Opinioni di un clown | Heinrich Böll

Titolo: Opinioni di un clown
Titolo originale: Ansichten eines Clowns
Autore: Heinrich Böll
Notizie sull’autore: Böll era l’ottavo figlio di un falegname di Colonia. Cresciuto in ambiente cattolico, pacifista e progressista, Böll si oppose al partito nazista e negli anni trenta rifiutò l’iscrizione nella Gioventù hitleriana. […] Nel 1949 fu pubblicato il primo romanzo, Der Zug war pünktlich (Il treno era in orario). Böll frequentò il Gruppo 47 insieme a Günter Grass, Ingeborg Bachmann e altri. Nel 1951 ricevette un premio per il racconto satirico Die schwarzen Schafe (La pecora nera). Seguirono molti romanzi e racconti. Sono per lo più ambientati nella Germania post-bellica e raccontano di emarginati in una società che cerca di rimuovere velocemente il passato. La sua opera è stata definita Trümmerliteratur (“letteratura delle macerie”), con implicito riferimento alle rovine causate dai bombardamenti durante la seconda guerra mondiale, che gradualmente diminuirono nei due decenni del dopoguerra e la ricostruzione. Böll fu un esponente di spicco degli scrittori tedeschi che cercarono di confrontarsi con la memoria della guerra, il nazismo e l’Olocausto, e i relativi sensi di colpa. [continua a leggere]
Anno pubblicazione: 1963
Edizione: Mondadori
Prezzo: 9 euro.
Traduzione: Amina Pandolfi
-> Consigliato: Sì.

 

In una Germania postbellica le ombre dei decenni appena passati si allungano tanto sulle nuove quanto sulle vecchie generazioni, che sentono pesare sulle proprie spalle anni e anni di responsabilità e di misfatti. Ognuno cerca di distogliere gli occhi dai propri rimorsi, di coprirne il chiasso con le chiacchiere dei circoli borghesi e il loro vuoto buonsenso o, ancor peggio, il loro moralismo e apparente conservatorismo religioso. Ma perché mi dilungo? Costoro non sono i protagonisti, non hanno voce in capitolo nel libro, tant’è che conosciamo giusto qualche nome a titolo informativo, qualche tratto evanescente. La loro parte, se c’è, è quella dei bersagli, perché appunto Opinioni di un clown si intitola questo romanzo di Heinrich Boll.

Il nostro antieroe, o forse meglio sarebbe dire eroe anti, è un clown di nome Hans Schnier, afflitto in egual misura da mal di testa e malinconia (entrambi mali duri a morire), con la curiosa dote di saper riconoscere gli odori attraverso il filo del telefono – dettaglio non trascurabile, perché gli altri personaggi del libro, quei borghesi dabbene di cui sopra contro cui lui si scaglia, saranno qualificati in gran parte dagli odori che Hans associa loro, ad esempio: “Immediatamente mi colpì in viso una zaffata d’alito che sapeva di birra”.   Un modo efficace per descrivere alludendo solamente.

Hans è il figlio di una ricca famiglia protestante, ma è stato cresciuto nel segno del cattolicesimo, educazione da cui ha ottenuto solo di diffidare di entrambe le religioni. In un dialogo che è una dichiarazione di modus vivendi, dichiara infatti: “I cattolici mi rendono nervoso perché sono sleali […]. I protestanti mi fanno star male per quel loro pasticciare intorno alla coscienza […] e gli atei mi annoiano perché parlano sempre di Dio. […] Io sono un clown”.

Sin dalla prima pagina lo vediamo intrappolato in una vita scandita da punti di partenza e punti di arrivo, fatta di monete per il taxi, chiavi nelle toppe, giornali comprati in edicola – una “scioltezza perfettamente studiata”. Il romanzo però, come spesso accade, inizia laddove questo automatismo si inceppa.

Siamo di fronte a una crisi: lavorativa, poiché la sua carriera ha subito una battuta d’arresto a causa di un infortunio, e amorosa, perché Maria, la sua donna, cattolica praticante, ha preferito diventare «una first lady del cattolicesimo tedesco».

Il romanzo si muove su due piani contrapposti: da un lato il tentativo disperato di Hans di riavere Maria, che si mette in atto sostanzialmente tramite una serie di telefonate dirette a tutti quegli odiati membri della Bonn dabbene, contro cui – stabilito che non vogliono aiutarlo – Hans si scaglia senza mezzi termini, mettendoli davanti alla loro ipocrisia. Dall’altro apprendiamo la vicenda di Hans e Maria grazie a un grande flashback, a partire dalla loro conoscenza fino alla separazione.

