Archivi del mese: luglio 2012

Cime Tempestose | Emily Brontë

Titolo: Cime Tempestose
Titolo originale: Wuthering Heights
Autore: Emily Brontë
Cenni sull’autrice: Scrittrice inglese originale e tormentata, spiccatamente romantica, Emily Bronte nasce il 30 luglio 1818 a Thornton, nello Yorkshire (Inghilterra). Figlia del reverendo Brontë e di sua moglie Maria Branwell, alla fine di aprile del 1820 si trasferisce con la famiglia ad Haworth, sempre nello Yorkshire, dopo che al reverendo viene assegnata la chiesa di Saint Michael and All Angels. Nel settembre del 1821 Maria Branwell muore e sua sorella Elizabeth va ad abitare temporaneamente con loro per aiutarli.
Nel 1824 Emily, insieme alle sorelle, entra nella scuola di Cowan Bridge per figlie di ecclesiastici. Altre due perdite colpiscono la famiglia Brontë nel 1825: muoiono, colpite entrambe da tisi, le sorelle maggiori di Emily, Maria ed Elizabeth. Abbandonata la scuola, i giovani Brontë continuano la propria istruzione in casa, leggendo e imparando le “arti femminili”. Nel 1826 il padre, di ritorno da un viaggio, porta una scatola di soldatini ai figli: i soldatini diventano “I Giovanotti”, protagonisti di varie storie scritte dalle sorelle.
Nel 1835 Charlotte ed Emily entrano nella scuola di Roe Head. Dopo tre mesi Emily torna a casa fisicamente distrutta e il suo posto a Roe Haed viene preso dalla sorella minore Anne. Il 12 luglio 1836 Emily scrive la sua prima poesia datata. Nel 1838 entra come insegnante nella scuola di Law Hill, ma dopo soli sei mesi torna a casa. In una lettera del 1841 Emily parla di un progetto per aprire, insieme alle sue sorelle, una scuola che sia tutta loro.
L’anno successivo Emily e Charlotte partono per Bruxelles dove frequentano il Pensionato Heger. Alla morte della zia Elizabeth tornano a casa e ognuna di loro eredita 350 sterline. Emily torna da sola a Bruxelles nel 1844 e comincia a trascrivere le sue poesie in due quaderni, uno senza titolo, l’altro intitolato “Gondal Poems”. Charlotte trova questo quaderno nel 1845 e prende forma in lei la decisione di pubblicare un volume dei loro versi. Emily acconsente purché il libro esca con uno pseudonimo.
Nel 1846 esce quindi “Poems” di Currer (Charlotte), Ellis (Emily) e Acton (Anne) Bell (Brontë). Nel 1847 vengono pubblicati “Cime tempestose” di Emily, “Agnes Grey” di Anne e “Il Professore” e “Jane Eyre” di Charlotte.
“Cime tempestose” solleva un gran clamore. E’ un romanzo ricco di significati simbolici, dove domina una sensazione di tensione e ansia mista ad attesa e curiosità per la rivelazione finale. Un libro soffuso di sensazioni forti, inquietanti, che suscitò un comprensibile scalpore e fece scorrer fiumi di inchiostro.
Famosa diventerà la trasposizione cinematografica del 1939, “Wuthering heights” (Cime tempestose – La voce nella tempesta, con Laurence Olivier), tratto dall’omonimo romanzo.
Il 28 settembre 1848 Emily si raffredda durante il funerale del fratello (morto di tisi) e si ammala gravemente. Morirà anche lei di tisi il 19 dicembre dello stesso anno.
Anno di pubblicazione: 1847
Edizione: Einaudi
Pagine: 379
Costo: Ai suoi tempi 16 mila lire
Consigliato: sì, ma non ai deboli di cuore.

Poche settimane fa quasi per caso ho cercato un libro che potesse soddisfare la mia voglia e il mio pseudo bisogno di leggere una storia d’amore e a questo proposito, rovistando tra le recensioni proprio sotto questa dicitura, Cime tempestose veniva descritta senza dubbio come la migliore, o una delle migliori, dai tempi dei tempi, in tutta la storia della letteratura mondiale. Ora, terminata la mia lettura sono fermamente convinta del fatto che definire questo libro non sia cosa di poco conto, e nel caso lo si volesse fare, lo si potrebbe solo ed esclusivamente attraverso delle magiche pinze che minuziosamente scelgano le parole adatte da utilizzare e mettere per iscritto in modo da rendergli totalmente giustizia; tutto ciò per affermare che descrivere questo libro non è una passeggiata nella solitaria e selvaggia brughiera dello Yorkshire in Inghilterra, ovvero il luogo in cui la vicenda è malignosamente ambientata. Ebbene sì, dico malignosamente perché è pressoché impossibile che una brughiera, un luogo arido, secco e privo di vegetazione vera e propria, abbia potuto ospitare una vicenda di tale portata, ricca, in cui i protagonisti si struggono, impazziscono, muoiono per l’Amore, in cui i protagonisti danno gran voce all’odio più spietato, all’indifferenza più maligna, in alcuni casi, insomma, essi possono essere definiti in qualsiasi altro modo tranne che ‘aridi’; ma forse è proprio il terreno che li sorregge a fare in modo che essi nascessero con una natura totalmente contraria alla sua.
Cime tempestose è un romanzo che si districa tutt’intorno alla figura del povero Heathcliff, un trovatello portato nella dimora di Wuthering Heights dal padrone di casa, Earnshaw. Subito il piccolo inizia la sua convivenza coi suoi due figli, Hindley e Catherine, instaurando con quest’ultima, una giovane fanciulla dai nobili portamenti e dalla bellezza innata, un ottimo rapporto che ben presto sfocierà in un tormentatissimo innamoramento. Se con la bella Catherine Heathcliff si trova immediatamente a suo agio, lo stesso non sarà con gli altri membri della famiglia, compresa la servitù, e tanto meno con i Linton, coloro che vivono nella dimora a pochi chilometri dalla loro e con i quali la famiglia ha sempre avuto dei buoni rapporti. Sarà proprio quest’avversione nei suoi confronti che tramuterà il piccolo in un mostro bisbetico e senza cuore agli occhi altrui, diventando ancora più insostenibile quando, dopo il ritorno da una fuga di quasi tre anni dovuta al rifiuto di Catherine, egli troverà colei che era sempre stata l’unico oggetto del suo amore, sposata con Edgar Linton.
Inizialmente ho realmente pensato che questo romanzo parlasse di Heathcliff, ma ora che sono arrivata alla fine non posso non affermare di essere stata una stupida ad averlo creduto: questa non è solo la sua storia, questa è la mia storia, come la tua, come quella di qualsiasi altro essere umano su questa terra; è una storia di sentimenti che contrastano l’aria intorno, quelli che riuscirebbero a farti arrivare su Marte, a farti ridiscendere sulla terra e a farti fare il giro del mondo in due giorni; si parla di passioni viscerali, di odi profondi suscitati da amori ancora più intensi, un sentimento non ne rinnega un altro e ogni cosa si sussegue, inizialmente senza una logica precisa ed è appunto anche senza una ‘giusta’ logicità che i sentimenti in Wuthering Heights si diramano e diventano prorompenti quanto una cascata che si getta con tutta la sua forza nelle acque che l’ospiteranno.

