Archivi del mese: giugno 2012

Lettere a Milena | Franz Kafka

Titolo: Lettere a Milena
Titolo originale: Briefe an Milena
Autore: Franz Kafka
Cenni sull’autore: Scrittore boemo di lingua tedesca, nasce a Praga nel 1883.  Figlio di un agiato commerciante ebreo, ebbe con il padre un rapporto tormentato, ampiamente documentato nella celebre “Lettera al padre”, nella quale si configurano in modo netto le caratteristiche della complessa personalità dello scrittore e le origini familiari di molti suoi tormenti. Nel 1906 si laurea all’odiata facoltà di Legge, dopo un percorso di studi caldeggiato più che altro dai genitori. Intanto, sul piano sentimentale, si profila il tormentato rapporto con Felice Bauer, più volte sciolto e poi ripreso, fino alla definitiva rottura avvenuta nel 1914. Tormentate sono pure le relazioni con Milena Jesenská e Dora Dyamant, con cui convisse dal 1923. Fin da subito si avvia a una carriera di funzionario di banca, del tutto opposta alle sue più intime inclinazioni. Il suo rapporto di lavoro si chiude nel 1922 con richiesta di pensionamento, quando la tubercolosi, manifestatasi nel 1917, irrompe in tutta la sua gravità. La sua vita, tranne brevi viaggi il più delle volte compiuti per salute, si svolge a Praga, nella casa paterna e, nonostante due fidanzamenti, rimane scapolo. Muore nell’estate del 1924, poco più che quarantenne, in una clinica nei pressi di Vienna. Tra le sue opere principali ricordiamo la ‘Lettera al padre’ (1919), le ‘Lettere a Milena’ (1920-22), ‘La metamorfosi e altri racconti’ (1919), ‘America’ (incompiuto), ‘Il Processo’ (1915), ‘Il castello’ (1922). Motivo
fondamentale dell’opera di Kafka è quello della colpa e della condanna. I suoi personaggi, colpiti improvvisamente dalla rivelazione di una colpa apparentemente sconosciuta, subiscono il giudizio di potenze oscure e invincibili, vengono per sempre esclusi da un’esistenza libera e felice, che intuiscono realizzata in un’altra dimensione del mondo, in un’altra realtà.
Anno di pubblicazione: 1952 (postuma)
Edizione: Biblioteca Mondadori, 1964
Traduttore: Ervino Pocar
Numero pagine: 331
Edizione consigliata: Oscar Mondadori
Costo: € 9,50
Consigliato: spassionatamente.

« E dire che in fondo non amo te, ma piuttosto la mia esistenza che tu mi hai donata. »

Nella primavera del 1920, la scrittrice boema Milena Jesenská legge i primi racconti di Kafka e gli scrive per chiedere di poterli tradurre in lingua ceca. Questo è l’inizio di un’appassionata corrispondenza che continuerà fino al 1923. La relazione fu per gran parte condotta attraverso lettere e la loro storia d’amore non ebbe mai un vero futuro. Fu Kafka a porre fine alla relazione. Dopo la sua morte, nel 1924, Milena scrisse in ricordo di lui « condannato a guardare il mondo con una chiarezza così accecante, lo trovò insopportabile e ne morì. »

Nell’approcciarci a un’opera così fortemente auto-biografica come un carteggio, bisogna munirsi di occhiali e cappellino. Occhiali, per saper porre la giusta distanza tra sé e Franz e sempre ricordarsi, ‘tu non sei lui, lui è lui, tu non vuoi e non devi essere lui’. Cappellino, per proteggere la testa dai raggi ultravioletti della partecipazione emotiva, ‘tu non provi quello che provano loro, quello che provano loro lo provavano loro, perché sono persone che veramente hanno amato e si sono scritte’. Il rischio di ustione era alto: lo avevo già corso e ci ero sprofondata dentro con ‘Che tu sia per me il coltello’, che di questo è figlio e parricida. « E forse non è vero amore se dico che tu mi sei la cosa più cara; amore è il fatto che tu sei per me il coltello col quale frugo dentro me stesso ». Non volevo essere Franz e Milena come son stata Yair e Myriam, perché Yair e Myriam sono pur sempre creature di finzione, nelle quali è legittimo immedesimarsi, ma pretendere di capire le ragioni di Franz e le ragioni di Milena, pretendere di sentire quel che sentono loro è un delirio di onnipotenza e, come se non bastasse, è impossibile.
La prova fondamentale del fatto che Franz e Milena si amassero consiste in questo: che si capivano. Pur utilizzando un mezzo imperfetto, un mezzo senza corpo come sono le parole, Franz e Milena si capivano, e questo è straordinario. Il lettore, invece, non capisce nulla, le date, le abbreviazioni, i sottointesi lo stordiscono. Vorrebbe entrare nella pagina e continuamente se ne sente respinto. Si chiede, ‘ma come poteva la povera Milena cavarci qualcosa da tutta questa confusione? come riusciva a sbrogliare il groviglio? che grimaldello usava?’.

L’amore, usava l’amore, quell’amore che, una volta raggiunto un certo grado di intesa e di condivisione, necessita di mezzi di espressione così minimi, così fiacchi, da essere del tutto incomprensibili a un ascoltatore esterno. Franz e Milena si capivano perché pensavano alla stessa cosa, sempre alla stessa cosa, e pensavano alla stessa cosa perché amavano e, amandosi, erano l’uno e l’altra insieme. « Ieri ho sognato di te. Non ricordo più quasi i singoli fatti, so soltanto che di continuo ci trasformavamo l’uno nell’altro, io ero tu, tu eri io ».
In una delle prime lettere, Franz definisce con un’immagine straordinaria il suo rapporto con Milena:
« Credo, Milena, che noi due abbiamo una particolarità in comune: siamo tanto timidi e ansiosi, quasi ogni lettera è diversa, quasi ciascuna si spaventa della precedente, e, più ancora, della risposta. Lei non lo è per natura, lo si vede facilmente, e io, forse, nemmeno io lo sono per natura, ma ciò è quasi diventato natura, e si dilegua soltanto nella disperazione, tutt’al più nell’ira, e, da non dimenticare, nell’angoscia.
Talora ho l’impressione che abbiamo una camera con due porte, l’una di fronte all’altra, e ognuno stringe la maniglia di una porta e basta un batter di ciglia dell’uno perché l’altro sia già dietro la sua porta e basta che il primo dica una sola parola, il secondo ha già certamente chiuso la porta dietro di sé e non si fa più vedere. Egli riaprirà, sì, la porta, perché si tratta di una camera che forse non si può lasciare. Se non fosse esattamente come il secondo, il primo starebbe tranquillo, preferirebbe, in apparenza, non guardare neanche verso il secondo, metterebbe lentamente in ordine la camera, quasi fosse una camera come qualunque altra, ma invece fa esattamente la stessa cosa presso la sua porta, talvolta persino tutti e due sono di là dalle porte e la bella camera è vuota. »

È un’immagine spiazzante sulle prime. Ci si interroga su che cosa voglia dire. Ci ho pensato un po’ su e credo che voglia dire questo: una relazione come quella tra Franz e Milena è una versione raffinata del gioco del nascondino o del ‘uno, due, tre, stella!’. Per ogni passo avanti, se ne fanno dieci indietro. Per ogni ardore esposto, ce ne sono cento altri soffocati. Tuttavia, nonostante sia pieno di fastidi, nonostante metta in crisi l’uno e l’altra, il gioco non si può lasciare, va giocato tutto fino in fondo, finché uno dei due non fa ‘tana!’ o non arriva a toccare il muro gridando ‘stella!’. È un gioco sfibrante, perché il bambino non si allontana dal suo nascondiglio per paura di essere scoperto; viceversa, l’altro bambino non può allontanarsi dalla tana per non lasciarla sguarnita. Se non capitano incidenti nel mezzo, è un gioco che tende infinitamente a continuare.

