Un nido di nobili | Ivan Sergeevič Turgenev

Titolo: Un nido di nobili
Titolo originale: Дворянское Гнездо
Autore: Ivan Sergeevič Turgenev
Cenni sull’autore: Ivan S. Turgenev nasce ad Orel nel 1818, da una famiglia  ricca e di antico lignaggio. A vent’anni si reca a Berlino per completare la sua istruzione. Qui rimane colpito dalla constatazione di quanto la società dell’Europa Occidentale sia più moderna di quella russa, tanto che, al ritorno in patria, si distingue per le sue idee “filo-occidentali”, contrapposte a
quelle “slavofile”, convinto che la Russia possa progredire solo imitando l’Occidente e abolendo istituzioni ormai obsolete, come la servitù della gleba. I suoi primi lavori di scrittore vengono accolti con elogi da Belinskij, all’epoca il più influente critico russo. Tra le opere principali ricordiamo le ‘Memorie di un cacciatore’ (1852), ‘Un nido di nobili’ (1859) e ‘Padri e figli’ (1862), il suo capolavoro. Proprio quest’opera scatena in Russia polemiche e contestazioni per il suo sovversivo contenuto sociale e spinge Turgenev a trasferirsi a Parigi, dove si spegne nel 1883.
Anno di pubblicazione: 1859
Edizione: Garzanti
Traduzione: Fasanelli M. R.
Pagine: 180
Costo: 8,80 €
Consigliato: Sì.

“Che cosa pensarono, che cosa sentirono entrambi? Chi può saperlo? Chi può dirlo? Ci sono dei momenti nella vita, dei sentimenti… che si possono soltanto indicare – per poi passare oltre.”

 

Se il talento di Turgenev si potesse imbottigliare in una sola espressione, direi che quel“passare oltre” è sufficientemente riassuntivo della sua poetica.
I miei personaggi sono troppo infelici e non voglio dilungarmi sui modi della loro infelicità? Passiamo oltre.
La genealogia che sto dando di loro rischia di scombussolare il lettore? Passiamo oltre.
L’intensità emotiva di questo passaggio sta diventando eccessiva, scadiamo nel patetico?Passiamo oltre.
Perché perdersi in tenere smancerie, perché dare un po’ di sostanza a questa love story?Passiamo oltre.
Per il passare oltre, Turgenev ha davvero un talento sopraffino. Un talento che evita al lettore il pericolo della noia, e che al contempo non riesce ad interessarlo alle vicende. Perché, ahimè, a passar oltre non si cattura l’attenzione, non si acquisisce leggerezza, ma si pecca di superficialità. Turgenev è convinto che al cuore della vita umana risieda un mistero e, invece di dipanarlo – lui, uno scrittore, uno che ha tutti gli strumenti – dice « Non ho il diritto di indagare. Passiamo oltre ». E invece di ficcare il dito nella piaga, come ogni scrittore che si rispetti dovrebbe fare, si limita ad attaccarci un cerottino.

“Un nido di nobili” è la storia di Lavreskij, un signorotto russo che dopo tanti anni di vita all’estero fa ritorno nella sua proprietà. Il contatto con la terra, con la casa, con la gente gli fanno riscoprire un’anima autenticamente russa, che sembrava sepolta dagli effluvi di tutti i profumi di Parigi.
A Parigi Lavreskij ha lasciato la moglie, bellissima e sofisticata, da cui si è separato dopo la scoperta del suo tradimento. Eccolo, lo vedete anche voi, questo russo europeizzato ma neanche troppo che torna a casa con la coda tra le gambe, senza tante speranze per l’avvenire, senza ambizioni di felicità. La felicità, tuttavia, arriva inaspettata. Il legame con la terra russa, con i vecchi parenti lo rinsalda, lo rinvigorisce e Lavreskij scopre in sé il coraggio di amare ancora.
A suscitare il suo amore è la devota, giovanissima Liza, il cui cuore viene scalfito per la prima volta. Liza è generosa, incapace di far del male, religiosa nelle parole quanto nei fatti. Il sentimento che nutre per Lavreskij è puro e timoroso. Una buona stella sembra brillare per tutti quando si diffonde la notizia della morte della moglie parigina. Sbarazzatasi del terzo incomodo, Liza si sbarazza pure dei dubbi che la attanagliano e in una scena incantevole, ma più accennata che vissuta, promette a Lavreskij il suo devoto cuore.
Ma amare un uomo così tanto e amare Dio così intensamente è possibile? E, soprattutto, da chi dipende la felicità sulla Terra se non da Dio stesso? È lecito per l’uomo cercare di essere felice? Da chi vengono le punizioni che gli sono inflitte? Turgenev ci svela un mondo beffardo, bastardo, che lascia il lettore con l’amaro in bocca.
Gli spunti metafisici del romanzo si inseriscono in un contesto storico-sociale perfettamente delineato. Lo scontro tra slavofili e occidentalisti, la presa di coscienza della nobiltà russa, il rapporto con la servitù della gleba sono solo alcuni degli elementi con cui Turgenev conferisce spessore alla narrazione.
Ma più di tutto, non prendiamoci al giro, al lettore medio interessano i dettagli, quel dito di Lavreskij che sfiora il tasto del pianoforte, i nastri del cappellino di Liza che si gonfiano al vento, le parole della vecchia Glafira in punto di morte (« Ogni uomo, caro mio, è dato in pasto a se stesso ») e il musicista tedesco, Lemm, figura tanto romantica, triste, poeticissima.
Il limite di Turgenev consiste nel non capire quanto il lettore medio sia interessato a ficcare il naso nelle vicende altrui e quanto invece gli ripugni la reticenza. Il lettore non vuole passare oltre: lui vuole passare attraverso.

Chiara Pagliochini

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