‘Sì, è stata una bugiarda fino all’ultimo! Dov’è ella? Non lassù, non in cielo, non morta… dove? Oh! Dicesti che non t’importava delle mie sofferenze! E io levo una sola preghiera, la ripeterò finché la mia lingua mi si seccherà: Catherine Earnshaw, che tu non possa trovare riposo finché io viva! Dicesti che ti avevo uccisa io; perseguitami allora! Gli uccisi perseguitano i loro assassini, credo. So che degli spiriti hanno vagato sulla terra. Sii sempre con me; prendi qualunque forma; fammi impazzire! solo non abbandonarmi in questo abisso, dove io non riesco a vederti. Oh, Dio! E’ cosa inesprimibile! Non posso vivere senza la mia vita! Non posso vivere senza la mia anima!’

La stessa ‘illogicità’, lo stesso contrastare tra sentimenti opposti arrivano al lettore diretti, come una spada che trafigge da parte a parte e oltrepassa la carne; il lettore non può non oscillare tra un sentimento d’amore e uno d’odio nei confronti dello stesso personaggio nel giro di mano che intercorre tra capitolo e capitolo.
Ancora, è una storia che ti prende, ti sconquassa come fossi un oggetto inanimato e ti getta nel pavimento, in pezzi, ansimante, tu vorresti chiedere pietà, ma non è la pietà quella che cerchi e ancora un capitolo e poi un altro e poi un altro ancora. Io ho ancora i brividi.

Voto: 8,5/10

Alessandra Mugnai

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Club del libro ‘La scelta dei lettori’ | Agosto

Il Club del Libro è un momento virtuale, ma non per questo meno avvincente di un incontro dal ‘vivo’, in cui, sulla pagina Facebook ‘Un buon libro, un ottimo amico’ di cui questo blog è diretto erede, rispondendo a domande e proponendone, si ricostruiscono i frammenti della lettura di un libro che leggiamo tutti insieme per poi sviscerarlo. Rispondere a domande che non ci si era posti, leggere le risposte altrui, dedicare il post-lettura all’osservazione dei post-lettura altrui sono tutte azioni semplici, gratuite, piacevoli attraverso le quali alcuni aspetti nebulosi di un libro possono diventare chiari e restituire una migliora lettura d’insieme.
Quindi, perché non partecipare?

A questo punto è fondamentale però aprire le votazioni che ci consentiranno, tra cinque libri eletti attraverso le gare di citazioni, di scegliere quale libro leggeremo insieme per il mese di Agosto.

I cinque finalisti sono:

1. Trilogia della città di K., Agota Kristof 


2. Che tu sia per me il coltello, David Grossman


3. Possessione, Antonia Byatt


4. La pianista, Elfriede Jelinek


5. Il buio oltre la siepe, Harper Lee


Lettori e lettrici, l’invito caloroso è quello a esprimere il vostro voto, magari accompagnandolo con una motivazione entro le 21.30 di Domenica 29 Luglio. La vostra partecipazione è fondamentale per dare avvio a questo nostro nuovo incontro!

Quindi, via alle votazioni!

Post scriptum (IMPORTANTE): gli unici voti validi sono quelli espressi nei commenti del blog, non valgono invece quelli lasciati su Facebook
Post scriptum 2: cliccando sui titoli avrete l’accesso a pagine con descrizione delle trame dei libri in gara 


Riccardo II | William Shakespeare

Titolo: Riccardo II
Titolo originale: The Tragedy of King Richard the Second
Autore: William Shakespeare
Cenni sull’autore: Considerato il più grande poeta inglese, William Shakespeare nasce a Stratford-upon-Avon nel 1564, ma la sua fama ebbe Londra come sfondo. Appartiene al periodo d’oro della cultura anglosassone, cioè a “L’Età Elisabettiana” dal nome della regina del periodo, Elisabetta I. Figlio di un conciatore di pelli e orfano di madre perché affogata in un fiume sul Shakespeare prima della sua fama non si ha alcuna notizia; mancano infatti documenti riguardanti la sua biografia. Non solo la sua storia rimane oscura, anche la cronologia delle sue opere non è molto chiara; si sa comunque di per certo che il suo successo è dovuto al teatro, per il quale ha scritto opere indimenticabili sia in chiave di tragedia che di commedia. Per le tragedie, le opere più importanti e conosciute sono sicuramente “Romeo e Giulietta”, “Macbeth”, “Amleto”, “Otello”, “Giulio Cesare” e “Re Lear”.Per le commedie le più importanti opere sono “La commedia degli errori”, “Molto rumore per nulla”, “La bisbetica domata”, “Sogno di una notte di mezza estate”, “Le allegre comari di Windsor”, “Il mercante di Venezia”, “La tempesta” e tante altre. Un’altra categoria in cui vengono elencate altre opere di William Shakespeare sono i drammi storici in cui troviamo “Riccardo III”, “Riccardo II”, “Enrico IV”, “Enrico V”, “Enrico VI” e “Enrico VIII” ( Fonte: http://cultura.storiagiornalismo.com/william-shakespeare-biografia/ )
Anno di pubblicazione: 1597
Edizione: Garzanti
Traduttore: Andrea Cozza
Numero pagine: 227
Prezzo: 8,50 €
Consigliato: Sì.

Va bene. Partiamo dalla fine, per approdare all’inizio. L’inizio di cosa? Della mia conoscenza riguardo William Shakespeare.

Il Riccardo II è, forse, la miglior tragedia, la miglior storia letta in questi anni. Non scherzo, è davvero così. Io Shakespeare non lo conoscevo bene. Avevo letto così poco di suo, che quasi mi vergognavo se l’argomento veniva tirato in ballo in qualche discussione. Tutti conoscono “Romeo e Giulietta” e, sinceramente, a me non piacque molto. Rimasi sconcertata da questo, pensando che avevo distrutto un mostro sacro come Shakespeare.

Se fosse stato solo per “Romeo e Giulietta”, il mio giudizio non sarebbe cambiato.

Invece, per fortuna, ho letto il Riccardo II, il primo di una cosiddetta tetralogia composta, a seguire, da Enrico IV parte I, Enrico IV parte II, Enrico V. So che questo commento sarà dettato più che altro dal fattore emotivo, prendetelo così come viene.

