Herzog | Saul Bellow

Titolo: Herzog
Titolo originale: Herzog
Autore: Saul Bellow
Cenni sull’autore: Saul Bellow è nato nel 1915 a Lachine, nel Quebec, da genitori ebrei russi emigrati in Canada. Nel 1924 la famiglia si trasferì a Chicago, dove lo scrittore compì i suoi studi, laureandosi in antropologia e sociologia. Il suo primo romanzo, L’uomo in bilico (1944), venne accolto con grande favore dalla critica (fra i più entusiasti il grande Edmund Wilson), e ciò gli valse una borsa di studio che gli consentì di soggiornare due anni in Europa, dove poté dedicarsi a tempo pieno alla letteratura. Tornato in patria, alternò per molto tempo l’insegnamento universitario all’attività di scrittore, perseguita con successo sempre crescente, fino al massimo riconoscimento del Nobel, ottenuto nel 1976. Dopo L’uomo in bilico, diede alle stampe La vittima (1947), seguito da Le avventure di Augie March (1953), accolto con grande entusiasmo da critica e pubblico, e da La resa dei conti (1956). Il successo internazionale glielo assicurò Il re della pioggia (1959), poi confermato da Herzog (1964), Addio alla casa gialla (1968), Il pianeta di Mr. Sammler (1970), Il dono di Humboldt (1975). Nella sua produzione più tarda sono da segnalare Il dicembre del professor Corde (1982), Quello col piede in bocca (1984), Ne muoiono più di crepacuore (1987), La sparizione (1989), Il circolo Bellarosa (1989). Da ricordare infine le opere teatrali L’ultima analisi (1964) e C’è speranza nel sesso? (1966), oltre al saggio Gerusalemme andata e ritorno. Commentario personale (1976). Saul Bellow è morto Martedì 5 Aprile 2005 a 87 anni.
Anno di pubblicazione: 1964
Edizione: Oscar Classici Moderni
Traduttore: Letizia Ciotti Miller
Numero pagine: 405
Costo: 10€
-> Consigliato: consigliatissimo!

Ah, la magniloquenza dell’autogiustificazione, pensò Herzog. Che genio sapeva suscitare nei mortali, perfino in quelli con il naso più rosso.

Ah, poveretto!- e Herzog per un momento si unì al mondo obiettivo, e da quell’altezza guardò giù, a se stesso. Anche lui poteva sorridere di Herzog e disprezzarlo. Ma rimaneva sempre il fatto. Io sono Herzog. Io sono obbligato a essere quest’uomo. Nessun’altro può esserlo al posto mio.

Mentre parlavo con una cara amica dell’ultimo film di Woody Allen, all’uscita dal cinema, ho avuto la brillante idea di spostare il discorso su uno dei personaggi (la ragazza tutta pose intellettualoidi). Mi ricorda tantissimo C., dico ridendo sotto i baffi, una nostra vecchia conoscenza. Lei, accogliendo la risata con un sorriso un po’ più prudente, mi ha detto che in realtà quel personaggio le ha messo addosso la paura di risultare così agli occhi della gente, nel parlare di arte e letteratura al suo solito modo entusiasta. E’ stata una stilettata. La risata mi è morta sulla bocca, e la domanda è arrivata in un secondo: è C. o sono io? Cosa mi impedisce di essere la ragazza tutta pose intellettualoidi durante un discorso? Non cerco forse anche io di calcare il personaggio, di dare lustro al mio ego, oltre a esprimere un interesse? Il mio discorso frivolo puzzava.

Ecco, c’è chi queste domande autoindagatorie le evita del tutto, non andando a fondo nel cercare la sorgente della puzza. C’è, poi, chi ricorre alla servizievole, sempiterna filosofia del “eh-ma-io”. Rido di un comportamento altrui e, nel momento in cui mi accorgo di aver fatto la stessa cosa qualche tempo prima, reprimo il tutto con un celere cerotto “eh-ma-io”, che sembra gonfio di giustificazioni sensate, ma in realtà è solo fumo negli occhi (i miei, gli altri ci credono solo se spinti da un affetto fiducioso). Eh-ma-io l’ho fatto per una ragione. Eh-ma-io l’ho fatto diversamente. Eh-ma-io sono io.

A contorno di questa serata, arriva Herzog con la sua burbera necessità di scrivere lettere a chi gli pare, per lamentarsi, muovere critiche, specificare, spiegare, fare scacco. Scrive, scrive, e non spedisce mai. Quante volte l’abbiamo fatto? Io sono sempre stata un Herzog. In preda alla rabbia o all’umiliazione, ci organizziamo il discorso del secolo, quello capace di far ammutolire il mondo per un istante, la zia arcigna, la cugina con l’acidità nel sangue (più o meno del nostro?), parenti serpenti ed ex amici che ancora si gloriano di avere avuto la meglio su di noi. Ci dedichiamo cumulativamente ore e ore – giorni, anni – a questi sogni a occhi aperti, a queste opere d’arte. Potiamo e innestiamo in modo da ottenere il meglio e vincere che? Solo un sospiro di sollievo dal mondo, che si disperde in fretta e non lascia odore.

Io non ho potuto fare a meno di affezionarmi a Herzog. Con un piede sul suo io imbizzarrito (ora attraverso la prima persona, ora sbirciando le sue lettere), e con l’altro sulla terra solida accanto a lui, Bellow lo osserva da dentro e da fuori, serpeggiando. I personaggi che si avvicendano tra le pagine intorno a Herzog ci sembrano quasi tutti meschini, falsi, capaci di condotte miserande e di mantenere al contempo una brillantissima faccia tosta. Come quelli che popolano il nostro mondo, d’altronde: gli stronzi ci danzano attorno, e noi li guardiamo dal nostro baluardo di innocenza.

Herzog, dal canto suo, è una corda tesa di emozioni, pronte a vibrare al minimo tocco. La rabbia improvvisa limata dall’autoanalisi, la profonda sofferenza, la cecità di fronte all’inganno, la spietata fede nell’amico più caro, l’amore cagnesco che non scompare dopo una raffica di pugni: è un pagliaccio sofferente. Cede alla tentazione dell’eh-ma-io, ma pian piano aggiusta la rotta e se le dà di santa ragione, da solo. Scopre.
Sarebbe anche il nostro turno, magari.

Una nota a margine: c’è una cosa che adoro nei buoni libri, ed è la capacità di descrivere una sensazione passata sulla pelle di tutti in un modo semplice ma efficace. Ecco, in questi libri le descrizioni diventano leggere come poesie. Herzog è pieno di poesie annidate tra le righe.
Ciò che le rende diverse dai libri cattivi (quelli cattivi per me) è che nessuno ti avvisa. Il timbro del narratore non si gonfia di solennità come se avesse tossito per schiarirsi la voce (ascolta bene, sto per illuminarti), ma lascia scorrere le parole come se parlasse d’altro.
Tu afferrale.

Elisa Lai

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