Archivi del mese: maggio 2012

Il film della sua vita | Angelo Morino

Titolo: Il film della sua vita
Autore: Angelo Morino
Cenni sull’autore: Angelo Morino è nato nel 1949 in provincia di Torino e si è laureato in Lingue e Letterature Straniere Moderne con una tesi su Mario Vargas Llosa. Contemporaneamente al suo impegno come docente nelle università di Torino e L’Aquila, ha tradotto innumerevoli romanzi dallo spagnolo e dal francese, contribuendo in modo fondamentale a far conoscere in Italia la letteratura ispanoamericana: ha tradotto Puig, García Márquez, Isabel Allende, Bolaño, Vargas Llosa e moltissimi altri, decine di autori che senza il suo contributo non avremmo mai potuto conoscere. Era inoltre a sua volta scrittore: agli otto libri che ha pubblicato in vita se ne sono aggiunti due, ritrovati nel suo computer dopo la morte precoce avvenuta nel 2007.
Anno di pubblicazione:  2012
Edizione: Sellerio
Numero pagine: 218
Costo: 13€
-> Consigliato:  Decisamente sì

A volte succede, con i libri profondi, quelli che ti scavano un solco dentro e toccano corde sensibili, scoperte, fragili: non sai cosa dire, come commentare. Quando un libro è così perfetto, così compiuto pur nella sua conclusione mancata, aggiungere anche solo una parola sembra un delitto. Perché la prosa di Morino è limpida, asciutta, essenziale. Perfettamente limata e ritmica, con un lessico scelto con cura e mai un aggettivo di troppo.

Impossibile descrivere Il film della sua vita in poche parole: certo, si potrebbe semplicemente dire che è un libro sul rapporto dell’autore con la madre, ma è molto di più. Si parte dall’infanzia e si arriva alla morte di lei, scorrendo i momenti importanti della sua vita come in una serie di fotogrammi e soffermandosi sulla storia della relazione con il figlio, intensa, quasi ossessiva. Morino appare completamente soggiogato da una madre dal carattere dispotico ma inaspettatamente fragile non appena la sofferenza le fa perdere il contegno a cui tiene tanto.

In questo libro, che lascia pietrificati e sgomenti, compaiono tutte le declinazioni del dolore: è doloroso, dolente, addolorato. Dolorante. Dolorifico. Un dolore che pervade ogni angolo della coscienza e contagia il lettore con un terrore assoluto nei confronti dell’evento più inevitabile di tutti. Ma la morte non è vista come un’assenza eterna quanto come un processo faticoso, osceno, che turba e disgusta, sfinisce e lascia un senso di vuoto il cui inizio risale già all’arrivo della vecchiaia, con la scomparsa di un corpo tanto amato sotto un guscio di pelle cascante e avvizzita.

Morino narra tutto da un punto di vista strettamente fisico, quotidiano, umano: nessuna pretesa di filosofeggiare sulla vita e sulla morte, solo il grido d’angoscia di un figlio che si ritrova a fare i conti con qualcosa di inesorabile a cui non ha mai voluto pensare. E la figura della madre, così altezzosa, così forte, così dura con lui che cerca in tutti i modi di dimostrarle che non è un buono a nulla, provoca nel lettore una sorta di ammirazione risentita, di rimprovero offuscato dallo stupore per un senso di dignità portato all’estremo.

Ci sono scene dolcissime di contatto fisico tra la madre malata e il figlio, alternate alle sfuriate di lei che si lagna senza posa per il dolore che la consuma. C’è la guerra, il passato di una donna coraggiosa e forte fin da giovane, determinata a seguire l’amore anche se i tempi sono difficili. C’è un’infanzia relativamente felice, vissuta in simbiosi, madre e figlio sempre attaccati, il padre escluso dal loro rapporto privilegiato. Morino non ci risparmia nulla, e non risparmia neppure se stesso, mettendosi a nudo e confidando alla carta anche i pensieri più scomodi e sgradevoli, con un’onestà intellettuale umile e umanissima. La tematica fondamentale della memoria si intreccia con la trascrizione sincera e spassionata di pensieri che, forse, ognuno di noi si troverà a dover affrontare prima o poi.

La morte di un genitore è qualcosa a cui si preferisce non pensare, che implica un cambiamento radicale, una decisa svolta nella vita di chiunque, e particolarmente in quella di un uomo così legato alla propria madre, unica donna che abbia mai amato, essendo omosessuale.

Il romanzo è rimasto incompiuto a causa della precoce morte di Morino, grandissimo ispanista e traduttore, che tuttavia ha fatto in tempo ad affidare al computer la storia di un amore smisurato, incrollabile, possessivo ed estremo in ogni senso. Come ci ricorda Vittoria Martinetto nella commovente nota finale, solo dopo il momento cruciale della morte della madre Morino ha cominciato a scrivere di sé, quasi fosse riuscito soltanto allora a trasformarsi in una persona compiuta, finalmente scissa da un cordone ombelicale mai completamente cicatrizzato, neanche dopo anni di lontananza fisica dalla madre.

L’ho finito con un groppo in gola e il terrore di trovarmi un giorno ad affrontare lo stesso dramma, la stessa angoscia, la stessa solitudine. Morino è stato mio docente all’università e a lui è dedicata la mia tesi di laurea specialistica. Ma anche per chi non l’ha mai conosciuto, questo libro può rivelarsi una di quelle gemme preziose, inaspettate, che toccano l’animo umano in profondità, perché tratta di un tema universale con una delicatezza, una franchezza, un’ingenuità disarmante che rappresentano una vera e propria oasi nel panorama letterario nazionale. Abbiamo perso un grande traduttore, un grande scrittore, un grande uomo. Di quelli che passano sotto silenzio, che lavorano di notte, che non amano apparire e forse proprio per questo si fanno riconoscere quando ti capitano tra le mani, perché brillano più di tutti.

Thais Siciliano 

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Ti prendo e ti porto via | Niccolò Ammaniti

Titolo: Ti prendo e ti porto via
Autore: Niccolò Ammaniti
Cenni sull’autore: Niccolò Ammaniti nasce a Roma nel 1966. Nel 1994 esordisce  con il romanzo ‘branchie!’, cui seguono ‘Ti prendo e ti porto via’ (1999), ‘Io non ho paura’ (2001), ‘Come Dio comanda’ (2006), che gli vale il Premio Strega, ‘Che la festa cominci’ (2009), ‘Io e te’ (2010), ‘Il momento è delicato’  (2012). ‘Io non ho paura’ e ‘Come Dio comanda’ sono stati portati al cinema da Gabriele Salvatores in due film di successo. Bernardo Bertolucci sta curando la regia di ‘Io e te’, ancora in fase di produzione.
Anno di pubblicazione: 1999
Edizione: Mondadori
Pagine: 452
Costo: 10,50 €
Consigliato: Sì.

