Guerra e pace | Lev Nikolaevič Tolstoj

Titolo: Guerra e pace
Titolo originale: Война и мир
Autore: Lev Nikolaevič Tolstoj
Cenni sull’autore: Lev Nikolaevič Tolstoj (1828 – 1910) è considerato uno dei maggiori scrittori della letteratura russa. Nacque da una famiglia di antica nobiltà, nel 1844 si iscrisse alla facoltà di lingue orientali dell’università di Kazan’, passando poi alla facoltà di legge, ma senza conseguire la laurea. Il servizio militare nel Caucaso e la partecipazione alla difesa di Sebastopoli ampliarono il suo orizzonte umano fornendogli materiale per i famosi “Racconti di Sebastopoli” e “I cosacchi”. Questi racconti, oltre ai primi romanzi autobiografici, “Infanzia”, “Adolescenza”, “Giovinezza”, lo imposero all’attenzione dei circoli letterari. Dopo alcuni anni trascorsi tra l’attività letteraria, un breve viaggio all’estero e l’insegnamento ai figli dei contadini, per i quali aveva aperto una scuola a Jasnaja Poljana, Tolstoj sposò nel 1862 la giovane Sofia Andreevna Bers. Nel 1865 comparve la prima parte del romanzo “Guerra e pace”, condotto a termine nel 1869. Il secondo grande romanzo di Tolstoj, “Anna Karenina”, iniziato nel 1873 e concluso dopo una laboriosa stesura nel 1878, lascia trasparire già i segni di una crisi morale e religiosa, che dopo qualche anno si risolse nella conversione. Sul piano umano e sociale, Tolstoj condannava la proprietà privata e predicava la resistenza non-violenta al male e la comunanza dei beni. Le ultime sue composizioni, il romanzo “Resurrezione”, “La morte di Ivan Ilič” e “La sonata a Kreutzer” 
costituiscono il tentativo di adattare le sue idee religiose all’opera letteraria. Il dissidio sempre più forte maturato tra Tolstoj e la famiglia e l’incapacità di modellare la realtà ai principi etici e religiosi che predicava, lo spinsero a una fuga drammatica, che si concluse tragicamente con la morte dello scrittore nella stazione di Ostapovo.
Anno di pubblicazione: 1865 – 1869
Edizione: BUR
Traduzione: Leone Pacini Savoj, Maria Bianca Luporini
Pagine: 1468
Costo: 12,90€
-> Consigliato: Assolutamente sì! (ma nei dovuti modi e tempi)

“Si dice: le disgrazie, le sofferenze…” esclamò Pierre. “Ma se adesso, in questo stesso istante, mi domandassero: vorresti esser rimasto quello che eri prima della prigionia, oppure di nuovo, da principio, passare attraverso tutte queste cose… com’è vero Dio, un’altra volta la prigionia e la carne di cavallo! Noi crediamo che, non appena qualcosa ci sbalza fuori dalla solita carreggiata, tutto sia perduto: e, invece, soltanto allora incomincia il nuovo, il buono. Fin quando c’è vita, c’è anche felicità.”

Quando consegni due mesi di vita nelle mani di un solo romanzo e tutte le sere è il tuo appuntamento fisso – spegni la tv, accantona il pc, limita le uscite – allora il rapporto che si crea tra te e quell’opera è tutto particolare, una cosa che non riusciresti a spiegare in due parole senza sentirti terribilmente ingiusto. Perché se è vero che quel romanzo l’hai amato e odiato, se è vero che l’hai carezzato e poi hai desiderato scagliarlo sul pavimento e saltarci sopra coi piedi, è anche vero che hai imparato a conoscerlo molto meglio di quanto conosci qualunque altro e, se così si può dire, è anche vero che quel romanzo conosce te. E come, col passare degli anni, si ha sempre di più da raccontare su un vecchio amico e giorno per giorno veniamo sorpresi da qualche inaspettato guizzo della sua personalità, così la mole dei commenti, dei pensieri, delle riflessioni è troppo consistente per ridurla in due parole. Metà delle annotazioni le dimentichiamo strada facendo, alcune ci sovvengono soltanto alla fine, altre le veniamo contraddicendo pagina per pagina e così, cammina cammina, sei arrivato alla fine: la tua conoscenza deborda, si rifiuta di limitarsi a una frasetta. Con questo, l’autore della recensione si viene scusando della chilometricità di quanto segue.

