Storia di una capinera | Giovanni Verga

Titolo: Storia di una capinera
Autore: Giovanni Verga
Cenni sull’autore: Massimo esponente del verismo in Italia, continuatore e a sua volta innovatore dell’opera di Luigi Capuana, Verga è considerato uno dei padri della letteratura italiana moderna. Destinato dal padre agli studi giuridici ben presto abbandona gli studi per dedicarsi alla sua vera vocazione, la scrittura. Ebbe una formazione atipica, molto lontana dalla corrente accademica che dominava il panorama italiano in quel tempo. Nel suo background culturale oltre, ovviamente, a un viscerale amore per la sua terra, la Sicilia, troviamo una forte passione per la romanzistica francese. Fin dalla giovinezza mostra interesse per la politica, e sarà parte attiva della spedizione garibaldina, arruolandosi nella Guardia Nazionale di Catania. Dopo alcuni, purtroppo fallimentari, esperimenti nel campo dell’editoria giornalistica Verga si trasferisce a Firenze, città in cui trova una maggiore vivacità culturale e la possibilità di farsi conoscere al grande pubblico salottiero. In questo contesto scrive il suo primo romanzo di successo, “Storia di una capinera”, da subito un successo, anche dal punto di vista economico. Nel ’72 si trasferisce a Milano e incomincia a prendere contatti epistolari con Zola e Flaubert, due figure chiave della corrente “naturalista”. Questa esperienza metterà in lui i semi per la realizzazione del suo più grande progetto, quel “Ciclo dei Vinti” che sarà destinato a rimanere incompleto. Autore poliedrico, scrisse tra le più belle novelle dell’epoca (tra cui Rosso Malpelo) pubblicate a puntate su svariate testate e opere per il teatro (una su tutte, la Cavalleria Rusticana).
Anno di pubblicazione: 1871
Edizione: Feltrinelli
Costo: 7€
-> Consigliato: Sì. E’ “anacronistico” per la nostra epoca ma da uno scorcio interessante sull’Italia di quel tempo.


Avevo visto una povera capinera chiusa in gabbia: era timida, triste, malaticcia ci guardava con occhio spaventato; si rifuggiava in un angolo della sua gabbia, e allorché udiva il canto allegro degli altri uccelletti che cinguettavano sul verde del prato o nell’azzurro del cielo, li seguiva con uno sguardo che avrebbe potuto dirsi pieno di lagrime. Ma non osava ribellarsi, non osava tentare di rompere il fil di ferro che la teneva carcerata, la povera prigioniera. Eppure i suoi custodi, le volevano bene, cari bambini che si trastullavano col suo dolore e le pagavano la sua malinconia con miche di pane e con parole gentili. La povera capinera cercava rassegnarsi, la meschinella; non era cattiva; non voleva rimproverarli neanche col suo dolore, poiché tentava di beccare tristamente quel miglio e quelle miche di pane; ma non poteva inghiottirle. Dopo due giorni chinò la testa sotto l’ala e l’indomani fu trovata stecchita nella sua prigione. Era morta, povera capinera! Eppure il suo scodellino era pieno. Era morta perché in quel corpicino c’era qualche cosa che non si nutriva soltanto di miglio, e che soffriva qualche cosa oltre la fame e la sete.
Allorché la madre dei due bimbi, innocenti e spietati carnefici del povero uccelletto, mi narrò la storia di un’infelice di cui le mura del chiostro avevano imprigionato il corpo, e la superstizione e l’amore avevano torturato lo spirito: una di quelle intime storie, che passano inosservate tutti i giorni, storia di un cuore tenero, timido, che aveva amato e pianto e pregato senza osare di far scorgere le sue lagrime o di far sentire la sua preghiera, che infine si era chiuso nel suo dolore ed era morto; io pensai alla povera capinera che guardava il cielo attraverso le gretole della sua prigione, che non cantava, che beccava tristamente il suo miglio, che aveva piegato la testolina sotto l’ala ed era morta.
Ecco perché l’ho intitolata: Storia di una capinera.

Quando recensisco non sono solito riportare la trama, se non per accenni sommari. I motivi sono molteplici. Il primo è semplice e un filino egoista. Quando leggo un articolo su un libro non voglio vedere le stesse parole rimescolate a nostro piacimento. Preferisco di gran lunga immaginare, in fondo un libro è fatto per quello. E mi piace leggere cosa una persona immagina. Mi piace la mente che rielabora con la propria sensibilità, che “interiorizza” le immagini vaghe e indefinite che emergono dall’universo di un libro.Nella “Storia di una capinera” io ho visto un messaggio di ribellione, così superbamente velato da farlo sembrare il semplice dramma di una persona innamorata. Verga vuole farci sapere la sua opinione su una pratica anacronistica come quella della clausura “forzata” di molte giovani ragazze, che affidano la loro vita a Dio non potendo provvedere economicamente alle proprie. Tuttavia, come fece Dickens in età vittoriana, Verga lancia la sua pietra mestamente, con un movimento leggero ed elegante. Egli sa distrarre l’attenzione sulla scomoda tematica, seppellendolo sotto espedienti ricercati e inusuali, come la forma epistolare e l’abuso di punteggiatura. Riesce a trasformare una consuetudine barbara, una grande tematica sociale in un singolo, in apparenza innocuo, dramma personale. Abbiamo nella letteratura celeberrimi esempi di storie simili. Visto che tutti, volenti o nolenti, l’hanno letto, metto sul piatto laMonaca di Monza, figura enigmatica de “I promessi sposi”. Tuttavia Verga, a differenza di Manzoni dà alla sua protagonista un’aura di innocenza bambinesca. Altro tema manzoniano può essere intravisto nella fuga da una malattia, il colèra, che imperversa su Catania. Uno dei topòs più classici della letteratura italiana, inaugurato dal Decameron di Boccaccio. Non è sicuramente casuale il casus belli scelto da Verga per raccontarci la storia di Marianna. Ella fugge da una malattia del corpo, ma finirà lentamente, senza accorgersene, vittima di una malattia dell’anima.