« Tu sei come me. Tu non vali niente. Io non ti posso salvare. Non ti voglio salvare. A me non mi ha salvato nessuno. »

 

La storia di come questo libro è arrivato nelle mie mani è piuttosto carina e, se vorrete concedermi un momentino, ve la racconterò. Innanzitutto questo libro è un regalo di mia sorella dalla Fiera di Torino (alla quale, per Somma Ingiustizia del Fato, lei è andata e io no). Fin qui, a dir la verità, non ci sarebbe niente di carino. La parte carina comincia quando questo libro arriva da Torino a me ed io, la settimana seguente, lo riporto con me a Torino. Non c’è un libro della mia collezione che abbia compiuto un viaggio più circolare di questo, che abbia percorso tanti chilometri in treno, che abbia guardato tanto a lungo fuori da un finestrino. È un libro viaggiatore, un libro avventuriero.
E, se vogliamo, questo spunto può dare avvio a una riflessione più ampia, che non coinvolge soltanto l’oggetto-libro ma il contenuto stesso del romanzo. Perché anche il romanzo parla di un viaggio, anzi, più d’uno, e sono viaggi circolari anche questi.
Fin dal titolo, Ammaniti ci immette nel vivo di una fuga, un rapimento che ha qualcosa di salvifico e che sembra l’unico modo per evadere da una realtà scomoda. La realtà scomoda è quella di Ischiano Scalo, un paesino come ce ne sono tanti dalle mie parti: una grigia zona residenziale, due bar in croce, un supermarket, una pompa di benzina, la superstrada vicino, la campagna e il mare che si perdono a raggiera intorno. Una realtà di gente semplice e abitudinaria, ma nascostamente gretta, meschina, dai bassi appetiti. Una realtà che soffoca le ambizioni di chiunque voglia uscire un po’ fuori dal coro e inventarsi un sogno. Una realtà che premia i mediocri con una manciata di caramelle, per chi la sbronza al circolo Acli, per chi le nigeriane che battono sull’Aurelia. Una realtà da cui, se sei una persona anche solo un tantino differente, è consigliato darsela a gambe.
Se l’è data a gambe Graziano Biglia, che dopo tanti anni da consumato playboy vorrebbe mettere la testa a posto e decide di far ritorno al ‘nido’. Vuole darsela a gambe Pietro Moroni, che fa ancora le scuole medie, ma vorrebbe diventare biologo, e sa che suo padre non lo manderà mai all’università. Vorrebbe battersela anche suo fratello Mimmo, che sogna di arricchirsi confezionando bastoncini Findus in Alaska. Ci si è rifugiata Flora Palmieri, giovane insegnante che, tra tutti i posti al mondo, ha scelto di seppellirsi proprio a Ischiano Scalo, ma si ritrova costretta in una vita senza amore, segnata a dito dagli abitanti del posto come la Lupa del Verga. Un po’ verghiani sono anche i rapporti di forza tra i personaggi, divisi tra aiutanti e oppositori, ma tutti fondamentalmente in lotta l’uno contro l’altro per realizzare, anche a scapito del prossimo, le proprie aspirazioni o per sfogare la violenza che si accumula con l’essersi repressi troppo a lungo.
A partire da queste premesse, Ammaniti confeziona un libro schietto, crudamente realistico, volutamente volgare, impregnato di un umorismo amaro, caricaturale, grottesco. Il linguaggio è semplice, prevalentemente paratattico, ma il ritmo è incalzante, vivace, le pagine si sfogliano da sole.
Qualche difettuccio c’è certamente, qualcosa al lettore moderno suona male, per esempio la presenza massiccia del narratore onnisciente o la caratterizzazione deboluccia dei personaggi, molto tipizzati, picareschi ma poco ‘interiorizzati’. Tuttavia, il godimento del lettore non ne è toccato molto: non c’è da annoiarsi, si fa qualche risata, si gongola nelle parti di pornografia. Insomma, un lecca-lecca. Fino a quando, a trenta pagine dalla fine, Ammaniti decide che « Adesso basta e, via, torniamo a fare i seri e stavolta ti stronchiamo le gambe. » Il lettore si sbalordisce, illividisce, si scandalizza: « Cavolo, Ammaniti, non togliermi il mio lecca-lecca! » Ma Ammaniti ridacchia sornione e orchestra una bella tragi-commedia finale.
Una commedia tragica, ecco la definizione conclusiva. E, invece del lecca-lecca, tanto amaro in bocca da mandar via.

Chiara Pagliochini


Un nido di nobili | Ivan Sergeevič Turgenev

Titolo: Un nido di nobili
Titolo originale: Дворянское Гнездо
Autore: Ivan Sergeevič Turgenev
Cenni sull’autore: Ivan S. Turgenev nasce ad Orel nel 1818, da una famiglia  ricca e di antico lignaggio. A vent’anni si reca a Berlino per completare la sua istruzione. Qui rimane colpito dalla constatazione di quanto la società dell’Europa Occidentale sia più moderna di quella russa, tanto che, al ritorno in patria, si distingue per le sue idee “filo-occidentali”, contrapposte a
quelle “slavofile”, convinto che la Russia possa progredire solo imitando l’Occidente e abolendo istituzioni ormai obsolete, come la servitù della gleba. I suoi primi lavori di scrittore vengono accolti con elogi da Belinskij, all’epoca il più influente critico russo. Tra le opere principali ricordiamo le ‘Memorie di un cacciatore’ (1852), ‘Un nido di nobili’ (1859) e ‘Padri e figli’ (1862), il suo capolavoro. Proprio quest’opera scatena in Russia polemiche e contestazioni per il suo sovversivo contenuto sociale e spinge Turgenev a trasferirsi a Parigi, dove si spegne nel 1883.
Anno di pubblicazione: 1859
Edizione: Garzanti
Traduzione: Fasanelli M. R.
Pagine: 180
Costo: 8,80 €
Consigliato: Sì.

“Che cosa pensarono, che cosa sentirono entrambi? Chi può saperlo? Chi può dirlo? Ci sono dei momenti nella vita, dei sentimenti… che si possono soltanto indicare – per poi passare oltre.”