Riccardo II era, innanzitutto, un re. Per essere precisi, fu re d’Inghilterra dal 1367 al 1400. Quindi fu sovrano in un periodo denso di cambiamenti, e soprattutto, in un periodo di passaggio. Si passava, infatti, dal periodo (definito a posteriori) medievale, a un periodo definito rinascimentale. E’ ovvio che i cambiamenti storici sono dettati soprattutto da mutati sentimenti, opinioni, concezioni, modi di vita che determinano i grandi periodi storici. Riccardo II vive questo periodo; perciò, probabilmente, il suo potere era piuttosto fragile.

Shakespeare apre la tragedia partendo dalla disputa fra due contendenti, che si accusano reciprocamente di un assassinio. I due uomini sono Thomas Mowbray e Henry, soprannominato Bolingbroke, duca di Hereford, entrambi Pari del regno. Il re dapprima concede loro di sfidarsi in un duello, poi ferma tutto per definire e porre fine alla disputa. Mentre Mowbray viene allontanato definitivamente dal regno, a Henry viene concesso dal re un esilio, di una durata di circa dieci anni, alla fine del quale potrà rientrare in patria (Riccardo ed Henry sono peraltro cugini, fattore importante per lo svolgimento della storia). Ma quando Bolingbroke torna dall’esilio decide, oltre che reclamare le sue terre, precedentemente confiscate dallo stesso Riccardo, di reclamare anche il trono.

Riccardo II è un sovrano che mi ha fatto quasi tenerezza. Come già detto, è un sovrano fragile perché è ancora fortemente legato alla concezione di re imposto da Dio, tipico dell’epoca medievale e non riesce a rendersi consapevole del cambiamento che sta avvenendo attorno a sé. Lui è sovrano perché Dio lo ha voluto, perciò è nel giusto, in qualsiasi azione compia. Non riesce a capire che, oltre a tutto il resto, anche la figura del monarca dovrà cambiare, ponendosi ai sudditi non come un dio sceso in terra (ricordiamo che era anche l’epoca dei cosiddetti re taumaturghi), ma come un uomo, capace di soddisfare e ascoltare i suoi sottoposti e i problemi che li affliggono. Riccardo II non è niente di tutto questo; è poetico, romantico, desolato e malinconico ma proprio non riesce a capire   perché qualcun’altro debba reclamare il suo posto di re, quando c’è già lui ad occupare il seggio regale. Non mi ha fatta arrabbiare, al contrario. Ho trovato molto interessante il suo carattere, il suo modo di porsi e di esprimersi. Il suo essere così fragile, senza riuscire a imporsi mi ha impressionata. Ho provato dispiacere per re Riccardo, complici ovviamente le splendide parole che gli fa pronunciare Shakespeare.

Quindi ad oggi posso dire che, sì, Shakespeare mi ha conquistata.
Chiara Coppola

Sempre riguardo William Shakespeare potete leggere la recensione di:
-> Amleto

 


Io non ho paura | Niccolò Ammaniti

Titolo: Io non ho paura
Autore: Niccolò Ammaniti
Cenni sull’autore: Nato a Roma il 25 settembre 1966, Niccolò Ammaniti si è quasi laureato in Scienze Biologiche con una tesi intitolata “Rilascio di Acetilcolinesterasi in neuroblastoma”. Nonostante gli mancassero pochi esami non ce l’ha fatta, e la leggenda vuole che l’abbozzo della sua tesi si sia trasformato in “Branchie!”, il primo romanzo.
Assieme al padre Massimo, docente di Psicopatologia generale e dell’età evolutiva presso La Sapienza di Roma, ha pubblicato “Nel nome del figlio”, un saggio sui problemi dell’adolescenza, ristampato a furor di popolo. Nel 1996 partecipa a “Ricercare”, e sempre in quell’anno esce la raccolta di racconti che lo fa conoscere al grande pubblico, “Fango”. Per un po’ di tempo è stato tacciato di cannibalismo, ma se ne è sempre fregato, continuando a fare quello che gli piaceva. Scrive o ha scritto di libri, viaggi, cinema e altro per “Tuttolibri”, “Pulp”, “La bestia”, “Musica!”, “Micromega”, “Amica” e “Ciak”. Ha intervistato per “Liberal” il suo amico scrittore Aldo Nove, con il quale ha condiviso tante avventure tra le quali la fondazione, insieme ad altri scrittori, del movimento collettivo “Nevroromanticismo” (ispirato all’opera del cantante Garbo) e l’esperienza di “Kitchen”, la trasmissione di Mtv condotta da Andrea Pezzi.
Un racconto di Niccolò Ammaniti è comparso nell’antologia curata da Valerio Evangelisti che festeggiava i 45 anni di “Urania”, e un altro in un volumetto della collana “Supergiallo Mondadori” a cura di Daniele Brolli. Nel 1997 RadioRai trasmette un suo radiodramma, “Anche il sole fa schifo”. Ha scritto la postfazione a “La notte del drive-in” di Joe R.Lansdale (Einaudi, 1998), uno scrittore che Niccolò ama molto e che non smette mai di lodare.
Per l’agenda Einaudi “Stile libero” ha scritto il racconto breve “A letto col nemico”, mentre il racconto in tre puntate “Astuzia da chirurgo” è uscito per la rivista telematica “Caffè Europa”.
Insieme alla sorella ha fatto un breve cameo nel film di Fulvio Ottaviano, “Cresceranno i carciofi a Mimongo”, del 1996. Dal racconto lungo che apre “Fango” il regista Marco Risi ha tratto il film con Monica Bellucci “L’ultimo capodanno” (1998), del quale esistono due versioni. L’anno seguente nei cinema è uscito “Branchie”, interpretato da Gianluca Grignani per la regia di Francesco Ranieri Martinotti.
Per la casa di produzione americana MondoMedia ha progettato e scritto la sceneggiatura di un serial in animazione digitale 3D per Internet – del quale esiste solo il pilot – intitolato “Gone Bad”, da lui stesso definito “una storia di zombi tra Merola, Leone e Sam Raimi”.
Ammaniti è molto apprezzato anche all’estero, tanto che i suoi libri sono stati tradotti in francese, greco, polacco, russo, spagnolo, tedesco, giapponese, rumeno, finlandese e un sacco di altre lingue a noi sconosciute. Nel 2001 è uscito per Einaudi Stile Libero “Io non ho paura”, il suo best-seller: si è aggiudicato il Premio Viareggio e le numerose ristampe del romanzo (fra cui un’edizione scolastica) continuano a muoversi fra i primi posti nelle classifiche di vendita italiane.
Lo stesso anno, Vasco Rossi ha scritto una canzone dal titolo “Ti prendo e ti porto via”, che ha dato (semmai ce ne fosse stato ancora bisogno) uno spintone all’omonimo, bellissimo romanzo di formazione, da cui si vociferava si stesse realizzando pure un film – con la regia di Goran Paskaljevic – ma non s’è più saputo nulla.
Invece, nel 2003 il buon Gabriele Salvatores ha diretto “Io non ho paura”, scritto da Niccolò Ammaniti e Francesca Marciano, che ha rischiato persino di finire nella rosa dei candidati all’Oscar come miglior film straniero (ha comunque vinto tre Nastri d’argento e un David di Donatello).
Negli ultimi anni Niccolò è stato coinvolto in centinaia di iniziative: presentazioni di “Io non ho paura” su e giù per l’Italia, collaborazioni a romanzi collettivi in rete (è da poco uscito per Einaudi “Il mio nome è nessuno – Global Novel”, che raccoglie quest’esperienza), premi e onorificenze d’ogni sorta in quasi tutti i luoghi del mondo, interviste televisive e radiofoniche, lezioni presso scuole di scrittura, prefazioni, postfazioni, fascette e strilli in copertina come un novello e nostrano Stephen King.
Dopo aver ripetutamente annunciato l’uscita di un romanzo di circa seicento pagine dall’improbabile titolo “Il libro italiano dei morti” – uscito a puntate su «Rolling Stone» – parte del progetto ha preso forma nella sceneggiatura scritta proprio da Ammaniti per il secondo film di Alex Infascelli, “Il siero della vanità” (2003).
Nell’estate del 2004 è uscito per Einaudi Stile Libero Big “Fa un po’ male”, che contiene tre storie a fumetti (scritte insieme a Daniele Brolli, disegnate da Davide Fabbri), già edite – parzialmente – a puntate su «l’Unità».
Il 17 settembre 2006 si è sposato – in località segreta – con l’attrice Lorenza Indovina.
Edizione: Mondadori (I miti)
Pagine: 219
Costo: 5,00
Consigliato: Vivamente!