Più che di azione, si tratta quindi di aggiustare i conti con la propria coscienza, di dire tutto ciò che si è taciuto perché mantenuti dall’odiata società. Hans non teme di dare giudizi: “Io penso che i vivi sono morti e i morti sono vivi, ma non come lo intendono i cristiani e i cattolici”. E ancora: “Erano così commossi da tutta quell’aria di pentimento e da quelle altisonanti dichiarazioni di democrazia che ogni incontro finiva sempre con grandi abbracci e proteste di fratellanza. Non capivano che il segreto dell’orrore sta nel particolare. È molto facile, un gioco da bambini, pentirsi di grave colpe: errori politici, adulterio, assassinio, antisemitismo. Ma chi perdona un particolare, chi comprende i dettagli?”.

Per una volta non è la società a guardare l’outsider, ma l’outsider a guardare con occhio chirurgico la società, a penetrare sotto la sua pesante maschera e a vederla per come essa è: grottesca, alla deriva, aggrappata a falsi miti, falsa lei stessa. Il cerone che il clown si applica sul volto è quello più appariscente, perché illuminato dai riflettori del palcoscenico, ma non è l’unico.

Chi può essere a cantare l’umanità quando i suoi abitanti sono diventati dei pagliacci? Un clown, che qui fa il pagliaccio ma non lo è. Com’era quella frase? Ah sì: “Nascondi ciò che sono e aiutami a trovare la maschera più adatta alle mie intenzioni”.

Arrivati alla fine del libro, dopo che Hans ha esternato tutto il proprio risentimento, il punto di non ritorno è stato oltrepassato. Tutte le menti capaci di vedere la verità sono messe al bando dalla propria epoca, additate a capro espiatorio, Hans lo sa, e così sceglie lui stesso di non rientrare in quel circolo vizioso da cui un’accidentale caduta lo aveva tratto in salvo. Non resta altro che dipingersi ancora una volta il viso – “l’abito professionale è la migliore corazza, vulnerabili sono soltanto i santi e i dilettanti”, si legge alla fine – con una biacca un po’ secca, vedere le screpolature che si aprono in corrispondenza delle rughe – “come il viso di una statua appena dissepolta nel corso di scavi archeologici” – e uscire in strada, scegliendo di non scegliere un ruolo, ma di sedersi sui gradini della stazione di Bonn, con una chitarra, e cantare, cantare ciò che sente e non ciò che gli viene detto, “cantare fuori dal coro”. E tuttavia è davvero una vittoria? L’atto di emarginare se stesso, preservando la propria dignità, la propria individualità, è un successo, alla maniera dei vecchi eroi contro, o solo uno sconfiggersi prima che lo faccia qualcun altro?

Per concludere con una nota personale, di questo romanzo di Heinrich Böll non so cos’altro dire se non che è straziante, e che mi ha spiazzata perché me lo aspettavo molto diverso. Ero pronta a un cinismo gratuito, ho trovato il dolore di una ferita che non si rimargina, parole senza speranza e piene di risentimento, ma più che dovute. Da piccoli ci dicevano sempre che i clown, che ci facevano ridere dal palcoscenico, in realtà erano persone molto tristi. Ora, leggendo questo romanzo, ho avuto il privilegio di vedere le lacrime di un clown, uno spettacolo a cui non sono potuta rimanere indifferente. “Pensa a me, pensa al clown che piange nella vasca da bagno, mentre il caffè  gli sgocciola sulle pantofole”. La sua sofferenza è vera, non conosce indulgenza verso chi gli ha portato via la persona che ama, eppure sa perdersi in momenti di tenerezza quasi puerile quando pensa a costei – “…e il viso così vicino alla sua testa da poter portare con me nel sonno il profumo dei suoi capelli” – se la immagina infelice nella vita che ha scelto, non capisce come abbia potuto darla vinta a loro e alle loro ciance, spera che tornerà da lui anche se infondo sa che non lo farà. Alla fine, vedendolo sui gradini della stazione di Bonn, mi sono fermata e ho lanciato una moneta nel suo cappello. La voce della stazione annunciava un treno da Amburgo. Lui ha smesso di cantare per un istante, come spaventato dal tintinnio della moneta – un nuovo istante da aggiungere alla sua collezione. Io sono passata oltre, e lui ha ricominciato.

Chiara Sandretto 

 

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