 

Se il talento di Turgenev si potesse imbottigliare in una sola espressione, direi che quel“passare oltre” è sufficientemente riassuntivo della sua poetica.
I miei personaggi sono troppo infelici e non voglio dilungarmi sui modi della loro infelicità? Passiamo oltre.
La genealogia che sto dando di loro rischia di scombussolare il lettore? Passiamo oltre.
L’intensità emotiva di questo passaggio sta diventando eccessiva, scadiamo nel patetico?Passiamo oltre.
Perché perdersi in tenere smancerie, perché dare un po’ di sostanza a questa love story?Passiamo oltre.
Per il passare oltre, Turgenev ha davvero un talento sopraffino. Un talento che evita al lettore il pericolo della noia, e che al contempo non riesce ad interessarlo alle vicende. Perché, ahimè, a passar oltre non si cattura l’attenzione, non si acquisisce leggerezza, ma si pecca di superficialità. Turgenev è convinto che al cuore della vita umana risieda un mistero e, invece di dipanarlo – lui, uno scrittore, uno che ha tutti gli strumenti – dice « Non ho il diritto di indagare. Passiamo oltre ». E invece di ficcare il dito nella piaga, come ogni scrittore che si rispetti dovrebbe fare, si limita ad attaccarci un cerottino.

“Un nido di nobili” è la storia di Lavreskij, un signorotto russo che dopo tanti anni di vita all’estero fa ritorno nella sua proprietà. Il contatto con la terra, con la casa, con la gente gli fanno riscoprire un’anima autenticamente russa, che sembrava sepolta dagli effluvi di tutti i profumi di Parigi.
A Parigi Lavreskij ha lasciato la moglie, bellissima e sofisticata, da cui si è separato dopo la scoperta del suo tradimento. Eccolo, lo vedete anche voi, questo russo europeizzato ma neanche troppo che torna a casa con la coda tra le gambe, senza tante speranze per l’avvenire, senza ambizioni di felicità. La felicità, tuttavia, arriva inaspettata. Il legame con la terra russa, con i vecchi parenti lo rinsalda, lo rinvigorisce e Lavreskij scopre in sé il coraggio di amare ancora.
A suscitare il suo amore è la devota, giovanissima Liza, il cui cuore viene scalfito per la prima volta. Liza è generosa, incapace di far del male, religiosa nelle parole quanto nei fatti. Il sentimento che nutre per Lavreskij è puro e timoroso. Una buona stella sembra brillare per tutti quando si diffonde la notizia della morte della moglie parigina. Sbarazzatasi del terzo incomodo, Liza si sbarazza pure dei dubbi che la attanagliano e in una scena incantevole, ma più accennata che vissuta, promette a Lavreskij il suo devoto cuore.
Ma amare un uomo così tanto e amare Dio così intensamente è possibile? E, soprattutto, da chi dipende la felicità sulla Terra se non da Dio stesso? È lecito per l’uomo cercare di essere felice? Da chi vengono le punizioni che gli sono inflitte? Turgenev ci svela un mondo beffardo, bastardo, che lascia il lettore con l’amaro in bocca.
Gli spunti metafisici del romanzo si inseriscono in un contesto storico-sociale perfettamente delineato. Lo scontro tra slavofili e occidentalisti, la presa di coscienza della nobiltà russa, il rapporto con la servitù della gleba sono solo alcuni degli elementi con cui Turgenev conferisce spessore alla narrazione.
Ma più di tutto, non prendiamoci al giro, al lettore medio interessano i dettagli, quel dito di Lavreskij che sfiora il tasto del pianoforte, i nastri del cappellino di Liza che si gonfiano al vento, le parole della vecchia Glafira in punto di morte (« Ogni uomo, caro mio, è dato in pasto a se stesso ») e il musicista tedesco, Lemm, figura tanto romantica, triste, poeticissima.
Il limite di Turgenev consiste nel non capire quanto il lettore medio sia interessato a ficcare il naso nelle vicende altrui e quanto invece gli ripugni la reticenza. Il lettore non vuole passare oltre: lui vuole passare attraverso.

Chiara Pagliochini


Il vecchio e il mare | Ernest Hemingway

Titolo: Il vecchio e il mare
Titolo originale: The Old Man and the Sea
Cenni sull’autore: Ernest Hemingway, secondogenito di una numerosa famiglia, nasce a Oak Park, un sobborgo poco lontano da Chicago, il 21 luglio 1899. In compagnia del padre, un medico che amava la vita all’aria aperta, viene introdotto fin dall’infanzia all’amore per la caccia e la pesca, che rimarranno le sue grandi passioni per tutta la vita. Sono esperienze di un rapporto formativo e quasi iniziatico con la natura che troveranno poi espressioni in alcuni dei suoi migliori racconti.
Notando il precoce talento gli insegnanti lo incoraggiano a scrivere e dopo il diploma viene assunto come cronista dal Kansas City Star. Hemingway inizia così una professione che non abbandonerà mai e che influenzerà profondamente la sua carriera di scrittore. Nel 1918 Hemingway si arruola come volontario nei servizi di autoambulanze e viene inviato sul fronte italiano. Ferito a Fossalta di Piave, dopo un periodo di cure a Milano ritorna in breve tempo al fronte. L’orrore della guerra in trincea lascerà un segno indelebile nello sviluppo della sua personalità e le esperienze di guerra costituiranno la base per Addio alle armi (1929), uno dei suoi romanzi più celebri. Rientrato negli USA, e festeggiato nella cittadina natale come un eroe, riprende l’attività di giornalista, e comincia a lavorare ad alcuni racconti, ma non riesce a riadattarsi.
Nel 1920 sbarca in Europa come corrispondente del Toronto Star; dopo essere partito alla volta della Spagna, nell’anno 1929, Hemingway torna negli USA stabilendosi a Key West, in Florida. Nel ’37 lavora come corrispondente di guerra a fianco degli americani e l’esperienza assumerà anche una sua forma narrativa nel famoso romanzo Per chi suona la campana, pubblicato nel 1940 e scritto a Cuba dove si è trasferito nel 1939. Nonostante i successi e la fama internazionale,scrivere gli resta sempre più difficile; il suo pessimismo cresce, l’immagine del vecchio e virile Hemingway crolla improvvisamente. Riesce a scrivere un ultimissimo racconto, la lotta del pescatore Santiago narrata ne Il vecchio e il mare (1952). Indebolito nel fisico è soggetto per lunghi periodi a una depressione nervosa che, nonostante le cure degli amici e della moglie, il 2 luglio del 1961, lo condurrà al suicidio.
Anno di pubblicazione: 1952
Edizione: Mondadori
Pagine:104
Costo: 8,50€
Consigliato: Un ‘must-read’.