Il perché di queste oscillazioni tra il desiderio e il pudore va cercato nella personalità di Kafka. Franz è afflitto da un senso di colpa atavico, quasi razziale (l’ebreo che è in lui ruggisce a ogni cantone), che lo previene nei rapporti con l’altro, costringendolo a interagire a un livello sempre di inferiorità e di lordura. « Milena, non si tratta di questo, tu non sei per me una signora, sei una fanciulla, non ho mai visto nessuna che fosse tanto fanciulla, non oserò porgerti la mano, fanciulla, la mano sudicia, convulsa, unghiuta, incerta e tremula, cocente e fredda ». Per questo io non credo che da parte di Franz ci fosse della viltà, della paura per Milena, l’orrore del passo, il baratro sullo scalino, ma semplicemente una consapevolezza esasperata delle proprie mancanze, gonfiate dalla sua coscienza fino a essere l’unico orizzonte possibile. Non è che Kafka non allunghi la gamba per fare il passo: è che, nel suo masochismo ingenuo, pensa di non averla neanche una gamba.
Ma la gamba ce l’ha e Milena la vede e noi sentiamo gli strattoni che dà, i pizzichi sul polpaccio, li sentiamo anche se di Milena non leggiamo nulla. Niente, tranne qualche inciso ingrato, incastonato nelle lettere di risposta. Milena, nella sua generosità di donna, vede, pazienta e sa. E soffre. E anche il lettore soffre e vorrebbe strillare e strattonare le sbarre della gabbia arrugginita che Franz s’è costruito intorno, ma c’è poco da macchinare: le difese sono tutte alzate, il nemico (il salvatore) non passerà.

L’affievolirsi e poi lo spegnersi del carteggio è una naturale conseguenza derivata dalle premesse. Nella tortura auto-inflittasi e inflitta a Milena, Franz è un esecutore implacabile, logico, spietato, mai una deviazione dal regolamento. ‘Ho deciso che non posso essere felice? Così sia. Non posso essere felice neanche se la felicità mi sta a tre centimetri dalle dita. Ho deciso che felice non posso esserlo, se lo fossi tradirei me stesso, se tradisco me stesso sono perduto per sempre. E allora perché venir meno alla coerenza allungando le dita? Resti pure dove sta, questa felicità. Io non me la merito.’
È così terribile che viene voglia di fuggire. E fuggire bisogna. E cercare l’aria aperta. E respirare a pieni polmoni quel cielo pieno di possibilità che nessuno dovrebbe mai negare a se stesso. A che vale? La vita ci punisce tutti i giorni e tutti i giorni ci premia. Risparmiamo a noi stessi altre punizioni, ma non risparmiamoci mai altri premi.

Post-scriptum: per dovere di cronaca, Franz e Milena si incontrarono più volte, sia nel sogno sia nella realtà. Cosa accadde durante questi incontri al lettore è lasciato soltanto immaginare. Se ne parla in più missive, ma mai in modo esplicito. Dopotutto, quel che accadde è affar loro, lo ricordavano bene, se lo ricordavano a vicenda. Non c’era davvero bisogno di darne una descrizione. Non sembra che questi incontri abbiano mai nociuto alla letterarietà della loro corrispondenza né che li abbiano in qualche modo disaffezionati. Semmai, tutto il contrario.

Chiara Pagliochini 


I fratelli Karamazov | Fëdor Michajlovic Dostoevskij

Titolo: I Fratelli Karamazov
Titolo originale: Братья Карамазовы
Autore: Fëdor Michajlovic Dostoevskij
Cenni sull’autore: Fëdor Michajlovic Dostoevskij nasce a Mosca nel 1821. L’inizio della sua produzione letteraria coincide con l’affermazione della “scuola naturale”, che risale al fatidico 1847, anno in cui il metodo realista prende definitivamente il sopravvento. Mentre la sua produzione giovanile risente fortemente dell’influenza di Gogol, le opere più mature insistono sul versante dell’analisi psicologica dei personaggi, caratteristica peculiare dell’opera di Dostoevskij. La sua vita è marcata da un avvenimento eccezionale che avrà forti ripercussioni anche sulla sua vena artistica: la condanna a morte subita nel 1849 per attività sovversive, commutata all’ultimo momento in ergastolo e infine condonata nel 1859. Anche per questo, il tema della morte e della salvezza trova tanto spazio nell’opera di Dostoevskij, che ha inizio con un romanzo breve, Memorie dal sottosuolo (1864), in cui è anticipato il modello di analisi psicologica che verrà utilizzato in tutti i romanzi successivi.
Dostoevskij muore nel 1881, dopo aver portato a termine la fatica più grande, I fratelli Karamazov, il capolavoro dello scrittore, ma dal Diario veniamo a sapere che Dostoevskij progettava una prosecuzione del romanzo, in cui si sarebbe vista la costruzione di una società felice a partire dal ramo sano della famiglia Karamazov, il giusto Alësa. (Fonte: http://www.greendayfactory.it/)
Anno di pubblicazione: pubblicato a puntate sul ‘Messaggero russo’ tra 1879 – 1881
Edizione: Einaudi
Tradotto da: Agostino Villa
Numero pagine: 1033
Costo: 18 €
Consigliato: assolutamente, vivissimamente sì!

‘Vedete, noi siamo nature ampie, karamazoviane, capaci di mescolare insieme i più opposti contrari che immaginar si possa, e di ficcar lo sguardo, nello stesso istante, in entrambi gli abissi, nell’abisso al di sopra di noi, l’abisso degli ideali più alti, e nell’abisso al di sotto di noi, l’abisso della più bassa, della più fetida caduta morale. […] I due abissi, i due abissi, o signori, nello stesso identico momento: senza questo, noi siamo infelici e insoddisfatti, la nostra esistenza non è piena.’

In questa lunga fase di sedimentazione vengo sempre più rendendomi conto che Dostoevskij è uno di quegli autori che bisognerebbe leggerli ai bambini in culla, quando ancora non sono in grado di capire, perché forse, solo ascoltandolo, solo cullati da questa strana ninna nanna, crescerebbero su più intelligenti, più umani. Questo è il grande potere narrativo di Dostoevskij: rendere l’umano più umano di quanto non sia già. E il mio rammarico, solo questo, è di averlo scoperto così tardi.

