Notre-Dame de Paris | Victor Hugo

Titolo: Notre-Dame de Paris
Titolo originale: Notre-Dame de Paris
Autore: Victor Hugo
Cenni sull’autore: Victor Hugo nasce a Besançon nel 1802, terzogenito di un ufficiale dell’esercito di Napoleone. A vent’anni pubblica le ‘Odi e poesie varie’ e sposa Adèle Foucher, che gli darà quattro figli. Il suo esordio nella drammaturgia avviene con ‘Ernani’ (1830), accolto come il manifesto del romanticismo. L’anno successivo esce Notre-Dame de Paris, che ottiene uno strepitoso successo di pubblico. Lo scoppio della rivoluzione, nel 1848, lo induce a interrompere l’attività letteraria per dedicarsi alla politica e all’
impegno sociale. Eletto deputato nelle file della destra, decide poi di abbandonare l’ala conservatrice del partito e di schierarsi con i repubblicani. Nel 1851 cerca di organizzare la resistenza contro Napoleone III, salito al potere con un colpo di stato, ma il progetto fallisce e Hugo è costretto a lasciare la Francia e a riparare a Bruxelles. Nel 1862 pubblica, in esilio, ‘I miserabili’: un trionfo. Con la proclamazione della Repubblica, nel 1870, torna a Parigi, dove continua a scrivere e a battersi in difesa della democrazia e
del progresso. Muore nel 1885: ai suoi funerali partecipano due milioni di persone.
Data di pubblicazione: 1831
Edizione: Corriere della sera – I grandi romanzi
Traduttore: Luigi Galeazzo Tenconi
Numero di pagine: 538
Edizione consigliata: disponibile in edizione Feltrinelli, BUR, Einaudi, Mondadori, Garzanti e altro.
Consigliato: Ni

« Fatto che si abbia il male, bisogna farlo tutto quanto. È da pazzi sperare di fermarsi a un punto qualunque nel mostruoso! Il delitto spinto all’estremo ha deliri di gioia. »

Avete presente quando, al mattino, vi svegliate con le migliori intenzioni e appoggiando il piede sul tappeto vi si stampa in faccia un’espressione di trionfo? Sentite che quella sarà una giornata straordinaria. Sentite che potete fare tutto. Poi infilate le ciabatte, andate in bagno e scoprite, per esempio, che lo scarico non funziona. O dalla doccia viene solo acqua fredda. Poi la caffettiera esplode macchiando tutta la cucina. E per tutto il tempo non potete fare a meno di dirvi, « Io m’ero svegliato con le migliori intenzioni, ma porca puttana ».
Ecco, questa è la triste storia del mio rapporto con Notre-Dame de Paris. Ho divorato la prima metà (a detta di tutti, la più noiosa) in tre giorni; arrivata alla seconda metà (a detta di tutti, la più appassionante) ho cominciato a scivolare per una china di scetticismo, di perplessità, di trasecolamento.
Non nego che Notre-Dame de Paris possa essere, per qualcuno, un ottimo e un piacevolissimo romanzo. Potrà essere il libro preferito di qualcuno. Potrà far ridere e far piangere. E non dico che occorra buttarlo giù dallo scaffale dei classici per far posto ad altro. Dico solo che a me non è piaciuto e vorrei spiegare il perché.

Innanzitutto, non si deve pensare che non l’abbia apprezzato in qualche punto. Anzi, i punti che ho apprezzato li ho apprezzati talmente che mi ero illusa di accecarmi per non vedere tutto il resto.
Quello che più colpisce di Notre-Dame è la grande forza potenziale del suo contenuto. Un contenuto denso come questo – un contenuto di scavo morale e spirituale – sarebbe fiorito, in mano a un altro scrittore, in un bocciolo fresco, sovversivo e profumato da star male. Penso a un Hawthorne, penso a un Dostoevskij, due penne che avrebbero fatto di questo nodo di peccato e perversione una scintilla per scuotere le viscere. Hugo ci prova, niente da dire, ma il tentativo non gli riesce fino in fondo. L’unica figura per la quale valga la pena di leggere Notre-Dame de Paris – vale a dire l’arcidiacono Frollo – avrebbe meritato un approfondimento e una diffusione di sentimento ben maggiori, ben più accurate. Un bravo scrittore, uno scrittore eccellente avrebbe raccolto Frollo, lo avrebbe cullato tra le braccia e, tenendolo sollevato così, gli avrebbe impedito di infradiciarsi la tonaca nel pantano di infidi cliché. Quanto mi dispiace per Frollo, quanto sinceramente mi dispiace per Frollo.
Proviamo a consolarci così: http://www.youtube.com/watch?v=BWCc2w…