‘Piantala con questi mostri, Michele. I mostri non esistono. I fantasmi, i lupi mannari, le streghe sono fesserie inventate per mettere paura ai creduloni come te. Devi avere paura degli uomini, non dei mostri.’

Ci sono delle cose che i bambini durante la loro infanzia hanno, implacabili, dentro loro stessi che inevitabilmente vanno via esaurendosi man mano che la maturità e il loro essere ‘uomini’ arrivano a sostenerli con delle braccia da giganti e indispesabilmente li cambiano nella loro totalità: una di queste potrebbe essere identificata con quello che noi, solitamente, definiamo ‘coraggio’. Esso è insito nella natura del bambino, non c’è niente tra le cose che più lo attraggono che non farebbe; non c’è sensazione al mondo che eviterebbe di provare se solo non ci fossero quegli enormi mostri adulti che, doverosamente, impediscon loro di arrivare alla meta, all’oggetto bramato. E poi ci sono quelle cose e quei sentimenti che, invece, i bambini non provano fino al periodo, appunto, del loro essere ‘grandi’: la paura è una di queste. Essi sì, provano un certo senso di terribile angoscia nei confronti di tutto ciò che non è reale, che è frutto dell’immaginazione e non solo, ignorando, com’è ovvio, le caratteristiche proprie di ciò che è reale e che non hanno ancora sperimentato sulla loro pelle. Ed è proprio verso quest’ultimo ‘mondo’ che essi si rivolgono, si agitano verso di esso, incoscienti, ignoranti, curiosi di conoscere tutto ciò che ne fa parte, mostrando e mettendo in atto quel coraggio a loro tanto caro.
Uno di questi bambini è Michele, un bambino di nove anni che sente la naturale necessità, assieme ai suoi amici, di sperimentare, di conoscere, di perlustrare i territori delle campagne del paesino del sud Italia dove vivono e dove questo stesso, a causa di una penitenza durante un gioco, verrà a conoscenza dell’esistenza di un tragico segreto, che farà talmente tanto male che lui stesso, in alcune situazioni, si pentirà di aver scoperto.
Sarà proprio quell’innata, ma incosciente e sciagurata audacia a portare Michele ad una situazione ormai insostenibile, a fargli aprire gli occhi, anche se troppo tardi, e a fargli capire che, in realtà, ciò che il padre gli aveva suggerito riguardo ai mostri, ai fantasmi e a tutto ciò che di irreale si era creato nella sua mente, era soltanto pura verità.

Voto: 8/10

Alessandra Mugnai

Sempre riguardo Niccolò Ammaniti potete leggere la recensione di:
-> Ti prendo e ti porto via


Musica | Yukio Mishima

Titolo: Musica (Un’interpretazione psicoanalitica di un caso di frigidità)
Titolo originale: 音楽, Ongaku
Autore: Yukio Mishima
Cenni sull’autore: Yukio Mishima, al secolo Kimitake Hiraoka, nasce a Tōkyō il 14 gennaio del 1925. A diciannove anni pubblica la prima raccolta di raccolti, cui seguono i romanzi ‘Confessioni di una maschera’ (1949), parzialmente
autobiografico, ‘I colori proibiti’ (1951-1952), ‘La morte di mezza estate’ (1953), ‘La voce delle onde’ (1954), ‘Il padiglione d’oro’ (1956), ‘Patriottismo’ (1960), ‘Il sapore della gloria’ (1963) e la tetralogia ‘Il mare della fertilità’ (1965 – 1971). Contemporaneamente a questa pubblicazione impegnata, si dedica alla stesura di romanzi più commerciali, intesi come letteratura di svago, di massa, che veniva pubblicata a puntate su periodici di grande tiratura prima di essere poi pubblicata in volume. Tra queste opere si inserisce ‘Musica’ (1965). Temi ricorrenti della sua produzione sono il mito
della forza e dell’eroismo, l’erotismo, inscindibile fra sensualità e violenza, tra bellezza e morte. Nella vita, Mishima volle incarnare questi ideali: nazionalista e conservatore, grande oppositore del processo di modernizzazione e occidentalizzazione del Giappone, fondò la setta militare ‘Tate no Kai’ (Società dello scudo), basata sull’esaltazione della cultura fisica e delle arti marziali. Da sempre ossessionato dall’idea della morte, sia a livello personale sia
artistico, decide di unire questo disagio esistenziale al suo ideale politico di patriottismo tradizionalista. Il 25 novembre del 1970, a 45 anni, insieme ai quattro più fidati membri del Tate no Kai, occupa l’ufficio del generale
Mashita dell’esercito di autodifesa. Dal balcone dell’ufficio, di fronte a un migliaio di uomini del reggimento di fanteria, oltre che a giornali e televisioni, tiene il suo ultimo discorso: l’esaltazione dello spirito del Giappone, identificato con l’Imperatore, e la condanna della costituzione del 1947 e del trattato di San Francisco, che hanno subordinato, secondo Mishima, il sentimento nazionale giapponese alla democrazia. Al termine del discorso, entrato nell’ufficio e dopo aver inneggiato all’Imperatore, si toglie la vita tramite seppuku, il suicidio rituale dei samurai, trafiggendosi al ventre e facendosi poi decapitare.
Anno di pubblicazione: 1965
Edizione: Universale Economica Feltrinelli
Traduttore: Emanuele Ciccarella
Numero pagine: 205
Prezzo: € 7,50
Consigliato:

