Poesie (1923-1976) | Jorge Luis Borges

Titolo: Poesie (1923-1976)
Autore: Jorge Luis Borges
Cenni sull’autore:  Jorge Francisco Isidoro Luis Borges Acevedo, noto come Jorge Luis Borges (Buenos Aires, 24 agosto 1899 – Ginevra, 14 giugno 1986) è ritenuto uno dei più importanti e influenti scrittori del XX secolo. Narratore, poeta e saggista, è famoso sia per i suoi racconti fantastici, in cui ha saputo coniugare idee filosofiche e metafisiche con i classici temi del fantastico (quali: il doppio, le realtà parallele del sogno, i libri misteriosi e magici, gli slittamenti temporali), sia per la sua più ampia produzione poetica, dove, come afferma Claudio Magris, si manifesta “l’incanto di un attimo in cui le cose sembra stiano per dirci il loro segreto”. (Fonte:  http://en.wikipedia.org/wiki/Jorge_Luis_Borges )
Traduzione: Livio Bacchi Wilcock
Edizione: Rizzoli
Pagine: 317
Costo: € 10.40
Consigliato: Assolutamente sì.

Datemi un rastrellino

Stanotte, appena chiuso il libro, son rimasta ore e ore a rigirarmi nel letto assalita da orde di pensieri appallottolati. Perché Borges ha colpito nel segno, in quel modo delicato ma preciso con cui nei cartoni animati una freccia colpisce il centro del bersaglio affettando le altre che dignitosamente si godevano il loro momento di gloria. Un sibilo leggero, una stilettata netta e poi la perfezione del silenzio. E tutti questi pensieri, mi son detta, devo fermarli da qualche parte, anche perché sarebbe il caso di dormire. Jorge, hai avuto una cura pazzesca nel forgiare le tue frecce, ma ora fatti più in là ché mi occupi tutto il letto.
Come ripicca, credo, stamattina i pensieri appallottolati son scomparsi, Jorge se li è portati via con un colpo di mano come se fossero uno yo-yo.

Quindi siamo punto e a capo? No. Nell’andare via, il rumore dei pensieri ha lasciato sulla strada dei meravigliosi relitti. Come la risacca dell’onda, che prima tutto inghiotte rumoreggiando, e poi nel ritirarsi lascia qui una conchiglia, là un granchietto di un rosso vivo. Pietre di un giardino zen in riva al mare.

Ed ecco che cosa è la poesia di Borges: un piccolo rastrello. Levigato, leggero, pronto ad accompagnare la tua mano nella cura della tua distesa di sabbia personale. Riga dopo riga, arrivi a circumnavigare un patio (quello delle case di Borges, il tuo), un viso scomparso (dal tuo orizzonte, da quello di Borges), una poesia. E così ti ritrovi un giardino di sabbia ondulata, rimescolata gentilmente ma con vigore, che intorno agli oggetti della tua vita si increspa come l’acqua quando ci lanci dentro un sasso. Le cose prendono peso, la realtà e il silenzio si raccolgono religiosamente attorno alle tue divinità personali. E tu ti senti un po’ più in ordine, rassettato e pronto a farti sferzare da altri venti (tanto, poi, si ricomincia il lavoro).

Non c’è stato finora un poeta capace di parlarmi di casa sua e farmi sentire nella mia. Borges parla del patio e io mi sento i polmoni pieni dell’atmosfera della casa dei miei nonni. Quella quiete che risana, quel profumo di fiori e peperoncini messi a seccare, quel profumo di vini che furono e che son spariti con le gole che li hanno assaporati.

Scivolo per la tua sera come la stanchezza per la pietà di un declivio.
La notte nuova è come un’ala sopra i tuoi terrazzi.
Sei la Buenos Aires che avemmo, quella che negli anni si allontanò quietamente.
Sei nostra e festosa, come la stella che le acque raddoppiano.
Porta finta nel tempo, le tue strade guardano il passato più lieve.
Chiarore da dove ci arriva il mattino, sopra le dolce acque torbide.
Prima di illuminare la persiana il tuo basso sole rende felici le tue ville.
Città che si ascolta come un verso.
Strade con luce di patio. 

Solo a riscriverla, la faccia mi impone un sorriso.
Non è solo casa, Borges. E’ anche paura, senso di vuoto e vertigine nel constatare che siamo fatti di sabbia, siamo un sogno sognato da chissà chi altro (forse anche lui sognato, chissà), esseri “un po’ memoria e un po’ oblio”. Ti accarezza come la nonna e ti schiaffeggia come la realtà quando si fa aspra e aggressiva: tu, tutte le persone che sei stato, siete solo il riflesso di tanti altri che furono prima di te. Poi ti lascia ritornare a giocare. Puoi tornare al tuo patio, alla tua casa della nonna, a goderti i momenti di felicità (tieni a mente l’ultimo comandamento di un vangelo apocrifo: Felici i felici).

Fossi in voi io Borges lo terrei da parte per quando avete voglia di rimettervi un po’ in sesto. Perché a discapito di quanto potrebbe sembrare, in quei casi il tentativo di convincersi che nella nostra vita c’è solo luce, c’è solo luce, c’è solo luce, finisce per corroderci. Meglio spegnere una luce e godersi l’ombra, accettarla, e vedere (o meglio, sentire) tutto il resto senza l’alone del sole accecante a deturparne la bellezza.

Elisa Lai

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