Che cos’è Guerra e pace
Guerra e pace è un romanzo storico ambientato in Russia tra il 1805 e il 1820. Particolare attenzione è rivolta a eventi quali la guerra dei tre imperatori, la battaglia di Austerlitz, l’invasione napoleonica della Russia, la battaglia di Borodino, l’abbandono e l’incendio di Mosca, la precipitosa ritirata dei francesi.
Anche al più lampante idiota salta all’occhio che una descrizione del genere dev’essere completamente inadeguata. Ebbene, proviamo a darne un’altra.
Guerra e pace è un romanzo nel quale gli eventi della Grande Storia si intersecano cogli eventi della piccola storia di due famiglie della nobiltà russa, i Rostov e i Bolkonskij. Mentre la Grande Ruota della Storia avanza su se stessa consumandosi, i Rostov e i Bolkonskij verranno consumando le loro vicende umane, di uomini e donne vitali, disorientati, tutti alla ricerca di un senso che renda giustizia all’esistenza, tutti tesi verso una felicità che vanno ricercando ognuno in una direzione diversa.
Il lampante idiota si arriccia i baffi e dice, embè? Va bene, riproviamo.
Guerra e pace è un romanzo in cui la Grande Storia e la piccola storia si formano alla visione filosofica e metafisica del suo autore. Che cosa sia la storia, come e da chi venga portata avanti, in cosa consista la felicità, il bene, perché c’è il dolore, la morte, esiste o no il libero arbitrio, sono solo poche delle tante questioni che Tolstoj non manca puntualmente di affrontare, consegnando al lettore una filosofia completa e complessiva di enorme portata.
Questa terza definizione piace ancora meno al lampante idiota, che solo alla parola “metafisica” ha fatto una smorfia. Il lampante idiota, nella sua lampante idiozia, ha cominciato a chiedersi dove stia la verità e come in un romanzo possa finirci tutta questa roba insieme. Il lampante idiota ha ragione: la nostra definizione pecca già nell’esordio.
Sì, bisogna essere sinceri col lampante idiota. Ebbene, vi inganniamo. Guerra e pace non è un romanzo. Ahimè, no. Non è un romanzo perché per essere romanzo dovrebbe non essere anche un trattato storico. Non è un romanzo e non è un trattato storico perché per essere romanzo e trattato storico dovrebbe non essere anche un trattato filosofico. Quel che sia Guerra e pace non è facile a dirsi e, se una parola è possibile, allora Guerra e pace dev’essere un universo, un universo staccato dal nostro, con le sue leggi di gravitazione particolari, un universo solido, funzionante, completo, che Tolstoj ci consegna in luogo del nostro. Consegnandoci il suo universo, Tolstoj viene in qualche modo a privarci del nostro. Per due mesi, viviamo altrove, due mesi ospiti della Galassia-Tolstoj.