‘I fratelli Karamazov’ è la storia di tre fratelli (diciamo tre e mezzo), del loro rapporto l’uno con l’altro, del rapporto con l’alto e il basso dell’esistenza e con la figura paterna, il terribile Fёdor Pavlovič. Fёdor Pavlovič è un padre come non ne vorreste mai uno, un buffone, un parassita, un libidinoso, incapace di nutrire qualsiasi affezione che non sia sessuale; non ama i suoi figli, non ha amato le due mogli. Le orge, i soldi, le puttane sono tutta la sua vita.
In uno dei tanti mondi possibili, Mitja, Ivan e Alёsa, i tre fratelli, sarebbero stati angeli di Paradiso ma, essendo nati da lui, hanno nel sangue la stessa febbre, la stessa morbosa attrazione per tutto ciò che è sensuale e vile. Questo non impedisce loro di avere anime grandi, che aspirano all’altissimo, alla salvazione, alla redenzione, a un amore puro e angelicato. Vogliono essere buoni, vogliono avere la fede, vogliono credere e vivere, vivere e credere, e continuamente si sporcano, sprofondano le suole in una densa mota spirituale e ne escono sempre scissi, scossi, malati. Hanno desideri a forma di cattedrali, ma vogliono costruir le cattedrali dentro i pozzi e per farci entrare le cupole, a testa all’ingiù, bisogna essere architetti sopraffini. Ma Alёsa-Il-Santo, Ivan-L’Inquisitore, Mitja-Il-Poeta devono ancora farsi le ossa e per questo costruiscono e decostruiscono, ovunque accumulando detriti.
Se mi venisse chiesto di scegliere se preferisco le pagine dedicate a Ivan (Il grande Inquisitore! Il diavolo con i calzoni a quadretti!), le pagine dedicate ad Alёsa (Lo starec Zosima! Il piccolo Il’juša! Kolja Krasotkin!) o le pagine dedicate a Mitja (‘Il fatto è che seppure precipitassi giù nell’abisso, anche allora, così a capofitto e con le piante in aria, sarei contento di star cadendo proprio in quell’umiliantissima posizione, e ci troverei per me della bellezza’! Grušen’ka! ), ecco, se mi si chiedesse di scegliere, io staccherei a morsi la mano di chi chiede. Non una sola pagina, non una sola parola che annoi o sia di troppo, un risultato eccezionale per un libro di questa mole e di questo spessore intellettuale. Anzi, la pretesa del lettore che non si finisca così presto, no, Dosto, sii gentile, ancora tre o quattrocento pagine io le avrei lette volentieri.

La cosa che colpisce della prosa di Dostoevskij è la sua vivace ecletticità, la sua capacità di sfuggire alle definizioni. In una sola opera confluiscono moltissimi stili letterari, dalla parabola alla vita di santi, dallo stile giuridico al poliziesco, dal caso clinico alla scena corale, dalla concitazione al parossismo drammatico, dall’orrore al patetismo. Rimane al lettore la sensazione di star sfogliando tutte le declinazioni del vissuto, di avere tra le mani un manufatto incantato, un fortino di orrori tutto da esplorare. Esplorando, il lettore cerca se stesso, si trova, sbalordisce, prova disagio, si conosce e si rifiuta. Un momento è giù nel gorgo di Ivan Karamazov, il momento dopo è appeso a testa in giù, un piede incagliato in un gancio alla volta celeste, e si sbraccia insieme a Mitja. Il momento dopo ancora è lì che bacia la terra e vorrebbe stringere e abbracciare e accogliere e conciliare tutto il mondo come Alёsa. È un cammino morale, spirituale, da cui, una volta imboccato, non si può deviare. C’è da fare tutto il percorso, perdere la fede e ritrovarla, essere più nichilisti e atei di quanto si è mai stati e poi voler vestire il saio monacale. Tutte le certezze vengono messe in discussione, si è chiamati a gesti e posizioni estreme. Non c’è via di mezzo. Se non siete coinvolti con ogni fibra del vostro essere, allora non state leggendo Dostoevskij. Se state leggendo Dostoevskij e non siete coinvolti con ogni fibra del vostro essere, allora non state leggendo. Perché se niente si smuove, se dentro restate freddi e monolitici, se non piangete, non ridete e non vi trovano imbambolati sul gradino davanti casa, allora mai nient’altro vi muoverà.

Ho voluto scegliere quest’angolo – l’angolo dell’umano fatto ancora più umano – perché non saprei che altro raccontare. Tante e tali sono le possibili interpretazioni e le prospettive di analisi che distillare tutto quanto sarebbe il tentativo dell’alchimista con la sua folle pietra filosofale. È un romanzo così ampio, così karamazoviano.
E per un attimo proviamo a essere così ampi e karamazoviani anche noi: allarghiamo le braccia e con la punta delle dita tese tranciamo il velo dello spazio-tempo e raggiungiamo lui, Dostoevskij, lontano, tanto lontano, e sfioriamo le sue mani belle, unghia contro unghia, un secondino solo. Oppure allineiamo i suoi romanzi su uno scaffale bene in vista, tra il ricettario che usiamo sempre, il vocabolario e l’elenco telefonico, perché Dostoevskij è una cosa così, materiale da consultazione, una di quelle robe che servono per vivere con più furia, più consapevolezza, più amore la nostra vita di tutti i giorni.

Chiara Pagliochini 

Sempre riguardo Fedor M. Dostoevskij  potete leggere la recensione di:
-> Delitto e castigo
-> Umiliati e offesi 


Le memorie di Sherlock Holmes | Arthur Conan Doyle

Titolo: Le memorie di Sherlock Holmes
Titolo originale: The Memoirs of Sherlock Holmes
Autore: Arthur Conan Doyle
Cenni sull’autore: 
Arthur Ignatius Conan Doyle (Edimburgo, 1859 – Crowborough, Sussex, 1939) è ricordato quasi esclusivamente per aver dato vita al più celebre detective di tutti i tempi, Sherlock Holmes. L’autore, che ambiva ad essere considerato un letterato a tutto tondo, scrisse anche saggistica ed una serie di romanzi fantastici, simili ad alcune opere di Edgar Allan Poe, che però non ottennero il successo sperato. Persino quando fu nominato cavaliere per il servizio prestato durante la guerra anglo-boera girava voce che avesse ricevuto questo riconoscimento perché il re era un ammiratore sfegatato di Sherlock Holmes. Cominciò a scrivere durante gli studi di medicina ed il successivo tirocinio e continuò anche quando decise di trasferirsi a Londra per aprire un ambulatorio. Nel 1887, “Uno studio in rosso”fece conoscere al mondo il personaggio di Sherlock Holmes, ispirato, tanto nelle fattezze quanto nei modi, al dottor Joseph Bell, suo ex docente (Conan Doyle, invece, si identificava a tal punto con l’assistente del detective che gli capitò addirittura di firmare un autografo come “Dr John Watson”). Al primo romanzo della serie ne seguirono altri tre ed una lunga serie di racconti.   (Fonte: “501 grandi scrittori”, a cura di J. Patrick, ed. Atlante)
Anno di pubblicazione: 1894
Edizione: Liberamente, collana “Grandi Gialli”
Traduzione: l’edizione in questione non riporta, sfortunatamente, il nome del traduttore, il quale subisce un torto ancor più grave visto l’ottimo lavoro che è indubbiamente da riconoscergli.
Pagine: 258
Costo: euro 4,90
-> Consigliato:  No, ai lettori vergini di Sherlock Holmes (ai quali consiglierei di iniziare da “Uno studio in rosso”). Indubbiamente sì, a tutti coloro che sono stati già ammaliati dalla penna di Sir Athur Conan Doyle.