‘Non lo disse a voce alta, perché sapeva che a dirle le cose belle non succedono’

E’ con questa storia che inizio la mia interminabile (sì, ne sono consapevole) storia d’amore con Ernest Hemingway. Una storia che delinea la forza di volontà, d’animo, il coraggio e la voglia di combattere e lottare di un uomo a cui ho dato da quasi un giorno uno spazietto nel mio cuore. Santiago è un pescatore, così come lo fu Hemingway e motivo per il quale mi piace pensare che questa sia una sorta di sua autobiografia, appassionato di baseball e al quale capita molto spesso, un po’ come a tutti noi, di sognare ad occhi aperti. Un uomo che dopo ottantaquattro giorni di sordida sfortuna, riesce finalmente a catturare una nobile preda, una preda che ben presto, però, si farà corteggiare e gli farà sudare sette camicie.

Una storia che, nemmeno a farlo apposta, sembra abbia voluto riportarmi a vecchie memorie, a vecchi ricordi scolpiti nella mente: il mare azzurro come un cielo d’agosto, la pesca come semplice passatempo ma anche come stile di vita, la fauna marina che spesso incute il terrore più profondo e che non ama in alcun modo la compagnia di quell’essere screanzato che è l’uomo; per me, ragazza proveniente da un piccolo paesino della Sardegna a circa trenta chilometri dal mare, è stato come riassaporare un gelato al gusto che preferivo di più quand’avevo otto anni.

‘L’uomo può essere ucciso, ma non sconfitto.’

Il vecchio e il mare è un romanzo che istiga alla vita e al coraggio più puro, alla voglia di fare e di combattere arduamente per raggiungere ‘l’obiettivo’ al quale ci si impone di arrivare; niente e nessuno, se la nostra è una buona volontà, può esserci d’impaccio, e soprattutto niente e nessuno può attraversare il nostro cammino, mettendoci i bastoni fra le ruote ed impedendoci di arrivare finalmente alla meta. Non c’è nulla che ci impedisce di ‘arrivare’, di ‘brillare’, a parte il ‘volere troppo poco’; non c’è squalo che tenga in un oceano di problemi e difficoltà che la vita ci impone e ci pone, di fronte alla nostra forza.
Oltre a questo, in questo amabile racconto, nonostante Hemingway inizialmente dica che le cose belle non accadono se le si dice a voce alta, possiamo trovare comunque Santiago che parla a voce alta a se stesso. Attraverso la sua voce il vecchio riesce a tranquillizzarsi, fa in modo che la sua speranza non svanisca nel nulla come il fumo di una sigaretta, parlando a se stesso, a voce alta, la sua forza e la sua buona volontà non vengono meno, e credo che questo sia un segno di come Hemingway ci voglia far pensare a quanto malleabile sia il nostro ‘pensare’, e dunque l’intelletto stesso, che può essere rigenerato da una parola positiva, dalla stessa positività insita in noi stessi. Insomma, non si può rischiare di dire e urlare al mondo intero un proprio desiderio per paura, una volta averlo urlato, di non essere minimamente ascoltati da quella forza oscura che in qualche modo riesce a realizzare i nostri sogni, ma non si può non utilizzare la propria voce come il miglior calmante del proprio animo.

Ciò che più mi addolora e mi rende triste, e con questo chiudo, è il fatto che mi sembra strano e mi fa rimanere di sasso che la stessa persona che è riuscita a scrivere questo romanzo, Ernest Hemingway, un romanzo forte, avvincente, pregno di voglia di continuare a lottare per tutto ciò in cui si crede, sia riuscito a compiere un gesto che va al di là di questa storia, che è totalmente contrario a ciò che è racchiuso in queste centoquattro pagine di pura ‘vita’, ovvero il suicidio. Forse anche i più forti, quelli che sembra non cederanno mai, ad un certo punto della loro vita finiscono ogni residuo di forza rimasta e si abbandonano a quello che sarà il loro ‘destino’.

10/10

Alessandra Mugnai

Riguardo Ernest Hemingway potete leggere la recensione anche di:
-> Festa mobile 


Storia di una capinera | Giovanni Verga

Titolo: Storia di una capinera
Autore: Giovanni Verga
Cenni sull’autore: Massimo esponente del verismo in Italia, continuatore e a sua volta innovatore dell’opera di Luigi Capuana, Verga è considerato uno dei padri della letteratura italiana moderna. Destinato dal padre agli studi giuridici ben presto abbandona gli studi per dedicarsi alla sua vera vocazione, la scrittura. Ebbe una formazione atipica, molto lontana dalla corrente accademica che dominava il panorama italiano in quel tempo. Nel suo background culturale oltre, ovviamente, a un viscerale amore per la sua terra, la Sicilia, troviamo una forte passione per la romanzistica francese. Fin dalla giovinezza mostra interesse per la politica, e sarà parte attiva della spedizione garibaldina, arruolandosi nella Guardia Nazionale di Catania. Dopo alcuni, purtroppo fallimentari, esperimenti nel campo dell’editoria giornalistica Verga si trasferisce a Firenze, città in cui trova una maggiore vivacità culturale e la possibilità di farsi conoscere al grande pubblico salottiero. In questo contesto scrive il suo primo romanzo di successo, “Storia di una capinera”, da subito un successo, anche dal punto di vista economico. Nel ’72 si trasferisce a Milano e incomincia a prendere contatti epistolari con Zola e Flaubert, due figure chiave della corrente “naturalista”. Questa esperienza metterà in lui i semi per la realizzazione del suo più grande progetto, quel “Ciclo dei Vinti” che sarà destinato a rimanere incompleto. Autore poliedrico, scrisse tra le più belle novelle dell’epoca (tra cui Rosso Malpelo) pubblicate a puntate su svariate testate e opere per il teatro (una su tutte, la Cavalleria Rusticana).
Anno di pubblicazione: 1871
Edizione: Feltrinelli
Costo: 7€
-> Consigliato: Sì. E’ “anacronistico” per la nostra epoca ma da uno scorcio interessante sull’Italia di quel tempo.