« Il mondo della sessualità è infinito e complesso. Nel mondo del sesso non c’è un’unica felicità per tutti. »

Il fascino della psicoanalisi consiste essenzialmente in questo: nel suo essere una caccia al tesoro, il tentativo di un investigatore di smascherare il colpevole di un delitto. Quand’ero più piccola avevo una venerazione per gli archeologi avventurieri alla Indiana Jones. Crescendo, mi sono appassionata ai gialli con Miss Marple. Adesso che sono più grandicella è arrivata la psicoanalisi. Io penso questo: Freud è l’Indiana Jones, la Miss Marple della mente umana. Dev’essere per questo che mi piace tanto.
E, anche se questo romanzo muove in alcuni punti una critica alla psicoanalisi tradizionale, il fascino resta lo stesso. Il fascino della caccia, dell’indagine. Lo psicoanalista coraggioso e sprezzante. Il colpevole del delitto, l’antagonista della caccia, che è poi il paziente stesso con le sue nevrosi. Il delitto, quella colpa riposta nelle pieghe dell’inconscio. La vittoria, la soluzione del caso: la cura.
Il centro dell’indagine è Yumikawa Reiko, donna intelligente e bellissima che si presenta nello studio del dottor Shiomi per essere guarita. Il male da cui guarire è la sua frigidità, l’incapacità di sentire la ‘musica’ dell’orgasmo, del raggiungimento del piacere sessuale. Spetta al dottor Shiomi scoprire perché il suo corpo è così sordo. Solo indagando le radici del problema, scavando nel torbido del suo passato, nell’indicibile, sarà possibile restituire Reiko alla sua pienezza di donna.
La caccia, tuttavia, è irta di ostacoli. Da una parte ci sono le continue bugie di Reiko, i suoi tentativi di depistare l’indagine e quindi di sabotarsi, perché la mente umana è così complessa che desiderare due cose allo stesso tempo – guarire e rimanere malata – è più la regola che l’eccezione. Dall’altra parte c’è la difficoltà stessa del terapista, per il quale Reiko rischia di diventare, più che una paziente, un’ossessione, una tentazione irresistibile. Come in un giallo, in un film d’avventura che si rispetti, ci sono poi i personaggi di contorno: aiutanti del buono e aiutanti del cattivo. Ci sono oggetti magici, prove, indovinelli. C’è l’iniziazione del protagonista a stati di coscienza diversi dallo stato normale.
Questa componente di iniziazione – il punto in cui il sacro si mesce col profano, l’osceno col trascendentale – mi sembra un aspetto piuttosto importante della letteratura giapponese, difficile da trovare altrove. Il punto di incontro, il ponte che unisce l’osceno col sacro è ancora una volta il sesso, un’esperienza che sembra trascendere il valore puro di atto per assurgere a simbolo, a sintesi e massima espressione della condizione esistenziale.
« Proprio perché era stato un atto immorale, proprio perché aveva oltrepassato i limiti dell’oscenità, aveva raggiunto i confini del sacro. In tal caso, Reiko aveva percepito, attraverso quell’azione bestiale, l’essenza sacra e inviolabile che si nasconde nella vita sessuale degli esseri umani, nella dolcezza dell’amore. »
È vecchia la critica mossa alla psicoanalisi freudiana: di ridurre tutto al sesso, di aver spogliato uomini e donne della loro componente spirituale per farne fasci di sensazioni e di bassi istinti. Non è così: è che la sessualità è parte della nostra spiritualità. La sessualità modella la spiritualità più di quanto la spiritualità modelli la sessualità. Innanzitutto, siamo carne. Solo poi siamo pensiero.
Ma carne e pensiero hanno un bisogno comune che li unisce e li sintetizza: un bisogno fisiologico di amore. Vogliamo essere amati, nel corpo e nel pensiero. Quando qualcosa ci impedisce di amare, lì è la nostra malattia. Qui sta, io credo, il centro della questione: « Ogni uomo, in qualsiasi situazione si trovi, riconosce subito quel lampo interiore scatenato dall’amore nel cielo notturno della sua anima ».

Chiara Pagliochini 


David Copperfield | Charles Dickens

Titolo: David Copperfield
Autore: Charles Dickens
Cenni sull’autore: Charles Dickens, (Portsmouth, 1812; Gad’s Hill, Kent, 1870), di famiglia piccolo borghese, oppressa dai debiti (per questo motivo il padre andrà anche in carcere), fu costretto a interrompere gli studi e a lavorare ancora adolescente; questa precoce esperienza di umiliazione e abbandono rivive in molti suoi romanzi. Fu commesso e impiegato, poi cronista e collaboratore di giornali umoristici finché diventa improvvisamente uno scrittore di successo con Il circolo Pickwick (1836-37). Dotato di straordinaria inventiva linguistica e narrativa, la sua popolarità aumenta con i romanzi successivi (Oliver Twist, 1837-38; David Copperfield, 1849-50), che uscivano a dispense mensili, legati allo scenario del primo industrialismo e ai suoi problemi sociali, ai gusti melodrammatici e ai pregiudizi moralistici della borghesia urbana, e caratterizzati da un vivo senso dello humour e da una felice mistura di tragico e comico, grottesco e quotidiano. Le sue opere successive acquistarono un tono pi pessimistico e incisivo (Casa desolata, 1852; Tempi difficili, 1854), uno spessore psicologico pi profondo (La piccola Dorrit, 1855-57; Grandi speranze, 1860-61), fino al cupo espressionismo di Il nostro comune amico (1864-65), il suo romanzo più complesso e disperato. A dispetto della straordinaria popolarità dei suoi romanzi, la fortuna critica di Dickens stata piuttosto discontinua; riconosciuto ora il massimo narratore inglese del suo tempo e uno tra i maggiori d’ogni paese, egli creò una nuova forma letteraria, il romanzo sociale, nel quale fuse e sviluppò i due grandi filoni della narrativa inglese: quello picaresco e avventuroso e quello sentimentale.


Anno di pubblicazione: 1850
Edizione: Oscar Mondadori
Traduzione: Enrico Piceni
Numero pagine: 1111
Costo: 13 euro
Consigliato: Sì

«Di tutti i miei libri» confessò Charles Dickens «amo soprattutto David Copperfield. Nessuono potrà mai, leggendola, credere in questa narrazione più di quanto non vi abbia creduto io mentre la scrivevo.»

