Lettere a Milena | Franz Kafka

Titolo: Lettere a Milena
Titolo originale: Briefe an Milena
Autore: Franz Kafka
Cenni sull’autore: Scrittore boemo di lingua tedesca, nasce a Praga nel 1883.  Figlio di un agiato commerciante ebreo, ebbe con il padre un rapporto tormentato, ampiamente documentato nella celebre “Lettera al padre”, nella quale si configurano in modo netto le caratteristiche della complessa personalità dello scrittore e le origini familiari di molti suoi tormenti. Nel 1906 si laurea all’odiata facoltà di Legge, dopo un percorso di studi caldeggiato più che altro dai genitori. Intanto, sul piano sentimentale, si profila il tormentato rapporto con Felice Bauer, più volte sciolto e poi ripreso, fino alla definitiva rottura avvenuta nel 1914. Tormentate sono pure le relazioni con Milena Jesenská e Dora Dyamant, con cui convisse dal 1923. Fin da subito si avvia a una carriera di funzionario di banca, del tutto opposta alle sue più intime inclinazioni. Il suo rapporto di lavoro si chiude nel 1922 con richiesta di pensionamento, quando la tubercolosi, manifestatasi nel 1917, irrompe in tutta la sua gravità. La sua vita, tranne brevi viaggi il più delle volte compiuti per salute, si svolge a Praga, nella casa paterna e, nonostante due fidanzamenti, rimane scapolo. Muore nell’estate del 1924, poco più che quarantenne, in una clinica nei pressi di Vienna. Tra le sue opere principali ricordiamo la ‘Lettera al padre’ (1919), le ‘Lettere a Milena’ (1920-22), ‘La metamorfosi e altri racconti’ (1919), ‘America’ (incompiuto), ‘Il Processo’ (1915), ‘Il castello’ (1922). Motivo
fondamentale dell’opera di Kafka è quello della colpa e della condanna. I suoi personaggi, colpiti improvvisamente dalla rivelazione di una colpa apparentemente sconosciuta, subiscono il giudizio di potenze oscure e invincibili, vengono per sempre esclusi da un’esistenza libera e felice, che intuiscono realizzata in un’altra dimensione del mondo, in un’altra realtà.
Anno di pubblicazione: 1952 (postuma)
Edizione: Biblioteca Mondadori, 1964
Traduttore: Ervino Pocar
Numero pagine: 331
Edizione consigliata: Oscar Mondadori
Costo: € 9,50
Consigliato: spassionatamente.

« E dire che in fondo non amo te, ma piuttosto la mia esistenza che tu mi hai donata. »

Nella primavera del 1920, la scrittrice boema Milena Jesenská legge i primi racconti di Kafka e gli scrive per chiedere di poterli tradurre in lingua ceca. Questo è l’inizio di un’appassionata corrispondenza che continuerà fino al 1923. La relazione fu per gran parte condotta attraverso lettere e la loro storia d’amore non ebbe mai un vero futuro. Fu Kafka a porre fine alla relazione. Dopo la sua morte, nel 1924, Milena scrisse in ricordo di lui « condannato a guardare il mondo con una chiarezza così accecante, lo trovò insopportabile e ne morì. »