[ “Le memorie di Sherlock Holmes” è una memorabile raccolta di undici racconti, narranti alcune delle più celebri avventure aventi con protagonista Sherlock Holmes.]

Nel mezzo del cammin di nostra…Lettura.

Giungo in questi afosi ed estivi istanti al completamento della lettura di circa 1/2 del “Canone”, termine che identifica l’intera e completa collezione dei romanzi e dei racconti che vedono protagonista l’ “autentico” Sherlock Holmes, quello nato dalla penna di sir Arthur Conan Doyle (distinto da quello “apocrifo”, generato dalla discutibile creatività di altri scrittori post-Conan Doyle).
Raggiunto questo piccolo traguardo, linea di demarcazione fra i c.d. “Primo” e “Secondo” Sherlock (non sarò certo io a spoilerare le motivazioni di tale distinzione), vengo infastidita da un subdolo prurito pseudo-intellettualoide che mi porta a manifestare alcune riflessioni:

– La prosa di Conan Doyle è impeccabilmente perfetta. Perfetta perfetta, azzarderei.
Elegante, sobria, ricca, fluida, accattivante. E-S-R-F-A. Cinque parametri a livelli stellari.
Durante la lettura non si percepiscono le parole, nell’accezione di freddi segni convenzionali stampati su carta, ma si viene cullati dalla fascinazione del racconto. Si ascolta una voce che narra. Alzando gli occhi dal libro, mi sono spesso stupita di non ritrovare al mio fianco la rassicurante figura di Conan Doyle, fedele menestrello di avventure che mi è parso, per l’appunto, più di ascoltare che di leggere.
Ammaliante ed alienante voce di narratore.
Nello stesso tempo, però, la consistenza stessa della prosa non è passata affatto inosservata e la sua raffinatezza si è manifestata in tutta la sua prepotenza, trasformando la concatenazione delle parole in una miscela di miele che naufraga fra le labbra del lettore (tò, beccatevi questa definizione!).
Arrivando al dunque, non ritengo di esagerare nell’attribuire i meriti della fama e dell’immortalità del personaggio di Sherlock Holmes per un buon 50% alla qualità della PROSA del suo ideatore.

– Il restante 50% di meriti è spettante di diritto, naturalmente, alla peculiarità, alla singolarità, alla superba genialità deduttiva dell’ormai caro ed affezionato detective, che tutto il mondo ammira e, giustamente, glorifica (ho esagerato?).
Ma.
C’è un “ma”.
Mi ‘spiace Arthur: dopo tutte le sdolcinatezze sciorinate a proposito della tua prosa, capisco che quello che sto per dire potrà risultare come un infido colpo basso. Lo so e me ne vergogno: che l’indelebile macchia sulla mia coscienza possa essere per te una giusta vendetta!
La prosa e Sherlock, abbiamo detto, sono intoccabili: su che cosa, dunque, potrò mai accanirmi? Sulla trama, sull’architettura del giallo.
Lo dico magari sottovoce…E’ tutto meno “sensazionale” di quanto mi aspettassi.

A tal proposito ho sviluppato tre ipotesi, nel tentativo di spiegare, prima di tutto a me stessa, uno spiacevole sentore di insoddisfazione:

A. Come lo stesso Holmes, sorridendo, molteplici volte sottolinea, risulta controproducente spiegare e svelare al Dottor Watson e, quindi, al lettore tutti i meccanismi, le analisi e i sottili ragionamenti che consentono al detective di giungere alla soluzione dei casi.
Come uno spettatore cui il mago abbia svelato i propri trucchi, il lettore, in un primo tempo sbalordito ed attonito dinnanzi alle sovrumane capacità di Holmes,una volta ascoltata la spiegazione di come egli sia giunto alle proprie scientifiche conclusioni, è il primo ad esclamare istintivamente “Elementare!”.

B. E’ pur vero che il burattinaio è uno soltanto, se pur geniale, una sola mente, ed altresì umana, quella di Conan Doyle. E’, di conseguenza, naturale che determinati motivi, tematiche, personaggi, ambientazioni e macchinazioni risultino costanti e riproposti in forme e vesti simili. Indovinata la chiave di un mistero, è piuttosto probabile che essa possa servire nuovamente e diverse volte in futuro, per risolvere misteri diversi. Molti casi e relative soluzioni si assomigliano palesemente.
Eppure, anche su questo punto, è lo stesso Holmes ad evidenziare come non esistano in realtà casi nuovi e come, conseguentemente, attraverso la conoscenza e lo studio dei casi del passato, si possa districare la matassa di qualsiasi problematica, solo apparentemente insolita ed unica nel suo genere.

C. Scartate le prime due ipotesi, poichè già pacificamente spiegate dallo stesso Sherlock alla luce di un metodo scientifico che trasforma la deduzione in una disciplina esatta ed analitica, che nulla ha di sovrumano, non mi resta che avvalorare la terza ed ultima ipotesi: nella quasi totalità delle avventure di Sherlock non ho percepito l’elemento sensazionale, non sono caduta dalla seggiola per lo stupore, perchè sono anch’io un genio e, come Sherlock Holmes, sono giunta a prevedere (quasi) facilmente la soluzione di casi in realtà decisamente complessi ed intricati. Dev’essere così.

Concludendo:
1. Riflessioni più complete e competenti giungeranno soltanto a lettura dell’intero “Canone” completata.
2. Indipendentemente dal grado di stupore in me suscitato dalla tramma “gialla”, i quattro volumi fino ad ora letti sono stati divorati in una decina scarsa di giorni. Qualsiasi lettura che si lasci consumare con tale fame ed accanimento, in così poco tempo, ha il diritto di essere considerata come una, non buona, ma ottima esperienza letteraria.
3. E’ legittimo, se non persino tecnicamente “giusto”, spiegare la fama ma soprattutto il valore (artstico) del personaggio di Sherlock Holmes in considerazione della meravigliosa voce narrante che gli ha dato vita (chapeau, sir Arthur!) e della sensazionalità dei tratti che indiscutibilmente lo identificano.

Stefania Trombetta

Sempre riguardo Arthur Conan Doyle potete leggere la recensione di:
-> Uno studio in rosso

 