Così dovrei scrivere una recensione di David Copperfield. Sì, nulla di strano, se non fosse che forse una recensione di Dickens è perfettamente inutile, o meglio non toglie e non aggiunge nulla a una struttura romanzesca mastodontica e deliziosamente compiuta come quella di cui vi accingete a leggere. Per essere ancora più precisi: Dickens non ha bisogno di recensioni.

Il protagonista del libro è ovviamente David Copperfield, di cui, secondo il tipico canovaccio dickensiano, seguiamo l’iter di crescita dall’infanzia alla maturità, dall’innocenza alla consapevolezza e alla fama. David è attorniato da altrettanto tipici co-protagonisti, che compaiono e scompaiono per poi ricomparire all’interno di queste millecento pagine, e che vengono impressi per sempre dalla penna di Dickens in alcune loro movenze, alcuni tratti del loro aspetto fisico.

Ma mi sembra scontato dire che, al giorno d’oggi (né forse nel 1850), Dickens non si legge per la trama. Oliver Twist, Pip, David Copperfield sono diverse sfumature dello stesso personaggio. Egli si muove attraverso la vita, vede posti, agisce, perde, poi vince. Che noia, verrebbe da dire, e io stessa lo sostenevo, circa duemilacinquecento pagine fa. Ma allora perché si legge Dickens? O meglio, perché si deve leggere Dickens?

Prima di tutto bisogna dirlo, siamo sinceri: leggere Dickens è un piacere. Sì, a volte pare che non usciremo più da tutte queste disavventure, ma sfido chiunque a leggere un romanzo di simili dimensioni e a non trovare venti, trenta, cinquanta pagine noiose. Quel che conta è che le restanti ci sappiano trasportare dalla sorgente al mare, poco importa se con l’irruenza, la violenza di un torrente di montagna o con la freschezza di un ruscello che scorre sotto un piccolo ponte di campagna.  Dickens sa fare questo, prendendosela con calma, senza fretta, dando a ogni vicenda un peso, descrivendo ogni cosa con minuzia e bravura, senza per questo diventare difficile, e anzi rimanendo sempre di una semplicità adamantina, che pure è universale. “Quando Dickens descrive una cosa una volta, la si vede per tutta la vita”, come disse Orwell.

Beninteso, il nostro autore non è Henry James, non è Tolstoj (col quale pure gareggia in fatto di prolissità), non è paragonabile a nessuno dei grandi romanzieri. Non troverete gli abissi dell’io, la vita nel suo lato terribile, spaventoso o folle. Per questo sono stati inventati altri. Come tutte le figure uniche Charles Dickens è uguale a se stesso. Ma di certo, se sono vere queste due definizioni – “L’artista è creatore di mondi” e “L’artista è creatore di uomini” – allora possiamo farlo rientrare nella categoria che esse rappresentano senza troppa difficoltà o pensiero.

Spesso a scuola ho sentito citare insieme Charles Dickens ed Emile Zola: nulla questi due grandi della letteratura hanno in comune – non la nazionalità e la lingua, non proprio l’età, non il modo di affrontare il magma della realtà, nemmeno la realtà narrata è la stessa – se non la grande forza demiurgica che è capace di innalzare da zero, partendo dalle fondamenta di un foglio di carta, realtà complete, città visibili, concrete, brulicanti di vita, sogni, dolori, felicità. Una cosmogonia.

Su questa materia ha scritto Tomasi Di Lampedusa: “Il regno di Dickens è il realismo magico. Regno di infinita attrattiva, regno difficilissimo da governare”. Al centro esso domina signora, come un sole, Londra, “che più che una città è una foresta di case […], un quadro nel quale l’artista ha trasformato con la sua visione la realtà in modo da far risaltare mediante l’esagerazione […] i suoi caratteri essenziali. «He made London like a dream» […].”

In David Copperfield a Londra si affianca la più piccola Canterbury, la minuscola Yarmouth, ma sempre, dovunque veniamo portati, diventiamo conoscitori di ogni via, di ogni volto, riconosciamo la casa verso cui ci stiamo dirigendo da lontano, portati da un insopprimibile buonumore.

La comicità di Dickens è l’altra grande arma che egli ha disposizione per tenerci in pugno. Non conosco un altro scrittore che sia così bravo a maneggiare la piuma del riso senza ostentarla – ne conosco solo uno che sa farlo con quella della disperazione, ed è Kafka, ma questa è un’altra storia.

La grande pasta di un romanzo dickensiano risulta, alla fine, indescrivibile come una profonda e interminabile notte d’estate, perché queste pagine ci assorbono, ci tengono tra le loro righe così a lungo che esse non possono non divenirci familiare lungo la lettura. Tutto è scritto con una posatezza e la tranquillità di chi sa ciò che sta facendo e non si lascia sfuggire le briglie della narrazione. Sì, le strategie di Dickens sono le stesse in ogni romanzo, ma questo non toglie che ognuno di essi abbia una sua specificità e bellezza particolare. Le disavventure prima o poi arrivano sempre, ma cambiano i punti in cui sono dislocate. Così qui, in David Copperfield, l’infanzia è ancora un momento di grande tenerezza, dilatato da alcuni viaggi, prima che giungano la morte della madre, il dominato del  minaccioso patrigno e di sua sorella, il Signor e la Signorina Murdstone, con la loro disciplina ferrea e crudele. Bellissimo sarà ritrovare più avanti proprio questi personaggi così enormi all’inizio, nei loro abiti scuri, e trovarli insignificanti, incapaci ormai di fare paura a un ragazzo fattosi uomo.

Per quanto ordinarie possano essere alcune delle figure che abitano il romanzo, esse restano comunque memorabili. Così ecco la zia di David, volitiva, brontolona ma altrettanto spassosa; ecco Agnes, creatura angelica e portatrice di salvezza; ecco Emily, simbolo dell’infanzia più ingenua che non può durare, e forse per questo destinata a una triste disavventura; ecco il signor Micawber, un delizioso briccone perseguitato dalla Fortuna, facile ai melodrammi e a melense lettere chilometriche. C’è Tommy Traddles, un vecchio compagno di scuola e poi di vita i cui capelli rimarranno nei secoli impossibili da domare, perennemente ritti in capo, c’è Peggotty, la bambinaia buona, i cui bottoni della camicetta saltavano sempre. C’è Uriah Heep, questo mellifluo individuo cui pertiene il ruolo di cattivo della storia, che Dickens sa farci detestare già alla sua prima apparizione. C’è la piccola moglie-bambina di David, frivola, una piccola bambola incapace di crescere. E poi c’è James Steerforth, forse il personaggio più complesso di tutto il libro, se non altro il più carico di sfumature: all’inizio Steerforth è il grande amico un po’ fuori controllo, il primo della classe che sembra trasformare in oro tutto ciò che tocca, ma che gradualmente si trasforma in un personaggio schiavo delle avventure fino a rovinare se stesso e gli altri, anche se mai fino a diventare totalmente un cattivo – forse, bisognerebbe dire, solo perennemente giovane. Anche qui, tuttavia, quando la condanna sembrerebbe inevitabile, arriva il perdono finale in cui Steerforth scompare tra le onde, intento ad ammainare le vele di una nave prossima al naufragio, con il suo berretto rosso che spicca nella tempesta. Egli non viene assolto esplicitamente, ma quest’ultima scena è come il suo epitaffio.