Nell’approcciarci a un’opera così fortemente auto-biografica come un carteggio, bisogna munirsi di occhiali e cappellino. Occhiali, per saper porre la giusta distanza tra sé e Franz e sempre ricordarsi, ‘tu non sei lui, lui è lui, tu non vuoi e non devi essere lui’. Cappellino, per proteggere la testa dai raggi ultravioletti della partecipazione emotiva, ‘tu non provi quello che provano loro, quello che provano loro lo provavano loro, perché sono persone che veramente hanno amato e si sono scritte’. Il rischio di ustione era alto: lo avevo già corso e ci ero sprofondata dentro con ‘Che tu sia per me il coltello’, che di questo è figlio e parricida. « E forse non è vero amore se dico che tu mi sei la cosa più cara; amore è il fatto che tu sei per me il coltello col quale frugo dentro me stesso ». Non volevo essere Franz e Milena come son stata Yair e Myriam, perché Yair e Myriam sono pur sempre creature di finzione, nelle quali è legittimo immedesimarsi, ma pretendere di capire le ragioni di Franz e le ragioni di Milena, pretendere di sentire quel che sentono loro è un delirio di onnipotenza e, come se non bastasse, è impossibile.
La prova fondamentale del fatto che Franz e Milena si amassero consiste in questo: che si capivano. Pur utilizzando un mezzo imperfetto, un mezzo senza corpo come sono le parole, Franz e Milena si capivano, e questo è straordinario. Il lettore, invece, non capisce nulla, le date, le abbreviazioni, i sottointesi lo stordiscono. Vorrebbe entrare nella pagina e continuamente se ne sente respinto. Si chiede, ‘ma come poteva la povera Milena cavarci qualcosa da tutta questa confusione? come riusciva a sbrogliare il groviglio? che grimaldello usava?’.

L’amore, usava l’amore, quell’amore che, una volta raggiunto un certo grado di intesa e di condivisione, necessita di mezzi di espressione così minimi, così fiacchi, da essere del tutto incomprensibili a un ascoltatore esterno. Franz e Milena si capivano perché pensavano alla stessa cosa, sempre alla stessa cosa, e pensavano alla stessa cosa perché amavano e, amandosi, erano l’uno e l’altra insieme. « Ieri ho sognato di te. Non ricordo più quasi i singoli fatti, so soltanto che di continuo ci trasformavamo l’uno nell’altro, io ero tu, tu eri io ».
In una delle prime lettere, Franz definisce con un’immagine straordinaria il suo rapporto con Milena:
« Credo, Milena, che noi due abbiamo una particolarità in comune: siamo tanto timidi e ansiosi, quasi ogni lettera è diversa, quasi ciascuna si spaventa della precedente, e, più ancora, della risposta. Lei non lo è per natura, lo si vede facilmente, e io, forse, nemmeno io lo sono per natura, ma ciò è quasi diventato natura, e si dilegua soltanto nella disperazione, tutt’al più nell’ira, e, da non dimenticare, nell’angoscia.
Talora ho l’impressione che abbiamo una camera con due porte, l’una di fronte all’altra, e ognuno stringe la maniglia di una porta e basta un batter di ciglia dell’uno perché l’altro sia già dietro la sua porta e basta che il primo dica una sola parola, il secondo ha già certamente chiuso la porta dietro di sé e non si fa più vedere. Egli riaprirà, sì, la porta, perché si tratta di una camera che forse non si può lasciare. Se non fosse esattamente come il secondo, il primo starebbe tranquillo, preferirebbe, in apparenza, non guardare neanche verso il secondo, metterebbe lentamente in ordine la camera, quasi fosse una camera come qualunque altra, ma invece fa esattamente la stessa cosa presso la sua porta, talvolta persino tutti e due sono di là dalle porte e la bella camera è vuota. »

È un’immagine spiazzante sulle prime. Ci si interroga su che cosa voglia dire. Ci ho pensato un po’ su e credo che voglia dire questo: una relazione come quella tra Franz e Milena è una versione raffinata del gioco del nascondino o del ‘uno, due, tre, stella!’. Per ogni passo avanti, se ne fanno dieci indietro. Per ogni ardore esposto, ce ne sono cento altri soffocati. Tuttavia, nonostante sia pieno di fastidi, nonostante metta in crisi l’uno e l’altra, il gioco non si può lasciare, va giocato tutto fino in fondo, finché uno dei due non fa ‘tana!’ o non arriva a toccare il muro gridando ‘stella!’. È un gioco sfibrante, perché il bambino non si allontana dal suo nascondiglio per paura di essere scoperto; viceversa, l’altro bambino non può allontanarsi dalla tana per non lasciarla sguarnita. Se non capitano incidenti nel mezzo, è un gioco che tende infinitamente a continuare.