Avevo visto una povera capinera chiusa in gabbia: era timida, triste, malaticcia ci guardava con occhio spaventato; si rifuggiava in un angolo della sua gabbia, e allorché udiva il canto allegro degli altri uccelletti che cinguettavano sul verde del prato o nell’azzurro del cielo, li seguiva con uno sguardo che avrebbe potuto dirsi pieno di lagrime. Ma non osava ribellarsi, non osava tentare di rompere il fil di ferro che la teneva carcerata, la povera prigioniera. Eppure i suoi custodi, le volevano bene, cari bambini che si trastullavano col suo dolore e le pagavano la sua malinconia con miche di pane e con parole gentili. La povera capinera cercava rassegnarsi, la meschinella; non era cattiva; non voleva rimproverarli neanche col suo dolore, poiché tentava di beccare tristamente quel miglio e quelle miche di pane; ma non poteva inghiottirle. Dopo due giorni chinò la testa sotto l’ala e l’indomani fu trovata stecchita nella sua prigione. Era morta, povera capinera! Eppure il suo scodellino era pieno. Era morta perché in quel corpicino c’era qualche cosa che non si nutriva soltanto di miglio, e che soffriva qualche cosa oltre la fame e la sete.
Allorché la madre dei due bimbi, innocenti e spietati carnefici del povero uccelletto, mi narrò la storia di un’infelice di cui le mura del chiostro avevano imprigionato il corpo, e la superstizione e l’amore avevano torturato lo spirito: una di quelle intime storie, che passano inosservate tutti i giorni, storia di un cuore tenero, timido, che aveva amato e pianto e pregato senza osare di far scorgere le sue lagrime o di far sentire la sua preghiera, che infine si era chiuso nel suo dolore ed era morto; io pensai alla povera capinera che guardava il cielo attraverso le gretole della sua prigione, che non cantava, che beccava tristamente il suo miglio, che aveva piegato la testolina sotto l’ala ed era morta.
Ecco perché l’ho intitolata: Storia di una capinera.

Quando recensisco non sono solito riportare la trama, se non per accenni sommari. I motivi sono molteplici. Il primo è semplice e un filino egoista. Quando leggo un articolo su un libro non voglio vedere le stesse parole rimescolate a nostro piacimento. Preferisco di gran lunga immaginare, in fondo un libro è fatto per quello. E mi piace leggere cosa una persona immagina. Mi piace la mente che rielabora con la propria sensibilità, che “interiorizza” le immagini vaghe e indefinite che emergono dall’universo di un libro.Nella “Storia di una capinera” io ho visto un messaggio di ribellione, così superbamente velato da farlo sembrare il semplice dramma di una persona innamorata. Verga vuole farci sapere la sua opinione su una pratica anacronistica come quella della clausura “forzata” di molte giovani ragazze, che affidano la loro vita a Dio non potendo provvedere economicamente alle proprie. Tuttavia, come fece Dickens in età vittoriana, Verga lancia la sua pietra mestamente, con un movimento leggero ed elegante. Egli sa distrarre l’attenzione sulla scomoda tematica, seppellendolo sotto espedienti ricercati e inusuali, come la forma epistolare e l’abuso di punteggiatura. Riesce a trasformare una consuetudine barbara, una grande tematica sociale in un singolo, in apparenza innocuo, dramma personale. Abbiamo nella letteratura celeberrimi esempi di storie simili. Visto che tutti, volenti o nolenti, l’hanno letto, metto sul piatto laMonaca di Monza, figura enigmatica de “I promessi sposi”. Tuttavia Verga, a differenza di Manzoni dà alla sua protagonista un’aura di innocenza bambinesca. Altro tema manzoniano può essere intravisto nella fuga da una malattia, il colèra, che imperversa su Catania. Uno dei topòs più classici della letteratura italiana, inaugurato dal Decameron di Boccaccio. Non è sicuramente casuale il casus belli scelto da Verga per raccontarci la storia di Marianna. Ella fugge da una malattia del corpo, ma finirà lentamente, senza accorgersene, vittima di una malattia dell’anima.

Alle falde del Monte Ilice, Marianna assapora la libertà, quella strana sensazione che nella sua mente abituata a essere prigioniera acquista una forza stupendamente incontrollabile. Offre alla “sorella” Maria un quadro della sua nuova situazione con una spontaneità tipica appunto di quel “fanciullino” di cui Pascoli ci parlerà solo trent’anni dopo. Esattamente come un bimbo, Marianna si stupisce di ogni cosa che la attornia. Gli alberi che circondano la casa, la brezza mattutina, le passeggiate con Vigilante, l’amato cane di famiglia. Vive le spensierate giornate estive tra lampi improvvisi di felicità e tuoni morali che la richiamano al pudore della sua condizione, quella di sposa di Dio. L’arcigna matrigna è spesso colei che interrompe bruscamente i vaneggi letterari di Marianna, richiamandola a una realtà dei fatti che non si concilia col mondo che la ragazza va creando nella sua corrispondenza con Maria.

La vera chiave della storia sta nella relazione con il vicino di casa, Nino, che si insinua morbosamente nella mente della giovane suora. Marianna non ha mai conosciuto un ragazzo e sopratutto non conosce la mondanità dei balli e delle sofisticate cortesie. Nino la mette spesso a disagio con i suoi atteggiamenti gentili e la ragazza, giorno dopo giorno, finisce col combattere coi suoi sentimenti che vanno crescendo, inarrestabili. Al ritorno al convento scopre che Nino è stato destinato alla sorella. Questo fatto assesta un durissimo colpo al precario equilibrio sopra la follia che la monaca era riuscita stabilire. Non sa in alcun modo come fermare quest’onda impetuosa che la pervade e nelle lettere che manda si possono chiaramente intuire le incertezze, i segni di quel morbo che si chiama amore e che la logora. Io penso che Marianna sia, a suo modo, una martire. Da una parte sta la forte cultura cattolica e conservatrice di una Sicilia ancora molto legata all’agricoltura, alla pudicizia dei costumi, alle tradizioni secolari del rispetto per la famiglia. Dall’altra sta l’anima inquieta che si nasconde dentro una ventenne innamorata, perfettamente conscia del proprio peccato ma vittima della sua stessa sensibilità. Marianna è una “vinta”. E’ forse al pari dei Malavoglia e di Mastro don Gesualdo, una vittima del suo destino infausto da cui non si può allontanare. L’ideale dell’ostrica è radicato in lei come in ogni altro personaggio del “Ciclo”. Ma il suo dramma Marianna lo vive interiormente, e solo attraverso la corrispondenza emerge la sua fragile psicologia.

Nella totale impossibilità di conciliare amor sacro e amor profano ella si avvia verso una guerra civile tra le sue due metà, con un unico, inesorabile risultato. La pazzia. La pazzia all’inizio impersonata nella figura di Suor Agata, che vive in isolamento da vent’anni. Le paure, la debolezza fisica, mentale, alla fine la sconfitta finale. Un ultimo, grande, delirio di follia, trampolino verso la morte.