I personaggi
Come, alla fine di un viaggio, più che i posti che abbiamo visto ricordiamo le persone con cui li abbiamo visti e le disavventure, le risate che li hanno accompagnati, così di Guerra e pace ricorderò i personaggi – le persone – che m’hanno accompagnata nel viaggio più che le tappe del viaggio in sé. E temo d’averlo detto più di una volta, per più di un romanzo, ma mai è giusto e sacrosanto quanto questa volta: che a considerare questi personaggi solo dei personaggi si fa un torto a Tolstoj e a se stessi. Mai quanto in questo caso il personaggio è tanto vero, chiassoso, debordante di vita da non poter più essere figurina di carta. Qualche giorno fa, a lezione, il professore di letteratura russa ha raccontato di un tale internato nei gulag che diceva di essere riuscito a sopportare quella terribile esperienza perché il pensiero gli andava alla famiglia Rostov, all’autenticità di Nataša, Nikolaj, del vecchio conte. E così, se una cosa tanto potente può accadere, se pensare a Nataša può risollevarci da una situazione estrema di prostrazione, lenire la nostra disperazione, allora la giustificazione non possiamo trovarla in una somma di tratti particolarmente convincente.
A volte si è così presi dalle vicende umane di questi esserini di inchiostro e corteccia che si scoppia a piangere da una riga all’altra, senza motivo, perché si è troppo felici o troppo tristi o perché quello che accade a loro accade contemporaneamente a noi, la loro vita è la nostra, anche se tra le due non c’è alcuna somiglianza. A molti potrà sembrare un’esagerazione e confesso che suona un po’ sciocco anche a me che lo scrivo, ma è andata così. Per due mesi ho camminato e mi sono guardata allo specchio e ho pensato a me stessa come se non ci fossi solo io, circondata da un crocchio di fantasmi che mi imponevano i loro pensieri e le loro concezioni di vita. E ho parlato da Pierre, son stata male come Andrej, ho cercato Nataša nel mio riflesso. Ho dimenticato che al di sotto della finzione c’ero ancora io, sono stata leggera.
È impossibile in questa sede dare una definizione o anche solo menzione di tutti i personaggi del romanzo. Per questo motivo ho deciso di sceglierne uno solo, che poi è di nuovo Nataša, e per ogni strada mi sembra di tornare a lei.
Nel film del ’67 la prima apparizione di Nataša avviene così:
Inquadratura in campo medio – il salotto di casa Rostov. La contessa Rostova, il marito e alcuni ospiti tra cui Pierre Bezuchov siedono su poltroncine, prendono il tè, si scambiano pettegolezzi su membri dell’alta società e discutono delle imprese di Napoleone. Al centro dell’inquadratura, una porta chiusa.
Tre raccordi sull’asse – la porta si spalanca e Nataša, tredici anni, un vestito bianco, occhi sgranati e un sorriso quasi innaturalmente teso, entra correndo in salotto. La sua figura è investita da un fascio di luce che proviene dal fuoricampo, oltre la porta, ma che sembra emanare da Nataša stessa e si riversa nel salotto come in un quadro del Caravaggio, La vocazione di San Matteo.
Inquadratura in campo medio – Nataša si stringe alla madre e le sussurra qualcosa nell’orecchio, poi esce sempre correndo dalla stanza. Quando la porta si chiude, cessa il fiotto di luce.
Ora, a parer mio, non c’era modo migliore di introdurre Nataša che questo. Perché Nataša è luce, e questa è la definizione più completa che possiamo dare di lei. Nataša è luce che brilla per se stessa e che al contempo illumina tutti gli altri, facendo dono a ognuno della sua vitalità, della sua luminosità di prospettiva. Grazie a lei, molti altri tornano in vita: il principe Andrej Bolkonskij, il fratello Nikolaj, il conte Bezuchov. Nataša è capace di restituire la forza vitale a chiunque l’abbia perduta, per il solo fatto che la sua forza è così immensa che solo una minima parte le è necessaria. L’altra, può donarla tutta. Ma come il sole non si avvede di illuminare la Terra e non si cura di bruciare il raccolto, di seccare il suolo, di accecare gli occhi, così Nataša, se fa del male, non se ne avvede, non già perché sia cattiva ma perché è centrata su se stessa, non concepisce altri sentimenti che non siano i suoi. Così è Nataša, dilaniata tra impeti di grande generosità e un principio di totale egoismo, il suo egocentrismo essendo spontaneo come quello del sole. Ma allo stesso modo che, con la fine del sole, pure la nostra galassia finirà, senza Nataša la Galassia-Tolstoj collasserebbe, trascinando sul fondo tutti gli altri, impedendo loro di trovare una risposta.