Libra | Don DeLillo

Titolo: Libra
Titolo originale: Libra
Autore: Don DeLillo
Notizie sull’autore: DeLillo è nato e cresciuto nel Bronx (N.Y.) da genitori italiani originari di Montagano, un paesino in provincia di Campobasso, emigrati subito dopo la Grande guerra e che l’autore cita in Underworld, libro in cui la famiglia di uno dei personaggi, Jimmy, proviene da “near town called Campobasso, in the mountains, where boys were raised to sharpen knives.” .Frequenta scuole cattoliche fino agli studi universitari; l’influenza degli studi cattolici traspare in molti dei suoi scritti e principalmente in Underworld (1997).Finiti gli studi, inizia a lavorare come pubblicitario e ad interessarsi di arte e musica, particolarmente al jazz e alla scrittura. Nel 1971 pubblica il suo primo romanzo, Americana, tradotto in italiano solo nel 2000. Nel 1972 pubblica End Zone, non ancora tradotto in italiano, e l’anno successivo Great Jones Street (tradotto in italiano nel 1997) che narra di un artista rock ritiratosi a vivere in un ambiente spoglio. Alla fine degli anni settanta intraprende un lungo viaggio formativo in Medio Oriente e in India; successivamente si trasferisce in Grecia, dove vive per tre anni e scrive il suo ottavo romanzo, I nomi, che ha un buon successo come thriller psicologico. Torna quindi negli Stati Uniti dove scrive Rumore bianco (White Noise) con cui, nel 1985, vince il National Book Award. Viene ascritto al cosiddetto postmodernismo insieme a Thomas Pynchon e Paul Auster. Osservatore acuto della società americana nel passaggio di millennio e del suo immaginario collettivo, descrive la realtà che lo circonda con una scrittura in cui racconta la società attraverso i media, la religiosità, i riti profani e le liturgie della politica comprese di intrighi tesi alla conquista del potere. Molti autori americani, come David Foster Wallace, citano DeLillo come lo scrittore che più li ha influenzati
Anno di pubblicazione: 1988
Edizione: Einaudi
Traduzione: Massimo Bocchiola
Pagine: 424
Consigliato: Consigliatissimo.

– Quando è il tuo compleanno?
– Il diciotto ottobre, – rispose Lee.
– Libra. La Bilancia.
– Sì, la Bilancia, – disse Ferrie
– L’Equilibrio, – disse Shaw.
Quelli della bilancia. Alcuni sono positivi, padroni di sé, equilibrati, con la testa a posto, saggi e rispettati da tutti. Altri invece sono negativi, cioè piuttosto instabili, impulsivi. Tanto, ma tanto, ma tanto influenzabili. Propensi a spiccare il salto pericoloso. In entrambi i casi, la chiave è l’equilibrio.
 

A volte finisci dei libri e non è che ti senti privato di un amico. Ti senti privato di un mondo intero. Finisci dei libri e ti chiedi cosa succede là fuori, perché mai tu sei dentro casa a leggere. Ti portano via un universo. Le ultime pagine. Le lacrime che colano sull’inchiostro. E le domande, le migliaia di domande prima dell’ultima riga. Ti hanno derubato, quando finisci dei libri. Così io mi sono sentito: come se mi avessero tolto ogni certezza. Le certezze derivate da un mese di lettura, da un mese di lettura sulla vita di Lee Harvey Oswald. Ventiquattro anni. Una vita giovane, eppure una vita immensa. Adesso ho bisogno di aria. Ho finito un libro che è poesia. Quando finisci un libro che è poesia è normale che ti venga voglia di uscire a respirare un po’ d’aria fresca. È il disfacimento interiore delle proprie convinzioni. Le parole che graffiano, stridono, si artigliano ai tuoi vestiti, ti si accalcano addosso. Non puoi farci niente. Sono gelide e secche, sono lì per fare del male.

Ma che cos’è Libra?
Io penso che Libra sia Lee Harvey Oswald, e che Lee Harvey Oswald non possa essere altro che Libra. Il romanzo stesso. Tutti i dettagli della sua vita. L’infanzia, la giovinezza, l’amore. L’Unione Sovietica, l’odio per il sistema capitalista. Lee Harvey Oswald è conosciuto dalla maggior parte di noi semplicemente come l’assassino del trentacinquesimo Presidente degli Stati Uniti d’America, John Fiztgerald Kennedy. Ci fermiamo qui e lo odiamo. Pensare a un complotto sarebbe troppo complesso. Un complotto implica centinaia di piste da seguire, centinaia di dati su centinaia di personaggi, tutti coloro che sono entrati in contatto con Lee Harvey Oswald. Perché alla fine gira tutto intorno a lui. Tutto riporta a lui. Sono un capro espiatorio, disse prima di venire ucciso da Jack Ruby.

“C’è abbastanza mistero nei fatti così come li conosciamo, abbastanza complotto, coincidenza, questioni irrisolte, vicoli ciechi, molteplicità di interpretazioni. Non c’è bisogno, pensa, di inventare la grande macchinazione magistrale, la congiura che si ramifica impeccabilmente in dieci direzioni diverse.”

Non ce n’è bisogno, già. Ma alla fine non si può far altro. Fu veramente Oswald a uccidere il presidente. Era l’unico a sparare, quel giorno? Ventidue novembre millenovecentosessantatre. Come mai tutte le persone che entrarono in contatto con lui negli ultimi mesi della sua vita morirono pochi anni dopo? De Lillo intreccia ai fatti reali sulla vita di Oswald gli eventi fittizi che darebbero vita a un grande complotto per assassinare il presidente e far pensare che Oswald fosse stato inviato da Cuba, e alimentare quindi una nuova invasione dell’isola dopo il fallimento della Baia dei Porci. Ancora oggi, dopo tre inchieste (una delle quali è la famosa e abnorme Commissione Warren), non si è riusciti a dimostrare che si trattasse di un complotto. E così hanno deciso che è stato lui e basta. Lee Harvey Oswald ha ucciso il presidente. Da solo. Ma noi non leggiamo Libra per sapere questo. Questo lo sappiamo già. Noi leggiamo Libra per sapere se la vita di L. H. Oswald era una vita come tante oppure una vita speciale. E scopriamo, quasi con sorpresa, che era entrambe le cose. Che tutte le nostre vite soneo entrambe le cose. Speciali e normali. Che l’amore è speciale e normale. Che avere una figlia, diventare padre, è insieme una cosa meravigliosa, inaspettata e incredibile, tanto quanto una cosa quotidiana e noiosa.

Chi è Lee Harvey Oswald?
“L’assistente sociale scrisse: «Le risposte alle domande rivelano che il ragazzo sente fra sé e le altre persone un velo che lo rende irraggiungibile, ma preferisce che il velo resti intatto».”

Lee H. Oswald è un ragazzino maltrattato dai compagni di scuola che vive da solo con la madre. Si spostano in continuazione. A dieci anni ha già cambiato sei scuole. Cresce leggendo il manuale dei marines di suo fratello Robert, già arruolato. Poi inizia a leggere letteratura marxista. Si arruola a 18 anni. Nell’esercito gli capita di sbagliare, e viene spedito nel carcere di rigore ad Atsugi, Giappone. Conosce il sistema della prigione americana. Poi, passando per la Finlandia, va in Unione Sovietica. Si innamora di Marina, la sposa, e quando si accorge che il comunismo è tutto tranne quello che pensava, torna in Amerca. Qui viene preso di mira dai servizi segreti americani, ex agenti della CIA che tramano per uccidere il presidente e far partire un’invasione di Cuba. Viene preso di mira perché ha tutte le caratteristiche del personaggio di cui questi congiurati hanno bisogno. È l’uomo perfetto.

“L’obiettivo principale è che Kennedy muoia.
Il secondo obiettivo è che muoia Oswald.”