Vi avverto, questo è il classico libro che non bisogna aggredire con arroganza, approfittando del fatto che si presenta piccolo e indifeso. Questo è un libro che se viene letto con calma, pazienza, e cercando di immedesimarci in una realtà che non ci appartiene può fare davvero riflettere. Da amante dei classici sono a dir poco di parte ma credo sia una lettura consigliata, un romanzo d’amore non convenzionale con un tocco tragico shakespeariano.

“Ho pianto, ho pregato tanto, che la mia miseria vi ha fatto compassione; adesso son rassegnata, son tranquilla; non voglio più pensare, non voglio più rimaner sola; il pensiero è il nostro male, la nostra tentazione.”

Davide Casadei


Romanzieri ingenui e sentimentali | Orhan Pamuk

Titolo: Romanzieri ingenui e sentimentali
Titolo originale: The Naive and the Sentimental Novelist
Autore: Orhan Pamuk

Notizie sull’autore: Orhan Pamuk è nato a Istanbul il 7 giugno 1952. Ottiene un particolare successo nel 1982 con il romanzo d’esordio “Il signor Cevdet e i suoi figli”, affresco di tre generazioni di un’agiata famiglia di Nisantasi, il quartiere di Istanbul dove l’autore è cresciuto. A partire dai successivi romanzi, ”La casa del silenzio” ed “Il castello bianco”, per giungere ai più celebri “Il mio nome è rosso” (miscellanea di mistero, passione e filosofia) e “Neve” (romanzo dai toni spiccatamente politici), viene a delinearsi sempre più compiutamente e “prepotentemente” uno dei temi fondamentali della scrittura di Pamuk: l’incontro, problematico e conflittuale, fra Oriente ed Occidente, che coinvolge e dilania tanto la dimensione esterna quanto quella interna dell’individuo. Tra gli altri titoli si ricordano: “Istanbul”, “Il libro nero”, una delle letture più controverse della letteratura turca, grazie alla quale Pamuk conquista il successo popolare, “La nuova vita”, divenuto il più rapido best-seller nella storia letteraria della Turchia, “Gli altri colori”, dura critica alla politica del governo turco nei confronti della minoranza curda, “La valigia di mio padre” e “Romanzieri ingenui e sentimentali”, ultima pubblicazione. L’autore è stato oggetto di persecuzioni ed episodi di dura censura in Turchia per le posizioni assunte in merito alla questione del massacro turco degli Armeni e dei Curdi compiuto durante la prima guerra mondiale. Il 12 ottobre 2006 viene insignito del premio Nobel per la Letteratura, in quanto “nel ricercare l’anima malinconica della sua città natale, ha scoperto nuovi simboli per rappresentare scontri e legami fra diverse culture“.
Anno pubblicazione: 2012
Edizione: Einaudi
Prezzo: ahimè 18 euro
Traduzione: Anna Nadotti
-> Consigliato: a chiunque ami Pamuk e voglia conoscerlo meglio, ma anche a chiunque voglia affrontare le proprie letture con maggior consapevolezza.

“Fu prendendo seriamente i romanzi che imparai a prendere sul serio la vita, quando ero giovane. La letteratura ci induce a prendere seriamente la vita mostrandoci che abbiamo il potere di influenzare gli eventi, e che sono le nostre decisioni personali a configurare la nostra esistenza.”

Partiamo da lontano. Le Norton Lectures sono un ciclo di sei conferenze sulla poesia “intesa nel senso più ampio possibile” tenuto ogni anno a Harvard. Chiamati a relazionare, fin dal 1925, sono nomi di spicco della letteratura, della musica e dell’arte in generale. Se avete sentito parlare delle “Lezioni americane” di Calvino, sapete di cosa sto parlando. Calvino avrebbe dovuto essere il relatore per l’anno 1985. Nomi del calibro di Eliot, Stravinskij, Borges, Eco si sono succeduti nel corso degli anni su quel palco. Le lezioni vengono poi pubblicate dalla Harvard University Press.

Nel 2009 le Norton Lectures sono state tenute da Orhan Pamuk, Nobel per la letteratura 2006.

Ad incuriosirmi, quando in biblioteca nel settore novità ho visto questo libro, è stato il titolo. “Romanzieri ingenui e sentimentali”: di cosa parlerà? L’ho rigirato tra le mani per un po’, prima di capire che non si trattava di un romanzo, ma di lezioni tenute da Pamuk sull’arte del romanzo.

Pamuk è un autore che mi incuriosisce molto. Dopo aver letto “Il mio nome è rosso”, che mi aveva lasciata in uno stato quasi inspiegabile di fronte a tanta erudizione, profondità e originalità, desideravo conoscere meglio quest’autore. Perciò avevo letto molte sue interviste e recensioni ai suoi romanzi. Ma nonostante tutti i miei sforzi, rimaneva per me un personaggio esotico, così distante, quasi inconoscibile.

Immaginate la mia gioia pertanto nel vedere soddisfatta la mia curiosità da “Romanzieri ingenui e sentimentali”. Queste sei lectures ci fanno entrare nell’arte del romanzo (della sua composizione così come della sua decodifica) da una porta privilegiata: il punto di vista di Pamuk. E così veniamo a sapere come lui si prepara per scrivere un romanzo, come lo compone, quali sono i principi fondamentali cui si attiene, il tipo di lettore cui si rivolge. Ma non solo. Parlando di sé, Pamuk ci rivela i segreti di più di tre secoli di romanzieri e di lettori. Sì, perché esistono anche lettori (non solo romanzieri) ingenui e lettori sentimentali.

Ma partiamo dal principio. Nel 1795 Friedrich Schiller scrive il saggio intitolato Über naive und sentimentalische Dichtung (“Sulla poesia ingenua e sentimentale”) in cui egli distingue tra produzione poetica ingenua (la poesia degli antichi, spontanea, vicina alla natura) e sentimentale (conseguenza del distacco dell’umanità moderna dalla natura, che aspira a ritornare alla condizione privilegiata degli antichi). Questo saggio fornirà la base teorica alla distinzione tra letteratura classica e romantica, e influenzerà tutta la teoria letteraria successiva.

Partendo da queste due categorie, Pamuk analizza diversi modi di avvicinarsi al romanzo, sia da parte degli autori che dei lettori, di volta in volta più ingenui o più sentimentali. Ma guai a chi è solo ingenuo o solo sentimentale!