Il perché di queste oscillazioni tra il desiderio e il pudore va cercato nella personalità di Kafka. Franz è afflitto da un senso di colpa atavico, quasi razziale (l’ebreo che è in lui ruggisce a ogni cantone), che lo previene nei rapporti con l’altro, costringendolo a interagire a un livello sempre di inferiorità e di lordura. « Milena, non si tratta di questo, tu non sei per me una signora, sei una fanciulla, non ho mai visto nessuna che fosse tanto fanciulla, non oserò porgerti la mano, fanciulla, la mano sudicia, convulsa, unghiuta, incerta e tremula, cocente e fredda ». Per questo io non credo che da parte di Franz ci fosse della viltà, della paura per Milena, l’orrore del passo, il baratro sullo scalino, ma semplicemente una consapevolezza esasperata delle proprie mancanze, gonfiate dalla sua coscienza fino a essere l’unico orizzonte possibile. Non è che Kafka non allunghi la gamba per fare il passo: è che, nel suo masochismo ingenuo, pensa di non averla neanche una gamba.
Ma la gamba ce l’ha e Milena la vede e noi sentiamo gli strattoni che dà, i pizzichi sul polpaccio, li sentiamo anche se di Milena non leggiamo nulla. Niente, tranne qualche inciso ingrato, incastonato nelle lettere di risposta. Milena, nella sua generosità di donna, vede, pazienta e sa. E soffre. E anche il lettore soffre e vorrebbe strillare e strattonare le sbarre della gabbia arrugginita che Franz s’è costruito intorno, ma c’è poco da macchinare: le difese sono tutte alzate, il nemico (il salvatore) non passerà.

L’affievolirsi e poi lo spegnersi del carteggio è una naturale conseguenza derivata dalle premesse. Nella tortura auto-inflittasi e inflitta a Milena, Franz è un esecutore implacabile, logico, spietato, mai una deviazione dal regolamento. ‘Ho deciso che non posso essere felice? Così sia. Non posso essere felice neanche se la felicità mi sta a tre centimetri dalle dita. Ho deciso che felice non posso esserlo, se lo fossi tradirei me stesso, se tradisco me stesso sono perduto per sempre. E allora perché venir meno alla coerenza allungando le dita? Resti pure dove sta, questa felicità. Io non me la merito.’
È così terribile che viene voglia di fuggire. E fuggire bisogna. E cercare l’aria aperta. E respirare a pieni polmoni quel cielo pieno di possibilità che nessuno dovrebbe mai negare a se stesso. A che vale? La vita ci punisce tutti i giorni e tutti i giorni ci premia. Risparmiamo a noi stessi altre punizioni, ma non risparmiamoci mai altri premi.

Post-scriptum: per dovere di cronaca, Franz e Milena si incontrarono più volte, sia nel sogno sia nella realtà. Cosa accadde durante questi incontri al lettore è lasciato soltanto immaginare. Se ne parla in più missive, ma mai in modo esplicito. Dopotutto, quel che accadde è affar loro, lo ricordavano bene, se lo ricordavano a vicenda. Non c’era davvero bisogno di darne una descrizione. Non sembra che questi incontri abbiano mai nociuto alla letterarietà della loro corrispondenza né che li abbiano in qualche modo disaffezionati. Semmai, tutto il contrario.

Chiara Pagliochini 

Annunci

Informazioni su unbuonlibrounottimoamico

Un amore così grande per la lettura che farei qualunque cosa pur di fare in modo che viva. Vedi tutti gli articoli di unbuonlibrounottimoamico

One response to “Lettere a Milena | Franz Kafka

  • Denise Cecilia S.

    Mi piace tornare a leggere qui perché spesso incontro recensioni che son più che recensioni, puntuali, ricche e ben rifinite.
    E riflessioni acute, seppur apparentemente ovvie, perché stimolano nient’altro che ciò che abbiamo subito sotto pelle o sulla punta della lingua; e magari vorremmo essere e fare ma non riusciamo.
    Nessuno vuole essere Kafka, anche se ne adoriamo ed ammiriamo la persona e la profondità di sofferenze.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: