicidi. Dunque narrare per capire, ripercorrere ogni tappa di quei fatidici tredici mesi per trovare un dettaglio che darà senso al disegno, verificherà l’equazione che da cinque variabili è diventata uno zero.

Nella rievocazione che le vede protagoniste, le cinque sorelle suicide – Cecilia, Lux, Bonnie, Mary e Therese – rimangono in pratica per tutto il romanzo un’unica figura mitica e irraggiungibile, collettiva quanto quella dei narratori. L’identificazione è facilitata dalla loro somiglianza esteriore e dalla distanza ideale e fisica da cui le si guarda, che annulla le differenze: esse sono viste come cinque angeli dai capelli biondi e dagli occhi chiari, come creature bellissime vestite in modo simile, accomunate dallo stessa vita  opprimente (e poi, come a ribadirlo, dalla stessa volontà di uscire da essa) che non permette loro di svilupparsi.

 

 

Se all’inizio la famiglia e la loro casa sembrano perfette, il suicidio della prima figlia, Cecilia, incrina lo specchio. L’odore di marcio inizia a levarsi dalla casa in cui le altre quattro restano rinchiuse per ordine di una madre-domina che si ostina a tarpare loro le ali nel nome del loro “bene”, a conservare le apparenze ad ogni costo. Ma l’infezione si diffonderà, e sarà contagiosa.

La casa-prigione diventa per i nostri narratori un antro in cui cercare di introdursi, e di essa vediamo il lento declino, sfacelo esterno e interno, quasi che su di essa gravasse davvero una maledizione – dopo il coro greco, qui mi viene in mente il paragone con la peste di Tebe, flagello che ha una causa celata all’interno della città stessa – di cui faranno le spese le protagoniste.

«Tutto ciò che vogliamo è che ci lascino vivere» dice a un certo punto Therèse.

Un desiderio semplicissimo e irrealizzabile, per un motivo o per l’altro – la continua attenzione mediatica, la madre, i ragazzi stessi – e così, non avendo mai un attimo di pace alla luce del giorno, alle sorelle rimaste non resta che una scelta: darsi, con la morte, l’estrema libertà.

Tutto è ben architettato, in un “patto suicida” che non vuole pietà: Invitati dentro casa loro alcuni ragazzi, cosicché essi siano allo stesso tempo troppo esaltati e troppo impegnati a guardare in giro per accorgersi di quello che sta succedendo davvero, esse si uccidono una dopo l’altra, in silenzio, lontano da altari sacrificali troppo vistosi. Non lasciano nessun biglietto, nessuna spiegazione alla domanda che ci ha assillati fin dall’inizio: perché.

Ai narratori non resta che contemplare il loro fallimento: “Alla fine avevamo le tessere del puzzle, ma comunque le disponessimo, c’erano sempre spazi mancanti, vuoti di una forma bizzarra delineati da ciò che li circondava, come paesi di cui non conoscevamo il nome.”

Quello che Eugenides mette in scena qui è sì la tragedia delle cinque sorelle Lisbon, da sempre impietosamente osservate e mai comprese (“Avvertivamo il senso di reclusione che comporta l’essere ragazze, con la testa che ribolle di idee e di sogni, per poi imparare le combinazioni di colori più adatte. Ci si rese conto della fraternità che ci univa; esistevamo tutti nello spazio come animali con la stessa pelle, e loro ci conoscevano benissimo, benché ai nostri occhi rappresentassero un mondo inesploratoE infine comprendemmo che le ragazze erano proprio donne camuffate, che capivano l’amore e anche la morte[…]”), ma anche il funerale indiretto della middle-class in cui esse si sono mosse nella loro breve esistenza, fatta di giardini ben curati e di irrigatori automatici sempre in funzione, di schemi, convinzioni, apparenza e soprattutto di tanta incomunicabilità – un’amara eredità, questa, che l’autore sembra cogliere direttamente dalle mani di Richard Yates.

Chiara Sandretto

 

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