Alle falde del Monte Ilice, Marianna assapora la libertà, quella strana sensazione che nella sua mente abituata a essere prigioniera acquista una forza stupendamente incontrollabile. Offre alla “sorella” Maria un quadro della sua nuova situazione con una spontaneità tipica appunto di quel “fanciullino” di cui Pascoli ci parlerà solo trent’anni dopo. Esattamente come un bimbo, Marianna si stupisce di ogni cosa che la attornia. Gli alberi che circondano la casa, la brezza mattutina, le passeggiate con Vigilante, l’amato cane di famiglia. Vive le spensierate giornate estive tra lampi improvvisi di felicità e tuoni morali che la richiamano al pudore della sua condizione, quella di sposa di Dio. L’arcigna matrigna è spesso colei che interrompe bruscamente i vaneggi letterari di Marianna, richiamandola a una realtà dei fatti che non si concilia col mondo che la ragazza va creando nella sua corrispondenza con Maria.

La vera chiave della storia sta nella relazione con il vicino di casa, Nino, che si insinua morbosamente nella mente della giovane suora. Marianna non ha mai conosciuto un ragazzo e sopratutto non conosce la mondanità dei balli e delle sofisticate cortesie. Nino la mette spesso a disagio con i suoi atteggiamenti gentili e la ragazza, giorno dopo giorno, finisce col combattere coi suoi sentimenti che vanno crescendo, inarrestabili. Al ritorno al convento scopre che Nino è stato destinato alla sorella. Questo fatto assesta un durissimo colpo al precario equilibrio sopra la follia che la monaca era riuscita stabilire. Non sa in alcun modo come fermare quest’onda impetuosa che la pervade e nelle lettere che manda si possono chiaramente intuire le incertezze, i segni di quel morbo che si chiama amore e che la logora. Io penso che Marianna sia, a suo modo, una martire. Da una parte sta la forte cultura cattolica e conservatrice di una Sicilia ancora molto legata all’agricoltura, alla pudicizia dei costumi, alle tradizioni secolari del rispetto per la famiglia. Dall’altra sta l’anima inquieta che si nasconde dentro una ventenne innamorata, perfettamente conscia del proprio peccato ma vittima della sua stessa sensibilità. Marianna è una “vinta”. E’ forse al pari dei Malavoglia e di Mastro don Gesualdo, una vittima del suo destino infausto da cui non si può allontanare. L’ideale dell’ostrica è radicato in lei come in ogni altro personaggio del “Ciclo”. Ma il suo dramma Marianna lo vive interiormente, e solo attraverso la corrispondenza emerge la sua fragile psicologia.

Nella totale impossibilità di conciliare amor sacro e amor profano ella si avvia verso una guerra civile tra le sue due metà, con un unico, inesorabile risultato. La pazzia. La pazzia all’inizio impersonata nella figura di Suor Agata, che vive in isolamento da vent’anni. Le paure, la debolezza fisica, mentale, alla fine la sconfitta finale. Un ultimo, grande, delirio di follia, trampolino verso la morte.

Vi avverto, questo è il classico libro che non bisogna aggredire con arroganza, approfittando del fatto che si presenta piccolo e indifeso. Questo è un libro che se viene letto con calma, pazienza, e cercando di immedesimarci in una realtà che non ci appartiene può fare davvero riflettere. Da amante dei classici sono a dir poco di parte ma credo sia una lettura consigliata, un romanzo d’amore non convenzionale con un tocco tragico shakespeariano.

“Ho pianto, ho pregato tanto, che la mia miseria vi ha fatto compassione; adesso son rassegnata, son tranquilla; non voglio più pensare, non voglio più rimaner sola; il pensiero è il nostro male, la nostra tentazione.”

Davide Casadei

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3 responses to “Storia di una capinera | Giovanni Verga

  • dafnevisconti

    Leggendo la recensione si riesce, umilmente, a calarsi in un’antica atmosfera ricca di considerazioni lontane dalla velocità delle nostre giornate e dai pensieri troppo veloci e facili. E’ un bell’invito a fermarci. E mi sembra quasi sorprendente che il tema sia così semplice, quotidiano: l’amore e la solitudine che diventano straordinari esempi di vita non espressa.Grazie.

  • Giulia Gambuzza

    La protagonista è Maria, Marianna è la consorella e amica a cui scrive! 🙂

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