Secondo la classica ricostruzione dei fatti, quella che – più o meno – tutti conosciamo, Lee Harvey Oswald sparò tre proiettili in meno di sei secondi. Il primo ferì lievemente il presidente sotto il mento. Il secondo mancò il bersaglio. Il terzo aprì un buco nella testa di JFK. In Libra, quando Oswald sta mirando per sparare il terzo proiettile, nel mirino del suo fucile vede la testa del presidente esplodere, ma non per il suo colpo. Sono un capro espiatorio, disse. E noi, ancora oggi, non sappiamo quale sia la verità.
Ma Lee Harvey Oswald era anche il ragazzo che ha saputo amare con tutto se stesso come qualsiasi essere umano. Il ragazzo che passava le notti a fissare la figlia, tanto l’amava. Tornato in America si mise a picchiare Marina, è vero, ma paradossalmente non smise mai di amarla.

“Il saluto con cui le rispondeva era infantile, un agitar di mano, un piacere profondo e toccante. Sembrava dirle, dalla sua barchetta: – Guardaci, siamo un miracolo, così autentico e sicuro.”

Quali sono i personaggi che ruotano attorno all’universo di Libra, al mondo di Lee Harvey Oswald?
Ce ne sono tanti. Ogni attentatore ha la sua storia, la sua famiglia, i suoi sentimenti. Ogni membro dell’operazione volta ad assassinare Kennedy richiede pagine e pagine di approfondimento. Niente è messo lì a caso. il più rilevante è forse David Ferrie (pilota della marina), omosessuale convinto di avere il cancro.

“- Dave, tu in cosa credi?
– In tutto. Specialmente nella mia morte.
– La desideri?
– La sento. Io sono la pubblicità vivente del cancro.
– Ma ne parli così volentieri.
– Perché, avrei altra scelta?”

Poi c’è Marguerite Oswald, la madre di Lee. Nei suoi capitoli sembra sempre parlare a un giudice in un’aula di tribunale. Dice che non può spiegare la vita di suo figlio con una semplice deposizione. Deve raccontarla tutta. E i toni con cui racconta sono drammatici, forti, impregnati di un opprimente senso di perdita allo stesso tempo umano e storico. E dopo Marguerite c’è Marina. Marina e il suo amore sincero per Lee, convinta che le cicatrici che lei e il ragazzo portano sulle braccia siano un segno del destino, un segno che li ha fatti incontrare e li farà stare insieme. Ma quando lui comincia a picchiarla, lei inizia a chiedersi se l’ami veramente, pur rimanendo invariato il suo amore per lui.
A Marguerite e Marina si aggiunge una carrellata di personaggi più o meno importanti. Ma ognuno di loro, a modo suo, è tragico e malinconico. Ognuno si porta dietro una tristezza infinita, e il lettore sa perfettamente che tutto dovrà culminare con la morte del presidente. Perché è l’anima del complotti, terminare con una morte.
Win Everett, ideatore dell’attentato, a tal proposito formulerà questo pensiero:

“Le trame possiedono una logica. C’è una tendenza, nelle trame, a evolvere in direzione della morte. Lui era convinto che l’idea della morte fosse insita nella natura di ogni trama. Nelle trame di narrativa come in quelle di uomini armati. Più la trama di un racconto è fitta, più è probabile che approdi alla morte. La trama di un romanzo, credeva, è il nostro modo di localizzare la forza della morte fuori dal libro, di esorcizzarla, di contenerla.”

Qual è il senso di Libra?
Forse DeLillo non aveva un secondo fine. Forse lo scrittore americano voleva solo scrivere un bel romanzo sulla questione documentandosi molto. Ma io credo che abbia voluto dare anche un segnale. Che la vita di ogni essere umano non è semplice. Non si può giudicare da un gesto. Non si può rinchiudere in un istante di tempo e lasciarla lì. Kennedy era un simbolo prima ancora che un uomo. E Lee Harvey Oswald o coloro che sono rimasti nell’ombra l’hanno distrutto. Ma perché? Non sono umani anche loro? Non sono simboli anche loro? Simboli di un America, di un sistema sbagliato?

Marco Tamborrino 


Club del libro ‘La scelta dei lettori’ | Luglio

Il Club del Libro è un momento virtuale, ma non per questo meno avvincente di un incontro dal ‘vivo’, in cui, sulla pagina Facebook ‘Un buon libro, un ottimo amico’ di cui questo blog è diretto erede, rispondendo a domande e proponendone, si ricostruiscono i frammenti della lettura di un libro che leggiamo tutti insieme per poi sviscerarlo. Rispondere a domande che non ci si era posti, leggere le risposte altrui, dedicare il post-lettura all’osservazione dei post-lettura altrui sono tutte azioni semplici, gratuite, piacevoli attraverso le quali alcuni aspetti nebulosi di un libro possono diventare chiari e restituire una migliora lettura d’insieme.
Quindi, perché non partecipare?

A questo punto è fondamentale però aprire le votazioni che ci consentiranno, tra cinque libri eletti attraverso le gare di citazioni, di scegliere quale libro leggeremo insieme per il mese di Luglio.

I cinque finalisti sono:

1. Amabili resti, Alice Sebold 

2. Il gioco del mondo (Rayuela), Julio Cortàzar

3. Il cielo diviso, Christa Wolf 

4. Il miglio verde, Stephen King

5. Le correzioni, Jonathan Franzen

Lettori e lettrici, l’invito caloroso è quello a esprimere il vostro voto, magari accompagnandolo con una motivazione entro le 19.30 di Giovedì 28 Giugno. La vostra partecipazione è fondamentale per dare avvio a questo nostro nuovo incontro!

Quindi, via alle votazioni!

Post scriptum (IMPORTANTE): gli unici voti validi sono quelli espressi nei commenti del blog, non valgono invece quelli lasciati su Facebook
Post scriptum 2: cliccando sui titoli avrete l’accesso a pagine con descrizione delle trame dei libri in gara 