Naturalmente la folla del romanzo non si esaurisce qui, ma riportarli tutti sarebbe dispersivo e di certo non utile. Quello che è importante è leggerlo, come piacevolissimo passatempo e come affresco di un’epoca e di un luogo complessi e stupendi. Dickens è certamente legato a quelle coordinate spazio-temporali, ad altrettanto determinati gusti letterari e scadenze editoriali (il Copperfield, come molti altri suoi lavori, veniva pubblicato a puntate mensili su un giornale), ma viene da chiedersi se non sia sbagliato relegarlo esclusivamente in quel passato. Molto di lui è ancora attuale, perché la vita è sempre la stessa, anche se ci vestiamo e parliamo diversamente, e i grandi sentimenti, positivi e negativi, non hanno secolo. Molto di lui potrebbe servire ancora.
Chiara Sandretto

Sempre riguardo Charles Dickens potete leggere la recensione di:
-> Grandi speranze
-> Il mistero di Edwin Drood


La campana di vetro | Sylvia Plath

Titolo: La campana di vetro
Titolo originale: The Bell Jar
Autore: Sylvia Plath
Cenni sull’autore: Sylvia Plath nasce a Boston nel 1932 da genitori immigrati  tedeschi. A otto anni, dimostrando un talento precoce, pubblica la sua prima  poesia. Lo stesso anno muore il padre entomologo, una perdita e un conflitto  che non saranno mai risolti completamente, ma torneranno in uno dei suoi componimenti più celebri (‘Daddy’). Nel 1950 entra allo Smith College con una
borsa di studio; nel frattempo continua a pubblicare poesie e racconti su  diverse riviste americane, riscuotendo successi marginali. Nell’estate del 1953  tenta il suicidio per la prima volta e viene ricoverata in un ospedale  psichiatrico, il McLean Hospital, dove le verrà diagnosticato il disturbo bipolare. Questa prima crisi verrà poi descritta nel romanzo semi-autobiografico ‘La campana di vetro’. Uscita dall’ospedale, si laurea e ottiene una borsa di studio Fulbright per l’università di Cambridge, dove continua a
scrivere e conosce il poeta inglese Ted Hughes, che sposa nel 1956. Dal matrimonio nascono due figli, ma un aborto e la scoperta del tradimento del marito portano a una drammatica separazione. Del 1960 è la raccolta poetica ‘The colossus’.  L’11 febbraio 1963 – solo un mese dopo l’uscita de ‘La campana di vetro’, pubblicato con lo pseudonimo Victoria Lucas – Sylvia si toglie la vita: sigilla
porte e finestre e inserisce la testa nel forno a gas, non prima di aver scritto un’ultima poesia, ‘Orlo’, e aver preparato pane e burro e due tazze di latte da lasciare sul comodino nella camera dei bambini. Dopo la sua morte, Hughes cura la pubblicazione della raccolta ‘Ariel’ e dei ‘Diari’, di cui distrugge l’ultimo volume, che descriveva il periodo trascorso insieme. Non a caso, molta critica femminista lo accusa di aver tentato di controllare le pubblicazioni postume per censura affettiva. Nel 1982, Sylvia Plath è la prima poetessa a vincere il Premio Pulitzer dopo la propria morte.
Data di pubblicazione: 1963
Edizione: Oscar Mondadori
Traduttore: Adriana Bottini
Numero pagine: 232
Prezzo: 9 €
Consigliato: Di cuore, di cuore, di cuore

« Dovunque mi fossi trovata, sul ponte di una nave o in un caffè di Parigi o a Bangkok, sarei stata sotto la stessa campana di vetro, a respirare la mia aria mefitica. »

Ci sono dei libri che sono stati scritti non dico da gente come noi, ma da gente che pensava come noi. Le curve del pensiero, sovrapposte, per lo più combacerebbero con le nostre e soltanto qualche sbavatura qua e là dimostrerebbe che, dopotutto, non si tratta della stessa curva. Quando un libro lo ha scritto una persona che pensava come te, tu non puoi far niente: tentare di opporre resistenza è inutile. Tentare di non lasciarsi ammaliare, inutile. Tentare di mantenere una distanza critica, inutile. Un canto di sirena si dipana fino a te dalla pagina. A mettere i tappi di cera non hai neanche provato. Ascolti. Caschi contento nel gorgo.

Qualcuno ha pensato bene di paragonare ‘La campana di vetro’ a ‘Il giovane Holden’, chiamando la protagonista, Esther, la sua controparte femminile. I romanzi, in realtà, non si somigliano molto. Lo sguardo di Holden è fresco, è uno sguardo di chi si può ancora salvare. Lo sguardo di Esther è allucinato, uno sguardo che ti trascina sul fondo. A Holden accarezzeresti la testa: tu non sei Holden, sei con Holden. A Esther la testa non la puoi accarezzare, a meno che appoggiarti la mano sulla nuca non ti sembri un gesto comunissimo. Davanti a entrambi, a Holden come a Esther, si snoda un gomitolo di dolori e di strade, di ricordi, di scene e colori che non riescono a dimenticare. Ma Holden lo guardiamo e facciamo il tifo per lui, siamo tutti lì a urlare che è giovane, che si può tirar fuori, che può essere felice. Con Esther il pensiero non ci sfiora nemmeno: essere felice, per lei, sarebbe un tradimento.