Il percorso attraverso l’arte del romanzo si dipana attraverso sei tappe (del resto, sei sono le conferenze):

I. Cosa fa la nostra mente quando leggiamo romanzi.

II. Signor Pamuk, tutto questo è davvero successo a lei?

III. Personaggi, intreccio, tempo.

IV. Parole, quadri, oggetti.

V. Musei e romanzi.

VI. Il centro.

Man mano che procediamo nella lettura, scopriamo tante di quelle cose a cui non avevamo mai pensato, che da quel momento in poi nessun romanzo sarà più lo stesso. Ve ne anticipo una (perché non voglio togliervi il gusto di scoprirle da voi): sapevate che la nostra mente compie almeno otto azioni contemporaneamente mentre leggiamo un romanzo? La prossima volta che vi mettete a leggere, provate a inventariarle. E poi confrontatele con quelle elencate da Pamuk nella sua prima lecture. Un’altra: cos’è il “centro” del romanzo? È il motivo per cui noi continuiamo a leggere romanzi. Sì, ma che cos’è? Non ve lo dico. Dovete scoprirlo da voi.

Questo libro diventa così una guida da tenere sotto mano e da consultare di tanto in tanto per capire ciò che stiamo leggendo e per capire noi stessi mentre leggiamo. Uno libro da sottolineare, riempire di appunti e avere sempre a portata di mano. Il problema è che il prezzo è veramente alto. Come dicevo, io l’ho preso in biblioteca ma mi è dispiaciuto non poterlo studiare meglio, come avrebbe meritato. Mi toccherà attendere un’offerta propizia o l’edizione economica. Se ne avete la possibilità, comunque, acquistatelo: sono soldi davvero ben spesi!

 

Anya Pellegrin

Sempre riguardo Pamuk potete leggere la recensione di:
-> Neve
-> Il mio nome è rosso
-> Il museo dell’innocenza 


La ragazza dello Sputnik | Haruki Murakami

Titolo: La ragazza dello Sputnik
Titolo originale: Supuhtoniku no Koibito
Autore: Haruki Murakami
Cenni sull’autore: A un anno Haruki Murakami si trasferisce nella città di Ashiya, nella prefettura di Hyogo. Poco dopo si trasferisce a Kobe. E’ qui che trascorre la sua crescita ed è sempre qui che,  grazie all’ambiente multiculturale di questa città sul mare, comincia ad entrare in contatto con stranieri e libri inglesi. Al liceo, scrive nel giornale della sua scuola.
Si iscrive alla facoltà di letteratura dell’università Waseda di Tokyo. Nel 1968, durante il primo anno di università, conosce Yoko Takahashi (nata il 2 ottobre 1948), figlia di un commerciante di futon di Tokyo, sua futura moglie. Sono gli anni delle rivolte studentesche e Murakami vive molto liberamente quel periodo. A proposito della guerra in Vietnam ha detto “Anche se il Giappone non partecipò alla guerra, noi eravamo convinti che dovevamo assolutamente porvi fine. Questo era il nostro sogno per un nuovo e pacifico mondo.” Nell’ottobre del 1971, Haruki Murakami sposa Yoko Takahashi. Haruki lascia l’università per un anno e comincia a lavorare per una stazione tv. Ma poichè questo lavoro non lo soddisfa, lui e la moglie decidono di aprire un jazz bar. I soldi necessari ad aprire questa attività provengono da un prestito di una banca e dai guadagni ottenuti dai due lavorando di giorno in un negozio di dischi (anche questa esperienza viene riproposta in Tokyo blues, norwegian wood) e di sera in una coffe house.
Haruki si laurea nel 1975 con una tesi dal titolo: “l’idea del viaggio nel cinema americano”.  Nel 1977 trasferiscono il jazz bar in una zona più centrale di Tokyo. Il nuovo locale aveva come insegna un enorme sorridente gatto del Cheshire e all’interno tutto (tavoli, bastoncini, tazze, fiammiferi..) era decorato con dei gatti. Murakami fino a questo momento è vissuto interessandosi alle sue due passioni: la musica e la letteratura, ma concentrandosi prevalentemente sulla prima. Sentiva infatti di non avere ancora l’esperienza necessaria per scrivere un libro. Ma le cose stanno cambiando. Come ha modo lui stesso di raccontare “in un bel giorno di primavera, nell’ Aprile del ’74, stavo sdraiato su un prato, bevendo una birra e guardando una partita di baseball. E improvvisamente decisi di scrivere il mio primo romanzo.” Si tratta di kaze no uta o kike (ascolta la canzone nel vento), che viene pubblicato nel 1979 facendogli ottenere nello stesso anno il premio Gunzo (Gunzou Shinjin Sho) come migliore scrittore emergente. Nel 1980 pubblica 1973nen no pinbohru (il flipper del 1973) e nel 1982 Hitsuji o meguru Bohken (sotto il segno della pecora), con cui vince il premio letterario Noma (Noma Bungei Shinjin Sho) per scrittori emergenti. Questi tre libri costituiscono la Trilogia del ratto, chiamata così perchè, oltre al protagonista (Boku, termine giapponese maschile e poco formale per indicare “io”), uno dei personaggi principali è “Il ratto”.

Già da un anno (1981) Haruki ha venduto il jazz bar e ha cominciato a vivere dei proventi dei suoi libri.
Nel 1985 pubblica Sekai no Owari to Haado-boirudo Wandaarando (la fine del mondo e il paese della meraviglie) che gli vale nello stesso anno il premio Junichi Tanizaki. Nel febbraio del 1986 si trasferisce di nuovo, questa volta a Oiso, nella prefettura di Kanagawa. Dall’ottobre 1986 viaggia tra la Grecia e l’Italia (in particolare, in Sicilia e a Roma) e scrive noruwei no mori (Norwegian wood), che viene pubblicato in Giappone nel 1987 mentre Murakami si trova ancora in Europa. Noruwei no mori si rivela fin da subito un autentico caso letterario, vendendo 2 milioni di copie in un anno!

Tra il 1987 e il 1988 Murakami scrive interamente a Roma dansu dansu dansu (dance dance dance), che viene pubblicato nel 1988. Dal gennaio 1991 si trasferisce in America, dove lavora come ricercatore associato all’università di Princeton. Il gennaio dell’anno seguente è nominato professore associato della stessa università. Dei suoi frequenti viaggi scrive “Se potessi sceglierei di vivere in Inghilterra. Quando ero in Europa ho pensato di tornare nel mio paese di origine a quarant’anni. Ma non l’ho fatto.” Nel 1992 esce Kokkyo no minami, taiyou no nishi (a sud del confine ad ovest del sole). Nel luglio del 1993 si trasferisce a Santa Ana CA per insegnare all’università William Howard Taft. Nel 1994 e nel 1995 vengono pubblicati i tre volumi di Nejimakidori kuronikuru (l’uccello che girava le viti del mondo), che gli valgono nel 1996 il prestigioso premio Yomiuri. Nel 1997 viene pubblicato Underground, saggio sull’attentato alla metropolitana di Tokyo da parte della setta AUM nel 1994. In questo saggio, Murakami raccoglie le interviste ai sopravvissuti e ai parenti delle vittime, cercando anche di tracciare un quadro del Giappone contemporaneo. Nel 1999 esce Supuhtoniku no Koibito (la ragazza dello sputnik).
Anno di pubblicazione: 2006
Edizione: Einaudi
Pagine: 236
Costo: 9,60
Consigliato: Sì, assieme al suo Norwegian Wood.