La strada | Cormac McCarthy

Titolo: La strada
Titolo originale: The Road
Autore: Cormac McCarthy
Notizie sull’autore: Nato a Providence, nel Rhode Island, il 20 luglio 1933, lo scrittore (all’anagrafe Charles McCarthy Jr) è il terzo di sei figli della coppia Charles Joseph e Gladys Christina McGrail McCarty. Nel 1937 la famiglia si trasferisce a Knoxville. Qui, il giovane Cormac studia presso la Catholic High School, anticamera per la University of Tennessee frequentata nel biennio 1951-1952 e interrotta in seguito alla decisione di arruolarsi, un anno più tardi, nella U.S. Air Force (quattro anni di servizio, due dei quali trascorsi in una base in Alaska). Negli anni tra il 1957 e il 1960, McCarthy riprende gli studi (senza portarli a termine) e pubblica due racconti sulla rivista studentesca ‘The Calling’, firmandoli C. J. McCarthy Jr. Sempre all’università, vince il premio Ingram-Merrill per la scrittura creativa e conosce Lee Holleman, studentessa che sposerà e dalla quale avrà un figlio di nome Cullen.
Trasferitosi a Chicago con moglie e figlio, McCarthy lavora come meccanico in un’autorimessa, scrive, poi fa ritorno nel Tennessee, dove il suo matrimonio finisce (nel 1991, Lee Holleman pubblicherà una raccolta di poesie dal titolo Desirès door).
Nel 1965, poco prima di veder pubblicato il primo romanzo The Orchard keeper (grazie ad Albert Erskine, per molti anni amico ed editor di Faulkner), riceve una borsa di studio dalla American Academy of Arts and Letters e sfrutta tale somma per compiere un viaggio in Europa alla ricerca delle sue origini irlandesi. Proprio durante la lunga traversata in nave, incontra Anne DeLisle, cantante e ballerina inglese con la quale si unirà in matrimonio in Inghilterra nel 1966. Insieme alla nuova consorte, lo scrittore soggiorna in Francia, Svizzera, Italia e Spagna. Ad Ibiza termina Outer dark, pubblicato negli States dalla Random House nel 1968, un anno dopo il rientro di McCarthy nel Tennessee. Il romanzo – sorta di fiaba nera incentrata sui personaggi di Culla e Rinthy, fratelli e amanti maledetti in un Sud depresso e violento – riceve una buona accoglienza da parte della critica e porta una nuova borsa di studio (la Guggenheim per la scrittura creativa) destinata a migliorare le condizioni economiche dello scrittore.
Tra il 1973 ed il 1976, McCarthy pubblica Child of God, scrive la sceneggiatura per il film The Gardener’s son, diretto da Richard Pearce e si separa da Anne. Da questo momento in avanti, lo scrittore andrà a vivere nel Texas, ad El Paso, cominciando un progressivo autoesilio dalla scena pubblica con interviste sempre più rare.
Nel 1979, dopo circa un ventennio di gestazione, esce Suttree, per alcuni il vero capolavoro di McCarthy, contrapposto al ‘romanzo della svolta’ Blood meridian, or the Evening Redness in the West (1985), mentre nel 1992 vede la luce All the pretty horses, primo tomo della ‘trilogia del confine’.
Nel 1994 viene pubblicata dalla Ecco Press The Stonemason, tragedia teatrale scritta a metà degli anni Settanta che ruota intorno alle vicende di tre generazioni di una famiglia di neri del Kentucky. A breve distanza, Knopf fa arrivare in libreria The Crossing, secondo volume della ‘trilogia del confinè, mentre il terzo ed ultimo romanzo del fortunato ciclo, Cities of the plan, vedrà la luce nel 1998 e sarà caratterizzato dall’incontro, nello stesso scenario, tra i protagonisti dei primi due episodi John Grady Cole e Billy Parham.
McCarthy attualmente non concede interviste e non frequenta gli ambienti letterari e mondani (del 2007 l’eccezione dell’intervista televisiva con Oprah Winfrey).
Anno di pubblicazione: 2007
Edizione: Einaudi
Traduzione: Testa M.
Pagine: 218
Consigliato: Consigliatissimo.

‘Ce la caveremo, vero, papà?
Sì. Ce la caveremo.
E non succederà niente di male.
Esatto.
Perché noi portiamo il fuoco.
Sì. Perché noi portiamo il fuoco.’

Premetto che ho iniziato questo libro affamata, nel senso vero e proprio della parola, tra le mani un pezzetto di pane con del salame e il desiderio di avventurarmi tra le onde di quel mare infinito che sono le parole di McCarthy. Andando avanti, pagina per pagina, il mondo che riuscivo ad immaginare, la Terra che mi si presentava davanti faceva in modo che il mio appetito fosse appagato da un sentimento di consapevolezza che solo l’autore di questo libro, come pochi altri, riesce a importi.

E’ un mondo triste e desolato, un mondo ridotto a brandelli, incenerito e finito quello che McCarthy ritrae in questo romanzo. Spacciati gli uomini, sterminati gli animali, distrutti gli edifici pubblici e le case private, decaduti il sogno e la realtà, un uomo e un bambino, suo figlio, percorrono la strada in lungo e in largo, per quanto possano, diretti verso la salvezza e l’oceano, verso un miracolo e la speranza. Cartelli pubblicitari ritraenti oggetti e prodotti non più esistenti, strade barcollanti e deserte, il vento e la pioggia che incombono sulla Terra incuranti di quello che ormai non potrà più essere chiamato ‘destino’ dell’uomo.

‘Già allora tutte le riserve di cibo erano esaurite, e la terra era sconvolta dai massacri. In breve tempo il mondo sarebbe stato popolato da gente pronta a mangiarti i figli sotto gli occhi, e le città dominate da manipoli di predoni anneriti che scavavano gallerie in mezzo alle rovine e strisciavano fuori dalle macerie in un biancheggiare di occhi e denti […] Il soffice talco nero si spandeva a sbuffi per le strade come inchiostro di seppia sul fondo del mare, il freddo scendeva lento e faceva buio sempre più preso, e i disperati che frugavano alla luce delle torce sul fondo dei dirupi lasciavano nello strato di cenere ombre morbide che si richiudevano dietro di loro silenziose come occhi. Per le strade i pellegrini sprofondavano, cadevano e morivano e la terra avvolta nel suo lugubre veo continuava ad arrancare intorno al sole, ignorata e smarrita come qualsiasi altro pianeta sconosciuto nella remota oscurità circostante.’

Situazioni, paesaggi e sensazioni lontani da noi ‘occidentali’, ma che in qualche modo (e noi lo sappiamo bene, nonostante fingiamo in continuazione che tutto vada per il meglio) si manifestano in luoghi lontani da quelli in cui viviamo. C’è ancora oggi, a questo mondo, qualcuno che si strazia per uno stomaco intransigente ma vuoto, per un po’ d’acqua potabile, per una doccia rigenerante, per delle malattie ritenute banali nei nostri bei paesi ma che sono mortali in queste altre zone dimenticate da ‘Dio’ e lasciate alla loro fortuna.
C’è ancora oggi, nei nostri bei paesi invece, qualcuno che ritiene che la nostra Terra possa essere utilizzata come un portarifiuti vivente dimenticando o gettando qualsiasi cosa non vada più a loro genio per strada, nel bel mezzo della natura, oppure chi ce li lascia di proposito, chi si scorda l’acqua del rubinetto accesa, chi pensa che questo mondo sia nostro, dimenticando che invece siamo solo dei piccoli ed insignificanti esserini di passaggio. La mia intenzione non è quella di far la morale, ma di arrivare ad una sola e opportuna domanda: tutto ciò non è forse già una sorta di ‘fine del mondo’?

Un urlo di paura e di coscienza proviene dalle parole dell’autore di questo romanzo; durante la lettura di questo libro il lettore viene (dovrebbe essere) colto da una martellata sul cranio, da un lume di consapevolezza al quale McCarthy vuol far arrivare. Quello ritratto da quest’ultimo è poi un mondo così remoto e lontano da noi, oppure è un mondo che ci assomiglia e che è talmente a un palmo vicino a noi che non ce n’accorgiamo nemmeno?
Voglio dire, che sia Girolamo Savonarola nel ‘500, che siano i Maya nel 2000, nel mondo contemporaneo, non è forse vero che se un giorno crudelmente la Terra si ribellerà prendendoci tutti a calci del didietro, sarà indubbiamente e inevitabilmente colpa dell’uomo?

