Come le mosche d’autunno | Irène Némirovsky

Titolo: Come le mosche d’autunno
Titolo originale: Les mouches d’automne
Autore: Irène Némirovsky
Notizie sull’autore: Nasce in Ucraina nel 1903 in una famiglia di banchieri ebrei. Viene allevata dalla governante che fa del francese la sua lingua madre. Nel gennaio del 1918 la famiglia fugge dalla Rivoluzione e nel 1919 approda in Francia. Irène comincia a scrivere sin da quando ha 18 anni e, nell’agosto del 1921, pubblica il suo primo testo sul bisettimanale Fantasio. Nel 1923, la Némirovsky scrive la sua prima novella l’Enfant génial, che sarà pubblicata nel 1927. Nel 1924 ottiene la laurea in lettere alla Sorbona. Nel 1926 pubblica il suo primo romanzo Le Malentendu. Sposa Michel Epstein, un ingegnere russo emigrato, divenuto poi banchiere, da cui avrà due figlie. Irène Némirovsky diviene celebre nel 1929 con il suo romanzo David Golder. Il suo editore Bernard Grasset la introduce nei salotti e negli ambienti letterari francesi. Scrittrice francofona riconosciuta, membro totalmente integrato della società francese, ciò nonostante il governo francese le rifiuterà la nazionalità richiesta per la prima volta nel 1935. Si converte al cattolicesimo nel 1939. Vttima delle leggi antisemite varate nell’ottobre del 1940 dal governo Vichy, è costretta ad applicare la stella gialla sui suoi abiti. Le sue opere non vengono più pubblicate. Il 13 luglio 1942, Irène è arrestata dalla guardia nazionale francese. Deportata a Auschwitz, verrà uccisa il 17 agosto 1942.
Anno pubblicazione: 2007 (prima pubblicazione: 1931 in Francia)
Edizione: Piccola Biblioteca Adelphi
Prezzo: 9 euro
Traduzione: Graziella Cillario
-> Consigliato: col cuore

“Vi ricordate, Nikolaj Aleksandroviĉ, quando la vostra povera mamma diceva: ‘Tat’jana, si vede che sei del nord, ragazza mia. Alla prima neve perdi la testa.’ Vi ricordate?”

“No” mormorava Nikolaj Aleksandroviĉ con aria sfinita.

“Io sì che mi ricordo,” brontolava “e tra poco sarò la sola.”

 

Tat’jana Ivanovna è la vecchia njanja dei Karin, la balia di due generazioni di questa nobile famiglia russa. Tat’jana Ivanovna ha visto nascere e crescere genitori, figli e nipoti della famiglia. Ne ha visti morire molti, conosce tutto, sa tutto. E li ama profondamente uno ad uno.

È il 1916 e Tat’jana Ivanovna assiste impotente alla partenza dei due giovani Karin per il fronte. Poco dopo, quando la Rivoluzione d’ottobre scoppia e divampa, assiste alla fuga dei suoi bariny, i suoi padroni. Lei rimane lì, a Karinovka, a badare alla tenuta di famiglia e attendere i giovani padroni di ritorno dalla guerra, pensando che i boati dei cannoni siano tuoni. Ma la guerra non fa sconti a nessuno, tantomeno ai Karin, ed è proprio la guerra ad innescare il lento disfacimento e la decadenza di questa famiglia. Così Tat’jana Ivanovna si incammina e viaggia per tre mesi per raggiungere i suoi cari a Odessa, e da lì in Francia (impossibile non fare un confronto con le biografia dell’autrice).

Presenza costante ma trasparente, mai invadente, quasi come se facesse parte dell’arredamento, addirittura dimenticata in una stanza con la luce spenta, Tat’jana Ivanovna non parla molto, osserva, aspetta la neve che non arriva, la neve che le ricorda il luogo dove è nata, il nord della Russia (“Da noi in primavera rompevamo il ghiaccio a piedi nudi!”).

Tat’jana Ivanovna ricorda. Dal momento in cui mette piede in Francia, non può fare altro. E mentre i componenti della famiglia Karin cercano di rifarsi una vita in una Parigi che sa di alcol e jazz, ma si ritrovano come mosche in autunno, che “passati il caldo e la luce dell’estate, svolazzano a fatica, esauste e irritate, sbattendo contro i vetri e trascinando le ali senza vita“, lei rimane ferma alla finestra a fissare il vuoto, a ricordare, a dire “Da noi adesso…”.

Ma non c’è nessuno davvero disposto ad ascoltarla. In fondo la vita continua, il passato è solo un fardello imbarazzante da trascinarsi appresso. Perché stare ad ascoltare una vecchia che farnetica su ciò che non è più e che non potrà mai ritornare? Nel frattempo la neve non si decide a cadere.

È una figura poetica, ingenua e toccante quella che Irène Némirovsky dipinge in questo breve quadro. Un quadro essenziale, scarno, dai colori stinti. Non una parola di troppo, molti dialoghi lasciati a mezz’aria, moltissimi puntini di sospensione.

In mezzo alla devastazione, al declino, Tat’jana Ivanovna assurge a simbolo della memoria, quella memoria così scomoda ma così essenziale, che richiama alla mia mente una battuta dall’opera teatrale “Ferdinando” di Annibale Ruccello, autore napoletano degli anni ’80: “Nu recordo te po’ servì… Tu appartiene a na brutta razza… na razza, na generazione, can un tene ricorde, ca è ‘a peggia cosa ca po’ capità… Chi nun tene ricorde… Chi nun tene passato… Nun tene manco futuro…”.

Quella brutta razza sono i giovani Karin, che si rifiutano di guardare indietro, ma siamo anche noi, se ci dimentichiamo ciò che è stato e diamo per scontate o ci facciamo infastidire da quelle persone che, come Tat’jana Ivanovna, ancora possono aiutarci a mantenere la memoria.

Così, in queste 99 impeccabili pagine, Irène Némirovsky si riconferma la splendida narratrice che è, profonda conoscitrice delle pieghe più buie del nostro animo, che non si fa problemi a sbattercele in faccia così crudamente e crudelmente. Non possiamo semplicemente chiudere il libro e andare avanti. Il suo messaggio è qualcosa di cui tutti abbiamo molto bisogno.

 

Anya Pellegrin

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