Un punto di forza di Hugo è quando si mette in testa di riuscire simpatico. Le scenette comiche, le macchiette, strappare una risata al lettore, questo è quello che gli riesce meglio. Ma in una tragedia non si suppone che sia la cosa che si apprezza maggiormente, no? È tanto bravo nella sua ironia che, anche nel dipingere gli ultimi drammatici istanti, non gli sfugge quel tocco di grottesco che spinge il lettore a chiedersi, « ma mi stai prendendo per il culo? ». Sono consapevole, acutamente consapevole di star dissacrando il sacro e vogliate capire che non lo faccio per divertimento. Lo faccio perché lo penso, il che mi rende ancora più spregevole. Particolarmente riusciti, in questo senso, sono i personaggi del capitano Febo e del poeta Gringoire, due maschioni meschini come non si poteva sceglierli meglio, ma così convincenti e volgari e divertiti dalla propria meschinità che in realtà mi sono sentita di parteggiare per loro. E sono poi loro, nella loro piccolezza, gli unici a non uscirne con le ossa rotte, come se Hugo stesse trasmettendo un velato messaggio subliminale: ‘o siete anime grandi e allora guarda la fine che fate; o siete anime piccine e tonte e allora vivete contente’. A pensarci bene, forse è il messaggio che vuol trasmettere. Se è così, Notre-Dame diventa un affresco tragico della contemporaneità.

Due parole vanno spese sulla tanto celebre Esmeralda. Siamo sinceri: confessiamo tutti di averla vista nel cartone della Disney. Ecco, adesso dimentichiamola. Quella è un’altra storia.
La Esmeralda di questa storia è una donna il cui unico pregio, a dirla tutta, è una grande e sensuale bellezza. Esmeralda è tutta bellezza, nient’altro. Per il resto una foglia sarebbe più spessa del suo spessore psicologico. Ai giorni nostri, Esmeralda sarebbe la ragazzina bella e svampita che fa girare le teste di tutti gli uomini un minimo sensibili – e di tutti quegli uomini ‘sensibili’ che pensano che dietro un bel faccino si nasconda sempre una bella anima. Ma questa ragazzina, che ve lo dico a fare, non è punto sensibile al fascino di nessuna anima grande con cui viene a contatto. Per Esmeralda l’amore della vita deve avere un solo requisito: deve essere bello. Esmeralda ama solo le cose che brillano, perché non ha unghie sufficientemente lunghe per grattar via la patina dalle cose opache. Non so se sia il più sincero e spietato ritratto femminile che sia mai stato dato o la punta estrema della misoginia. In questo senso, potremmo dire che la tragedia al cuore di Notre-Dame è anche un problema di immagine. E, se il cuore di questo romanzo è un problema d’immagine, capiamo anche quale sia il ruolo di Quasimodo.
Per Quasimodo il lettore prova alternativamente pena e disprezzo. Hugo non è tenero con lui. Qualche volta indulge al patetico, ma è sempre troppo schietto per ammettere, « ma dai, anche se sei gobbo, hai un occhio solo, sei sordo, deforme e cattivo, ti voglio bene come personaggio ». Neanche Hugo è così ipocrita per questo. E la mancanza di ipocrisia, c’è da dirlo, è uno dei punti a favore di questo romanzo.

Altre notarelle conclusive. Gli espedienti letterari prevedibilissimi, con travestimenti e agnizioni da tutte le parti. La pesantezza, in certi punti, del giudizio del narratore (caro Hugo, se scrivi un’altra volta ‘la sciagurata’, ti mettiamo dritto dritto sullo scaffale vicino ai Promessi Sposi, aperti sul formidabile inciso ‘La sventurata rispose’!). La critica incapacità di descrivere scene d’azione credibili.
La parte che mi è piaciuta di più? Il capitolo sull’architettura come forma originaria di trasmissione del sapere umano. Quello lo farei studiare nelle scuole all’ora di storia dell’arte.
Se prima pensavate che non avessi tutte le rotelle a posto, adesso potete star tranquilli. Avevate ragione.

Chiara Pagliochini 

 

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