Voto: 8/10

Alessandra Mugnai

Sempre riguardo Cormac McCarthy potete leggere la recensione di:
-> Trilogia della frontiera
-> Figlio di Dio 


L’amante di Lady Chatterley | D. H. Lawrence

Titolo: L’amante di Lady Chatterley
Titolo originale: Lady Chatterley’s Lover
Autore: D. H. Lawrence
Cenni sull’autore: David Herbert Lawrence nacque l’11 settembre 1885, frutto  di un’unione infelice fra un padre minatore (in una miniera di carbone) e una madre maestra elementare molto religiosa. Il suo  luogo di nascita, Eastwood, era una piccola cittadina del  Nottinghamshire, il cuore delle  Midlands industriali dell’Inghilterra. Lawrence fu  profondamente attaccato  alla madre, che fece ogni sforzo per sottrarre i figli a  un destino di proletariato  industriale cui li inchiodava  la nascita. (Questo periodo della sua vita troverà il suo sbocco letterario nel romanzo Figli e amanti). Fu nel contesto industriale del  Nottinghamshire che Lawrence sviluppò  la sua ostilità verso l’industria estrattiva rea di aver  disumanizzato il padre, distrutto la campagna inglese e l’idillio del suo luogo di nascita; ostilità più che evidente ne L’amante di Lady Chatterley e negli anatemi da Lawrence scagliati contro l’industrialismo e la tecnologia moderna. Da qui nasce il suo “primitivismo” e l’attrattiva che sempre eserciteranno su di lui i luoghi non toccati dal mostro devastante dell’ industria:  Sardegna, Australia, Messico.
Anno di pubblicazione: 1928
Edizione: Biblioteca Ideale Giunti
Traduttore: Francesco Franconeri
Numero pagine: 459
Costo: 7.9€
-> Consigliato: Sì, sopratutto se non disdegnate la riflessione

“In quella breve notte estiva imparò molto. Aveva pensato che una donna potesse morire di vergogna. E invece, fu la vergogna a morire. La vergogna, che è paura: la profonda vergogna organica, l’antica paura fisica che si annida nelle radici stesse del nostro corpo, e che può essere fugata solo dal fuoco della sensualità, alla fine era stata scovata e stanata dalla caccia fallica dell’uomo, e Connie giunse nel cuore della giungla di se stessa. Sentì di aver ormai toccato il fondo vero e proprio della sua natura, sostanzialmente senza vergognarsi.”

Un po’ come tutti, comprai ‘L’amante di Lady Chatterley’ perché avevo sentito dire che si trattasse di un libro scandaloso, e siccome la libido umana è sempre all’erta, nel mio immaginario di ragazzina pensai che questo libro potesse aprire un sipario in più sulle relegate scene della sessualità. Voltandomi indietro, se potessi, sorriderei a quella ragazzina pudica intrappolata in una famiglia pudica che ero, e le chiederei di sedersi accanto a me per spiegarle che lo scandaloso non sempre è relegato in termini di sesso, che lo scandaloso, sopratutto in tema di donne, è legato anche e sopratutto all’intelletto è alla voluttà. Quell’intelletto e quella voluttà che alla donna son sempre stati negati, o meglio, dei quali la donna è sempre risultata essere sprovvista.

L’amante di Lady Chatterley rappresenta una svolta, è la cesura che ha separato l’Ottocento dal Novecento, che ha abbattuto la ragazzina saccente e in preda a pene d’amore per un burbero aristocratico di classe superiore per restituire alla modernità la figura di una donna priva di pregiudizi, desiderosa di fare sesso e sentirsi viva, volenterosa di gestire le redini della propria vita. Anche se ciò significhi rinunciare ad un titolo, una posizione privilegiata, per bruciarsi di passione con il guardacaccia, un servo del proprio marito.
Dunque, ricercando il motivo dello scandalo che ai lettori del 2012 appare tanto blando a causa della libertà dei costumi che vige nel nostro miserevole presente che si vanta di dire ‘ebbè?’ di fronte a tette e culi in tivù, mi vien da formulare tre ipotesi, nient’affatto tra loro escludenti e assolutamente, anzi, complementari. Insomma, cos’è che fece bollare lo scritto di Lawrence nel lontano e così vicino 1928?
1) Il fatto che una donna potesse pensare di fare sesso, volendolo fare senza per questo essere una meretrice
2) Il fatto che una donna potesse pensare di rinunciare alle civetterie da Lady per vivere in ristrettezze, ma con l’uomo che ama davvero
3) per ultimo, ma nient’affatto da ultimo, il fatto che la donna potesse pensare.
Insomma, intelligentemente e acutamente, Lawrence ha restituito una certa dignità al matriarcato, una dignità di carne, ma anche una dignità di pensiero, ma come tutti i precursori del ragionamento, venne troppo presto per la sua epoca, e troppo tardi per la nostra che non lo ascolta più ormai abituata e disinibita.

Invece io, nel pentolone di violentatori della mia coscienza da quasiventunenne e promotori della mia agitazione tutta volta a difendere un sesso, il mio, mai compreso e apprezzato per le sue reali caratteristiche, ci butto come condimento piccante Lawrence che di turbamenti nella sua vita doveva averne avuti abbastanza. E lo si capisce per la contrapposizione bruciante, che affianca quella di donne e uomini, e che prevede uno scontro titanico tra mondo naturale e mondo rurale dal quale esce inevitabilmente screditato e condannato il secondo, incolpato di aver reso brutale l’uomo e di averne atrofizzato i sentimenti. Uno scontro che prende forma attraverso le intense descrizioni di un paesaggio che ha perso la vitalità della natura a favore di stabilimenti di estrazione, descrizioni di volti umani resi quasi inespressivi, quando non animaleschi, a causa del lavoro sotterraneo, mal pagato, che toglie la vita ad esseri che hanno avuto la sfortuna di nascere servi, anziché padroni. Un po’ come la donna, la cui funzione ornamentale e riproduttiva le ha tolto la possibilità di dire la sua. Ma Lawrence, facendo i conti con un passato di cui molte cose gli fan ribrezzo, restituisce al giovane guardiacaccia la capacità di difendersi e alla bella Connie l’opportunità di sentirsi donna. Una donna nel fior fiore degli anni, che all’occorrenza sa discorrere, e sa il fatto suo, non come ritengono gli amici di Sir Clifford, il paralizzato marito che, ignaro delle propulsioni vitali del corpo, ritene quella dell’intelletto l’unica vita possibile.

Forse, nel 1928, non piacquero nemmeno i mezzi termini, non piacque al pubblico abbindolato dall’ipocrisia, che il pisello venisse chiamato pisello, che la fica venisse chiamata fica, e che il culo venisse chiamato culo, e che scopare si dicesse scopare: insomma, non piacque che le cose venissero chiamate col loro legittimo nome perché era meglio pensare in volgare, ma esprimesi in Dolce Stil Novo. E a Lawrence, invece, piacque molto spogliare i suoi personaggi di questa falsità per creare un mondo reale, non solo apparente, in cui a metà della propria vita si ha la possibilità di innamorarsi davvero di un uomo che provoca un orgasmo; una realtà in cui un subordinato decide di darsi un ordine proprio stanco della propria posizione umiliante.

Un romanzo scandaloso e ribelle perché ha restituito la parola e il desiderio alla classe dei deboli che i più hanno sempre voluto tenere a bada. Ma Lawrence non lo tenne a bada nessuno, e anziché sbuffare di fronte alla staticità di questo romanzo, io ho deciso di essere felice che cent’anni fa un uomo abbia potuto comprendermi così bene.

Luana Cau

Sempre riguardo D. H. Lawrence potete leggere la recensione di:
-> Donne innamorate 


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