Un velo di malinconia e sconforto avvolge questo romanzo dall’inizio, per tutto il corso delle vicende insite in esso, fino alla stessa conclusione. Lo stesso Murakami che troviamo in un affascinantissimo Norwegian Wood (reso ancora più affascinante dal fatto che il titolo fa riferimento all’omonima e semi-conosciuta canzone Beatlesiana scritta dallo stesso John Lennon) riesce a tenere il filo del racconto a un metro sopra la nostra testa per tutta la durata dello stesso e, nonostante i nostri terribili sforzi per arrivare ad afferrarlo, finisce che il romanzo termina e noi rimaniamo come dei veri e propri pesci lessi col braccio a penzoloni. Capite cosa voglio dire?
Sì, è proprio uno di quei romanzi.
Un romanzo intenso, emozionante, vigoroso che riesce a tenere il lettore col fiatone fino alla fine della corsa e quest’ultimo, arrivato a questo punto, non può che chiedersi perché lo scrittore non abbia continuato a scrivere e a prolungare il racconto all’infinito.
Ma ora passiamo alla vicenda, o almeno tracciamone i contenuti principali.

Sumire è una ragazza vispa ed impulsiva, un’accanita fumatrice, appassionata di libri, ma sopra ogni cosa amante della scrittura. Ad ogni piccolo ritaglio di tempo libero, i suoi appunti crescono a dismisura e la protagonista del nostro racconto non fa che esprimere attraverso questi le sue stesse emozioni più profonde. (Curioso il fatto che è già il secondo libro nel giro di due mesi che tratta di scrittura e riporta gli affanni degli stessi protagonisti che darebbero qualsiasi cosa pur di coronare il loro sogno più grande, ovvero quello di diventare degli scrittori professionisti. Curioso dico, perché eh, perché magari).
Ma il ribaltamento della scena, ciò che cambia ogni tradizionale visione di Sumire, la nostra giovane aspirante scrittrice giapponese, è una donna più grande di lei di circa quindici anni, Myu. Affascinante e piena di grandi doti, Myu affascina Sumire fino al punto che, frequentandola di volta in volta, non può che domandarsi se ciò che prova per lei non sia proprio amore. Ed infatti è così, Myu sconvolge la sua intera esistenza; Sumire si troverà in bilico tra la sua vita, quella che ha vissuto fino ad allora ignara dell’esistenza di questa meravigliosa donna spuntata fuori dal nulla e la sua nuova vita, quella che inzierà a vivere dal momento in cui Myu entra a far parte di essa. Sconvolgimento totale che porterà la stessa protagonista ad avere alcuni imponenti dubbi anche su ciò che ha amato e che ha pensato avrebbe amato sempre, ovvero la scrittura.
Un ulteriore elemento di sorpresa e di novità all’intero del libro è quello offertoci dal fatto che della piccola e generosa Sumire è innamorato però il suo migliore amico, un giovane di cui non conosciamo il nome e che farà da voce narrante per tutta la durata del racconto.
E’ proprio sul rapporto di questi tre che l’intero romanzo dello scrittore dagli occhi orientali si baserà; l’intreccio delle loro vite, il fatto che queste siano in qualche modo legate ma che i tre non riescano in nessun modo a collegarle e ad afferrarsi l’uno con l’altro. Sarà proprio questo che lascerà alla fine del racconto un sentimento di sgomento misto a malinconia nell’animo del lettore.

La fine del libro, è proprio qui che sta il reale nocciolo della questione, lo scioglimento del nodo, il fine ultimo, a mio parere, dell’intero romanzo.

‘Così continuiamo a vivere la nostra vita, pensai. Segnati da perdite profonde e definitive, derubati delle cose più preziose, trasformati in persone diverse che di sè conservano solo lo strato esterno della pelle; tuttavia, silenziosamente, continuiamo a vivere. Allungando le mani, riusciamo a prenderci la quantità di tempo che ci è assegnata, e poi la guardiamo mentre indietreggia alle nostre spalle. A volte, nel ripetersi dei gesti quotidiani, sappiamo farlo anche con destrezza’.

Murakami ci mostra la caducità delle cose, dell’esistenza; non la fragilità di noi stessi ma quella della nostra stessa vita che, in un modo o nell’altro, un giorno avrà modo di spezzarsi; tuttavia, non solamente della nostra, ma soprattutto la vita e l’esistenza di ciò che amiamo, di ciò che ci sta attorno. Lo scrittore riesce a inserire questo considerevole discorso in un puzzle fatto di parole semplici ma efficaci, la cruda realtà ci viene sparata in faccia in modo a tratti malinconico e crudo (come nel passo appena riportato) ma a volte anche attraverso una visione tipica del sognatore, con degli elementi fantastici e altalenanti tra quella linea poi non del tutto netta tra realtà e finzione.

Un libro che è un invito a far tesoro del tempo, un tempo fugace, un tempo meschino e infantile che sembra non abbia ‘tempo’ (scusate il gioco di parole) per noi e per la nostra misera esistenza, un tempo che è uno Sputnik, che vola via come un razzo senza che lasciarci la consapevolezza e la cognizione di un tempo che fu. L’invito che Murakami ci rivolge dovrebbe essere scritto e affisso in ogni dove, dalla cucina di casa nostra, ai luoghi che frequentiamo abitualmente, fino ai posti che ci capita di frequentare meno spesso.
Avete da dire qualcosa di importante alla vostra fidanzata o a vostra madre? Cosa state aspettando? Avete un sogno da realizzare ma non avete gli strumenti adatti per farlo? Cosa state aspettando a procurarveli? Siete ossessionati da un libro o da un disco che ancora non avete avuto il piacere di comprare? Cosa aspettate? Volete lasciare la vostra vita per crearvene una migliore? Ne avete solo una, non fatevi ingannare da chi vi dice che bisogna accontentarsi.
Un libro che è un carpe diem.

Voto 9,5/10

Alessandra Mugnai


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