Quando la conosciamo, Esther è una diciannovenne molto fortunata. Ha vinto uno stage presso una prestigiosa rivista di moda, dopo una carriera scolastica costellata tutta di borse di studio e voti altissimi. È fidanzata con un bel ragazzo destinato a diventare un brillante dottore. È abbastanza graziosa, troppo intelligente e scrive poesie. No, non scrive poesie, è un poeta. La qualifica di poeta è la sola che Esther si dia autonomamente, la sola che sembri riconoscere, la sola che conti qualcosa. Ed è solo e proprio nel momento in cui scopre di non essere più un poeta – quando si mette alla macchina da scrivere e non le viene fuori niente, quando le lettere tracciate sul foglio di carta le restituiscono una grafia distorta e infantile – che qualcosa dentro di lei si spacca con un fracasso infernale.
Fino a quel momento, Esther era sì consapevole di avere davanti delle difficoltà, consapevole che le sue capacità mentali si stavano pian piano sfilacciando, ma mai il terrore la aveva invasa fino a paralizzarla, a spingerla a risoluzioni estreme quali il suicidio, i suicidi, i mille piccoli tentativi di annientarsi disposti qua e là lungo tutta la narrazione e destinati a scattare a vuoto come trappole per topi mal congegnate. Uccidendosi, Esther non ucciderebbe niente di più che un involucro. Il soffio vitale è già fuori di lei. È uscito, si è perduto, esploso al contatto con la vita e i suoi meccanismi di produzione e distruzione. Eppure, anche se Esther è già morta, anche se la sola Esther che conti è già morta, tutti si affaccendano intorno al suo cadavere per far sì che l’involucro non muoia. Coccolano il suo scheletro, ci parlano, lo ingozzano di insulina.

« Capii allora che il mio corpo conosceva un’infinità di trucchetti, tipo togliere la forza alle mie mani nel momento cruciale, che gli avrebbe salvato ogni volta la vita, mentre, se fosse dipeso solo da me, in un attimo l’avrei fatta finita. Dunque dovevo tendergli un’imboscata con quel po’ di intelligenza che mi rimaneva, altrimenti quello mi avrebbe tenuta intrappolata nella sua stupida gabbia per altri cinquant’anni di ebetudine ».

Ma il corpo non è l’unica gabbia contro cui Esther deve dibattersi. Il corpo è soltanto la gabbia più superficiale, quella che aderisce strettamente allo spirito. Sopra il corpo tutta un’altra serie di pinnacoli e di guglie si innalza, e questa è la campana di vetro. La campana di vetro è la matrioska multistrato in cui sei immerso dacché sei nato. Nella matrioska più piccola c’è la tua famiglia, in quella poco sopra la famiglia che ti formerai, poi la scuola, il lavoro, le istituzioni, le consuetudini, i sistemi di pensiero, le religioni. A volerla sfogliare tutta come una cipolla, la campana di vetro ha la forma del cosmo. Tutto il cosmo in ogni sua parte è una campana di vetro. Essendo grande, la campana non pesa su tutti allo stesso modo. In qualche punto, anzi, si respira abbastanza bene. Ma a seconda delle circostanze, del sesso, dell’educazione la campana ti preme un po’ di più o un po’ di meno.
Se sei una donna come Esther, nell’America degli anni Cinquanta, la campana di vetro ti pesa addosso un bel po’. Innanzitutto, o ti sposi o sei poeta. Qualunque persona sana di mente vedrà che sono impossibili insieme. Secondo, o ti sposi e rimani vergine per tuo marito (mentre tuo marito, beninteso, non rimane vergine per te) o hai una vita sessuale franca e schietta e allora subisci le conseguenze a tuo carico (vedi gravidanze indesiderate e scandali). A dirla tutta, la società perbenista e maschilista nella quale Esther è immersa è quella che di più appesantisce la campana di vetro. Per Esther gli uomini sono creature grottesche, tra le quali si muove con circospezione, e che si dividono in ‘uomini che potresti sposare e che quindi ti trasformerebbero in una moglie-zombie accondiscendente’ e ‘uomini che potresti scopare e quindi usare per assumere il controllo sul tuo corpo, sulle tue emozioni, sui tuoi cicli’.

« Era sempre la stessa storia: adocchiavo un ragazzo e da lontano sembrava perfetto, ma non appena si faceva più vicino, scoprivo che non mi piaceva più. Era uno dei motivi per cui non intendevo sposarmi. L’ultima cosa che desideravo era la sicurezza assoluta ed essere il punto da cui scocca la freccia dell’uomo. Io volevo novità ed esperienze esaltanti, volevo essere io una freccia che vola in tutte le direzioni, come le scintille multicolori dei razzi il 4 luglio».
Il fantasma del matrimonio e l’incubo della verginità – l’amore non è tra le alternative – pendono sulla testa di Esther come una solida spada di Damocle. Lei si sposta un po’ da una parte e un po’ dall’altra. Ma nel centro, nell’oscillazione è la follia.

Altro sonoro rintocco sulla campana di vetro è il din-don della religione. Cattolicesimo, unitarianesimo, puritanesimo sono tutte uguali, tutte ugualmente pronte a incasellarti nei loro schemi rigidi, quegli schemi comodi come linee rette nei quali non c’è alcun bisogno di pensare. « Gli avevo detto che credevo nell’inferno, e che certe persone, io per esempio, erano condannate a vivere all’inferno durante la vita, per compensare il fatto di non andarci dopo morte, visto che non credevano nell’aldilà, e che dopo la morte a ciascuno succede quello in cui aveva creduto ».

Poi ci sono i genitori, che ti vogliono sana, stupida e felice. Poi gli amici, che ti vogliono simpatica e vestita bene. Poi i dottori, che vogliono sapere perché stai male. E infine ci sei te, il nocciolo duro della campana di vetro, la punta di diamante che ruota e strilla e strepita ma non crepa. La campana non si rompe. Se si incrina, la aggiusteranno per te. Non potrai mai fuggire.

Io credo che questo libro fiero, crudo, spietato sarebbe molto più noto di quanto già non sia se solo in copertina non ci fosse quel nome di donna che fa storcere il naso ai maschietti, se chi l’ha scritto non si fosse suicidato, attirandosi quei sospetti di ‘cianfrusaglia deprimente scritta da una persona disturbata’. Io credo che un libro che scava così tanto nella malattia e nel suicidio, un libro che ci fa entrare nelle vasche da bagno e nelle cliniche dove ti addomesticano con l’elettroshock, acquisti una validità ancora più assoluta per il fatto – ovvio, brutale – che Sylvia Plath ha effettivamente vissuto quel che racconta, che ha portato la merenda ai suoi bambini e ha infilato la testa in un forno e nessuno, nessuno l’ha trovata prima che fosse troppo tardi.
Io credo che questo libro non dica ‘La vita fa schifo, perché non ce la togliamo tutti?’. Anzi, io credo che questo libro voglia dire o almeno dica a me, ‘Ecco, qui sta il problema, qui, proprio qui, dietro l’orecchio destro, e adesso che io te l’ho circoscritto e definito, sta a te vedere come puoi estirparlo. Se puoi estirparlo. Se vuoi estirparlo.’
Io credo e lo dico sinceramente che perdere Sylvia Plath sia stata una gran perdita. E avrei preferito che rimanesse con me, che scrivesse altri tre, altri quattro libri come questo, invece che scriverne uno solo e suggellarlo col più definitivo, col più puro atto di potenza.

 

Chiara Pagliochini


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