Weltanschauung
Due parole, il minimo indispensabile, vale di spenderle sulla visione del mondo che non solo emerge, ma è continuamente esplicitata dall’autore. Per Tolstoj, l’uomo non può fare a meno di avere coscienza della sua libertà. Egli sente di agire di sua volontà e capisce che, se il suo libero arbitrio fosse annientato, non sarebbe neanche più umano. Ma quando l’uomo è inserito nel corso della storia e, in quanto tale, è trascinato da eventi immensamente più grandi di lui, allora si perviene a una contraddizione insolubile. L’uomo è sì libero, ma nel contempo è schiavo della necessità della storia. Che la storia si svolga in un certo modo e non in un altro appare a Tolstoj la conseguenza di una necessità, di una predeterminazione più alta, che conduce a un certo fine con certi mezzi, e non altrimenti. Non sono l’uomo con le sue azioni né il caso a determinare il corso degli eventi storici, poiché il loro svolgimento è già scritto. L’uomo pensa di guidare la storia, in realtà ne è guidato.
Alla domanda “da chi è ordinato il corso degli eventi?” Tolstoj non offre una risposta netta. Certe volte sembra che sia Dio, “senza il quale neanche un capello cade dal capo degli uomini”, certe volte una necessità che è legge, una necessità che esiste ma di cui non si può capire perché esiste, una sorta di legge di gravitazione universale applicata alla storia.
Il problema fondamentale dell’uomo è che si chiede il perché delle cose. La continua ricerca di un senso lo priva della possibilità di essere felice. Per essere felice, l’uomo non ha che due vie, o smettere di chiedersi “perché?” o rispondere “perché è la volontà di Dio”. Al di fuori di queste due vie, la fede o l’indifferenza, non c’è riposo dall’inquietudine.

The dark side of Tolstoj
Ora, chiunque si accinga a una recensione del genere e voglia nascondere al pubblico quanto Guerra e pace sia al contempo estremamente tedioso e, apparentemente, superfluo in molte sue parti non sarebbe un recensionista onesto. Perché, per il lettore del duemila, Guerra e pace è effettivamente tedioso e superfluo in molte sue parti. L’editor di una qualsiasi casa editrice oggi ne sfronderebbe la maggior parte, per presentarci una vicenda ripulita da tutti i suoi orpelli, dalle descrizioni di avvenimenti bellici estremamente complesse e complicate da visualizzare, da personaggi minori il cui impatto sul lettore risulta solo in un incremento di noia.
Tolstoj è uno scrittore molto diverso dagli scrittori che conosciamo, dagli scrittori di oggi. Innanzitutto, è uno scrittore che non sembra in alcun modo curarsi del suo pubblico. Che il lettore lo segua o no, che si interessi o meno, Tolstoj va per la sua strada, incauto, irriverente, egoista. Elitario, impopolare, anti-democratico, poco rispettoso del giudizio altrui, sono tutte cose che mi sento di dire di Tolstoj senza temere di offenderlo. Perché se, nello scrivere Guerra e pace, Tolstoj immaginava un possibile pubblico di lettori, allora non poteva che visualizzarlo come tanti piccoli, barbuti Tolstoj, tutti ugualmente interessati a ciò che aveva da dire. Ma il lettore medio, no, non è interessato almeno al 60% di quel che Tolstoj dice. Sospira, sbuffa, non vede l’ora di scavallare i capitoli in cui Napoleone ha il raffreddore.
Ma proprio per questo enorme limite di sensibilità e comprensione per il prossimo, Tolstoj si qualifica uno scrittore molto più grande dei suoi colleghi contemporanei. Uno scrittore che scrive quel che vuole scrivere fino in fondo, che non risparmia nulla di quel che vuole dire, che dice quel che vuole dire pur sapendo quanto sarà noioso, che non accetta di prostituirsi ai gusti dei lettori più superficiali, quelli che vanno in cerca solo di belle frasette: ecco, uno scrittore del genere non può definirsi altro che onesto. Tolstoj è questo: l’onestà nella sua forma più cruda, con tutti i limiti (apparenti e non) che l’onestà porta con sé.

E se vi state chiedendo, “ma insomma, questo libro t’è piaciuto così tanto oppure ti sei annoiata così tanto?”, la verità sta certamente da entrambe le parti. M’è piaciuto così tanto nonostante mi sia annoiata così tanto. Sembra una contraddizione insolubile, come quella tra necessità e libero arbitrio, il cui scioglimento sta nell’accettarla come una verità di fede.
Il mio augurio è che possiate, un giorno, prendere in mano questo libro, prenderlo in mano in un periodo libero da impegni, un periodo tranquillo o magari disperato della vostra vita. Il mio augurio è che i suoi difetti superficiali non vi impediscano di vedere quanto sia straordinario nel suo centro, quanto vi possa arricchire non come lettori, ma come persone. Perché Guerra e pace – ormai il lampante idiota ha capito – è questo, non solo un libro, ma una diversaesperienza di vita. 

Chiara Pagliochini

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